Stamani, mettendo ordine fra un pacco di scartoffie precipitato da un alto scaffale nel ripostiglio, ho rinvenuto tre pagine di una storia intitolata Hydra, che devo aver scritto nel 1983 o 1984.
Solo tre pagine dattiloscritte sulla vecchia Lettera 35 – il resto se lo sono mangiato gli squonk.
Ricordo bene il racconto – space opera alla maniera di Edmond Hamilton (sì, magari!), con un paio di scene d’azione e un finale prevedibile.
Narrata in prima persona – perché era più semplice.
Ecco, di quel vecchio racconto ricordo anche un’altra cosa.
Ricordo che fu uno dei primi che feci leggere un po’ in giro – ad amici e compagni di scuola.
E ricordo le domande rivoltami da un paio di miei lettori.
“Ma il protagonista sei tu?”
“Ma credi davvero che ti siano capitate queste cose? Cos’è, l’hai sognato…?”
La risposta è ovviamente no.
Possiamo scrivere polizieschi senza commettere omicidi, horror senza credere all’esistenza dei vampiri, e storie ambientate su Marte, nel vecchio west o nella Giungla Nera senza esserci mai stati.
E nessuno col cervello montato correttamente nella scatola cranica andrebbe a pensare che io scriva “Da dieci anni mi tengono chiuso in questo sotterraneo umido e maleodorante” perché davvero sono rinchiuso – o credo di esserlo stato – da dieci anni in una catacomba.
Il meccanismo che non scattava in quei miei vecchi compagni di scuola era ciò che si chiama Sospensione dell’Incredulità.
Un meccanismo essenziale al funzionamento di qualsiasi forma di narrativa.
Non dubito che i miei vecchi compagni in questione non siano diventati degli eccellenti bancari (con tutto il rispetto per la categoria).
E d’altra parte la risposta a tutta questa faccenda non è poi così facile.
Perché se è vero che nello scrivere la storia di un astronauta io non credo di essere un astronauta, ci sono altre questioni, altrettanto importanti, nella quali più o meno devo credere.
Credo davero che sia possibile il viaggio interstellare?
Sotto certe condizioni, si.
Credo davvero che possano esistere altri pianeti abitabili in orbita attorno ad altre stelle?
Sotto certe condizioni, si.
Credo davvero che possano esistere creature non necessariamente umane con le quali si potrebbe interagire?
Ancora, sotto certe condizioni, si.
Credo davvero che il progresso scientifico potrebbe darci tutto questo, e molto di più?
Naturalmente, sotto certe condizioni, si.
E per affrontare il problema da un altro angolo… credo davvero che gli esseri umani, in media, siano tutti cialtroni ma in fondo decenti?
Direi di si – credo che gli autentici bastardi siano una minoranza.
Credo davvero che sia possibile risolvere qualsiasi tipo di problema applicando razionalità e compassione?
Certamente.
Credo davvero che tutti siano fondamentalmente uguali, senza predestinazioni, superominismi e altri doppifondi genetici?
Eccome.
Quindi, mi dico, quando scrivo storie d’immaginazione, ho alle spalle un corpus di forti convinzioni e, perché no, di passioni, senza le quali non potrei scrivere.
Convinzioni e passioni, vorrei sottolineare, che i miei personaggi non necessariamente devono condividere, eche sarebbemeglio non esplicitare, ma lasciare nel fitto dell’ordito della storia.
Tra queste non c’è – putroppo o per fortuna – la convinzione di essere un esploratore spaziale alla maniera di Capitan Futuro.
Ma ce ne sono parecchie altre che è più facile affermare attraverso il filtro della narrativa che non apertamente.
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