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Senza Windows, grazie….

24 Ottobre 2007 Davide 4 commenti

Una buona notizia dal mondo dell’informatica.
Più o meno.

“Comprando un computer oggi ci si trova nell’assurda situazione di non poter scegliere il sistema operativo con cui farlo funzionare, ma di doverlo comprare con il sistema operativo già installato da parte del produttore del PC e più precisamente con Microsoft Windows. Questa è una pratica che ormai tutti i produttori hanno adottato, rendendo di fatto impossibile acquistare un computer di marca senza il software preinstallato. È come se, dovendo acquistare un vaso, si fosse costretti a pagare anche per una pianta, magari sempre la stessa e del solito agricoltore”.

Stando a quanto pubblicato di recente da il Punto Informatico, il giudice di pace di Firenze ha riconosciuto la legittimità della richiesta di rimborso da parte di quegli acquirenti che, all’acquisto del nuovo computer, non siano interessai al sistema operativo preinstallato.

il rimborso appare dovuto, sussistendo per l’utilizzo del software un contratto separato (con condizioni oltretutto molto particolari) che il compratore non ha possibilità di conoscere prima di aver comprato il prodotto (né è certo sufficiente a tal fine che gli opuscoli indichino che il computer è equipaggiato con un “certo” software) e che, se non accettato, impone appunto di restituire quella parte dell’acquisto lasciando il compratore con un prodotto comunque diverso e di minor valore rispetto a quello pagato

In altre parole – volete un nuovo computer sul quale far girare Ubuntu?
Invece di comprare una macchina con WindowsVista precaricato, riformattare l’hard disk e andare di Ubuntu, potete chiedere che il sistema non venga caricato, beccarvi 140 euro di sconto (come da sentenza Fiorentina) e poi caricare Ubuntu come vi pare.

Bello liscio.

C’è un solo ma.

Poiché la sentenza è stata emessa da un giudice di pace, e non da un tribunale in senso stretto, “non produce giurisprudenza”.

In altre parole, per il momento, affinché il giochino dello sconto funzioni dovete portare il vostro rivenditore di materiale informatico davanti ad un giudice di pace, e documentare la vostra richiesta.

Usando magari le risorse rese disponibili da ADUC.

La lista dei bestseller

24 Ottobre 2007 Davide Lascia un commento

A volte la vita imita l’arte.

E mentre sui piccoli blog nostrani si dibatte di qualità letterarie, hype e payola, lo stesso meccanismo che ha inguaiato il blog di Elvezio Sciallis con i legali di Ciccio and the Comets viene analizzato in unainteressante, costruttiva polemica a distanza su alcuni blog ad alto profilo della blogsfera anglofona.

Tutto comincia il 21 ottobre, con un articolo del New York Times sulla New York Times Best Seller List, certo la più autorevole e influente Top ten della carta stampata al mondo.
Entrare nella NYT Best Seller List è come vincere l’Oscar – unacertificazione di qualità, uno sprone alle vendite, unapataca da appiccicare sulla copertina del libro.
Un autore inclusoi nella lista può chiedere un extra di circa 100.000 dollari sul prossimo contratto – e se l’editore è intelligente glieli darà: dopotutto, l’autore è una macchina certificata per fabbricare best-seller.

L’articolo del New York Times spiega come siano necessari meccanismo statistici particolari per evitare manipolazioni del mercato da parte degli editori (essendo una lista di vendite, la classifica del NYT rischia di risentire fortemente di campagne aggressive di sconto o vendite in blocco) e per evitareche classici persistenti mascherino il successo di novità emergenti.

A standard like this has a commercial benefit for the newspaper. Publishers tend not to advertise titles that are perpetual-motion strong sellers, like “Night,” “To Kill a Mockingbird” and “The Catcher in the Rye.” Clearing them off the list creates room for new books that publishers will advertise.

Il 22 di ottobre l’articolo viene ripreso dal blog 800-CEO-READ Blog, nel quale viene sottolineato come i misteriosi meccanismi della lista del New York Times giustifichino le spesso osservate discrepanze fra la lista dei best seller pubblicata e altre classifiche di vendita o gradimento. ça chiusura è positiva…

While the article doesn’t go deep into the science of the bestseller list, it does show it has been set up to generate an interesting list that is a reflection of real sales and consumers’ current interests.

Ed è su questo post che entra a gamba tesa il nostro amico Seth Godin, economista ed analista di mercato con un occhio alla rete ed uno all’ingegneria sociale, con la semplice osservazione che è tutto molto bello, certo, ma le liste di best-seller sono essenzialmente artefatti del marketing.

The Times’ list is completely fictional. Made up. Divorced from reality. The stated goal of the list is to find (and promote) books that Times editors want people to read, not books that are actually selling a lot.

Quando Hary Potter cominciò avendere come un dannato, la New York Times Best Seller List si inventò una nuova categoria per evitare che uno schifoso fantasy per ragazzi inquinasse la lista dei libri “seri”.

When diet and other books started selling a lot, they made up a new ghetto (miscellaneous) for those books. When books started selling in places like Wal-Mart (thus driving the snootiness factor down) the Times penalized sales in chain outlets. And books like the Bible are banished because they’re not current enough.

Cattivo, eh?
Il fatto è che le sue osservazioni hanno un certo senso.

E come se non bastasse, osserva Godin, manipolare la lista è facilissimo.
Sono ormai noti i librai che forniscono i dati al computer che compila la lista.
Basta che gli autosi si comprino una quantità sufficiente dei propri libri in quelle librerie.

Ed alla fine tutto questo non ha importanza.
Mentre il mercato si fa sempre più connesso, gli unici a dare peso alla lista dei best seller del New York Times sono autori ed editori quando negoziano i loro contratti.
I lettori seguono altre strade, più difficili da manipolare coi metodi classici, più aperte ad iniziative di guerriglia.
Nel conquistare il pubblico, il singolo – di solitol’autore – ha ancora una certa forza contrattuale.

Nel complesso, una analisi interessante sotto tutti i punti di vista.

Solleva punti interessanti, che sarebbe bello vedere esplorati riguardo alle liste italiane – a cominciare da quella pubblicata da TuttoLIbri de La Stampa – l’equivalente, per autorevolezza, a quella americana del NYT.

Ma naturalmente non la vedremo mai, una cosa del genere.