La forma breve
Il discorso aperto con Tutti Romanzieri merita di essere continuato.
Una considerazione sciocca – quando vi chiedono quali libri abbiano maggiormente influenzato la vostra vita, normalmente si aspettano in risposta un elenco di romanzi.
Narrativa breve e saggistica non sono contemplate.
Nel nostro paese – non guardiamo all’estero per il momento – la narrativa breve gode di una reputazione pessima.
Talmente pessima che non ci sono riviste che pubblichino narrativa breve.
Le antologie e le raccolte di racconti vengono viste dagli editori come un anatema – anche se vengono comunque pubblicate.
In libreria le antologie sono nascoste sullo scaffale più alto.
Eppure (sfrutto un suggerimento di Elvezio Sciallis), Raymond Carver, forse il più popolare narratore mainstream di qualità ad emergere negli ultimi due decenni, ha scritto solo narrativa breve.
Sam Shepard – autentico uomo del rinascimento, un po’ trascurato dalla stamnpa nostrana per il suo carattere schivo – scrive solo commedie o racconti.
Ernest Hemingway divenne clamorosamente popolare per i suoi racconti e creò la lingua della letteratura americana moderna insieme con Raymond Chandler e Dashiel Hammett, entrambi autori prevalentemente di narrativa breve.
E in Italia?
Mario Soldati si specializzò in novelle.
Racconti furono il pane di Italo Calvino.
Racconti scrissero Salgari, Vamba e Yambo (a cosa ci si deve ridurre per non figurare col proprio vero nome fra i fantasisti).
Racconti scrissero tutti i grandi della nostra letteratura “alta” – salvo forse gli ottocenteschi.
Ma non scorsiamoci che una gran potatura è stata fatta, stralciando dal registro tutti quegli autori che non si conformavano ad una certa ortodossia.
Allora cos’è che non va?
Perché sette principianti su dieci si buttano sul romanzo?
Perché sperano sia più facilmente pubblicabile?
Perché hanno sempre e solo letto romanzi?
Perché niente di meno sarebbe alla loro altezza (o così cedono)?
Perché il romanzo è più facile?
Ma è davvero più facile?
Il romanzo richiede una mappatura più fitta.
Rappresenta un territorio più ampio, quindi mi servirà una outline più dettagliata che non per un racconto.
Mi servono una manciata di buone idee, un paio delle quali portanti, per mantenere viva l’azione.
Dovrò stendere una scheda per ciascun personaggio principale.
Mi potrebbero serviredei riferimenti al mondo reale – dati storici, geografici, antropologici o quant’altro…. Grazie al cielo c’è internet.
Poi comincio.
Dieci pagine al giorno per un mese, ed ho il mio romanzo di trecento pagine.
Certo, riscrivo un sacco – quindi ogni giorno di pagine ne scrivo venti per tenerne dieci.
Ma se non si guarda la televisione alla sera e si batte velocemente al word processor, si può fare nel tempo libero.
Un romanzo al mese.
Considerando unmese di pausa e uno per rivedere il manoscritto, posso scrivere anche sei romanzi l’anno.
Mica male.
Il racconto posso mapparlo in maniera molto più elastica.
Una serie di punti e via.
Mi servono per lo meno due idee, meglio se ne ho tre – non di più, o la cosa si fa confusa.
Ci sono meno personaggi, e restano in scena di meno – posso improvvisare per la maggior parte, e schedare solo il protagonista.
La ricerca – maledizione! – è la stessa…. Grazie al cielo c’è internet.
Poi comincio.
Dieci pagine al giorno per una settimana, tenendone la metà, e ho la mia storia compiuta di trenta e rotte pagine, scritta nel tempo libero.
Una settimana di pausa, una settimana per la revisione, posso sfornare due racconti al mese.
Di più se mantengo ritmi da rivista pulp.
Quale dei due metodi è “migliore”?
Palesemente non è una questione di logistica.
Per tutte le loro differenze, non esistono vantaggi sostanziali che facciano prevalere il racconto sul romanzo.
Allora dev’essere una questione di tecnica.
Ed in effetti, dovendomi concentrare su 10/15.000 parole anziché su 60/100.000, posso scendere molto più a fondo.
Posso limare le frasi, passare un’ora sulla scelta di un aggettivo.
Posso giocare a togliere – scrivere in eccesso e poi in fase di revisione eliminare un terzo delle parole.
Posso giocare.
Non usare il verbo essere.
Non usare vocaboli di derivazione anglosassone.
Non usare la lettera “z”.
Sfruttare una struttura esotica – Cordwainer Smith scriveva con una struttura mutuata dalla narrativa orale cinese.
Proprio come nel caso della musica, ci sono studi che spazzano via intere sinfonie per laloro intricatezza tecnica, così il racconto può diventare infinitamente complesso a livello strutturale.
E’ per questo, forse, che scrivere narrativa breve è un po’ come praticare il wing chung – una questione di economia di movimenti e precisione dei colpi.
Se toppiamo, tutta la struttura crolla.
Mentre in un romanzo possiamo permetterci una maggiore rilassatezza, e sapere che se anche il prossimo colpo non andrà completamente a segno, avremo tempo di rifarci.
Ma tutte queste sono belle chiacchiere.
A cosa pensa il narratore in erba, quando si siede alla tastiera e comincia a comporre?
Non ne ho la più pallida idea.
Pfeiffer è il cervello all’origine dei
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Lester Dent pubblicò un romanzo ogni due settimane per alcuni decenni.
Samuel R. Delany basava la propria distinzione fra romanzo e racconto sulla base dell’intervallo temporale coperto – il racconto si concentra su un momento essenziale della vita del protagonista, mentre il romanzo segue idealmente il protagonista dalla nascita alla morte.





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