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Archive for 12 Ottobre 2007

J.R.R.T.

12 Ottobre 2007 Davide 2 commenti

Cult Books, di Rai Tre, ha appena finito di fare il santino a John Tolkien.

Stas Gawronsky ha letto stralci da Lo Hobbit e da Il Signore degli Anelli (tutti imperniati sugli hobbit) e ci ha raccontato di come nel 1916 Tolkien combatté nella battaglia delle Somme.

Che viene prima o dopo la Guerra dei Quoti, chissà.

Un critico ha negato la natura escapista della letteratura “apparentemente” fantastica di Tolkien, in barba a tutti gli scritti del povero John su “la sacrosanta fuga del prigioniero”.

Un critico ha disinnescato il mito di Tolkien destrorso, cosa che avrà magari ridotto in lacrime una buona fetta dei lettori de Il Signore degli Anelli.

Non piangete, bambini – Tolkien era di destra. Forse il suo libro no, ma lui si. E’ un po’ difficile da capire, ma crescendo magari ci arriverete.

E’ stata sottolineata la dominante cristiana del libro.

Sono stati menzionati gli Inklings.

E’ stato suggerito un intento ecumenico nell’opera di Tolkien – una specie di volemose bene interraziale, lui, che immaginava gli orchetti come una memoria atavica delle razze turaniane e mongoloidi, razzista che era…

In sottofondo scorrevano immagini dal film di Peter Jackson, da Highlander, da qualcosa che poteva essere Braveheart.

E non uno che abbia usato la parola fantasy.

La narrativa di Tolkien come metafora non consolatoria.

Il Signore degli Anelli come trionfo degli umili.

Sarà.

Io torno a leggermi John Myers Myers.
Silverlock.
Che voi non conoscete.

Peggio per voi.

Categories: film

Be Bop Deluxe

12 Ottobre 2007 Davide Lascia un commento

Sto scrivendo un racconto che ha per tema la musica (beh, ne ho due o tre cominciati, in effetti), e ascolto un sacco di musica in sottofondo.

I Be Bop Deluxe non li conosce più nessuno, ed è unpeccato.
Tecnica impressionante, presenza scenica per lo meno non banale, canzoni incredibili e una passione per la fantascienza e il fantastico che ne fa uno dei maggiori gruppi fantastici degli anni ormai trascorsi.

Ora, potrei parlare per un’ora di quanto fossero in gamba, e non servirebbe a nulla.

Ascoltateli.

Down on Terminal Street, da Modern Music, 1976.
Registrata trent’anni fa dal vivo all’Old Gray Whistle Test.
Il video è mediocre, l’audio più che accettabile.
Questa piacerà al mio amico Fabrizio, quando passerà di qui.

http://www.youtube.com/watch?v=ub81l6o9pdA

L’uomo alla chitarra è Bill Nelson.

Rose multicolori?

12 Ottobre 2007 Davide Lascia un commento

Quanto segue è la risposta all’ultimo post di Massimo Soumaré sul suo blog

Come abbiamo visto nei precedenti post, non e’ poi cosi’ vero come molti si lamentano che in Italia non ci siano persone che si danno da fare. Magari non saranno molte, pero’ indubbiamente esistono. Certo riuscissero ad avere un po’ piu’ di sostegno da parte di editori, produttori, ministero della cultura e quant’altro non dovremmo sentire piu’ la classica frase della signora con la spesa in mano “Ce li rubano i paesi esteri le menti migliori! Ladri!”. No, signora, diciamolo una volta per tutte, vanno via dall’Italia semplicemente perche’ chi sa fare spesso non viene messo in condizione di dare il meglio nel suo lavoro, si va via perche’ manca un sistema di meritocrazia, si va via perche’ nella ricerca nessuno vuole investire…
Alla televisione inneggiano al fatto che il vincitore del Nobel sia italiano (va beh, e’ solo un piccolo particolare quello che dall’eta’ di nove anni abiti in America, no?). Ma la domanda sorge spontanea: se fosse cresciuto in Italia avrebbe davvero avuto la possibilita’ di raggiungere un tale risultato?
Nonostante tutto, c’e’ ancora qualcuno che in questo paese si da da fare. Basta solo considerare l’esplosione dei lavori del cinema indipendente su internet, gli esperimenti della letteratura di genere di questi ultimi anni…un movimento che pare partire dal basso.
Sta forse per sbocciare una nuova rosa dai petali multicolore?

Ho i miei dubbi.
Ma se succederà, credo utilizzerà canali non ortodossi per crescere e diffondersi – nuovi modelli commerciali, marketing virale, diffusione personalizzata, autoproduzione e quant’altro.
Le strutture tradizionali – editori, riviste, persino certe comunità on-line e siti internet – sono troppo chiusi su se stessi per poter partecipare in qualcosa di radicalmente nuovo.

E, terribile ammetterlo, la nascita di una nuova generazione di ingegni (“intellettuali” essendo ormai termine screditato, così come “creativi”), aperti al pubblico e desiderosi di operare in questo paese sarebbe davvero qualcosa di radicalmente nuovo.

Eppure le cose si muovono.
Nell’ultima settimana, tre grossi gruppi musicali hanno detto addio alle rispettive case discografiche diventando “free agents” (nella gustosa definizione del leader dei Nine Inch Nails) – distribuiranno la loro musica via internet con un sistema a riscatto o a offerta libera.
D’ora in avanti, chi non farà lo stesso sarà uno sciocco (e penalizzato) – a me no che le case discografiche non cambino (improbabile).
Molti registi distribuiscono intanto la propria opera come download, o attraverso canali tematici su Joost e Miro, e partecipano a mostre del cinema virtuali – spesso riprese poi da manifestazioni storiche reali (Venezia, Berlino).
Molti di questi film arrivano poi sul mercato dei DVD (o DViX) saltando a pié pari la distribuzione nelle sale o su reti televisive.
In alcuni paese (ma non in Italia, come ha tenuto a farmi notare qualcuno) fumettisti autoproducono le proprie opere e spostano decine di migliaia di copie al di fuori dei canali editoriali mainstream.

E non abbiamo neanche sfiorato il crescente movimento per l’Open Source nei testi scientifici – la Public Library of Science, che tende a svincolare da una certa tirannia delle case editrici cartacee la pubblicazione di articoli accademici, superando così (ad esempio) i tempi tecnici e l’ovvio ritardo che referaggio, revisione, impaginazione, correzione, stampa e distribuzione impongono ora alla diffusione delle scoperte scientifiche.

Tutto questo sta accadendo, ora, là fuori.
E curiosamente, in un mercato che ci vuole tutti freelancer per fare un favore alle aziende, figure che tradizionalmente hanno rivestito il ruolo di liberi imprenditori di se stessi (gli artisti, gli intellettuali, i chierici itineranti) sembrano sul punto di organizzarsi in un informale ma ben connesso network di liberi agenti.

Per i libri, per la narrativa la cosa è un po’ diversa.
Bisognerà prima di tutto vincere il pregiudizio contro il libro autoprodotto – è ok se un musicista o un regista pubblica da sé la propria opera, se io mi stampo i miei romanzi sono un cialtrone…
Pregiudizio amorevolmente accudito e nutrito dagli editori tradizionali.
Superato questo – la convinzione infondata che un libro dell’editore X a 30 euro sia automaticamente migliore di un volume autoprodotto da 5 euro – il mercato sarà pronto anche per una maggiore diffusione della letteratura.
Esistono esperimenti coraggiosi – e di successo – come quelli promossi da Jim Baen (primo editore ad offrire gratuitamente in download un’ampia fetta del proprio catalogo e ad abbracciare l’editoria elettronica), autori come Cory Doctorow o Charles Stross.
In Italia, i libri di Roberto Vacca, rispettato divulgatore e solido romanziere, sonodisponibili come e-text a pagamento.
E vendono.
E proprio in Italia è stato stampato, qualche anno addietro, il primo, minimo manuale per fumettisti indipendenti e autoprodotti – Fare Fumetti, di Davide Toffolo.Quindi ciò che sta accadendo là fuori potrebbe accadere anche qui.
La rosa multicolore di cui favoleggia Soumaré in un impeto poetico potrebbe sbocciare.

Ma ci vorrà UN SACCO di lavoro.
E per prima cosa dovremo smettere di dire che “però l’Italia è una realtà troppo diversa…” bla bla bla.

La realtà è ciò di cui riuscite a convincere il prossimo.