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Archive for Maggio 2008

Baluardo di giovani petti

31 Maggio 2008 Davide Lascia un commento

Il pericolo alluvione sta lentamente rientrando per lo meno nel torinese.
Fortunatamente poche, ma comunque inammisibili, le vittime dell’”evento imprevedibile” in realtà modellizzato nel dettaglio da anni.
E intanto gli irriducibili tornano a scuotere ilcapo e a dirsi che non ci sono più le mezze stagionihttp://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/1d/Torino-Parco_del_Valentino-fiume_Po.jpg/350px-Torino-Parco_del_Valentino-fiume_Po.jpg ma comunque il cambiamento climatico è solo terrorismo perpetrato da scienziati malvagi.

Ma non è di questo che voglio parlare.
Né mi accanirò su quei poveri relitti umani che, in piena emergenza, non trovano di meglio da fare che schierarsi su ponti e passerelle pericolanti per fotografare la furia degli elementi col telefonino.
Per loro esiste il PremioDarwin.

Ciò che credo valga la pena di notare è la decisione di molti docenti della nostra Università di ignorare le direttive dell’amministrazione e tenere ugualmente lezione nonostante l’ordinanza di chiusura d’emergenza di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Spesso assenti dall’ateneo.
Irreperibili durante gli orari di ricevimento.
Incapaci di gestire la propria e-mail.
Impossibili da consultare riguardo alle date dei prossimi appelli.
Latitanti nel migliore dei casi.

Però si scatena la furia degli elementi, un terzo buono degli studenti non può raggiungere la città, e loro sono lì, ligi al dovere, baluardo di giovani petti contro l’avanzata dei flutti.

Che manica di imbecilli.

[immagine tratta dal wiki territorioscuola]

Quarantuno!

29 Maggio 2008 Davide 11 commenti

E non un minuto di meno.

Mentre mi sollazzo con una fetta di torta ed un bicchiere di chinotto, invito tutti i surfisti a unirsi alla festa.

Abbiamo anche la musica.

Non badate alle parole.
Seguite il ritmo

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Ma quanto ci crediamo?

27 Maggio 2008 Davide 6 commenti

Stamani, mettendo ordine fra un pacco di scartoffie precipitato da un alto scaffale nel ripostiglio, ho rinvenuto tre pagine di una storia intitolata Hydra, che devo aver scritto nel 1983 o 1984.
http://di1.shopping.com/images1/pi/a3/3c/6c/20679628-177x150-0-0.jpgSolo tre pagine dattiloscritte sulla vecchia Lettera 35 – il resto se lo sono mangiato gli squonk.
Ricordo bene il racconto – space opera alla maniera di Edmond Hamilton (sì, magari!), con un paio di scene d’azione e un finale prevedibile.
Narrata in prima persona – perché era più semplice.
Ecco, di quel vecchio racconto ricordo anche un’altra cosa.
Ricordo che fu uno dei primi che feci leggere un po’ in giro – ad amici e compagni di scuola.
E ricordo le domande rivoltami da un paio di miei lettori.
“Ma il protagonista sei tu?”
“Ma credi davvero che ti siano capitate queste cose? Cos’è, l’hai sognato…?”

La risposta è ovviamente no.
Possiamo scrivere polizieschi senza commettere omicidi, horror senza credere all’esistenza dei vampiri, e storie ambientate su Marte, nel vecchio west o nella Giungla Nera senza esserci mai stati.
E nessuno col cervello montato correttamente nella scatola cranica andrebbe a pensare che io scriva “Da dieci anni mi tengono chiuso in questo sotterraneo umido e maleodorante” perché davvero sono rinchiuso – o credo di esserlo stato – da dieci anni in una catacomba.
Il meccanismo che non scattava in quei miei vecchi compagni di scuola era ciò che si chiama Sospensione dell’Incredulità.
Un meccanismo essenziale al funzionamento di qualsiasi forma di narrativa.

Non dubito che i miei vecchi compagni in questione non siano diventati degli eccellenti bancari (con tutto il rispetto per la categoria).

E d’altra parte la risposta a tutta questa faccenda non è poi così facile.
Perché se è vero che nello scrivere la storia di un astronauta io non credo di essere un astronauta, ci sono altre questioni, altrettanto importanti, nella quali più o meno devo credere.
Credo davero che sia possibile il viaggio interstellare?
Sotto certe condizioni, si.
Credo davvero che possano esistere altri pianeti abitabili in orbita attorno ad altre stelle?
Sotto certe condizioni, si.
Credo davvero che possano esistere creature non necessariamente umane con le quali si potrebbe interagire?
Ancora, sotto certe condizioni, si.
Credo davvero che il progresso scientifico potrebbe darci tutto questo, e molto di più?
Naturalmente, sotto certe condizioni, si.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/thumb/4/43/CaptainFutureWinter42.jpg/200px-CaptainFutureWinter42.jpgE per affrontare il problema da un altro angolo… credo davvero che gli esseri umani, in media, siano tutti cialtroni ma in fondo decenti?
Direi di si – credo che gli autentici bastardi siano una minoranza.
Credo davvero che sia possibile risolvere qualsiasi tipo di problema applicando razionalità e compassione?
Certamente.
Credo davvero che tutti siano fondamentalmente uguali, senza predestinazioni, superominismi e altri doppifondi genetici?
Eccome.

Quindi, mi dico, quando scrivo storie d’immaginazione, ho alle spalle un corpus di forti convinzioni e, perché no, di passioni, senza le quali non potrei scrivere.

Convinzioni e passioni, vorrei sottolineare, che i miei personaggi non necessariamente devono condividere, eche sarebbemeglio non esplicitare, ma lasciare nel fitto dell’ordito della storia.
Tra queste non c’è – putroppo o per fortuna – la convinzione di essere un esploratore spaziale alla maniera di Capitan Futuro.
Ma ce ne sono parecchie altre che è più facile affermare attraverso il filtro della narrativa che non apertamente.

Due dubbi frivoli

25 Maggio 2008 Davide Lascia un commento

Ok, Ok, lo so – con una porzione del paese sepolta sotto il pattume, le nuove cariche della polizia, la riaccensione del nucleare e il Ponte sullo Stretto,c’è ben poco spazio per il frivolo, ma che diamine, è domenica, è il mio blog, e due minuti di allegra sciocchezza non possono certo contribuire ad affossare il Paese.
Perciò…

Dubbio frivolo numero uno.
The modern logo was introduced for the 2004 Contest (in Istanbul) to create a consistent visual identity. The host country's flag appears in the heart.Com’è che da oltre diec’anni l’Italia non partecipà più all’Eurofestival?
Avete presente, l’Eurovision Song Contest, il festival internazionale del pop, trasmesso in eurovisione dal 1956…?
Dopotutto, siamo stati fra i promotori fin dall’inizio.
La scusa che viene addotta più spesso è che noi italiani siamo così in gamba (essendo cresciuti con una dieta di pizza, mandolini e neomelodico) che vinceremmo tutti gli anni, e poi ci toccherebbe l’onere di organizzare (= pagare) l’edizione successiva.
Certo.
Per un attimo ci ho quasi creduto.
Si tratta di un piccolo mistero stupido, me ne rendo conto, ma nelle ultime settimane non mi è capitato una sola volta di sintonizzarmi per errore su X Factor senza ripensare all’Eurofestival, mentre cambiavo canale.
Kitsch?
Popolare senza remissione?
Antiquato?
Sarà.
Ci viene forse offerto di meglio?
E poi, perché, da convinti europeisti, sottrarsi all’opportunità di mostrare il proprio supporto per un’Europa più allargata e integrata che mai?
Mah!

http://fuoriaula.univr.it:7777/fuoriaula/imgfa/bollinogiallo.jpgSecondo dubbio frivolo.
Si saranno accorti, i guardiani della morale televisiva, cheieri, in piena fascia protetta, una rete nazionale ha passato una delle più premiate pellicole a sfondo lesbico degli ultimi anni?
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/a/ac/Jordana_brewster.jpg/200px-Jordana_brewster.jpgE avranno realizzato che i nostri poveri giovani (talmente impressionabili che bisogna tenerli per mano mentre guardano cartoni animati giapponesi) si sono così potuti sciroppare una pellicola il cui messaggio di base è che la soluzione a gran parte dei problemi adolescenziali è una bella relazione omosessuale?
Distratti, eh?
Filmetto neanche orribile, quello in questione, tutto considerato – non fosse altro che per la presenza della polposa e promettente Jordana Brewster.

E poi divertente, tutto considerato.
Potremmo essere orrendamente sessisti e dire che due adolescenti, una bionda ed una bruna, che si rotolano in un letto sfatto sono sempre piuttosto divertenti.
Ma questo è un blog di classe, e quindi evitiamo certi commenti.

Però, considerando la piega presa dai nostri padroni su certe faccende negli ultimi tempi, certo lascia parecchio perplessi che il film sia passato attraverso le maglie censorie.
Per finire sulla rete “giovane” della TV italiana.
Proprio all’ora della TV dei ragazzi.
In un sabato di pioggia.
Incidente, astuta manipolazione, o detournement debordiano?

Ai Rudi il Peano!

22 Maggio 2008 Davide 2 commenti

http://www.arpnet.it/cs/rudi/rudisimmetrie.jpgNo, non sto straparlando.

È ufficiale la notizia dell’assegnazione del Premio Peano – sezione Giovani Autori – ai Rudi Mathematici, per il loro eccellente Rudi Simmetrie.
Del volume, abbiamo già discusso proprio in questa sede.
Dei Rudi Mathematici potete frequentare il sito e leggere la fanzine – se già non lofate.
Ma se non lo fate, come vi giustificate?

Qui ed ora, le nostre più vive felicitazioni (quelle moribonde le teniamo per poi) al team dei Rudi Mathematici – Rudy D’Alembert (alias Rodolfo Clerico), Piotr Silverbramhs (alias Piero Fabbri) e Alice Riddle (alias Francesca Ortenzio) – che ci risultano al lavoro su un secondo volume che immaginiamo eccellente quanto il primo e che ipoteca fin d’ora riconoscimenti all’uscita.

È bello vedere che qualcosa si muove.
E nella direzione giusta.

Alla via così!

Cielo di Ferro

21 Maggio 2008 Davide 3 commenti
Negli ultimi quindici anni, il finlandese Samuli Torssonen ha tormentato e titillato i fan di Star Trek con i suoi Star Wreck, parodie della storica serie televisiva che – partite con patetiche animazioni in Flash, si sono via via tramutate in sempre più sontuose produzioni.

In pochi anni, Samuli e soci sono passati dalle riprese caserecce all’effettistica in 3D Studio, scavandosi una piccola ma significativa nicchia nel mondo delal cinematografia indipendente.

E se la definizione di “cinematografia indipendente” può sembrare fuori luogo per le parodiacce di Star Trek incentrate sull’improbabile Capitano Pirk, certo si adatta benissimo al nuovo prodotto di Samuli e compagni.
Sviluppato interamente in rete come progetto collaborativo aperto, il nuovo film è stato pensato per uscire nelle sale e risultare piacevole anche per chi non abbia mai indossato un paio di orecchie di gomma.

Si intitola Iron Sky, la sceneggiatura è della scrittrice finlandese Johanna Sinisalo, e questo è il trailer….

Promette molto bene.

Un (ennesimo) libro usato

20 Maggio 2008 Davide Lascia un commento
book cover of </p> <p>Saraband of Lost Time </p> <p>by</p> <p>Richard GrantSaraband of Lost Time, opera prima dell’americano Richard Grant è stato a lungo sulla mia lista dei desiderata – fin da quando ne vidi la copertina dell’edizione Avon riprodotta in un volume dell’illustratore Jim Burns.

Brutta cosa giudicare i libri dalle copertine, certo – ma la copertina deve anche destare la curiosità del lettore.
È lo strumento del primo contatto, il primo segnale.
E la copertina di Saraband di sicuro cattura l’immaginazione del lettore.
OK, la mia – fatemi causa.

Ci sono voluti una decina d’anni, ma alla fine sono riuscito a trovarne una copia per un centesimo di euro – ok farsi affascinare dalle copertine, ma perché rischiare? – disponibile in tempi brevi.

Zero rischi – se scoprissi di aver bruciato un intero centesimo (argh!) per una ciofeca, potrei sempre usarla per accendere la stufa (o regalarla).

E invece è stato un buon colpo.
Ottimo, invero.
Un romanzo fortemente atipico, che affianca elicotteri e quest per misteriosi artefatti, fantascienza e fantasy, in un mondo che è il riflesso alieno del nostro, con un cast ampio e variegato ed una buona tensione drammatica.
Il romanzo fu finalista al premio P.K. Dick del 1985 – non male per un esordiente.

Il mio volume, poverino, è conciato proprio male – la costola disintegrata e storta, le pagine ingiallite e macchiate che scappano da tutte le parti – toccherà farlo rilegare ex-novo.
E sì che è un volume del 1985.
Ho libri degli anni ‘30, con alle spalle uno storia molto più variegata e aventurosa di questo piccolo paperback, e che reggono i segni e le offese del tempo con aplomb infinitamente maggiore.

La possibilità di acquisire ottimi testi in condizioni mediocri a prezzi inesistenti rimane una delle grandi potenzialità della rete – specie per chi si occupa di narrativa di genere, per la quale la scomparsa dal catalogo è spesso endemica, e le macine del riciclatore sono sempre dietro l’angolo.

Credo che d’ora in poi dedicherò una fenice (cinque euro) ogni mese all’acquisto/salvataggio di questi poveri naufraghi degli scaffali delle librerie.
Molto spesso si scoprono gemme dimenticate.

Solo il titolo

19 Maggio 2008 Davide Lascia un commento
Sono stato due volte preso a scudisciate verbali come punizione per aver (ipoteticamente) recensito unlibro senza averlo letto.
Il che oltretutto non corrisponde a verità – come ampiamente spiegato alle scudisciatrici in entrambe le occasioni – il mio pezzo essendo casomai una critica al modo in cui il libro ancora impubblicato era stato presentato dal suo editore.
Una critica al marketing, quindi, non allo storytelling.

Ma tant’è, giù scudisciate.

Proviamo allora questo.
Ciò che sto per fare non è recensire un disco dei Chumbawamba che non ho ancora sentito.
No.
Intendo solo segnalarne il titolo.
Per il resto, fate voi.

Il disco si intitola

The boy bands have won, and all the copyists and the tribute bands and the TV talent show producers have won, if we allow our culture to be shaped by mimicry, whether from lack of ideas or from exaggerated respect. You should never try to freeze culture. What you can do is recycle that culture. Take your older brother’s hand-me-down jacket and re-style it, re-fashion it to the point where it becomes your own. But don’t just regurgitate creative history, or hold art and music and literature as fixed, untouchable and kept under glass. The people who try to ‘guard’ any particular form of music are, like the copyists and manufactured bands, doing it the worst disservice, because the only thing that you can do to music that will damage it is not change it, not make it your own. Because then it dies, then it’s over, then it’s done, and the boy bands have won.

Che in italiano farebbe

Le boy-band hanno vinto, e tutti i copisti e le tribute band e i produttori di talent show televisivi hanno vinto, se permettiamo alla nostra cultura di essere plasmata dall’imitazione, che sia per mancanza di idee o per esagerato rispetto. Non si dovrebbe mai cercare di congelare la cultura. Ciò che si può fareè riciclare la cultura. Prendi la giacca usata di tuo fratello maggiore e ridisegnala, ricreala fino al punto incui non diventa tua. Ma non limitarti a rigurgitare la storia creativa, o a considerare arte e musica e letteratura come fisse, intoccabili e conservate sottovetro. Le persone che tentano di “fare la guardia” a qualsiasi forma di musica, come i copisti e le band fatte in serie, stanno facendo il peggior disservizio alla musica, perché l’unica cosa che si possa fare alla musica che la possa danneggiare è non cambiarla, non farla diventare propria. Perché a quel punto muore, ed è finita, ed è fatta, e le boy band hanno vinto.

E credo che qui ci vorrebbe davvero un Amen!

Siamo tutti stufi, io credo, di musica, di letteratura, e di arte impagliata.
È ora forse di cominciare a dirlo ad alta voce.
Magari cantando.

Imparare a Vivere

17 Maggio 2008 Davide Lascia un commento
Teach Yourself to Live (Teach Yourself)… e dici niente.
Però a suo tempo la Hodder pubblicò un volume intitolato Teach Yourself How to Live, scritto da un certo C.G.L. Du Cann.
Era il 1955 e la Gran Bretagna stava uscendo dalla coda lunga della Seconda Guerra Mondiale.
Oggi viene ristampato nella serie di volumi commemorativi per i sessant’anni della collana.

Per l’anno in corso, mentre sto scrivendo, lo stanziamento nazionale per l’educazione – formale, centralizzata e locale – in Inghilterra, è nientemeno che 392.000.000 sterline.
Ma non si rischia smentita ad affermare che non una singola sterlina di quella vasta somma di danaro verrà spesa per insegnare a chicchessia l’arte fondamentale di vivere al meglio.

E allora vai con il manualetto foderato di giallo.
Esiste forse una prova più indiscutibile di quel senso di superiorità britannica ancora tutto imperiale, della presunzione di poter insegnare a vivere (!) in meno di duecento pagine?

E tuttavia, se dai manuali Teach Yourself ho appreso i primi rudimenti di C++, la teoria musicale e le minime nozioni base di planetologia, per tacere dell’essenziale per pilotare uno Spitfire, allora perché non imparare a vivere?
Male non può fare.

Ed anzi, non conosciamo forse tutti una mezza dozzina di persone alle quali un manuale del genere non potrebbe che far bene?

Ben venga allora il lavoro di Du Cann.
Testo di filosofia spicciola e di saper vivere retrò, che si ispira a Marco Aurelio, Baltasar Gracian, Lord Bacon, Lord Chesterfield, Arnold Bennett e Somerset Maugham, e che si apre col perentorio “Affronta i fatti della vita!”, il libriccino tascabilissimo e rilegato rigido è un altro manufatto di un’epoca più civile, una candela accesa contro il buio di una barbarie che si presagiva imminente.

Ce ne fossero.

Dello stesso autore, famoso per un volume sugli amori di G.B. Shaw, esistono pure – ma disponibili solo presso librerie antiquarie – un affascinante Famosi Processi per Tradimento e The Young Person’s Complete Guide to Crime.
Perché bisogna pure avere un hobby….

Mulengro

15 Maggio 2008 Davide 5 commenti

Un post trasversale, perché no?

http://www.eyrie.org/~eagle/reviews/covers/0-312-87399-9.jpgPublicato nel 1985 dal canadese Charles de Lint col sottotitolo “A Romany Tale”, Mulengro è un thriller sovrannaturale “alla Stephen King” ambientato nella comunità Rom di una ipotetica città canadese.
Qualcuno o qualcosa sta uccidendo i Rom che “hanno tradito”, abbandonando lo stile di vita tradizionale per adeguarsi ai parametri standard del Canada moderno, lasciandosi alle spalle la vita randagia per inurbarsi.

Come sempre nelle storie di de Lint, contro al male emergente si trovano schierati individui scettici, confusi e un po’ fuori posto.
Il thriller scorre piacevole, non senza un paio di brividi ad alto voltaggio che non fanno rimpiangere lo Stephen King delle origini.
Ma il vero punto d’interesse è il modo in cui l’autore – esperto di folklore – riesce a documentare le culture in competizione, fornendo un ampio background su Rom, canadesi di ceppo gaelico e discendenti dei nativi americani.
Non un vero e proprio corso sull’interculturalismo, ma cibo per la mente – più che a sufficienza.

Peccato che non l’abbiano mai tradotto qui da noi.
Un paio di casse di libri, spedite presso le sedi del potere con preghiera di lettura, potrebbero rendere meno imbarazzante l’attuale situazione dell’ordine pubblico, e il povero Filippo Facci, sul Giornale [citato dal blog Champ's Version], non dovrebbe scrivere

Romeno o rom fa lo stesso. È difficile non sapere che i rom corrispondono a un problema sociale e purtroppo criminale. È difficile non sapere che i rom, numeri alla mano, tendono a  compiere reati con regolarità e a non integrarsi nella comunità che li circonda.

Altre cose, invece, puoi anche non saperle …

Se solo avessimo letto, le sapremmo, certe cose.
O saremmo nella disposizione mentale adatta per saperle.
Proveremmo l’impulso ad approfondire, rendendoci conto che potrebbe esserci di più, sotto.
Basterebbe un solo, stupido thriller scritto nel 1985 da Charles de Lint.
E non è neppure la sua opera migliore (pur venendo citato qui, con altri titoli di questo autore, fra i 100 migliori romanzi di tutti i tempi).

Ma in questo paese, il potere della letteratura non è mai stato considerato….