strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Farsi un libro 2 – la macchina pubblicitaria, parte prima

con 2 commenti

Avrei voluto dedicare questo post alla persona che un impietoso motore di ricerca ha scaricato su queste pagine in seguito alla ricerca per “Lolita Club Vallecrosia”.
Un buon modo per collaudare il nuovo editor di blog, Drivel.

Ma poi Giovanni mi ha lasciato un commento al post sull’autoproduzione di libri in cui diceva

Quando parli di strategie pubblicitarei? Su questo argomento mi piacerebbe discutere con te.

E anche se io di solito non faccio pezzi a richiesta… perché no?
Dopotutto, dopo essercelo fatto, ce lo dobbiamo vendere, giusto?
O magari anche solo farlo circolare gratis.
Perché senza qualcuno che lo legga, un libro – cartaceo o elettronico che sia – non ha ragione di esistere.

Con un editore è facile, dicono.
Voi scrivete il libro.
loro lo correggono, lo editano, lo impaginano, gli piazzano sopra una bella copertina, gli fanno pubblicità, lo distribuiscono nelle librerie, nei supermercati, negli autogrill.
Lo vendono. Vi caricano di danaro.
Forse.

Noi, forti di ciò che abbiamo detto nel post precedente, il libro ce lo siamo scritto, corretto, editato, impaginato e finalizzato – a stampa o in formato elettronico.
Lasciamo in sospeso la voce copertine – che merita un discorso a parte.
Ora che abbiamo il libro finito… come facciamo ad informare il mondo che esiste?

Premesso che tutte le strategie immaginate dall’uomo fino ad oggi hanno funzionato e sono fallite in uguali proporzioni, vediamo qualche idea.

In primo luogo, definiamo esattamente il nostro scopo.
Noi vogliamo che il nostro libro arrivi il più rapidamente ed il più economicamente possibile fra le mani di persone che lo possano apprezzare, e che possibilmente – rimanendone positivamente impressionate – ne parlino ad altri.
Si presuppone che chi scrive abbia un’idea più o meno definita del pubblico per cui scrive.
Se questo dato è basilare mentre si scrive, diventa fondamentale quando si deve informare il pubblico potenziale.
Il discorso “voglio che il mio libro sulla mummificazione rituale babilonese sia disponibile anche nelle tabaccherie” manca il bersaglio.
Confonde pubblicità con distribuzione, presuppone che la disponibilità da sola basti ad incrementare le vendite, ed ignora il pubblico.
Ogni sforzo fatto per presentare il nostro lavoro ad un pubblico al quale il nostro lavoro comunque non interessa, è lavoro sprecato.
Definiamo il nostro pubblico, e cerchiamo il modo migliore per avvicinarlo.

Una presenza in rete è indispensabile.
Sito, blog, MySpace… esserci aiuta.
O forse no: ci sono un paio di scrittori – solo un paio, e non ne farò i nomi – che non leggerò mai perché una rapida occhiata ai loro blog mi ha convinto che sono dei cretini, e non sanno scrivere.
Il sito ha la fondamentale funzione di farci conoscere.
Ci offre anche la possibilità di vendere.
In generale, ci offre l’opportunità di coinvolgere il pubblico nella nostra attività.
Il nostro sito/blog/gizmo sarà come il nostro amplificatore online. Consideriamo questi strumenti web un surrogato di un rapporto personale con i nostri potenziali lettori – vogliamo mostrarci al meglio, dimostrare che persone fantastiche siamo, magari iniziare un autentico dialogo.
Quindi – professionali, seri ma non seriosi, dignitosi. Affidabili. Meglio antipatici che stupidi.
Evitiamo i doppifondi – non si mietono indirizzi e-mail per poi spammare i visitatori, non si cercano hit con trucchi da baraccone, non si cerca di manipolare il pubblico, non si mistifica il pubblico: se siamo rudi spaccalegna che nel tempo libero scrivono poesie, non ci spacceremo per educande poliomielitiche o altre storie pietistiche.
Non si dà spettacolo – prima di mettere su YouTube il filmato in cui ballate nudi la macarena domandatevi: mi farà vendere più copie?
Se il nostro sito vende i nostri libri, facciamo in modo che il negozio e l’area “sociale” non si possano confondere.
Facciamo in modo che siano ben distinti i freebies (desktop wallpaper, capitoli di assaggio, racconti liberamente scaricabili), il prodotto in vendita e gli spin-off (tazze, magliette e mousepad).
L’ultima cosa che vogliamo è un possibile acquirente confuso.

Siamo ormai nel campo del buon senso.
Ed a questo proposito: esiste la tentazione – da Blair Witch Project in avanti – di usare la rete per costruire campagne virali ed eventi pseudo-situazionisti, giocando sulla naturale cattiva definizione di vero e falso sul web.
Un esempio spettacolare di un simile uso della rete per vendere un libro è costituito da AtlantisTV, il sito costruito da Thomas Greanias per pubblicizzare il suo e-book – successivamente bestseller cartaceo – Raising Atlantis.
Si tratta di un’arma a doppio taglio ed in genere, come espediente, sarebbe bene lasciarlo ai professionisti.
Ne abbiamo già discusso, ci hanno già insultati.

E’ sufficiente tutto questo?
Naturalmente no.
Viviamo fra esseri umani, dopotutto.

Ne parliamo nel secondo blocco… più tardi.

Written by Davide

5 Dicembre 2007 a 8:01 PM

2 Risposte

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  1. Grazie per avver accolto il mio invito a scrive in merito a questo argomento.

    raccontidelcuore

    9 Dicembre 2007 alle 7:12 PM

  2. In realtà si tratta di un argomento enorme, su cui ho prevalentemente informazioni teoriche – anche perché tutte le volte che ho proposto strategie pubblicitarie diverse a progetti nei quali ero coinvolto, mi hanno risposto picche.

    Conto di scrivere ancora qualcosa a riguardo prima di Natale…

    Davide

    10 Dicembre 2007 alle 8:13 AM


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