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Archive for Dicembre 2007

Io sono leggenda – horror e/o fantascienza

30 Dicembre 2007 Davide 4 commenti

Io questo post non lo volevo fare.
Ma poi, siamo alle solite, sul suo blog Elvezio Sciallis annuncia un articolo revisionista su I am Legend, di Richard Matheson,

fra qualche giorno magari parliamo di come Io sono leggenda di Matheson non sia poi questo grande capolavoro della letteratura horror…

E come posso io a questo punto trattenermi?

A parte che criticare negativamente Matheson è peccato mortale, ma poi… non è I am legend un grande capolavoro della letteratura horror?
Certo che no: di fatto, Io sono leggenda – il romanzo, non necessariamente i film – è una storia di fantascienza, non dell’orrore. Utilizza alcuni elementi della narrativa orrifica – i vampiri – ma all’interno di un impianto fantascientifico ortodosso (sarei quasi tentato di dire campbelliano) e piuttosto rigoroso. Giudicarla quindi dal punto di vista dell’efficacia come narrativa horror potrebbe mancare il bersaglio.

Ma a questo punto, si devono delimitare con precisione i campi, per decidere se il romanzo di Matheson caschi di qua o di là della linea di confine.
Ammesso che tale linea esista.

Vediamo.
Contenutisticamente, la fantascienza descrive eventi immaginari ma plausibili estendendo razionalmente lo stato attuale delle conoscenze relative alla realtà. Descrive quindi mondi ed eventi possibili, anche se molto molto improbabili.
Il fantasy, per contrasto, descrive eventi immaginari e non realizzabili nella realtà come noi la conosciamo, chiamando in causa quindi mondi impossibili, realtà altre.
L’orrore, infine, descrive eventi immaginari e inaspettati, che per loro natura suscitano l’orrore, il raccapriccio, la riflessione sui lati più oscuri dell’animo umano e dell’universo, spesso estendendo fino alle estreme conseguenze logiche non tanto ciò che sappiamo sull’universo, ma ciò che non sappiamo.

In generale, mi aspetterò che la fantascienza mi spieghi in maniera plausibile (fisica quantistica, evoluzione parallela, anomalie astronomiche…) perché le cose stanno in un certo modo, mentre il fantasy non ha l’obbligo di razionalizzare gli elementi centrali della narrativa (la magia esiste), ma piuttosto deve assicurarsi che nulla contravvenga le nuove regole di campo una volta definite; l’horror può invece fare ricorso ad altre fonti – quali folklore, religione o pseudoscienza (vudù, testi sumeri scritti col sangue, profezie bibliche) – per giustificare ciò che viene messo sulal pagina.

I tre generi si distinguono poi anche sul piano formale – ne abbiamo già parlato.

Nulla e nessuno ci impediscono di mescolare i generi, naturalmente.

Ora, diamo un’occhiata ad I am legend.
La trama descrive eventi immaginari ma plausibili nella realtà quotidiana (ricordiamoci che il testo è del 1954), nel mondo reale – i vampiri esistono, e sono il prodotto di una infezione virale. Non sono cadaveri rianimati, creature demoniache o esseri sovrannaturali.
In effetti non vi è nulla di sovrannaturale in questo romanzo.
Molti degli elementi folklorici del vampirismo tradizionale sono spiegabili con gli effetti del virus che John Neville, a metà romanzo, riesce ad isolare e ad inquadrare negli oculari del proprio microscopio.
Nulla di sovrannaturale.
La tensione del romanzo non nasce dal tradizionale scontro umani-vampiri, dal pericolo costituito dalla minaccia vampirica.
I veri motori emotivi del romanzo sono piuttosto il senso di isolamento del protagonista e la sua ricerca per una possibile cura; si tratta in effetti di due tendenze opposte – tanto più John Neville si rende conto di essere l’ultimo umano sulla terra (una leggenda, appunto, una creatura rara e spaventosa) tanto più la sua ricerca si fa inutile.
Cosa se ne faranno della “cura”, i rappresentanti della maggioranza e – poer estensione – i “normali”?

Insomma, mi pare lecito definire I am legend fantascienza poiché affronta con taglio fantascientifico argomenti che sono per loro natura fantascientifici – “cosa succederebbe se tutti gli abitanti del globo tranne uno diventassero vampiri?”

Non solo quindi l’impianto razionale del romanzo è tipicamente fantascientifico, ma anche i temi centrali sono piuttosto lontani da quelli dell’orrore.
La nuova civiltà fondata dai vampiri viene descritta con non poca ironia, ma anche con l’accuratezza di solito riservata ad una cultura aliena.
Poi, certo, c’è l’assedio notturno della casa di Neville, ci sono is uoi vagabondaggi per la città deserta.
Ma ancora una volta il senso di angoscia non deriva tanto dal confronto con il vampiro, quanto dalla consapevolezza della solitudine.
La minaccia della perdita di identità individuale dovuta alla vampirizzazione – classico tema dell’orrore – viene rimpiazzata dalla minaccia di perdita di identità sociale per la trasformazionedella società a cui apparteniamo – un classico tema fantascientifico.
Non horror, quindi, ma distropia.

Anno nuovo swing

29 Dicembre 2007 Davide Lascia un commento

Le poste si dimostrano ancora una volta esemplari nello smarrire i miei pacchi o nel ritardarne la consegna in maniera patologica, investite come ogni anno dall’”Emergenza Natale”
Poverelli, i vertici del servizio postale nazionale non sapevano fino all’ultimo che Natale sarebbe arrivato anche quest’anno, ed a fine novembre la conferma della festività li ha colti comprensibilmente impreparati.
Se le esperienze degli anni passati sono una buona base per delle previsioni, un terzo di ciò che sto aspettando scomparirà per sempre, mentre il resto verrà spalmato in consegne a sorpresa tra qui e marzo.
E la sindrome da festività inaspettata coglie ora anche i servizi di corriere – da una settimana i dipendenti della SDA si dimostrano incapaci di trovare il numero 24 di Corso Traiano, una delle arterie a maggior traffico di Torino, e si sballottano così un pacchetto che avrebbe dovuto essere qui il 24 di dicembre.
Indirizzo sconosciuto, segnalano sul parcel tracking system del loro sito.
Eh, già.
Idioti.

In questa desolazione – niente libri, niente film e dischi, peggio, niente regali per amici e familiari, un solo album ha attraversato l’oceano e le Alpi per arrivare, stremato ma integro, sul mio lettore – The Rise and Fall of Ruby Woo, ultima fatica delle Puppini Sisters.
Gruppo vocale a cappella stile Andrews Sisters con all’attivo una interessante selezione di brani storici riarrangiati in swing anni ‘40, le tre polpose signorine (due inglesi e un’italiana) non sono esattamente roba da strapparsi i capelli, ma fanno il loro lavoro più che degnamente, e possiedono una tecnica notevole.
In Gran Bretagna hanno all’attivo un gran numero di apparizioni live, e pare che dal vivo rendano molto di più che su disco – ma non si può forse dire lo stesso di qualsiasi artista?

Figura anomala nel panorama dello swing revival, le tre sorelle Puppini hanno fatto comunque un disco piacevole per i pomeriggi festivi, per tenere a bada il freddo e il deserto mediatico.
In attesa dell’anno nuovo.

Categories: musica Tag:,

Sogni

28 Dicembre 2007 Davide 2 commenti

Ho una vasta e variegata collezioni di libri sull’insonnia, ma stanotte, mentre la casa ronfa, non ho voglia di mettervi mano, e preferisco scrivere sul mio blog uno degli ultimi post dell’anno.

Da un paio di giorni alcuni commenti scambiati con un visitatore di queste pagine mi danno da pensare.
Potrebbe esserci nascosta una storia, in queste idee che mi perseguitano, o più d’una, o solo un dannato pork chop express.
Vediamo…

Il mondo si sta riempiendo di zombie.
E non intendo con zombie i pur rispettabili sottoproletari del cinema horror, le orde senza volte affamate di cervelli freschi (anche se la metafora è calzante) che cineasti più o meno dotati ci hanno inflitto negli ultimi decenni, ma piuttosto le orde senza volto dei nostri salariman, per usare un termine giapponese, di quelle persone che paiono andare a costituire la maggioranza.
I forzati del ciclo lavoro-palestra-serata in disco.
I portatori sani di telefono cellulare.
I finti giovani.
I finti allegri.
I finti felici.
E le loro famiglie.

Il mio visitatore Giovanni sostiene che non sappiano sognare.
Io sostengo invece che siano intrappolati in un sogno.
Ed abbiamo ragione entrambi, credo, o osprimiamo sensazioni e sentimenti simili con metafore apparentemente opposte.

Dipenderà forse dal fatto che io sono un giocatore di ruolo.
Oltre a condurre la mia doppia vita (accademico e letterato), per me è normale una volta alla settimana sedere ad un tavolo e, con l’ausilio di unamanciata di dadi ed una matita, tramutarmi per qualche ora in unpersonaggio immaginario – esploratore e avventuriero negli anni ‘30, onesto gangster di Hong Kong, shadowrunner in un mondo cyberpunk…
E’ un divertimento sano.
Stimola la fantasia, amplia la cultura, ci si fanno delle matte risate.

Ma non fanno forse qualcosa di simile – e molto meno sano – i bancari che al termine di cinque giorni di burocratica attività finanziaria si dispongono coi tatuaggi esposti in groppa ad improbabili Harley acquistate in leasing per un weekend da biker?
O le serie segretarie d’azienda che armate di improbabili mise al limite del fetish ed una manciata di pillole illegali si tramutano in baccanti da discoteca col calare del sole del venerdì per riemergere sfatte e disorientate col sole del lunedì?
E tutti coloro che si spaccano in palestra con tempi e ritmi e anabolizzanti da regime d’allenamento sovietico, per crearsi un corpo nuovo e diverso, conforme ai canoni, facendo dell’Italia la popolazione più allenata e meno praticante sport al mondo?

L’impressione – che poi si parli di non saper sognare o di aver mollato gli ormeggi dalla realtà poco importa – è che la realtà sia divenuta per la maggioranza un peso talmente intollerabile che diventa necessario evaderne costruendosi una identità fittizia.
Un nuovo nome.
Una maschera.
Una temporanea affrancatura dalle regole.
E non in maniera ludica e consapevole, ma inconsapevolmente, in risposta a stimoli mediatici e manipolazioni occulte.
Per esserecome i VIP della televisione.
Per fare come nella pubblicità.

La dissociazione schizofrenica fra le due o più vite dei nostri zombie è probabilmente alla radice del loro stato dominante di zombie – la quotidianità come trappola, come necessaria gabella da pagare al fine di potersi permettere il costume e la Batmobile, e pertanto affrontata con muta rassegnazione, con non poca ostilità verso il prossimo, con nessuna cura per la qualità del lavoro che si svolge.
E’ un circolo vizioso patologico e letale. Come diceva quella vecchia pubblicità progresso: tiro cocaina per poter lavorare di più per poter fare più soldi per poter tirare cocaina per lavorare di più….

Dreaming is free, cantavano i Blondie, ma qui non dobbiamo scordarci che c’è anche un bel giro di quattrini – dalla palestra ai capi firmati al bilancio di spacciatori e personale d’intrattenimento.
Più in sintonia quindi il Have you any dreams you’d like to sell dei Fleetwood Mac.
Dreams of Loneliness, puntualizzava Stevie Nicks.

E il grosso problema rimane perché la Realtà è sempre più sorprendente di qualsiasi simulazione.
Lo sanno bene i giocatori di ruolo.
Se ne accorgono in maniera traumatica gli zombie dissociati – che sbarellano.
Vanno in overdose.
Si spalmano su un muro in calcestruzzo.
Finiscono accoltellati in ridicoli duelli rusticani.
Accoppano o finiscono accoppati in maniere eterogenee.
Avvizziscono in preda all’anoressia.

Forse, sela gente tornasse ascendere a patti con la realtà…
Se imparasse nuovamente a sognare – o a distinguere veglia da sogno…

Ma naturalmente non capiranno mai.
Vogliono tutti provare l’estremo (sesso estremo, sport estremi, vacanze estreme), vogliono tutti sentire l’adrenalina, vogliono tirare la coda della tigre.
E sperano di riuscirci senza pagare il prezzo.
Idioti.

Musica natalizia 6

23 Dicembre 2007 Davide Lascia un commento

Cosa sarebbe Natale senza Jingle bells?

Ecco quindi l’esecuzione di Billy Idol.
O del suo zombie.

http://it.youtube.com/watch?v=U_5R1UiaO0U

Per chi preferisse cose un po’ più tirate dai resti di Guglielmino Idolo…

Yellin at the Christmas Tree…
Ma è una specie di orribile Second Life.
http://it.youtube.com/watch?v=H0Fp7LcJLc4

Noi, piuttosto, vogliamo ricordarlo così

http://it.youtube.com/watch?v=oncL0sdgDxE

Buon Natale.

Categories: musica

Web design per chi chiede “perché” e non “come”

23 Dicembre 2007 Davide Lascia un commento

Natale è alle porte.
Mentre sistemo gli ultimi progetti e cerco di rimetter in carreggiata la mia carriera di freelance deragliata sulla pista di Caselle la settimana passata, inizio anche a pianificere i progetti dell’incombente 2008.
Fra questi, uno dei più exciting, come direbbero gli anglosassoni (perché in italiano “eccitante” fa pensare ad altre cose), è la cura della presenza web di una iniziativa culturale molto interessante ed ancora coperta da un prudente riserbo.
Non è la prima volta che disegno un sito web, ma in questo caso la libertà concessami, la qualità dei contenuti e l’importanza del contesto sono tali da spingermi ad andare un po’ più inlà del solito.
Vorrei poter disegnare un sito web che non sia un’appendice del progetto ma una parte integrante, che cresca con esso e ne costituisca un ulteriore elemento d’interesse.
Il che vuol dire tornare sui banchi di scuola.
Dato per acquisito il linguaggio HTML, capiti in linea di massima XML e CSS, bisogna andare oltre.
E mi capita così fra le mani The Art and Science of Web Design, testo fondamentale del giovane Jeffrey Veen.
Il libro è uscito nel 2001 ed è a detta dell’autore stesso ormai superato da un punto di vista strettamente tecnologico, eppure i concetti presentati, la filosofia di fondo, funziona ancora perfettamente.
Il trucco è guardare alla programmazione del sito con occhi nuovi.
Capire come pensa chi usa la pagina per offrire ciò di cui il surfista ha bisogno, quando ne ha bisogno, senza che debba chiedere.
Ci riuscirò?
Vedremo.

Intanto, è un progetto spettacolare, e si integra abbastanza bene con altre mie atività – come ad esempio sviluppare un’offerta di corsi on-line per favorire coloro che non ce la fanno (economicamente o logisticamente) a partecipare ai miei corsi dal vivo.
Come dicevo, vedremo.

Intanto, chi fosse interessato al libro di Jeff Veen, lo può scaricare gratuitamente dal suo sito.
Strana gente, in giro per la rete, eh?

Musica natalizia 5

22 Dicembre 2007 Davide Lascia un commento

Per riprenderci dalla follia di Weira Al Yankovic, passiamo a qualcosa di classico.
Per modo di dire.

Jethro Tull.
A Christmas Song.
Una versione live riarrangiata del 2003 di questa canzone del ‘72.
Semplicemente geniale.

http://it.youtube.com/watch?v=3zm9RmfNZIA

E’ ovviamente colpa di Ian Anderson se io infliggo il mio maldestro flauto jazz ai vicini durante l’estate.
Anche di questi ragazzi torneremo a parlare.

Once in royal davids city stood a lonely cattle shed,
Where a mother held her baby.
You’d do well to remember the things he later said.
When youre stuffing yourselves at the christmas parties,
You’ll just laugh when I tell you to take a running jump.
You’re missing the point I’m sure does not need making
That christmas spirit is not what you drink.

So how can you laugh when your own mother’s hungry,
And how can you smile when the reasons for smiling are wrong?
And if I just messed up your thoughtless pleasures,
Remember, if you wish, this is just a christmas song.

(hey! santa! pass us that bottle, will you? )

Categories: musica

Musica natalizia 4

21 Dicembre 2007 Davide Lascia un commento

… e così ci sono persone che non gradiscono la musica di Natale.

Beh, allora questo è per loro…

Weird Al Yankovic.
The Night Santa Went Crazy.
Dall’album Bad Hair Day.
1996

Non male, per uno che ha esordito nel circuito universitario ventisette anni or sono….
Riparleremo di lui.

Il video a cartoni animati….
http://it.youtube.com/watch?v=HTGlUMvbhSw

… ed un live estivo (imperdibile la camicia aloha).
http://it.youtube.com/watch?v=7iKRAnJ6u3M

Down in the workshop all the elves were makin’ toys
For the good Gentile girls and the good Gentile boys
When the boss busted in, nearly scared ‘em half to death
Had a rifle in his hands and cheap whiskey on his breath
From his beard to his boots he was covered with ammo
Like a big fat drunk disgruntled Yuletide Rambo
And he smiled as he said with a twinkle in his eye,
“Merry Christmas to all – now you’re all gonna die!”

The night Santa went crazy
The night St. Nick went insane
Realized he’d been gettin’ a raw deal
Something finally must have snapped in his brain

Well, the workshop is gone now, he decided to bomb it
Everywhere you’ll find pieces of Cupid and Comet
And he tied up his helpers and he held the elves hostage
And he ground up poor Rudolph into reindeer sausage
He got Dancer and Prancer with an old German Luger
And he slashed up Dasher just like Freddy Krueger
And he picked up a flamethrower and he barbequed Blitzen
And he took a big bite and said, “It tastes just like chicken!”

The night Santa went crazy
The night Kris Kringle went nuts
Now you can’t hardly walk around the North Pole
Without steppin’ in reindeer guts

There’s the National Guard and the F.B.I.
There’s a van from the Eyewitness News
And helicopters circlin’ ’round in the sky
And the bullets are flyin’, the body count’s risin’
And everyone’s dyin’ to know, oh Santa, why?
My my my my my my
You used to be such a jolly guy

Yes, Virginia, now Santa’s doin’ time
In a federal prison for his infamous crime
Hey, little friend, now don’t you cry no more tears
He’ll be out with good behavior in 700 more years
But now Vixen’s in therapy and Donner’s still nervous
And the elves all got jobs working for the postal service
And they say Mrs. Clause, she’s on the phone every night
With her lawyer negotiating the movie rights

They’re talkin’ bout – the night Santa went crazy
The night St. Nicholas flipped
Broke his back for some milk and cookies
Sounds to me like he was tired of gettin’ gypped

Wo, the night Santa went crazy
The night St. Nick went insane
Realized he’s gettin’ a raw deal
Something finally must have snapped in his brain
Wo, something finally must have snapped in his brain
Tell ya, something finally must have snapped… in his brain

Categories: musica Tag:

Farsi un libro 3 – lulu e le altre

21 Dicembre 2007 Davide 1 commento

Curioso come capitino certe cose.

La settimana passata ho scoperto che la RedBrick, meritoria casa editrice neozelandese che da un paio d’anni tiene in vita due prodotti storici come Fading Suns e Earthdawn ha affidato la stampa in cartaceo dei volumi delle due serie a Lulu.com – la più popolare, al momento, azienda di selfpublishing sulla rete.
I loro pistolotti pubblicitari la mettono giù facile…

Romanzi o guide sulla natura, manuali o libri di memorie, libri per bambini o di testo; Lulu ti offre tutto ciò di cui hai bisogno per esprimere il tuo talento – e per venderlo in tutto il mondo, ad un pubblico avido di conoscenza. Cosa aspetti? Condividi la tua saggezza con gli amici, guadagna, raccogli fondi per la tua associazione di beneficenza. In poche parole: conquista il mondo della pubblicazione.

Lulu è insomma uno strano ibrido di stampatore e rivenditore – sul loro sito poso organizzare la produzione del mio libro e intanto acquiistare i libri altrui.
Ora, proprio considerando l’ipotesi di scucire alcune banconote da venti euro per i volumi della RedBrick, ho fatto un giro turistico sul sito di Lulu.com.
Magari hanno altre cose che mi interessano.
E potrei usare il servizio di POD per stampare le dispense dei miei corsi – ammesso che il risultato finale sia competitivo rispetto a quello di una copisteria.

E poi sono anni che mi dico fautore dell’autoproduzione, giusto?

Risultato?
Ne sono uscito con sensazioni contrastanti.

E come capita spesso, quasi contemporaneamente, sul blog di Marghe compaiono le seguenti domande

Ora le domande che mi porgo e che con molta non chalance giro a tutti voi è la seguente:

1. Comprereste il libro di un autore autoprodotto?
2. Avreste problemi a comprarlo su Lulu o preferireste trovarlo su IBS et simili?

Quanto segue è inparte derivato dalle mie risposte postate a quelle domande.
Chi mi conosce sa benissimo che non ho problemi ad acquistare libri ovunque.
Ma in questo caso, credo che la questione non sia se comprerei su Lulu.com, ma cosa comprerei su Lulu.com.
Avendo una buona garanzia di qualità, nessun problema.

Niente contro Lulu.com, casomai, parecchio contro parecchi autori che lo bazzicano:
storie brutte
scritte male
editate peggio

La qualità dei testi che si ritrovano è molto molto variabile, con una predominanza di edizioni pessime.
Le cose migliori, guarda caso, le fanno vere e proprie case editrici, che si limitano ad appoggiarsi a Lulu come stamperia.
RedBrick, i cui volumi continuano a mandarmi le ghiandole salivali in fibrillazione, è una seria casa editrice – per quanto gestita da appassionati – e quindi si occupa di gestire in casa propria tutta la parte editoriale.
Ha inoltre dei prodotti di nome – fra i fan del gioco di ruolo sia Earthdawn che Fading Suns sono noti e rispettati – e quindi poco gli importa che lo stesso scaffale elettronico di Lulu sia invaso da ciarpame.
Le gemme brillano anche nel buio.

Ma per un esordiente, o per una piccolacasa che offra prodotti non ancora consolidati presso il pubblico, di fatto, scegliere di uscire su Lulu significa quindi scegliere di essere presentati insieme a montagne di spazzatura.

Quindi, amico scrittore/amica scrittrice, comprerei il tuo libro su Lulu?
Beh, convincimi che è un buon libro, e non vedo perché no.

Ed alla fine è attorno a questo, che ruota tutto – l’autore autoprodotto, oltre ad essere un buon autore, deve anche essere un buon editor, un buon grafico, e un buon markettaro.
I più pensano di poterne fare a meno – e stampano su Lulu delle porcherie che grazie al cielo non vendono, o squalificherebbero ancora di più tutta la categoria.
Però creano una pila di spazzatura sulla quale il nostro meraviglioso romanzo verrà gettato come tutti gli altri.
E chi andrà mai a frugare nella spazzatura?

Il discorso, ovviamente, vale anche per gli altri self-publishing providers, come CafePress.com.
Con la differenza, forse, che essendo meno popolari, le loro pile di spazzatura sono meno voluminose, e quindi esiste una marginale probabilità in più che il nostro prodotto, esibito con un più esiguo contorno di altrui sciocchezze, venga valutato qualcosa di più da un potenziale lettore.

Ma io sono per gli atteggiamenti pro-attivi.
Esistono delle possibili soluzioni agli evidenti problemi di Lulu.com e compagnia briscola?
Credo di si, e dovendo mettere giù una lista di idee per sollevare un prodotto al di sopra della spazzatura che intasa Lulu, direi

. scrivere un buon libro – va da se, si dirà.
Certo. Però è bene tenerlo a mente.

Se diamo un’occhiata ai risultati riportati inserendo la voce “fantascienza” nel motore di ricerca di Lulu.com, noteremo una certa omogeneità delle opere.
In particolare spiccano titoli banali e copertine omogeneamente brutte e indifferenziate.
Quindi, passo successivo…

. un titolo originale – credetemi, è di una difficoltà pazzesca.

. una bella copertina – assoldare un professionista per l’illustrazione potrebbe non essere una cattiva idea. Esistono siti nei quali artisti di professione e dilettanti mettono in mostra le proprie opere. Farci ungiro e cercare contatti potrebbe essere una buona idea.
E poi necessario ricordare che una copertina non è semplicemente una figura con ntesto appiccicato sopra, ma deve avere un certo design.
Scelta di caratteri (font, dimensione, colore, effetti), posizione dei diversi elementi e quant’altro è fondamentale – si può ammazzare un’immagine bellissima o aggiungere carattere ad una figura qualunque.

. editing e impaginazione professionali – un font di buon gusto, testo giustificato, interlinea che renda agevole la lettura, niente refusi, formattazione consistente…
Ne abbiamo già parlato ma lo ribadiamo: non limitarsi a Word o OpenOffice per preparare il testo finale, ma usare una cosa tipo LaTeX o Scribus.

Fin qui, per la parte di produzione del libro.
Lo scopo è quello di lucidare al massimo la nostra gemma, se vogliamo che brilli fra il pattume.

Veniamo ora alla promozione del nostro prodotto

. ISBN – primo e fondamentale accorgimento, distingue i libri seri dalle opere dei dilettanti. Costa, ma ci garantisce la rintracciabilità globale del testo; in questo modo anche le librerie on-line potranno ordinare e rivendere il volume.

. un sito di presentazione che riprenda illustrazione e design del volume, e che regali un capitolo in formato pdf e il wallpaper della copertina, per fare in modo che i lettori si facciano un’idea non solo della qualità del testo, ma anche della qualità dell’oggetto.
E’ probabilmente il caso di spendere 25 euro e comprarsi un dominio.
Il sito dovrà anche accogliere un calendario delle nostre apparizioni pubbliche (ne parliamo fra un attimo), e magari un po’ di blog per informare lettori e curiosi delle nostre attività.
Non sarebbe male poi avere un booktrailer (lo si fa con flash o con synfig) breve e di buon gusto da piazzare in giro sulla rete… YouTube, MySpace, siti e blog di amici e supporter etc.

. su Lulu.com, dovremo trovarci un’etichettatura di genere che permetta in caso di ricerca di sfuggire alla gran massa di orrori perpetrati ai danni della letteratura di genere: lo scopo è quello di fare in modo che in caso di ricerca per genere, il nostro libro venga fuori fra i primi tre, e in compagnia di soli cinque o sei volumi e non di duecento.
Questo è meno facile di quanto sembri.

. sbattersi – a morte. Conferenze, presentazioni, saloni, sagre di paese, serate in parrocchia, corsi per i boy scout. Senza svendersi, ma bisogna essere presenti.
Si comincia in piccolo, ovviamente, ma poi ci si può allargare. Senza bruciare le tappe.
Serve a vendere più libri?
Non credo.
Ma conoscere di persona i lettori potrebbe aiutarci a capire perché certi elementi di ciò che scriviamo piacciono ed altri no.
E le nostre foto circondati dal pubblico faranno un figurone sul nostro sito.
Aggiungo qui una nota orribile, presa dal solito manuale di Sprague DeCamp - act the part: se volete che vi ci considerino, dovrete esserlo, non solo sembrarlo.
Scrittori, intendo.
Ma anche sembrarlo è importante.
Con un caveat.
Ora io non ho idea di come si vesta uno scrittore – dalle giacche di tweed di Walter Jon Williams al cuoio & piercing di China Mieville, ho visto di tutto.
Ho visto Anne Rice vestita da gotica e C.J. Cherryh vestita in jeans e cardigan.
Ho però ben chiaro un fatto – gli scrittori, quelli veri, non si comportano “da scrittori” quando sono in società, ma da persone normali. Ammettono la propria attività quasi con pudore, ne parlano voletieri ma senza soffocare gli astanti, sono spiritosi, colti, intelligenti. Parlano di quel che gli pare. E non si vestono “da scrittori”. Ho visto tuttavia un sacco di persone che, pubblicato un esile volumetto di poesie leziose, cominciavano a girare con sciarpe eccentriche e strani cappelli, abbandonando le stupide Marlboro per improbabili pipe, sempre pronti ad estrarre una copia dl loro lavoro da una tasca per pontificare e finire poi a consigliare (magari ad un autore pluripremiato ma non riconosciuto) di “provare a scrivere, perché è un’esperienza liberatoria” (storia vera).

Tutto questo è complicato, lungo da mettere in piedi e costa.
E’ già così difficiletrovare il tempo per scrivere, facendo intanto un lavoro per pagare le bollette….
E’ per questo che io continuo a dire che gli autori di guerriglia dovrebbero fondare una specie di Confraternita della Filibusta nella quale ci si aiuta – io faccio da editor per il tuo libro, tu progetti la copertina per il mio etc. Casomai si collabora tutti per una antologia di racconti a tema.
Un sistema del genere, oltretutto, garantirebbe un maggior controllo sulla qualità.
Ma anche questo comporta, ovviamente, delle difficoltà.