Rimbambiti a puntate
Discussioni varie nelle ultime serate,e pork chop express di conseguenza.
Da dove comincio?
Un paio di sere or sono ho partecipato ad un evento culturale piuttosto pubblicizzato.
Si sarebbe chiacchierato di libri.
Si incontrano gli autori, gli editor, i traduttori, i semplici lettori assidui, i semplici presenzialisti, quelli che bighellonano per le strade del centro sotto le feste.
Si anticipava una sala gremita.
Risultato netto -. quattro persone, che prontamente riparano in un pub poco lontano, non appena il moderatore viene colto da una laringite galoppante e cancella l’evento sui due piedi.
Il deserto.
Non la prima volta che capita, in meno di una settimana.
Inquietante.
Dove saranno, ci si domanda – e non per la prima volta in sette giorni – gli attesi partecipanti all’evento?
Tutti assopiti al calduccio nelle rispettive baite, in attesa di affrontare le piste la mattina successiva?
Tutti in disco, a sbattersi al suono degli ultimi successi fino al sorgere del sole?
A disfarsi di mojito nel Quadrilatero Romano?
Io che notoriamente faccio una vita ritirata in fondo alla campagna, posso solo avanzare delle ipotesi alimentate da ciò che mi si racconta della vita frenetca dei cittadini…
No, mi dicono, la risposta è più semplice – sono a casa ad abbioccarsi davanti alla televisione.
Arrivano le birre e la pinta di gazzosa.
Forse ispirati dalla disponibilità di libagioni, i più mondani del nostro manipolo di coraggiosi mi fanno notare come, negli ultimi due anni, la vita si sia in un certo senso assopita.
Fino a due anni or sono, si usciva anche tre sere la settimana.
Nulla di stravagante – una serata al pub a bere e chiacchierare, un gelato nella bellastagione, quattro passi, magari un film il lunedì sera, che costa meno.
Ora si esce molto meno.
La crisi?
No, dicono.
Sono i gruppi di amici che si stanno sfaldando.
Saltano le vecchie cricche.
Persino alcune squadre di giocatori di ruolo si sono dissolte.
L’invito non è più “Vediamoci al solito posto, poi andiamo a farci una birra e a parlar male di Tolkien”, ma “Vieni a casa mia, ci beviamo qualcosa e guardiamo un paio di episodi di <inserire qui la serie che si preferisce>”.
Sono i telefilm.
Difficile interagire con i colleghi se non si è aggiornati sugli sviluppi di Weeds.
Difficile entrare nella chiacchierata fra amici la sera se non si è a conoscenza di cosa ci si debba aspettare dalla prossima stagione di Supernatural.
Senza un bel pacco di DVD di Dr House, The Mentalist o The L Word, senza Scrubs o Lost o Stargate (ma perché non traducono più i titoli?!), da poter scambiare, duplicare, contrattare si è tagliati fuori.
Ci vediamo domani sera così io ti do la quarta stagione di Battlestar Galactica e tu mi passi i due film di Babylon Five e i primi cinque episodi dell’ultima stagione di Sex and the City…
Ora, c’è stato un tempo in cui lamentavamo l’inaccessibilità dei nostri telefilm preferiti.
La labilità della memoria, l’impossibilità di avere una copia de Il Prigioniero, o di Arsenio Lupin, o di Belfagor.
Alcuni trafficavano con scatoloni zeppi di videocassette.
Oggi quei titoli sono disponibili.
Li ho qui sul mio scaffale.
E se Georges Descriers rimane assolutamente straordinario nei panni del ladro gentiluono, i telefilm della vecchia serie richiedono una pazienza alla quale non siamo più abituati.
Belfagor, che mi causò notti insonni durante l’infanzia non mi terrorizza più – ne apprezzo altri aspetti, ma è lento, e verboso.
Lo stesso posso dire per Il Segno del Comando, altra pietra miliare del mio immaginario televisivo della giovinezza, oggi irrimediabilmente lento e noioso.
Solo Il Prigioniero è invecchiato bene.
Si tratta di pezzetti del mio passato.
Credo che in futuro mi procurerò i DVD di Jason King – semplicemente perché ricordo con divertimento il personaggio ma non saprei delineare neppure molto alla larga la trama di un singolo episodio.
Sono curioso – e mi aspetto il peggio
Ma… Procurarmi tutti i DVD di Numb3rs?
Per quanto io abbia amato la serie, e me ne sia perso una fetta per impegni e sostanzialmente perché ho una vita al di fuori della TV, non significa che io senta il bisogno di possedere, scambiare, dibattere, sezionare e citare a memoria gli episodi del serial.
Ma conosco persone che lo fanno.
Guardano solo telefilm.
Parlano solo di telefilm.
Duplicano, scambiano, condividono solo telefilm.
E mi viene forte il dubbio – conoscendo e stimando queste persone – che con i telefilm e con il demenziale terrestre si sia riusciti a rincoppare l’ultima fetta di pubblico ancora vigile.
Dopo quelli che vivono di reality show.
Dopo quelli che vivono di partite di calcio.
Dopo quelli che vivono di documentari sull’Impero Romano, le Piramidi, i templari, i Maya e i leoni del Serengeti…
Spegnete la televisione.
Staccate la spina, accendete la luce, e cominciate a leggere un libro.

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Difensori dell’orticello
Si avvicina il Natale, siamo tutti più buoni.
Apriamo dunque questo pork chop express con una citazione che in un sol colpo coinvolge due blog (e due blogger) che rispetto moltissimo…
Proprio pochi minuti fa, tornato dal lavoro, stavo leggendo un post di Iguana Jo, su L’uomo che fissava le capre (film che mi ha divertito molto, btw) e il post si intitola “La gentilezza è rivoluzionaria”.
Ecco, ritengo che il momento preciso in cui questo sito è cambiato e ha cominciato a ingranare una marcia che mi piace molto è proprio quando alla fermezza, alla critica feroce e a certa irriverenza verso metodi e schermi abituali ho innestato (o perlomeno, ci provo) pazienza e gentilezza, cercando di rispondere sempre a tutti senza offendere.
Mi ha dato ottimi risultati, che prima non avevo e intendo continuare su questo binario.
Io vorrei partire da questo per fare un discorso un po’ diverso.
Negli ultimi mesi ho visto emergere sulla rete un comportamento che già mi aveva profondamente scosso quando lo avevo scoperto ad annidarsi fra i corridoi e le aule dell’accademia.
L’atteggiamento in questione, che viene spesso definito tattica della terra bruciata, si può agevolmente riassumere con le parole di un famoso docente universitario italiano:
Se qualcuno pubblica nel mio ambito di studio, io ho il dovere di distruggerlo.
Agghiacciante, eh?
E invece si tratta di una semplice procedura.
- Si definisce l’ambito all’interno del quale si desidera essere riconosciuti come autorità.
- Si delimita un perimetro e vi si pianta la propria bandiera – con pubblicazioni, conferenze pubbliche, un blog, una presenza martellante su forum…
- Ed a questo punto si attacca senza riserve e senza pietà chiunque abbia l’ardire di occuparsi dello stesso argomento.
Anche quelli che dicono di pensarla come noi.
Soprattutto quelli che dicono di pensarla come noi.
E affinché non ci siano dubbi: il docente citato qui sopra, stava parlando dei suoi ex studenti, gente che aveva aiutato (??) a laurearsi.
In campo accademico, questo atteggiamento è certamente co-responsabile dell’estesa necrosi che interessa il tessuto della ricerca nazionale: quando le autorità sono impegnate a silurare la concorrenza, quando pubblicazione significa umiliazione e dileggio, se il gatekeeping garantito dai processi di referaggio si trasforma in una forma di bullismo, non possiamo stupirci se le cose vanno come vanno.
Ora mi si dirà che mi son svegliato tardi, e che da tempo un simile atteggiamento è presente e vivacemente attivo nella blogsfera.
Posso crederci.
Di sicuro, ne ho avute alcune dimostrazione in tempi recenti e recentissimi.
L’impegno è a difendere il proprio orticello, sempre e comunque, spendendo per delegittimare “la concorrenza” energie che sarebbero meglio spese ad ampliare l’ambito di interesse, ad arricchire costruttivamente la discussione.
Lo scopo ultimo è quello di emergere come figura di culto all’interno di una sfera di adoratori, raccolti attorno al nostro personale solipsismo.
Quanto di più intellettualmente sterile si possa immaginare.
Eppure, vi diranno, cosa c’è di più importante del’apparire, dell’essere al centro dell’attenzione, dell’avere un sacco di lettori, di abbonati al feed, di adoratori…
Dopotutto, chi gestisce un blog, desidera essere letto.
Chiunque scriva, indipendentemente dal supporto, lo fa per essere letto.
Ma ciò significa forse che chiunque scriva un blog è implicitamente in competizione con tutti gli altri blogger?
E, ammesso che sia così, la competizione non può assumere alcuna altra forma se non quella della tattica della terra bruciata?
Il post citato in apertura sembrerebbe indicare che esiste una possibile alternativa che, fatta salva la competizione (per il tempo, per l’attenzione, per l’apprezzamento dei surfisti) lascia aperta la porta alla collaborazione ed alla crescita.
Questo, oppure Elvezio Sciallis ed Iguana Jo sono ormai soltanto due vecchi pantofolai caramellosi farciti di retorica da due lire, troppo in là con gli anni per il rock’n'roll.
Io preferisco credere alla prima.
E proverò ad operare secondo regole affini, se non proprio uguali – perché fa bene all’anima, oltre che alla blogsfera.

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Visitate il Regno Yamatai!
Gli appartenenti alla mia generazione ricorderanno certamente la vecchia serie di cartoni animati incentrata sulle imprese di Jeeg, storica serie d’animazione giapponese (all’epoca non sapevamo ancora che si chiamavano “anime”) nella quale un tizio che sembrava Little Tony si tramutava in un robottone per debellare le orde del Regno Yamatai agli ordini della popputissima regina Himika.
La versione revisionista dei fatti esposta dalla bionda nel filmato qui sopra rimane piuttosto discutibile.
Fortunatamente, per chi oggi volesse conoscere i fatti reali relativi al Regno Yamatai, consultando tanto le fonti cinesi originali quanto una summa aggiornata delle principali scuole archeologiche, non sarebbe più necessario più affidarsi a caroni animati e fumetti.
È infatti finalmente disponibile presso le migliori librerie (online – ad esempio il solito Amazon), il polposissimo Japan in Five Ancient Chinese Chronicles: Wo, the Land of Yamatai and Queen Himiko, dotto studio di Massimo Soumaré sull’argomento, pubblicato dalla Kurodahan Press.
Come dicono quelli che se ne intendono…
Japan in Five Ancient Chinese Chronicles is a stimulating and valuable investigation into the earliest periods of Japanese recorded history. Archaeological finds from Japanese tombs can be better understood by combining Japanese historical resources such as the Kojiki and the Nihonshoki with precise dating of the Chinese dynastic histories. Massimo Soumaré’s original research sheds new light on formerly obscure aspects of intercultural exchange, and contributes to our knowledge of the whole of Eastern Asia.
E ancora…
Although there are many works covering important dates and discussing how various cultural and other elements entered Japan, until now there has never been a comprehensive study of how the Japanese (the “Wo”) were viewed by the Chinese in ancient times. Independent Italian scholar Massimo Soumaré corrects this imbalance with Japan in Five Ancient Chinese Chronicles.
Non un libro sui cartoni animati, quindi, ma un serio studio storico, unico nel suo genere per molti versi, molto ben documentato e riccamente illustrato, che riproduce anche le fonti originali.
Non ci troverete robottoni d’acciaio o altra lega, o magli perforanti.
Ma tutto il resto c’è.
La Regina Himiko ed i suoi consiglieri.
Il Regno Yamatai.
I misteriosi reperti archeologici.
Le tombe a tumulo.
La Campana di Bronzo.
Gli antichi rituali.
A quaranta dollari per trecentocinquanta pagine, il volume non è proprio a buon mercato.
Ma d’altra parte, non ci sono serie alternative, e il volume vale fino all’ultimo centesimo speso per procurarselo.
Scritto con un taglio divulgativo, e diretto a tutti coloro che abbiano un interesse per la storia antica o per l’Estremo Oriente, il volume non dovrebbe spaventare i lettori “non specialisti”.
Sì, lo so, è in inglese.
Ma si tratta di un inglese meravigliosamente leggibile, mirabilmente tradotto con cura e attenzione dall’originale italiano che mai da noi vide le stampe.
Credetemi.
Vale ogni centesimo.
NOTE:
1) sì, l’ho tradotto io.
2) perché è in inglese e non in italiano? Chiedetelo ai vostri amici editori…
3) perché da noi si chiamava Himika mentre storicamente era Himiko? Probabilmente i traduttori del cartone animato temevano che, con un nome in -o, i giovani virgutlti nazionali potessero pensare che la popputa biondazza armata d’ascia fosse un travestito…

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Non moriremo in silenzio
Mi chiedono di girare al pubblico questo testo e mi pare una cosa buona.
Si tratta del discorso di apertura del “Climate Vulnerabile Forum”, durante il quale lenazioni maggiormente minacciate dall’attuale cambiamento climatico si sono riunite per fare il punto della situazione e chiedere azioni realistiche per mitigare le conseguenze dei fenomeni in atto.
Il testo è del presidente delle Maldive, Mohammed Nasheed.
Noi ci siamo riuniti qui perché rappresentiamo le nazioni che più di tutte potrebbero subire gli effetti negativi del cambiamento del clima. Alcuni preferirebbero che noi soffrissimo in silenzio, ma oggi abbiamo deciso di parlare
I membri del G8, i paesi ricchi, si sono impegnati in limitare l’aumento della temperatura globale a non più di 2 gradi centigrada. Eppure, si sono rifiutati di impegnarsi per gli obiettivi del carbonio.
Due gradi significa perdere la barriera corallina. Due gradi e scioglieremmo la Groenlandia. Due gradi ed il mio paese non sopravviverebbe.
Come Presidente non posso accettare tutto questo. Come persona non posso accettare tutto questo.
Non posso credere che sia troppo tardi, e che non possiamo fare nulla. A Copenaghen avremo il nostro appuntamento con il destino. Andiamo lì con un piano migliore.
Dopo tutto, non è il carbonio che vogliamo, ma lo sviluppo. Non è il carbone che vogliamo, ma l’energia elettrica. Non è l’olio che vogliamo, ma il trasporto. Le tecnologie a basso contenuto carbonio esistono ora, per fornire tutti i prodotti e servizi di cui abbiamo bisogno: facciamo in modo in cui l’obiettivo sia usarle. A mio avviso, i paesi che si preoccupano di rinvigorire le proprie economie oggi, saranno i vincitori di domani.
Al momento ogni paese arriva ai negoziati cercando di mantenere le sue proprie emissioni più alto possibile. Non si assumono mai degli impegni, a meno che lo faccia qualcun altro prima.
Questa è la logica del manicomio, una ricetta per il suicidio collettivo.
Noi non vogliamo un patto globale suicida. E non firmeremo un patto globale suicida, a Copenhagen o altrove. Così oggi, invito alcune delle nazioni più vulnerabili del mondo per creare e firmare un patto globale di sopravvivenza.
Discorso antipatico, ma significativo.
Le richieste di azioni ad elevato impatto per mitigare la crisi climatica si scontrano di solito con una politica “prudente” da parte di quelle nazoni che credono di avere meno da perdere (ehm… noi)…
Ad esempio, quando i paesi africani si sono alzati durante i negoziati sul clima a Barcellona ed hanno chiesto ai paesi ricchi di impegnarsi per gli obiettivi forti per il clima, i governi europei hanno esercitato su di loro una pressione enorme per fare marcia indietro, così tanto che il presidente del blocco africano è stato costretta a lasciare i negoziati.
La situazione è già abbastanza complicata.
E apparentemente la politica persiste nell’offrirci le soluzioni di ieri ai problemi di domani.

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Magnus per Natale
In un uggioso pomeriggio del 199… io ed un mio buon amico che ora vive molto lontano ci rifugiammo in una libreria del centro per sfuggire all’umidità e dare un’occhiata a cosa ci offrisse il mercato.
L’occhio ci cadde su un volume nero sulla copertina rigida del quale spiccavano le lettere del titolo, Le Ceneri del Resuscitato.
Un fumetto di Magnus.
Ora, all’epoca noi non si era fini estimatori di fumetti, ma semplici lettori.
Per noi Magnus significava La Compagnia della Forca, Alan Ford, Lo Sconosciuto.
OK, sapevamo di Kriminal e di Satanik, ma quel volume in particolare richiamava incontinenze molto più inquietanti – sesso, violenza, cannibalismo…
Ma non fu esattamente quello, a prenderci in contropiede.
No, fu il fatto che il mio amico ricordava con una certa sicurezza di aver ritrovato una versione infinitamente più squallida – editorialmente parlando – e antica di quel ridicolo pornazzo fumettistico, presso la caserma romana dove aveva dapoco finito di svolgere il servizio militare.
Era un lato di Magnus che non conoscevamo.
Ora, la Lizard pone sul mercato un volume – fresco fresco per il mercato natalizio – che espande ed approfondisce il lato oscuro (ma neanche poi tanto oscuro) della carriera artistica di Roberto Raviola, in arte Magnus.
Si intitola Magnus Erotico e Fantastico, ed è un sontuosissimo volume da 250 pagine che raccoglie le opere dell’artista dal 1980 allaprima metà degli anni ‘90.
C’è Milady nel 3000, ci sono Le 110 Pillole, ci sono Le Femmine Incantate…
Ci sono un sacco di cose che ho già.
Ma ci sono anche delle perle scomparse da tempo, inclusa una succosa biografia dell’autore (naturalmente a fumetti).
È interessante lo stretto legame in Magnus di fantastico ed erotismo, così come è straordinario il levello di dettaglio delle tavole, con i richiami ai classici del fumetto (Flash Gordon primo fra tutti) e lo strano vezzo di adattare antiche opere letterarie cinesi.
Chissà, qualcuno riuscirà persino a sentirsi offeso, dalla cura anatomica di certi amplessi, dall’oscenità di certe trovate.
Per tutti gli altri, questo rimane un pezzo imperdibile per una biblioteca che del fantastico voglia davvero esplorare ogni aspetto.
In un panorama dominato da giganti, Magnus è stato il più grande.

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Ombre del tempo
Si diceva ieri con Massimo Citi che noi leggiamo solo gli Urania che fanno schifo.
Quelli belli, ce li perdiamo tutti, sistematicamente.
Sarà perché, tanto per me quanto per Massimo, Urania è ormai un acquisto da stazione, o da capolinea dell’autobus.
Si prospetta una lunga percorrenza sui mezzi pubblici?
Allora compro un Urania, anche se magari ho già un altro libro in tasca.
È un vizio, un’abitudine, al punto che se Trenitalia e le varie compagnie di trasporti locali facessero un contratto con Mondadori, e mi rifilassero un vecchio Urania con ogni biglietto acquistato, la troverei una piacevole commodità.
Certo, ci sono dei brutti effetti collaterali – tipo questa specie di certezza statistica che, se acquistato al volo in stazione, l’Urania si rivelerà
a . una ristampa di qualcosa di già letto
b . il bellissimo terzo tomo di un romanzo ripartito in sette volumetti
c . una ciofeca inesprimibile
È subordinando la mia frequentazione di Urania alle stazioni ed alle fermate d’autobus che sono riuscito a perdermi sistematicamente i volumi 1432, 1455, 1465, 1486 ed il supplemento numero 27 al 1509.
Ed è con rammarico che me ne rendo conto ora, mentre leggo con gran piacere una copia in condizioni eccellenti di Mother Aegypt,
dell’americana Kage Baker – già insegnante di lingua elisabettinana, classe 1952, forse l’autrice più vicina, per tematiche, stile e per la miscela di umorismo e compassione, al miglior Leiber d’antan.
E questo non è un complimento che io faccia alla leggera.
Della Baker avevo già letto Anvil of the World, piacevole fantasy revisionista molto intelligente, costruito sul più semplice degli inganni e molto, molto soddisfacente.
Mother Aegypt raccoglie tre racconti ambientati nello stesso universo di Anvil, più altre storie sfuse, un paio connesse a quel ciclo della Compagnia le cui uscite in Urania mi sono così colpevolmente sfuggite.
Storie complesse, ciniche e sostanziose, imperniate sui viaggi nel tempo, e su ciò che si può ottenere – in termini di potere, e guadagni – controllando il flusso degli eventi.
Grandi storie, superbamente scritte.
Ma io me le sono perse – perché in quei giorni, evidentemente, non viaggiavo in treno o in autobus.
Il che significa che dovrò rimediare – e poiché i libri di Kage Baker meritano di essere riletti, e conservati a lungo, farò in modo di raccattare le edizioni di lusso in lingua inglese.
Le si trova allo stesso prezzo di vecchi Urania usati, sono stampate su carta migliore, e permettono di apprezzare in originale la prosa misurata, controllatissima, infinitamente letteraria della scrittrice.
Se Karl Schroeder rimane la mia scommessa vincente per ciò che riguarda il futuro della hard-sf e dell’avventura spaziale, Kage Baker sembra essere la nuova promessa per ciò che riguarda i viaggi nel tempo e un certo fantasy lontano dalle tediose terre degli elfi.

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Focaccia e Berlucchi
Oggi – per la prima volta nella mia vita, che io ricordi – ho investito una parte dei miei sudati risparmi per acquistare una bottiglia di spumante Berlucchi, con la quale festeggiare questa sera, con un paio di amici, l’ottimo risultato del concorso per il dottorato a Urbino.
Notoriamente io non bevo mai… vino, e quindi la scelta è stata soprattutto una scelta di etichetta, di popolarità del marchio.
Trionfo del marketing.
Memetica al lavoro.
Poi, non ho saputo resistere, mi son comprato un euro dell’eccellente focaccia che si produce in una certa panetteria di Nizza Monferrato.
Ottima.
Ecco, credo che questa contrapposizione descriva abbastanza bene come mi sento all’idea di tre anni solidi di ricerca pagata presso un ateneo prestigioso, al fianco di ricercatori eccellenti.
Sono stato troppo a lungo uno schifoso freelancer per riuscire a trascendere la focaccia, per abbandonarmi allo spumante.
Sono stato troppo a lungo un cybernomade, un indirizzo e-mail, un’apparizione fugace ai congressi, per riuscire adesso ad adattarmi con facilità al new deal.
E credo – spero – che questo mio ipotetico handicap possa in qualche modo mutarsi in un vantaggio, offrendomi la possibilità di portare un atteggiamento mentale diverso all’interno del gruppo di lavoro, una prospettiva diversa.
Ci sarà da lavorare sodo.
E non si tratterà solo (e qui prevengo un ovvio intervento – vero Elvezio?) di contare animali morti microscopici, ma di sviluppare e proporre soluzioni pratiche per rendere più facile la transizione verso un futuro con meno petrolio, e con un certo numero di problemi climatici e ambientali.
Ecco, ci sarà da lavorare sodo, ma mi viene offerta l’opportunità di essere parte della soluzione, non parte del problema.
È più di quanto potrei chiedere, ma è il minimo che potrei accettare.
Ora devo solo cercarmi un microscopio di seconda mano…

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TV dei ragazzi
All’ultimo minuto
Un momento di affrettata autopromozione…
Domani, dalle 10 alle 12, presso la Biblioteca Shahrazaddi Corso Marconi, a Torino, si terrà l’incontro “Genio e follie della letteratura fantastica”, a cura di Davide Mana (ooops!) e Silvia Treves.
L’ingresso è libero.
Se il titolo dell’incontro è allegramente generico, il menù dei possibili argomenti da presentare al pubblico è certamente vasto e multiforme.
Sarà una buona occasione per parlare di fantastico in Italia.
E di altre creature semimitiche.
Partecipate numerosi.
(ed ora via, a tracciare la mappa mentale della presentazione)

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