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Archive for Febbraio 2008

Fading Suns POD

29 Febbraio 2008 Davide Lascia un commento

OK, così l’ho fatto.
Sono andato su Lulu.com e ho bruciato un paio di piastre per una copia di Fading Suns, Second Revised Edition.
E, che ci crediate o meno, non è stato a causa dell’eccellente (come sempre) recensione di Kurt Wiegel

No, il fatto è che…

Ordinai Fading Suns, prima edizione, appena uscito, sulla base di una recensione comparsa su una rivista che si intitolava Arcane.
La mia copia del volume arrivò da oltre oceano in condizioni preoccupanti – come se fosse stata spedita imballata con pezzi di arenaria (o più prosaicamente con carta vetrata).
Copertina sfregiata, pagine da passare col ferro da stiro.

Più tardi, doveva già essere il nuovo millennio, acquisii una copia di Fading Suns D20 in italiano attraverso i buoni auspici di un amichevole rivenditore locale – un bel libro cartonato, con le pagine patinate, le illustrazioni color sepia e il testo a corpo otto, per far stare il massimo volume di informazione nel minor spazio (= minor costo) possibile.
Io naturalmente detesto il D20 in tutte le sue incarnazioni (nonostante i troppi tomi sul mio scaffale), ma il manuale in italiano di fading Suns risvegliò il mio interesse per l’ambientazione.
Scoprii che il vecchio gioco era tornato in vita, e perciò diedi la caccia e rintracciai una copia di Fading Suns Second Edition usata ma servibile… dopo aver rimosso le copertine devastate e fatto rilegare il plico di fogli stropiciati (vediamo emergere uno schema?)

Quindi sarà bello, dopo quasi dieci anni, avere finalmente un libro sano per questo gioco.
Perché Fading Suns è divertente, intelligente e – nonostante alcune orribili ingenuità che un buon master può comunque eliminare – offre opportunità che pochi altri giochi offrono.
La politica, l’intrigo, la diplomazia…
La filosofia e il dibattito religioso…

L’ambientazione è una space-opera, con tremila anni di storia futura dettagliatissima.

L’umanità si è diffusa fra le stelle.
La Prima Repubblica ha lasciato il posto alla Seconda, e poi ad un Impero.
Le casate nobiliari si azzuffano.
La religione è oppressiva.
La tecnologia una cosa perduta che si recupera e si rattoppa.
I barbari premono ai confini.
Gli alieni sono… beh, alieni.
E le stelle si stanno lentamente spegnendo.

L’universo di gioco offre elementi mutuati da Dune (il futuro feudale, il rifiuto delle tecnologie troppo avanzate), dalla storia futura di Poul Anderson (un impero galattico fondato per salvare il salvabile al crollo di una federazione mercantile, il mosaico di razze aliene), da Babylon 5 (un misterioso nemico-ombra che si annida fra le stelle e trama contro l’umanità), da La Cosa di Campbell/Carpenter (alieni parassiti), al ciclo dei Metabaroni di Jodorowski (l’importanza dele scelte morali, la lotta contro l’apatia) e da certi giochi da tavolo tutti disgregatori, mazzafrusti e lanciafiamme tipo Warhammer 40.000 e Mutant Chronicles.

Un buon gioco.
Non capita spesso, in effetti, che una squadra si riunisca dopo alcuni anni e chieda di tornare ad una specifica ambientazione.
Ma è capitato.

Come rifiutare una seconda opportunità?

I ludi si inizieranno sulle vecchie copie “da guerra”.
Poi vedremo quello che ci porterà Lulu.com.
Una decina di giorni perché il volume venga stampato, rilegato e poi spedito e ricevuto.

Cybernomadismo

29 Febbraio 2008 Davide Lascia un commento

Siamo una società in movimento.
E considerando che stando alle previsioni due su tre di noi in capo a diec’anni vivranno in una baraccopoli, imparare a viaggiare leggeri potrebbe diventare un’esigenza.
Una spiacevole esigenza.

Abbiamo già discusso in passato come, con un po’ di pratica e due chiavi USB sia possibile fare a meno del proprio computer portatile.
Si carica PortableApps, se ne personalizza il contenuto con un paio di downloads tattici, si fornisce uno spazio per stoccare il nostro materiale, ed è fatta.
O per il radicalismo informatico, si seguono le istruzioni su questo sito e si installa Ubuntu (o qualsiasi altro Linux) su una chiavetta mobile.
Basta aggiungere un portachiavi.
Un’alternativa leggera, flessibile, a basso costo (o a costo zero, se riciclate delle chiavi che avete già) ea prova di ladro.
Perché, ammettiamolo, uno che vi rubi un portachiavi a moschettone con due chiavi USB attaccate è veramente solo un idiota.

Ora, pensando al mezzo miliardo di persone (pochine, tutto considerato) che ogni giorno si connettono alla rete da connesioni volanti, è stato presentato al pubblico Jooce.
Che è poi un desktop virtuale, accessibile da qualsiasi terminale connesso a internet.
Gratuito.
Bastano login e password.

Difetti?
E’ un po’ pesante – nel senso che su un vecchio computer a carbone con una connessione a manovella, o non gira o va a strappi.
Pessima notizia, per i futuri abitanti della baraccopoli.

In alternativa, si potrebbe dare un’occhiata a DesktopTwo, che lavora su un principio affine.

Altri servizi sono in via di sviluppo – e la BEEB dedica loro un articolo informativo

C’è ancora molto lavoro da fare.
Ma è un ulteriore segno che l’hardware sta diventando un fattore incidentale.
Insieme con gli strumenti di Google – mail, spreadsheet, editor di testo, eccetera – Jooce potrebbe rendere la vita molto più facile a freelancer itineranti e altri tecno-nomadi.
In fondo, non c’è un ufficio o un dipartimento universitario che non abbia una conessione alla rete.
Perché scammellarsi cinque chili di hardware quando bastano due chiavette USB?

I Quattro Avvocati dell’Apocalisse

28 Febbraio 2008 Davide 1 commento

Beh, sei, in effetti.

Doveva succedere.
E non poteva succedere che negli Stati Uniti – paese che ha fatto della causa legale una forma standardizzata di interazione sociale, e dove la class action fa paura per davvero.

A rivolgersi ad uno studio legale (beh, sei, in effetti) sono stati questa volta i rappresentanti del Consiglio della Tribù dei Kivalina, una comunità nativa americana che fa base a Kivalina, Alaska.

La CNN riporta la notizia…

The city of Kivalina and a federally recognized tribe, the Alaska Native village of Kivalina, sued Exxon Mobil Corporation, eight other oil companies, 14 power companies and one coal company in a lawsuit filed in federal court in San Francisc

Le aziende citate in giudizio sono co-responsabili della immissione in atmosfera dei gas serra il cui effetto sta mettendo in pericolo la comunità di Kivalina.
Lo scioglimento precoce e esteso dei ghiacciai intacca infatti significativamente le attività degli inuit…

Sea ice traditionally protected the community, whose economy is based in part on salmon fishing plus subsistence hunting of whale, seal, walrus, and caribou. But sea ice that forms later and melts sooner because of higher temperatures has left the community unprotected from fall and winter storm waves and surges that lash coastal communities.

L’unica alternativa all’estinzione per questa gente è emigrare in massa – con uncosto stimato di 400 milioni di dollari.
E qualcuno dovrà pagare.

La cosa è stata presa in mano da due organizzazioni non-profit e, appunto, sei studi legali, e pare che la battaglia – se ci sarà – sarà tale da entrare nei libri di storia…
Possibile che dove non sono arrivati gli assaltatori verdi di Greenpeace e migliaia di dimostranti possa arrivare un’azione legale con uno strascico miliardario ai danni delle maggiori industrie petrolifere ed energetiche occidentali?
Non ci sarebbe da stupirsi.

The other oil companies named were BP PLC, BP American, BP Products North America, Chevron, Chevron USA, ConocoPhillips, Royal Dutch Shell PLC and Shell Oil.

Also named were Peabody Energy, a major coal producer, and power companies AES, American Electric Power, American Electric Power Services, DTE Energy, Duke Energy, Dynegy Holdings, Edison International, MidAmerican Energy Holdings, Mirant Corp., NRG Energy, Pinnacle West Capital, Reliant Energy, The Southern Co. and Xcel Energy.

L’accusa comprende – oltre a un generico “disturbo della quiete”, anche una “cospirazione per disinformare il pubblico sulle reali cause ed effetti dell riscaldamento globale”.

La Exxon al momento sta emettendo dei suoni generici di autodifesa (tipo “noi vogliamo bene all’ambiente…”).
La causa sarà di competenza di una corte californiana – altro fatto che lascia presagire il peggio per le aziende coinvolte.

Noi aspettiamo sviluppi, sventolando la bandierina della tribù Kivalina.

20.000

28 Febbraio 2008 Davide 4 commenti

E così siamo arrivati a ventimila hit.
Ventimila visite in quasi esattamente un anno.

Il futuro pare brillante.

Un grazie di cuore a tutti coloro che sono passati da questa pagina accidentalmente.
A tutti quelli che la leggono occasionalmente.
Ai lettori regolari che non lasciano commenti.
Ed a tutti coloro che leggono e commentano queste pagine con regolarità.

GRAZIE!

Ed ora torniamo alle abituali strategie evolutive….

Categories: Cat Blog

La Stampa scopre la società agalmica.

27 Febbraio 2008 Davide Lascia un commento

No, no… frenate.
Non significa che da domani potrete avere il principale quotidiano torinese… l’unico, in effetti… a costo zero.
Quando mai?
Significa semplicemente che – con una manciata di anni di ritardo rispetto al resto della civiltà occidentale – la testata torinese ha finalmente recepito un interessante trend generale, e ci ha fatto sopra un articolo a tutta pagina: Il nuovo sogno: la vita “no cost”.

Viaggi aerei gratis. Camere d’albergo gratis. Giornali gratis. Cellulari gratis. Telefonate gratis. Eccetera. Non a basso prezzo, non a prezzi stracciati, proprio senza pagare niente. Le offerte si stanno moltiplicando, forse assistiamo addirittura alla nascita di una nuova economia (nuova sul serio, stavolta, almeno si spera, non come quella degli Anni 90). A ognuno secondo i suoi bisogni, come si diceva tanto tempo fa. È l’ultima frontiera del marxismo utopico? O invece è la solita mezza truffa?

Ah, cara vecchia Büsiarda.
Concepisce solo il marxismo utopico o la truffa (in frazioni variabili) – idee come progresso, evoluzione sociale, cambiamenti radicali in certe forme dell’economia….
No, troppo complicato.

Segue una breve apologia del low-cost, con tanto di marchetta per l’Ikea.

Il low cost è un’opportunità, ma per milioni di persone è anche di più, una vera necessità: i tanti lavoratori che guadagnano mille euro al mese, o meno ancora, non potrebbero mangiare senza gli hard discount, non potrebbero arredarsi le case senza l’Ikea e non potrebbero uscire dai confini italiani per una vacanza o un weekend se non ci fossero Ryanair, Volareweb, Easyjet eccetera.

Eh, già.
Poracci.
Il low cost è un’opportunità per i rudi meccanici
Invece il no cost, come lo chiamano loro, è tutta un’altra faccenda…

dal punto di vista sociologico, mentre i forzati del «low cost» sono soprattutto persone a basso reddito, i corsari del «no cost» sono giovani (poveri o ricchi non rileva) ben scafati nell’oceano Web e quindi idonei a coglierne al volo le offerte. È ovvio che le due platee in notevole parte si sovrappongono, ma il discrimine del «no cost» è soprattutto tecnologico e non di reddito. Quindi quella «no cost» non è tanto una filosofia di pauperismo quanto di appropriazione scaltra, rapace e flessibile di quel che offre l’economia post-industriale.

Ricapitoliamo.

  1. L’azienda X mi vende spaghetti a due euro il chilogrammo, ed io li compro.
    Perfetto – siamo in una economia di mercato, io faccio circolare denaro e chiaramente privilagio la qualità e il Made in Italy.
  2. L’azienda Y (diciamo un hard discount) mi vende spaghetti a cinquanta centesimi il chilo, ed io li compro.
    Ottimo – anche perché, se sono un poraccio, è la mia unica opportunità per abbracciare le gioie della dieta mediterranea.
  3. L’azienda Z gli spaghetti me li regala, e io ne accetto volentieri un piatto.
    Si tratta di “appropriazione scaltra, rapace e flessibile di quel che offre l’economia post-industriale”.
    Che bastardo che sono!

Il seguito dell’articolo è tendenzioso e disinformativo.
Si arriva alla disonestà intellettuale con affermazioni del tipo

Anche la tv si può vedere sullo schermo del pc e senza pagare niente grazie a Internet: le serie di telefilm si trovano gratis in siti come eMule o Bittorrent

… fonti illegali di materiale mediatico.
Ma neanche una parola su Miro o su Joost – gratuiti e legali aggregatori di canali televisivi gratuiti.

Il mondo Internet ha anche aperto la strada alle telefonate gratuite con il sistema Voip attraverso siti come Skype e Jajah (che connette fra loro numeri di rete fissa in tutto il mondo). Le modalità sono sempre più variegate: adesso con Skype si possono utilizzare anche i cellulari e i telefoni cordless, o almeno i loro modelli più avanzati.

Ma il giornalista si scorda di dirci che le chiamate a rete fissa, con Skype, sono a pagamento.

La chiusura è da manuale.

Sta prendendo piede anche in Italia – dopo aver furoreggiato in America – l’offerta di cellulari a prezzo zero da parte di compagnie telefoniche che chiedono in cambio ai clienti l’impegno a cumulare un certo volume di traffico con loro. E che cosa ci si dirà in queste telefonate gratuite? Magari ci si racconta, gli uni con gli altri, come e dove trovare altre cose gratis. Ovviamente.

Ve lo vedete, che sorride paternalistico e scrolla benignamente il capo?

Fino a che la cosa non diventerà trendy, naturalmente, e ci dovremo sciroppare un articolo alla melassa su quanto siano fighi i plutocrati neofeudali che pagano zero per tutte quelle cose che i poracci vanno ad elemosinare negli hard discount.
Ed a quel punto la scena sarà morta, morta, morta.

Bisogna impedirlo.
Di fatto, esistono ormai moltissime aziende per le quali il prodotto e la fonte principale di introiti sono a tal punto disaccoppiate, da poter regalare il prodotto per ampliare il bacino dal quale si ricavano introiti.

Non si tratta di rapacità – si tratta di opportunità che originariamente non c’erano.
Certo, come sempre quando si accettano doni dagli sconosciuti, tocca tenere il cervello acceso – cosa alla quale forse i lettori de La Stampa stanno perdendo l’abitudine.

Post Scriptum

Dal Blog di Seth Godin:

Free undermines the typical human’s proclivity to ignore every offer. Even if it’s a penny, we’ll ignore it. Free changes that. In other words, buying attention is a marketing expense, and one way to budget for that is to deduct it from the cost of your product. As Tim O’Reilly says, piracy is not the enemy, obscurity is.

The interesting thing about most products and services is that we won’t buy them until we know what they are and what they do. And often the best and only way to do that is to use them. For some products (like music) using them once and owning them are very close to the same thing. Hence, free. You can view that as a problem or you can see it as an opportunity. Up to you.

Marketing is not advertising, not any more. It is often found in the way you make something, talk about it and yes, price it.

Amen.

Lanciata l’Enciclopedia della Vita

27 Febbraio 2008 Davide Lascia un commento

L’Enciclopedia della Vita ha avuto ieri il suo battesimo del fuoco, dovendo fronteggiare le orde di curiosi che si sono collegate al sito www.eol.org all’annuncio che l’Enciclopedia era aperta a tutti gli effetti.

Il progetto era stato annunciato in maniera abbastanza misteriosa nel maggio scorso…

WASHINGTON (May 2, 2007) – Leaders from some of the top academic and scientific organizations in the world will join together on Wednesday, May 9 to announce an unprecedented global biodiversity initiative. Representing many producers and users of information, participants in the May 9 announcement will launch an effort the scientific and environmental communities have sought for decades.

WHAT: Launch of an Unprecedented Global Biodiversity Initiative

WHEN: Wednesday, May 9 10:30 a.m.

WHERE: National Press Club Main Conference Room

WHO: Jonathan Fanton, John D. and Catherine T. MacArthur Foundation Edward O. Wilson, Harvard University James Edwards, Global Biodiversity Information Facility Jesse Ausubel, Rockefeller University and Alfred P. Sloan Foundation

Il risultato?
Un sito internet nel quale esiste una pagina per ogni organismo presente sulla Terra.
Una pagina come questa.
Un catalogo della biodiversità aggiornato in tempo reale, ed aperto a tutti i ricercatori – dal bambino a caccia di dati per la ricerca scolastica allo scienziato in cerca di dettagli per un progetto a scala globale.

The Field Museum of Natural History, Harvard University, Marine Biological Laboratory, Smithsonian Institution, and Biodiversity Heritage Library joined together to initiate the project, bringing together species and software experts from across the world. The Missouri Botanical Garden has become a full partner, and discussions are taking place this week with leaders of the new Atlas of Living Australia. The Encyclopedia today also announced the initial membership of its Institutional Council, which spans the globe, and whose members will play key roles in realizing this immense project. An international advisory board of distinguished individuals will also help guide the Encyclopedia.

The effort is spurred by a $10 million grant from the John D. and Catherine T. MacArthur Foundation and $2.5 million from the Alfred P. Sloan Foundation, and will ultimately serve as a global beacon for biodiversity and conservation.

“The Encyclopedia of Life will provide valuable biodiversity and conservation information to anyone, anywhere, at any time,” said Dr. James Edwards, currently Executive Secretary of the Global Biodiversity Information Facility who today was officially named Executive Director of the Encyclopedia of Life. “Through collaboration, we all can increase our appreciation of the immense variety of life, the challenges to it, and ways to conserve biodiversity. The Encyclopedia of Life will ultimately make high-quality, well-organized information available on an unprecedented level. Even five years ago, we could not create such a resource, but advances in technology for searching, annotating, and visualizing information now permit us, indeed mandate us to build the Encyclopedia of Life.”

Una iniziativa che riunisce didattica, divulgazione, ricerca, ed una visione di un certo modo nel quale in futuro dsi dovranno fare tutte queste cose.
Ci vorranno dieci anni, per completarla – ma con un po’ di fortuna, non la finiremo mai, perché la vita sulla Terra continua astupirci con nuove scoperte.
Ci vorranno dieci anni.
Ma abbiamo cominciato.
Il ventunesimo secolo comincia a farsi sentire.

Tutto il Nero…

25 Febbraio 2008 Davide 7 commenti

Ce l’ho!
Non che l’editore mi abbia inviato la mia copia, no.
È stato Massimo Citi, che fa il libraio, a procurarmente una copia.
Così ora sono in debito con Max, ho ancora un sospeso con Noubs, ma posso finalmente palpeggiare di persona la mia copia di Tutto il Nero del Piemonte, più che un libro un oggetto di culto curato da Danilo Arona e Angelo Marenzana, un’antologia che allinea il meglio del grottesco e dell’arabesco, per dirla con Poe, della nostra regione.
Il meglio in termini di autori.
Il meglio in termini di contenuti.
Presieduto dallo spirito tutelare di Iginio Ugo Tarchetti, il volume è una lettura dannatamente buona.
Il genere di chiller leggero ma appagante che una signora a-la-page potrebbe cacciarsi in borsa partendo per una breve vacanza in campagna, o sui laghi, o in collina.
Storie delle quali discutere con le amiche la sera, giocando a canasta e sorseggiando maraschino.
Mi è piaciuto di più… Mi è piaciuto di meno…
Il genere di libri che ci si potrebbe scambiare fra amici.
Il genere di libro che la generazione successiva potrebbe poi ritrovare, un po’ sbiadito e un po’ storto, con un paio di cartoline e un fiore essiccato fra le pagine, ricordo improbabile della zia…

Invece è un libro che nessuno conosce.
Zero pubblicità – se non quella fatta dagli autori e curatori, raminghi (ma apprezzatissimi!) fra i colli del Monferrato sotto la pioggia.
E perché la distribuzione è, per lo meno, avventurosa: la settimana passata ne sono state avvistate alcune copie allo stato brado ad Alessandria.Un paio sono state catturate.

E l’editore, cosa dice?

Per la distribuzione, questo non è nostro compito, e non potete prendervela con noi.

Già.
Allo stesso modo non possiamo prendercela con loro…

Per i refusi, sono dovuti alla fretta con cui il libro è satto fatto uscire e ci sono state delle sviste imperdonabili.

Già.

Però è bello averne una copia finalmente sullo scaffale.
E sognarlo primo di una serie, come quelle massicce antologie annuali che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna hanno rimpiazzato le riviste di narrativa breve.
È quasi facile da immaginare:

Tutto il Nero del Piemonte 2010.
1000 pagine di narrativa inedita, inclusi tutti i finalisti al premio Tarchetti.
In tutte le librerie, solo 15 euro.

Sognare è gratis, come cantavano i Blondie.

Narrativa ed evoluzione.

24 Febbraio 2008 Davide 10 commenti

È cominciato con una breve citazione dal bel libro di Wood.
I modelli che usaimo per descrivere il mondo naturale e le nostre azioni in esso sono inefficaci perché non prendono in considerazione una gran parte della storia.
Esiste un eroe solitario, un unico malvagio colpevole di tutto.
Il resto – la strada percorsa per arrivare fin qui, il resto dell’umanità – è solo colore locale.

L’idea – sosteniamo – si applica perfettamente anche alla narrativa.
Troppa narrativa è sciapa perché al di fuori dell’eroe e del cattivo, del qui e ora, non considera nulla.
Segue dibattito.

E in coda al dibattito, Maria Grazia mi scrive…

Forse un po’ off topic rispetto alla “narrativa dell’immaginazione”, ma leggendo il tuo post mi sono venute in mente le parole di Alberto Salza in “Darwin fa parte della storia?”:

Misha Landau, nel 1991 ha fatto notare come le interpretazioni dell’evoluzione umana assumano la forma della favola, con un eroe in via di trasformazione (da rospo a principe, da scimmia ad angelo), una fatina buona (la teoria di Darwin di adattamento e selezione), un talismano (la stazione eretta o l’encefalizzazione, tra mille) e un lieto fine (Homo sapiens, noi), con tutti che vivono felici e contenti.

A guardarsi attorno, osservando come vivano oggi gli ultimi sapiens (l’evoluzione continua e pure a noi toccherà, prima o poi, l’estinzione, statene pur certi come lo siete della morte), la fine della Storia non pare poi così simile a un happy ending

.

E così torniamo dalla narrativa ai modelli.
Il cerchio si chiude.
La questione diventa complicata.

Proviamo a fare un giro largo.

Quindici anni or sono (mi sento vecchio) su un divano sperduto nelle Highlands scozzesi, in compagnia della più bella donna del mondo, discutemmo a lungo nella notte di come, di fatto, si può insegnare lo zen, si può praticare lo zen, ma non si può spiegare cosa sia lo zen.
Se spiego cos’è lo zen, non sto spiegando cosa sia lo zen – e per di più inganno chi si sciroppa la spiegazione, che crede di aver capito.
Nella bibliografia relativa alla filosofia zen che compilammo quella notte, quindi, avremo tre tipi di testo

  1. i libri dello zen (il Sutra del Loto, per dire)
  2. i libri zen (La Voce del Turbine, di Waletr Jon Williams, ad esempio)
  3. i libri sullo zen (Lo Zen di Alan J. Watts)

I libri dello zen mi permettono di comprendere quali precetti entrino nella filosofia zen, ma dovrò poi applicare questi precetti per vivere lo zen.
I libri zen mi permettono di sperimentare – più o meno approfonditamente – una esistenza zen attraverso la mediazione di una narrativa.
I libri sullo zen mi permettono di scomporre lo zen in elementi maneggevoli, ma mi relegano ad una posizione di turisrta – che visita, guarda, si stupisce, si costruisce una falsa immagine mentale ma in fondo non capisce in profondità. Sono diversi dai libri zen solo perché pretendono di essere perfettamente oggettivi, e quindi affermando di non ingannare, risultano più ingannevoli.

Io a venticinque anni le mie notti le passavo così.
Fatemi causa.

Il fatto è che, a ben guardare, tutto l’insegnamento, tutta la divulgazione sono narrativa e, in ultima analisi, inganno.
Spesso, molto spesso, il trucco dell’insegnante non è far capire allo studente, ma dargli l’impressione di aver capito.
Le parole ingannano.
Solo l’esperienza diretta insegna.
Molto steineriano, si dirà – ma va bene finché devo insegnare quale sia il ciclo di vita di un pero (per dire) molto meno quando devo trattare concetti come la genesi baryonica dell’universo, o anche più semplicemente (per me, che sono unpaleontologo) l’evoluzione della vita attraverso la selezione naturale.
La matematica dovrebbe essere il linguaggio neutro e non ingannevole che permette di descrivere -e quindi insegnare – la realtà per ciò che è, senza abbellimenti, licenze poetiche o divagazioni soggettive.
Ma anche la matematica ha i suoi limiti (Goedel) e, quando si rapporta al mondo reale, la complessità la porta a fare una brusca frenata.
Il mondo naturale è talmente complesso che per descriverlo matematicamente devo

  • considerarne solo una porzione minima (ma mi perdo tutto il resto – il discorso di Wood)
  • eseguire delle semplificazioni matematiche (idem)
  • passare alla statistica, e quindi non esprimere fatti, ma la mia personale misura della credibilità (la probabilità) del quadro che sto dipingendo.

O sacrifico la verità, o sacrifico la certezza.

Mi concedo qui un momento romantico.
Ciò che è realmente entusiasmante della scienza è proprio questo – che per quanto si appoggi a colossali semplificazioni, a modelli incompleti e a calcoli probabilistici, riesce comunque a darci un quadro dell’universo in cui viviamo che è solido, coerente e funziona.

Però…
1993.
Sono solo davanti a sessanta ragazzini di dieci-undici anni.
Devo parlar loro di evoluzione.
La suora (siamo in un istituto religioso) mi ha detto che parlare di evoluzione è ok, ma per cortesia evitiamo di menzionare l’evoluzione umana, che è troppo risqué.
Cosa faccio?

Racconto una storia.
La storia migliore che ho – l’unica che valga la pena di raccontare.
Se non posso raccontare la mia storia migliore, allora non scrivo, non spiego, non mi esibisco…
Per onestà intellettuale, cerco di ingannare questi ragazzi il meno possibile.
Per onestà e amore della materia cerco di fare in modo che in loro si risvegli abbastanza curiosità da andarsi a prendere i libri e scoprire da sé le parti che io ho glissato, ho modificato.
In modo da potersi costruire una propria storia, una propria narrativa, integrando le parti mancanti.
Perché – e qui arriviamo a Salza e Landau – anche io “posseggo” le teorie che conosco in forma di narrativa.

È per questo che dico che Salza e Landau hanno perfettamente ragione, ma sbagliano completamente.
Perché dal loro discorso – specie se stralciato così al volo su un blog – si potrebbe quasi evincere che ci sia qualcosa di meglio della narrativa.
Non c’è.
Ci sono solo storie migliori – quelle che tengono maggiormente conto dei processi, delle dinamiche, del quadro generale.
Quelle che hanno una prova.

È qui in fondo che noi esseri intelligenti divergiamo dai postmodernisti – i quali sostengono che tutto è narrativa, e tutte le narrative sono equivalenti.
Con buonapace dei cicli mitici degli indios Hovitos, che considerano il mal di denti l’effetto di un fulmine scagliato dal dio delle tempeste nella bocca del guerriero, io continuo a preferire un analgesico e un disinfettante a settantadue ore di digiuno, docce fredde e poi un bel tatuaggio rituale.

Però, scordiamoci i postmodernisti – siamo tutti narrativa.

Volete una prova?
Non posso darvi la mia notte su un divano sperduto nelle Highlands scozzesi, in compagnia della più bella donna del mondo.
Non ho campioni di divano, di notte primaverile o di bella donna.
Non ho una registrazione.
Non ho una documentazione fotografica.
Ho una storia.
Tutto il mio passato – che si aggiorna con ogni nuova lettera che compare sul mio schermo mentre scrivo questo – sopravvive solo come ricordo.
Come narrativa.
Noi siamo narrativa.

Volete un’altra prova?
Salza sbaglia.
Sbaglia perché segnala la biologia fra le scienze hard – probabilmente pensando alla biologia molecolare, che ha una forte espressione matematica (è come un linguaggio di programmazione) e tuttavia è essenzialmente statistica, e quindi altrettanto soft quanto la paleontologia.
Ma collocando la biologia fra le scienze hard, Salza dimostra qualcosa di fondamentale – dimostra di aver creduto alla narrativa dominante dei biologi molecolari.
Il che chiude, credo, in maniera elegante la questione.