Ci sono donne ti cambiano la vita

rainDiciamo che piove.
A secchiate.
Diciamo che sei a fare una lunga passeggiata fra le colline per favorire la circolazione, hai un dolore maledetto a un ginocchio e ti stai inzuppando come un derelitto.
Diciamo che arrivi in un posto dove c’è un bar.
Diciamo che ti fermi e ordini qualcosa da bere e ti siedi.
Diciamo che ci sia anche la TV accesa, e RaiNews che va, magari in attesa del Giro d’Italia, e che al momento su schermo ci sia un pezzo sull’ennesima violenza sulle donne, che passa in sottofondo.

Ecco, diciamo tutto questo.
E uno degli avventori del bar guarda il video e dice…

“Però della violenza delle donne sugli uomini non ne parlano mai.”

Gli altri avventori borbottano assenso.
E tu, che hai un ginocchio dolorante ma non sai tacere, gli fai notare che in effetti, non capita spesso di uomini che arrivino in terapia intensiva con quattro costole rotte, la milza distrutta e una emorragia interna da paura, perché la fidanzata li ha malmenati.

E quello, mentre il resto degli avventori annuisce saputo, ti spiega che non è mica necessario arrivare a quello.

“Ci son donne che ti cambiano la vita. Ti fanno fare quello che vogliono. E dopo che tu hai lasciato tutto per loro, quelle ti dicono che ne hanno trovato un altro, e ti lasciano. Non è violenza, quella?”

E tu ribadisci che quello è venire scaricati, e capita.
Capita a tutti almeno una volta.
Capita ovunque.
Capita da sempre.
E comunque non è una cosa che ti spacca le costole, non ti spappola la milza, non ti manda in terapia intensiva con una emorragia interna da paura.

Ma quello ripete solo che

“Non importa. Le donne ti cambiano la vita.”

E tutti ti guardano, lì seduto, con la tua coca cola e il tuo cappello grondante sulla sedia di fianco.
flat,550x550,075,fE così ti domandi se per caso questa non sia una di quelle storie in cui sei andato a fare una passeggiata sotto la pioggia per la circolazione, e sei finito in un posto dove vivono i lupi mannari, o dove nelle notti di luna piena i maschi della comunità adorano Shub-Niggurath nei boschi, cibandosi delle carni di quelli che passano per caso, marinate nella coca cola.
E poi paghi la tua coca cola, ti rimetti il capello, e esci, seguito dagli sguardi di queste strane persone, che non sono lupi mannari e non sono cultisti cannibali di Shub-Niggurath, ma solo cinquanta-settantenni che hanno col sesso opposto un rapporto così alieno, difficile e strano, così immaturo e primitivo, che per loro pestare a sangue una donna è una cosa che, in fondo, può capitare, ma essere scaricati, eh, quella non è solo una tragedia inarrivabile.
È una violenza.

E son tutti padri di famiglia.

E ti spieghi un sacco di cose.

 

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Qualche notte con Tomomi Ishikawa

Vi ricordate di Veronica?
Veronica è un romanzo insolito e divertente, scritto dal poeta americano Nicholas Christopher, sull’incontro fra un poeta stropicciato (e molto molto ingenuo) ed una misteriosissima donna, In una New York onirica e fatata.
Ne avevamo parlato qui.
Beh, pare che Veronica abbia una cugina, letterariamente parlando.

9781451667264_p0_v3_s260x420Ero alla ricerca di qualcosa di nuovo e diverso per staccare un po’ dai soliti libri di viaggi e dalla solita narrativa di genere e – come dicevano i cinesi – bisogna fare attenzione a ciò che si desidera, perché i nostri desideri potrebbero avverarsi.
Ed io infatti ho messo le mani – complice una copia anticipata per recensione fornita dall’editore – su The Three Lives of Tomomi Ishikawa, opera prima dell’inglese Benjamin Constable – un ingegnere del suono con un percorso evolutivo piuttosto interessante.
E Tomomi è strettamente imparentata con Veronica – ma ne costituisce una variante laica, priva dell’elemento fantastico più conclamato.
Ed è certamente qualcosa di diverso.

Vediamo…

A Parigi, il romanziere in crisi Ben Constable, che soffre di una strana afflizione che gli impedisce di ricordare a lungo le facce di coloro che incontra, fa la conoscenza della spumeggiante Tomoni Ishikawa, ragazza giapponese con la quale trascorre lunghe ore in chiacchiere, risate e lunghe bevute in bistrot e locali.
Un lungo, divertito rapporto perfetto, ma congelato in uno status asettico, che è oltre l’amicizia ma non è una complicità sentimentale più profonda.
Poi Tomomi muore.
Suicida.
Lascia a Ben solo alcune lunghe lettere, ed un computer zeppo di files.
E il dubbio, il suggerimento, che ci sia qualcos’altro sotto – una storia nascosta, un mistero, una caccia al tesoro.
Per Ben, mettere insieme i pezzi del puzzle e seguire le mappe di questa caccia al tesoro è un modo per mantenere vivo un legame con l’amica scomparsa.
E forse per scoprire cosa le sia accaduto realmente, e perché.

Fitto di luoghi, di oggetti, di lettere, telefonate, filmati e files, The Three Lives of Tomomi Ishikawa è talvolta irritante per il suo protagonista troppo distratto e vago – ma l’autore gli garantisce una scusa medica per la sua vaghezza e distrazione.
E chiunque parrebbe irritante, confrontandosi con Tomomi Ishikawa.

Il romanzo scorre velocissimo nonostante il linguaggio articolato e colto, e se in effetti impiega un po’ a carburare, nel momento in cui prende il ritmo diventa una corsa eccitante e divertente – come se la narrazione si scongelasse insieme con il protagonista.

149182_393395810743445_1296585857_nÈ intelligente, letterario, a tratti snervante, The Three Lives of Tomomi Ishikawa – non è un’opera ascrivibile ad un genere: proprio ad insistere lo si può leggere come un mystery, ma è soprattutto un romanzo-gioco, nel quale il lettore è invitato a partecipare.
Tomomi ci affascina perché è un mistero – al quale abbiamo accesso solo attraverso le memorie (inaffidabili?) di Ben e gli indizi che lei stessa ha lasciato sparsi prima di farla finita.
È perciò un personaggio cangiante e indefinibile – e costituisce la grande forza del romanzo, che si dipana da Parigi a New York e oltre, e si legge anche come una improbabile guida turistica.
Oltretutto, sul suo sito web, l’autore offre una quantità di extra.

Cercavo qualcosa di diverso, e l’ho trovato.
Ed ammetto che la mia antica passione per le donne con un passato mi ha reso la lettura quantomai piacevole.
Il volume esce con l’estate, per i tipi di Simon & Schuster.
Chi fosse in cerca di una lettura diversa sotto all’ombrellone, è invitato ad annotarsi il titolo.

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Ipertrofia primaverile

everywhere-festivalPer chi non ne avesse abbastanza delle mie chiacchiere qui – e ovviamente in lingua albionica su Karavansara – segnalo con piacere l’avvio di una nuova collaborazione, con il blog Liberidiscrivere.
Non so quanto a lungo verrò tollerato in un ambiente tanto raffinato, ma finché riesco, infliggerò al pubblico recensioni sfuse su libri variamente classificabili.
Cominciamo con la recensione di un libro che mi è molto caro.

Ciò non significa naturalmente che la mia collaborazione con Il Futuro è Tornato sia finita.
Anzi.
Proprio questa settimana pare che io abbia monopolizzato il palinsesto.

Insomma, il progetto per essere ovunque continua.

Buona lettura.

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Progetti improbabili e Burroughsiani

188La terra dimenticata dal tempo – vale a dire The Land that Time Forgot, del 1918, ed i suoi due sequel, People that Time Forgot e Out of Time’s Abyss – è uno dei lavori migliori di Edgar Rice Burroughs.
Si tratta di un’opera compatta, ben scritta, costruita a partire da alcune idee forti e con delle belle invenzioni fantascientifiche.
L’edizione definitiva della Bison Books è un volume molto piacevole, e naturalmente dai primi due volumi vennero tratte due pellicole con Doug McClure – la prima sceneggiata nientemeno che da Michael Moorcock e James Cawthorn.

La trama è ingannevolmente semplice.f-220
Nel 1916, i passeggeri di un piroscafo americano silurato da un sottomarino tedesco vengono tratti in salto dall’equipaggio dell’U-Boot e successivamente, alla deriva in seguito ad un’avaria, si ritrovano sulla perduta isola di Caprona, prototipo di tutte le isole perdute dalle quali, negli anni a venire, arriveranno personaggi come King Kong e Godzilla.
Su Caprona, i nostri eroi incontreranno faune preistoriche e una strana popolazione grossomodo umana.

Da cui, avventure e capitomboli a non finire.
Però bene – in maniera soddisfacente.
The Land That Time Forgot contiene gli elementi migliori di quella che resta ancora oggi la buona fantascienza avventurosa di Burroughs.

ota0acv3Ora, i tre titoli che compongono la serie – di fatto un unico romanzo in tre parti – sono di dominio pubblico, e si possono reperire tramite il solito Progetto Gutenberg.
In italia solo il primo venne tradotto, da Giunti-Marzocco, nel 1976.
E poi basta.

Destino ancora più strano quello di The Mucker, storia avventurosa e fracassona scritta da Burroughs nel 1914, ancora una volta con belle donne in pericolo, eroe muscolare, isole perdute e una popolazione di samurai selvaggi cannibali.
Sì samurai selvaggi cannibali.
The Mucker (più o meno “Il teppista”) è pochissimo conosciuto anche nel mondo anglofono, ed al contempo gode di una notevole reputazione fra appassionati e critici – come uno dei lavori tecnicamente e narrativamente migliori del Burroughs degli esordi.themucker
C’è  anche un sequel Return of the Mucker (anche noto come Man with a Soul).
The Mucker non ha mai raggiunto i nostri lidi, che io sappia – e resta quindi sconosciuto ai lettori italiani.

Ora, partiamo per la tangente.
Si chiacchierava, ieri, con alcuni amici, di libri che non vengono tradotti – si diceva come sarebbe più semplice se ce li traducessimo noi in cantina.
Ed in effetti, perché no?
Ho già tradotto Burroughs in passato – diciamo che con un po’ di impegno e senza sottrarre tempo ad altri progetti, potrei tradurre ciascuno dei volumi in un mese.
Tre mesi per Caprona, due per The Mucker.
Con un pochino più d’impegno potrei anche metterci una bella postafazione polposa sulla paleontologia, sulla scienza e pseudoscienza del primo romanzo, o qualche annotazione orientalistica sulla prima avventura del Teppista.

A questo punto, non sarebbe divertente provare a mettere il tutto online, magari appoggiandosi al solito Amazon e al Kindle store, per una cifra di… diciamo meno di due euro a copia?

Mi domando se avrebbe un successo tale da garantire un giusto guadagno – nulla di stravagante, diciamo pagare le bollette, un mese sull’altro.
Si riuscirebbero a fare… mah, qualche centinaio di copie?

Certo, ci sarebbe chi osserverebbe che, trattandosi di una attività che in fondo mi diverte – tradurre qualcosa che mi piace, e mi piace molto – e che lo faccio per passione, sarei davvero una personcina esecrabile, a cercare di cavarne qualche euro.
È già capitato.
Però quasi quasi sarei tentato di provarci…

Voi che ne dite?

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Fratelli

Oggi faccio un post decisamente diverso dal solito, e vi segnalo una pagina Facebook.

L’idea di base è molto semplice – c’è un uomo che cerca suo fratello.
Suo fratello gemello.
Com’è che si son persi di vista?
Semplice, erano ad Auschwitz, parte del progetto di Mengele di sperimentazione sui gemelli.

Potrei fare un sacco di bla bla inutili riguardo alla potenza ed alla importanza dei social network – che non servono solo per postare gattini e bonazze.
Ma non c’è bisogno che lo faccia.
Il link è qui sotto, spero funzioni.
Buttateci un occhio, spargete la voce.

http://www.facebook.com/pages/A7734/499971010060858

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Il Mondo di Nehwon

$T2eC16hHJFoE9nh6qS4YBQoh3OQ3zw~~60_35Il volume numero 20 della Fantacollana è Il Mondo di Nehwon, di Fritz Leiber, ha una copertina di Karel Thole ed è gigantesco.
Questo perché, con una decisione che non mi sono mai spiegato, i curatori decidono di pubblicare in ununico volume le quattro raccolte di racconti di Fafhrd e del Gray Mouser che costituiscono il prequel del già pubblicato Le Spade di Lankhmar.

Il volume Nord include perciò
Swords and Deviltry (1970)
Swords against Death (1970)
Swords against Wizardry (1968)
Swords in the Mist (1968)

I racconti di Fafhrd e del Mouser riuniti in questi quattro volumi (e nel colosso della Nord) erano variamente usciti su differenti riviste e antologie fra gli anni ’40 e gli anni ’70, e coprono quindi un ampio periodo della produzione e dell’evoluzione di Fritz Leiber, autore del quale non si potrà mai dire altro che bene.

Swords_in_the_MistFantasy-fantasy, quindi – sword & sorcery ma lontana dal modello di Howard.
Leiber privilegia l’intelligenza, il dialogo, il machiavello.
La violenza è breve e tutt’altro che idealizzata.
Anche i piani migliori vanno a gambe all’aria.

Strana decisione, dicevo, quella del volume unico.
Se la scelta di pubblicare l’unico romanzo della serie per primo è comprensibile – il pubblico preferisce i romanzi, ci dicono gli editori – quella di fare un solo volume-monstre di tutte le storie di Lankhmar rimane, a mio parere, curiosa.
Perché non fare come con le raccolte di Conan?
O perché non fare due volumi?
Forse il pubblico non aveva colto la qualità dell’opera di Leiber, e si cercava di impressionarlo con la quantità?
Non lo sapremo mai.

Swords_Against_DeathResta il fatto che Il Mondo di Nehwon è colossale per molti altri motivi.
Le storiedi Fafhrd e del Grey Mouser sono uno dei capisaldi della letteratura fantasy e della sword & sorcery.
Non si tratta solo di capacità inventiva – il mondo di Nehwon, del quale Lankhmar, la Città dalla Toga Nera, è l’ideale capitale (im)morale, esiste sulla superficie interna di una bolla d’aria in perenne ascesa verso l’ignoto, in un universo che è un oceano, e nel quale ogni bolla è un mondo*.
Non si tratta neanche della palese dimostrazione della flessibilità del genere – che usando la stessa coppia di protagonisti e lo stesso universo, ci offre dall’avventura classica al noir, al weird, all’avventura marinaresca.
Ciò che rimane inarrivabile è la facilità con la quale Leiber riesce a nobilitare anche una storiella costruita sul nulla con un linguaggio che è assolutamente perfetto.
Avere a disposizione la prosa di Leiber in una traduzione di qualità – come nel caso di questo volume – è una autentica meraviglia.

E poi, naturalmente, noi italiani, l’omnbus leiberiano – che oggi pare essere lo standard nel mondo anglosassone – ce l’avevamo trent’anni prima.

Swords_Against_WizardryInutile parlare di trame – ogni racconto è un gioiello.
Di azione ed avventura (I gioielli nella foresta)
Di surrealismo (Il Bazaar del Bizzarro)
Di satira (Tempi magri a Lankhmar)
Di crudeltà (Triste incontro a Lankhmar)
Di ribalderia (Quando il re del mare è assente)

Colossale.

Fafhrd e il Mouser sarebbero tornati in Spade fra i Ghiacci (che usciva negli USA proprio mentre da noi usciva questo volume) e nel volume finale, Il Cavaliere e il Fante di Spade (che brucia malamente il titolo originale, The Knight and Knave of Swords).
Ma tutto questo è di là da venire.
Per ora, abbiamo questo volume che pare un dizionario, è che è letteralmente zeppo di meraviglie.

Swords_and_DeviltrySciocco dettaglio personale – so di compiere un atto sacrilego, ma ho sempre trovato la copertina di Karel Thole particolarmente… no, non brutta (Thole non ha mai fatto una copertina brutta) ma poco convincente – il Mouser in particolare pare uno stregone incartapecorito e artritico.
E non sono solo ragionamenti da fanboy – quella copertina e il prezzo non proprio amichevole del volume mi spinsero ad acquistarlo e leggerlo relativamente tardi.
Ma naturalmente, non è mai troppo tardi per amare Leiber.
E per rivalutare la copertina di Thole
———————————–
* Dove sono i vostri boschi degli elfi, adesso?

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Owen & Eleanor, un viaggio di nozze

DOL2Se è vero che la Via della Seta mi affascina da quand’ero ragazzino, è dai primi anni ’90 che cerco di raccattare tutto quello che riesco a trovare da leggere sull’argomento – dal Milione di Marco Polo ai resoconti di viaggio di Colin Thubron, passando per quella che rimane la mia autentica passione – i resoconti di viaggio autografi di esploratori, viaggiatori ed avventurieri fra la fine dell’epoca vittoriana e la Seconda Guerra Mondiale.
Ho oramai una bella scaffalata di volumi – per lo più in inglese – e una bella collezione di ebook.
Più mappe, CD, l’occasionale documentario in DVD… e persino il vecchio Silk Road della NHK, su VCD.

I personaggi legati a quel periodo popolano il mio agile volumetto – Il Crocevia del Mondo, presto disponibile nella sua terza edizione ampliata e riveduta – e costituiscono un pantheon di figure alle quali mi sento particolarmente legato.

Fra i personaggi “scoperti” in questi più o meno vent’anni di letture nessuno è più esecrabile del Barone Pazzo Roman von Hungern-Sternberg; Ja Lama, anche noto come Dambiijantsan, è certamente il più misterioso e romanzesco.
E se per fascino e simpatia nessuno eguaglia Rosita Forbes o Leonard Clarke, è anche vero che nessuno ha suscitato in me più rispetto e curiosità di Owen Lattimore.
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Comic sans, Google Translate e altri crimini

Ok, è andata così.

Nei primi giorni del mese ho ricevuto una mail dal servizio assistenza del mio fornitore web, che mi informava di un problema con la sicurezza del mio account, e mi invitava a inviare tutta una serie di dettagli al fine di rimettere le cose a posto.

icona-google-translate_tUna mail davvero convincente, con un indirizzo di origine credibilissimo e tutto quanto.
Peccato che fosse scritta nell’italiano di Google Translate, con una bella scelta di svarioni e sciocchezze – incluso un increscioso “secernere” al posto di “segreto”, frutto di una farlocca traduzione di “secret”.
Insomma, era una truffa telmatica – un tentativo di phishing.

Ora, di mail del genere ne arrivano dieci al giorno, senza contare quelle filtrate dal filtro antispam.
Ma questa era buona, davvero buona.
Peccato per gli svarioni…

E allora gli ho risposto.
Gli ho scritto e gli ho detto che il loro tentativo di truffa era davvero fantastico, ma affidarsi a un traduttore automatico è veramente una sciocchezza.
E visto che io faccio il traduttore freelance, perché non contattarmi per una traduzione.
Un prezzo lo si concorda.

Beh, son passati dieci giorni, e mi hanno risposto.
Offrendomi un lavoro come traduttore.
Già.
Ma non come credete voi.
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Il ritorno di Alia

A volte ritornano.
O se preferite, l’erba cattiva non muore mai.
Ma anche, non si può tenere seppellita in eterno una buona cosa.

E Alia Racconti, la sesta edizione della benemerita antologia di narrativa d’immaginazione pubblicata dalla CoopStudi, è una buona cosa.
Se non altro perché è stata fatta con passione da persone in gamba.
E una di quelle persone in gamba sono io.
Fatemi causa.

E così, alle nove di sera, venerdì diciassette maggio (sì, venerdì diciassette), al Salone del Libro di Torino, si riuniranno i complici di quella vecchia impresa – autori, editor, editore – per chiacchierare con chi avrà voglia di sentirli chiacchierare, e per mostrare ancora una volta al mondo questo bel volumone con la copertina verde.

Per saperne di più, c’è il mio vecchio post di presentazione dell’antologia.
Buttateci un occhio, se volete.

E se ci siete, ci si vede là.
Fatevi riconoscere.

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Novel & Romance

La differenza essenziale fra “novel” e “romance” si ritrova nel concetto di caratterizzazione. Il romanziere (romancer) non tenta di creare “persone vere” quanto figure stilizzate che si espandono in archetipi psicologici. È nel romance che troviamo la libido, l’anima e l’ombra di Jung riflesse rispettivamente nell’eroe, nell’eroina e nel malvagio. Ecco perché il romance così spesso irradia un bagliore di intensità soggettiva che la novel non possiede, e perché una suggestione di allegoria alligna ai suoi margini. Certi elementi del personaggio sono lasciati liberi nel romance, che lo rendono una forma naturalmente più rivoluzionaria della novel. Il novelist si occupa della personalità, coi personaggi che indossano le loro personae o maschere sociali. Gli serve l’incastellatura di una società stabile, e molti dei nostri migliori novelist sono stati convenzionali al limite della pignoleria. Il romancer si occupa dell’individualità, coi personaggi in vacuo idealizzato per fabulazione e, per quanto possa essere conservatore, qualcosa di nichilista e di indomabile è probabile che emerga dalle sue pagine.
(Northorp Frye)

bodice_ripper_cover1

Copertina classica del romance, con in più rosmarino tattico.

Roba tosta.
Però, onestamente, quella qui sopra mi pare la miglior distinzione fra narrativa di genere e narrativa “seria” che mi sia capitato di incontrare in giro.
Chi fa genere è un romancer*.
Chi scrive mainstream è, almeno in prima battuta, un novelist.
Bello liscio.

E dire che tutto questo era cominciato per capire come, partendo dal piuttosto ampio “romance” si fosse arrivati, passando per bodice-rippers, copertine con Fabio e altri orrori, ad identificare con quell’etichetta solo un genere molto stretto, molto codificato.

La cosa è partita da ieri, dai Romance of Adventure di Stephen Jared, dalla perplessità (mia, dichiaratamente) riguardo all’uso del termine romance.
Tempo di leggere un paio di articoli, fare un po’ di ricerche.
Magari poi fare un pezzo tagliente su come si sia passati da passioni suggerite ad amplessi descritti.

E invece, oltre a trovare in Frye una bella distinzione sulla base della caratterizzazione, trovo anche, in Richard Chase, una bella distinzione sulla base della descrizione…

Senza dubbio la principale differenza fra novel e romance è il modo in cui esse vedono la realtà. La novel rende la realtà accuratamente e in elevato dettaglio.
[...]
Per contrasto, il romance, seguendo alla distanza il modello medievale, si sente libero di descrivere la realtà in minor volume e dettaglio. tende a preferire l’azione al personaggio, e l’azione sarà più libera in un romance che non in una novel, incontrando, per così dire, una minor resistenza dalla realtà.
(Richard Chase)

E questo è davvero meraviglioso*.
Non solo perché mi parla di differenti approcci narrativi, di forme che hanno un peso sul significato.
Ma anche perché in questa distinzione – ormai perduta? in italiano sia romance che novel diventaono romanzo- si annida io credo una certa tignosità degli ipercritici.
Che cercano nel romance il livello di dettaglio e realtà della novel, e non trovandola, si imbizzarriscono.
Scarsa dimestichezza coi parametri delle due modalità comporta l’applicazione di criteri simili a due forme espressive molto diverse – e di conseguenza ad una pessima critica.
E forse anche il pubblico, sempre più affamato di dettaglio e di “realtà” – e non di plausibilità – sente questa mancata distinzione formale.
Non male, eh?

Ma ne parleremo ancora.

————————————————————

* il pezzo di Chase è preso da un saggio sull’American Novel uscito nel 1957, ed è una minima parte di un discorso molto più articolato che, per pigrizia, non ho avuto voglia di tradurre. Ma queste due o tre frasi rendon bene l’idea…

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