Robot Ghosts & Wired Dreams
Complice un rivenditore di nicchia annidato fra le pieghe di Amazon.fr, mi è arrivata una decina di giorni or sono una copia a metà prezzo di Robot Ghosts & Wired Dreams, sontuoso volume della Minnesota University Press dedicato all’analisi della fantascienza giapponese, “dalle origini agli anime”, come dice il sottotitolo.
Un lavoro colossale, per i curatori – Christopher Bolton, Istvan Csicsery-Ronay Jr. e Takayuki Tatsumi – che hanno raccolto un certo numero di articoli già pubblicati ma di difficile reperimento per il lettore non specialista, vi hanno aggiunto una manciata di nuovi testi di alto livello, ed hanno così creato un volume divertente, per quanto di una densità elevatissima.
I temi sono molto vari – da una panoramica storica sul fantastico giapponese ad analisi sociologiche, scientifiche e psicologiche di temi e argomenti di alcune serie animate storiche, le loro influenze, le reazioni generate nel pubblico…
Da leggere con calma, per digerire la mole di informazioni riversata su di noi da ciascun autore, il volume solleva alcune interessanti questioni sul panorama italiano.
In primis, naturalmente, l’idea di un volume sui cartoni animati giapponesi pubblicato da una casa editrice universitaria già stravolge le nostre aspettative.
Se la qualità degli articoli giustifica la scelta della Minnesota University, dall’altra proprio la qualità degli articoli rappresenta una seconda drastica deviazione da ciò che normalmente ci offre il nostro panorama nazionale.
Curiosamente, l’iperattivo panorama dei fan italiani non è riuscito finora a produrre nulla che si possa avvicinare a Robot Ghosts.
Di rado ciò che è stato pubblicato appartiene al fandom o ne è un’espressione.
C’è il vecchio Mazinga Nostalgia, di Marco Pellitteri, già esperto di fumetti e autore di un successivo Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell’effimero fra pedagogia e globalizzazione; ci sono una dozzina di volumi di introduzione al fumetto o al cartone animato giapponese, spesso zeppi di banalità, luoghi comuni ed errori fattuali, ma che – anche in assenza di falle colossali – non c’è nulla che si avvicini ad una analisi approfondita, che rintracci le radici dei generi e ne approfondisca i temi.
Nessun saggio che alla fine non tradisca un certo imbarazzo dell’autore, che sì, in effetti si sta occupando di cartoni giapponesi, ma non può fare a meno di sentirsi un po’ superiore e un po’ sprecato in questo ruolo.
D’altra parte, la vasta cultura otaku nostrana, attivissima quando si tratta di mettersi in maschera o accapigliarsi, non ha finora prodotto nulla di serio, nulla che non siano articoli d’opinione (privi di ricerca, privi di approfondimento) o interminabili diatribe on-line per determinare se Goku sia o meno più forte di Kenshiro…
Quante temi sul fumetto e sull’animazione sono state effettivamente proposte nelle università?
Quante discusse?
E di queste, quante pubblicate?
Ricordiamo un vecchio amico, grande estimatore di Hayao Miyazaky, ed eternamente impegnato – almeno dal 1992 – nella stesura di un dotto articolo sull’opus del pluripremiato regista giapponese.
Non sappiamo, onestamente, se l’articolo sia mai uscito.
Ma dal 1999, esiste il definitivo Hayao Miyazaki, Master of Japanese Animation, di Helen McCarthy – che non è perfetto, ma c’è.
Impossibile sfuggire all’impressione fortissima che ancora una volta i fan siano cretini.






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