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Frutti proibiti nella nebbia

25 Ottobre 2007 Davide Lascia un commento

Si, il titolo di questo post ha il solo scopo di attirare più visitatori su questo blog.

Il fatto è che in un commento ad un mio post precedente l’amico Andrea ha menzionato Hope Mirrlees ed anche, en passant, l’alfabetismo di ritorno generato dalla necessità di leggersi in inglese ciò che i nostri editori sono troppo miopi, spiantati o vigliacchi per provare apubblicare.

Il riferimento al libro mi spinge ad aprire uno dei miei più vetusti armadi ed a trarne uno scheletro in ottime condizioni, completo e ben conservato, e ad esporlo qui di seguito.

D’altra parte, si avvicina el dia de los muertos, ed avere un rappresentante del Senor Calavera in casa fa molto “a sud del confine”.

Ma procediamo con ordine.

Hope Mirrlees è una per niente conosciuta scrittrice inglese che ha al proprio attivo solo tre romanzi, e di questi uno solo fantastico – Lud-in-the-Mist, del 1926.

Il romanzo è uno dei tanti segreti ben custoditi della comunità di appassionati di letteratura fantastica “alla vecchia maniera”.
In questa sede abbiamo citato altri libri, ed altri ne citeremo.

Ma veniamo al mio scheletro.

Durante il primo anno di università venni colto da una malaugurata infatuazione per una compagna di corso – una di quelle cose delle quali, vent’anni dopo, si ride, anchese un po’ a denti stretti.
Due le aggravanti, in questo caso.
Primo, la giovane donna in questione era fatua, vanesia, poco intelligente e generalmente velenosa, dettagli questi che tuttavia sfuggivano alla mia attenzione (come Yog-Sothot,l’amore è spesso cieco e idiota).
Secondo, per motivi lunghi a spiegarsi (come cantava Bob Dylan), quando uno con la mia faccia mostra interesse per una femmina viva, ciò è causa di imperitura ilarità fra i suoi amici e conoscenti (normalmente una manica di sfigati, che però si guardano allo specchio e vedono George Clooney).

Ciò che disinnescò la mia malaugurata infatuazione fu uncommento che la damigella fece ungiorno sul libro che stavo leggendo.
In inglese – proprio a causa di quella necessità fatta virtù menzionata da Andrea.
“E’ un libro molto diverso dal solito,” cominciai (avrete intuito che quando comincio a parlare di libri tocca spararmi in un piede per fermarmi).
“Si, credo di averlo letto l’estate scorsa.”

Una balla.
Una balla clamorosa.
Da dieci anni il ibro non veniva ristampato in inglese, e in italiano non era mai uscito. Anche fra il pubblico anglosassone era pressocché sconosciuto.
Una fandonia, quindi, una stupida menzogna di comodo per togliersi dai piedi un importuno e intanto darsi un tono.
Stavo leggendo Lud-in-the-Mist.
E intanto mi davo del cretino per aver provato un briciolo di interesse per quella scema.

Lud-in.the-MIst rimase sconosciuto ai più finoa che nel 1976 il compianto Lin Carter non lo ludinthemistincluse nella collana Adult Fantasy dela Ballantine, che all’epoca egli gestiva un po’ come un archivio per la conservazione della narrativa fantastica di qualità.
L’uscita da Ballantine fece uscire Lud-in-the-Mist dall’ombra, per forse un paio d’ore un giovedì pomeriggio.

Poi il libro tornò nel dimenticatoio, sepolto sotto camionate di romanzetti.
Oggi lo ristampa Gollancz (e la copertina che riproduciamo è quella dell’edizione Fantasy Masterworks). Su questo libro giurano e spergiurano Neil Gaiman, Mary Gentle e molti altri esponenti di punta del fantastico contemporaneo inglese.

Il motivo delle periodiche scomparse di questo romanzo dai nostri schermi sono molteplici.
L’autrice è poco nota.
Il romanzo è del 1926, ma ha un vago sentore di scollacciato che non si riesce mai ad identificare.
Oh, è tutto molto “straight and proper”, badate bene, ma il linguaggio pare nascondere qualcosa, come se fuori scena accadessero cose irriferibili.
Semplicemente, Lud-in-the-Mist, città coi piedi saldamente per terra al confine fra una terra dominata dalla Ragione ed una dominata dal Fantastico, sta lentamente venendo infiltrata dal Fantastico.
Attraverso un contrabbando di frutta fatata, ad esempio.
Si tratat di una allegoria?
E di cosa?
Della divisione in classi sociali nell’inghilterra post-vittoriana?
Dell’irruzione della vita selvaggia nella quotidianità anglosassone con l’avvento dell’era del jazz?
Della separazione fra i vivi (che devono seguire delle regole) ed i morti (che ci vogliono fra loro, e quando li raggiungiamo non possiamo tornare indietro)?
O è qualcosa di completamente diverso?

Di sicuro, è un fantasy revisionista, in cui il fantastico è fonte di meraviglia e di terrore. In cui gli elfi non sono necessariamente buoni, non necessariamente ariani.
In cui cedere alle tentazioni è un piacere che si paga.

A me ha insegnato un paio di cose sul fantastico.
E, indirettamente, un paio di cose sul mondo reale.

Naturalmente nessuno si sogna di stamparlo in Italia (ma fate una ricerca con Google, e troverete l’e-text da scaricare gratis).

Rumors

25 Ottobre 2007 Davide 3 commenti

Mi rendo conto di aver parlato troppo di libri negli ultimi tempi e troppo poco dei miei troppi altri interessi.

Mentre la stesura de La Quarta Scimmietta procede – siamo in fase di prima revisione, e sto riscrivendo tutta la seconda parte della storia, circa quattromila parole – continuo ad ascoltare un sacco di musica.

Vecchi dischi in vinile, da decenni sullo scaffale, tornano così alla vita nelle mie lunghe notti – complici la scimmietta e l’insonnia incalzante.

Mi capita così di riascoltare Rumors, dei Fleetwood Mac.
Un disco che mi ha cambiato la vita – e non esagero – e che non ricordavo tanto straordinario.
O meglio, sapevo benissimo che si tratta di un disco straordinario, ma non ricordavo esattamente il perché.

La storia è annosa e l’ho già ripetuta molte volte.
In una notted’estate di venticinque anni or sono (anno più, anno meno), oppresso dal caldo e alienato dalla TV che offriva solo un baraccone presentato da Pippo Baudo, per sfuggire alla noia ripescai un paio di misteriose musicassette da uno scaffale e scoprii i Fleetwood Mac.
Live era stato regalato a mio padre da un amico, e non credo che l’anziano genitore (all’epoca molto meno anziano) lo avesse mai ascoltato.

Fleetwood Mac-Rumours-FrontalIl giorno dopo uscii di casa ed acquistai una copia di Rumors.
Da Ricordi, per ottomila e cinquecento lire.

Era il primo disco di un gruppo che nessuno – ma proprio nessuno – dei miei amici o compagni di scuola conosceva.
I Fleetwood Mac si erano sciolti un paio di anni prima, ed erano un po’ lontani dall’arena giovanilistica Duran/Spandau/Depeche.
Nessuno li conosceva.
Nessuno conosceva Rumors.
Ed a nessuno interessava conoscerlo!
Ed era – ed è ancora – un disco superlativo.

Nati negli anni ‘60 come blues band ed estroflessione dei John Mayall Bluesbreakers, i Macs avevano attraversato all’inizio degli anni ‘70 una crisi surreale – frequenti cambi di formazione, un chitarrista impazzito, uno colto da crisi mistica, un manager truffaldino che mandava in giro band fantasma col loro stesso nome per capitalizzare sul loro successo…
Trasferiti negli Stati Uniti, i tre membri sopravvissuti della band assoldarono una coppia di folk-rockers in cerca di fortuna e crearono così il miglior gruppodegli anni ‘70.

12I Macs del periodo Buckingham-Nicks sono assolutamente perfetti (come si può anche evincere dal loro ritratto qui a destra).

  • un team di tre autori principali estremamente variegato – blues-pop Christine McVie, folk-rock Stevie Nicks, sperimentale Lindsay Buckingham
  • tre voci caratteristiche, inconfondibili e fortememnte individualizzate
  • una sezione ritmica (Fleetwood e John McVie) estremamente precisa ma non per questo meno che spettacolare
  • il miglior chitarrista della sua generazione (Buckingham)
  • un produttore innovativo (Buckingham, di nuovo)
  • una delle presenza sceniche più devastanti della decade (Stevie Nicks)

Rumors cattura l’apice creativo della band – devastata dai conflitti interpersonali (relazioni andate a male, amorazzi, rivalità) e sull’orlo del collasso per un consumo quasi industriale di cocaina.

E’ un disco perfetto, senza una nota fuori posto.

Dalla sua uscita, ha venduto trenta milioni di copie, è al tredicesimoposto fra gli album più venduti del mondo (pur essendo uscito in un’epoca in cui nn esistevano video promozionali e campagne di marketing) e fra i primi titoli nella Top 100 di Rolling Stones.

Contribuì a fare di me un outsider ai tempi del liceo – un’idea romantica, ma cosa posso farci… fatemi causa.
Mi insegnò ad ascoltare la musica, a riconoscere ogni strumento, ad apprezzare l’individualità degli esecutori.

Viviamo in un osceno revival degli anni ‘70.
Ma stranamente MTV si limita a riciclare dubbio glitter rock e becero glam in stile Gay Pride.
Dei Fleetwood Mac non parla più nessuno.

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Invece d riscoprire la ruota…

25 Ottobre 2007 Davide 13 commenti

E’ una tendenza che ho visto iniziare… da qualche parte a metà degli anni ‘80, con una cadenza di circa tre o quattro anni.

  • Terry Brooks
  • David Eddings
  • David Gemmel
  • Harry Turtledove
  • Robert Jordan
  • Terry Goodkind
  • George R.R. Martin

Comparsi all’improvviso sui nostri scaffali, e immediatamente elevati al livello di massimi innovatori di un genere che, prima di loro, aveva sfornato solo pacchianate superoministiche, carta stracciaper adolescenti frustrati di tutte le età e altro ciarpame. Salvo poi scomparire all’avvento del successivo messia.

Tutti piuttosto simili, in effetti.
Orientati su lunghe “saghe” in ambienti genericamente medioevali, con conflitti a scala universale ed eroi riluttanti a salvare il mondo.
Ad ogni nuova generazione un po’ più cinici, un po’ più tecnici, un po’ più abili ad inventare una ruota che funzionava già perfettamente ai tempi di Gilgamesh.
Tutti in gamba, tutti bravini, tutti molto preparati.
Ma essenzialmente identici, ed indistinguibili uno dall’altro.

Leggetene una pagina ad alta voce, e domandate agli astanti di identificare l’autore, se non ci credete.
In inglese, in modo che non si possa incolpare il traduttore.

chronSono questi i momenti in cui maledico Barry Hughart.
Sinologo, dotto accademico, autore infinitamente colto, pubblicò con Bantam-Spectra, a metà degli anni ‘80, tre fantastici romanzi intitolati

  • The Bridge of Birds
  • The Story of the Stone
  • Eight Skilled Gentlemen

Romanzi ambientati in una ipotetica Cina del sesto secolo, che hanno per protagonisti l’anziano filosofo Li Kao ed il suo aiutante/servitore, Bue Numero Dieci.
I due sono impegnati in ciascun romanzo in una indagine.
Lo schema è semplice – si comincia con un problema mondano (un’epidemia, una questione di successione, una truffa ai danni del fisco), sulla quale LI Kao e Bue Numero Dieci investigano come una perfetta copia cinese di Holmes e Watson.
Beh, un Watson nerboruto e ingenuo e uno Sherlock Holmes avvinazzato e scollacciatissimo.

Ben presto tuttavia elementi insoliti emergono dall’indagine – facilmente identificabili all’occhio del lettore come anacronismi fantascientifici: navi volanti, computer, trasmettitori telepatici, entità aliene.

E proprio nel momento in cui il lettore si assesta sulla sua tranquilla razionalizzazione fantascientifica, Hughart gli sfila il tappeto da sotto i piedi, e vira nel fantastico assoluto – perché una nave volante può sembrare a noi il prodotto di una tecnologia anacronistica, ma potrebbe anche essere tenuta in volo da milioni di farfalle aggiogate alla sua prua…

Li Kao e Bue Numero Dieci si trovano così a visitare paradiso e inferno, ad interagire con divinità, a fare tutte quelle cose che accadono normalmente agli eroi della narrativa popolare cinese.

Letteratura d’immaginazione, al suo meglio.
Ed il lettore, completamente spiazzato, chiude il libro chiedendone ancora, grazie, e poi ancora.

Ma Barry Hughart ha deciso di smettere.
Badate, aveva un ciclo completo di sette romanzi, delineato e pianificato con cura.
Ma la reazione del pubblico – e soprattutto le politiche degli editori – lo lasciarono a tal punto deluso, che distrusse l’intera collezione di note e progetti, limitandosi a consentirela ristampa dei primi tre, imperdibili romanzi.
Tornato al suo mondo accademico, ci ha lasciati orfani di un’opera colossale.
Uno dei grandi incompiuti della letteratura fantastica.

Hughart non ha mai reinventato la ruota, e la sua prosa è assolutamente caratteristica.

E naturalmente, nessuno si è mai sognato di offrircelo come alternativa all’ennesimo romanzo pseudomedioevale con uso di stregoneria ed elfi.