Frutti proibiti nella nebbia
Si, il titolo di questo post ha il solo scopo di attirare più visitatori su questo blog.
Il fatto è che in un commento ad un mio post precedente l’amico Andrea ha menzionato Hope Mirrlees ed anche, en passant, l’alfabetismo di ritorno generato dalla necessità di leggersi in inglese ciò che i nostri editori sono troppo miopi, spiantati o vigliacchi per provare apubblicare.
Il riferimento al libro mi spinge ad aprire uno dei miei più vetusti armadi ed a trarne uno scheletro in ottime condizioni, completo e ben conservato, e ad esporlo qui di seguito.
D’altra parte, si avvicina el dia de los muertos, ed avere un rappresentante del Senor Calavera in casa fa molto “a sud del confine”.
Ma procediamo con ordine.
Hope Mirrlees è una per niente conosciuta scrittrice inglese che ha al proprio attivo solo tre romanzi, e di questi uno solo fantastico – Lud-in-the-Mist, del 1926.
Il romanzo è uno dei tanti segreti ben custoditi della comunità di appassionati di letteratura fantastica “alla vecchia maniera”.
In questa sede abbiamo citato altri libri, ed altri ne citeremo.
Ma veniamo al mio scheletro.
Durante il primo anno di università venni colto da una malaugurata infatuazione per una compagna di corso – una di quelle cose delle quali, vent’anni dopo, si ride, anchese un po’ a denti stretti.
Due le aggravanti, in questo caso.
Primo, la giovane donna in questione era fatua, vanesia, poco intelligente e generalmente velenosa, dettagli questi che tuttavia sfuggivano alla mia attenzione (come Yog-Sothot,l’amore è spesso cieco e idiota).
Secondo, per motivi lunghi a spiegarsi (come cantava Bob Dylan), quando uno con la mia faccia mostra interesse per una femmina viva, ciò è causa di imperitura ilarità fra i suoi amici e conoscenti (normalmente una manica di sfigati, che però si guardano allo specchio e vedono George Clooney).
Ciò che disinnescò la mia malaugurata infatuazione fu uncommento che la damigella fece ungiorno sul libro che stavo leggendo.
In inglese – proprio a causa di quella necessità fatta virtù menzionata da Andrea.
“E’ un libro molto diverso dal solito,” cominciai (avrete intuito che quando comincio a parlare di libri tocca spararmi in un piede per fermarmi).
“Si, credo di averlo letto l’estate scorsa.”
Una balla.
Una balla clamorosa.
Da dieci anni il ibro non veniva ristampato in inglese, e in italiano non era mai uscito. Anche fra il pubblico anglosassone era pressocché sconosciuto.
Una fandonia, quindi, una stupida menzogna di comodo per togliersi dai piedi un importuno e intanto darsi un tono.
Stavo leggendo Lud-in-the-Mist.
E intanto mi davo del cretino per aver provato un briciolo di interesse per quella scema.
Lud-in.the-MIst rimase sconosciuto ai più finoa che nel 1976 il compianto Lin Carter non lo
incluse nella collana Adult Fantasy dela Ballantine, che all’epoca egli gestiva un po’ come un archivio per la conservazione della narrativa fantastica di qualità.
L’uscita da Ballantine fece uscire Lud-in-the-Mist dall’ombra, per forse un paio d’ore un giovedì pomeriggio.
Poi il libro tornò nel dimenticatoio, sepolto sotto camionate di romanzetti.
Oggi lo ristampa Gollancz (e la copertina che riproduciamo è quella dell’edizione Fantasy Masterworks). Su questo libro giurano e spergiurano Neil Gaiman, Mary Gentle e molti altri esponenti di punta del fantastico contemporaneo inglese.
Il motivo delle periodiche scomparse di questo romanzo dai nostri schermi sono molteplici.
L’autrice è poco nota.
Il romanzo è del 1926, ma ha un vago sentore di scollacciato che non si riesce mai ad identificare.
Oh, è tutto molto “straight and proper”, badate bene, ma il linguaggio pare nascondere qualcosa, come se fuori scena accadessero cose irriferibili.
Semplicemente, Lud-in-the-Mist, città coi piedi saldamente per terra al confine fra una terra dominata dalla Ragione ed una dominata dal Fantastico, sta lentamente venendo infiltrata dal Fantastico.
Attraverso un contrabbando di frutta fatata, ad esempio.
Si tratat di una allegoria?
E di cosa?
Della divisione in classi sociali nell’inghilterra post-vittoriana?
Dell’irruzione della vita selvaggia nella quotidianità anglosassone con l’avvento dell’era del jazz?
Della separazione fra i vivi (che devono seguire delle regole) ed i morti (che ci vogliono fra loro, e quando li raggiungiamo non possiamo tornare indietro)?
O è qualcosa di completamente diverso?
Di sicuro, è un fantasy revisionista, in cui il fantastico è fonte di meraviglia e di terrore. In cui gli elfi non sono necessariamente buoni, non necessariamente ariani.
In cui cedere alle tentazioni è un piacere che si paga.
A me ha insegnato un paio di cose sul fantastico.
E, indirettamente, un paio di cose sul mondo reale.
Naturalmente nessuno si sogna di stamparlo in Italia (ma fate una ricerca con Google, e troverete l’e-text da scaricare gratis).
Il giorno dopo uscii di casa ed acquistai una copia di Rumors.
I Macs del periodo Buckingham-Nicks sono assolutamente perfetti (come si può anche evincere dal loro ritratto qui a destra).
Sono questi i momenti in cui maledico Barry Hughart.





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