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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Classici e Ciarpame

Pubblicato da Davide su Maggio 13, 2008

Mi viene segnalato un buon post sul tema di Letteratura Antica e Moderna che pare fatto apposta per suscitare dibattiti.
Dopo aver postato un commentino rapido-rapido sul blog in questione (meglio non occupare troppo spazio sulle pagine altrui con opinioni non richieste), butto giù un paio di opinioni gratuite un po’ più estese in questa sede.
Già sapendo che finirà per essere un altro pork chop express.

Riassumo malamente la tesi di partenza…

In passato la letteratura e le sue innovazioni erano considerevoli: l’elités della società veniva in un certo senso “coinvolta” ed “influenzata” dalle opere composte. Spesso gli scritti rappresentavano davvero una novità
[...]
Ma dubito seriamente che le generazioni future studieranno autori come Dan Brown e Federico Moccia. Così arrivo alla mia riflessione. Oggi la letteratura è diventato un passatempo; come ha affermato la professoressa a lezione “oggi si legge per svago.” Ed è vero. E la cosa che mi colpisce è che si leggono solo romanzi come “Il codice da Vinci” o “Tre metri sopra il cielo”, che per quanto possano essere intriganti non rappresentano di certo la nostra letteratura.

Il post in questione sembra più interessato alla forma che ai contenuti (lecito), ma getta le basi per una discussione (spero) non banale.

La narrativa viene letta - in prima battuta - perché produce piacere in chi la legge.
Il piacere può assumere varie forme - il piacere di scoprire qualcosa di nuovo, il piacere di farsi due risate davanti a situazioni paradossali, il piacere del brivido…
Su questa condizione di base - senza la quale, semplicemente, i libri non si leggono - si innestano due funzioni “embedded”, che fanno parte tanto del contenuto che della forma della narrativa.

La prima funzione è esplorativa - si osservano e si descrivono situazioni nuove e differenti, oppure si offrono visioni differenti di situazioni e fenomeni notie considerati acquisiti.
La seconda funzione è sostanzialmente di rassicurazione - non c’è nulla da temere, tutto andrà per il verso giusto.
Non necessariamente questi due ingredienti sono bilanciati, 50/50.

Jack Kerouack (lo stile del quale venne definito da un critico “battere a macchina, non scrivere”) è sostanzialmente sperimentale nella forma ed esplorativo nei contenuti.
Chandler (lo stile del quale, con quello di Hemingway, è la base di molta narrativa moderna) è moderatamente sperimentale nella forma e se esplora una certa visione “noir” della società, è in ultima analisi rassicurante - esiste il male, ampiamente diffuso, ma il singolo può ancora contare su risorse morali sufficienti ad opporvisi.

Un po’ come i romanzi di Dickens, che esplorano una società in rapidissimo mutamento e spaventosa per la sua crescente inumanità, ma ci rassicurano con l’osservazione che le relazioni interpersonali fra persone decenti possono servire ad arginare l’avanzata della disperazione.
E così via…

Senza mai scordarsi il piacere della lettura.
“Il Circolo Pickwick” è una valanga di risate.
“Il Grande Sonno” è un ottimo poliziesco (anche se non si capisce chi sia l’assassino).
Lo svago e l’intrattenimento sono salvi - ma con un extra.

Arriviamo così ad una ipotesi classificativa.
La letteratura di buona qualità (classici inarrivabili o semplicemente sano, solido intrattenimento) gioca sul piacere della scoperta, dell’esplorazione, della sfida.
“Dracula” di Bram Stoker è rassicurante (il vampiro viene eliminato), ma provo piacere a leggerlo perché posso giocare con l’idea che il vampiro possa vincere, il male trionfare… e così esploro e sperimento queste eventualità.
Lo ha capito bene Kim Newman, che proprio a quell’eventualità alternativa ha dedicato uno dei migliori romanzi mai scritti sul tema del vampiro, il colossale “Anno Dracula”.
Un classico nel suo genere.

La narrativa mocciosa (mocciana? mocciniana? moccide?), d’altra parte, gioca sul piacere della rassicurazione.
Le situazioni descritte difficilmente sono presentate sotto una nuova ed originale angolazione (siamo al classico “boy meets girl”) e tutto gioca a rassicurare il lettore, a farlo sentire tranquilamente parte di una collettività che ha gli stessi problemi, le stesse idee, le stesse passioni…

Moccia viene qui assunto ad esempio ma non è certo l’unico perpetratore di questa forma narrativa dall’epoca di Assurbanipal fino a noi… i polizieschi di routine con il super-detective che risolve tutto, i romanzi rosa scritti col ciclostile, il fantasy clonato direttamente dalle cellule surrenali di Tolkien, la fantascienza dei tie-in di Star Trek e Guerre Stellari, i libri sui Coniglietti che legge Snoopy, la letteratura come forma di ostentazione intellettuale (”ora vi faccio vedere io quante parole da sette sillabe conosco!”), la pornografia, James Bond…

L’elenco potrebbe essere lunghissimo.

E qui casca l’asino…
Perché l’esplorazione è sempre nuova e vitale - anche quando esploro le rovine di una civiltà scomparsa - ed il piacere che ne ricavo è sempre vivo.
Ma la rassicurazione, specie la rassicurazione di tipo sociale, è sostanzialmente legata solo a fattori locali mutevoli - e quindi invecchia alla svelta.
Potremmo vedere questi libri trasformati in “reperti di un’epoca dimenticata” - ma i libri di questo tipo, che ci danno una fotografia esatta di un momento storico, raramente passano alla storia se non contengono anche una visione nuova e fresca, delle opinioni forti, una voce autorevole.
Che di rado si limita ad essere rassicurante.

È per questi motivi, incidentalmente, che la narrativa orrifica di H.P. Lovecraft ha una vita così lunga (ed uno status di classico) paragonata all’opera di altri autori di Weird Tales spesso più dotati stilisticamente.
Perché il Gentiluomo di Providence non fu mai consolatorio o rassicurante - se non nel senso più ironico possibile - ed in questo modo riuscì a scrivere storie che non invecchiano.
Evitò storie in cui il lieto fine è garantito dall’uccisione del bieco cinese di turno, dall’ostracizzazione del pericoloso mezzosangue che si spaccia per uomo bianco, o dal riconoscere che astinenza sessuale e attività fisica sono la strada per la salvezza del genere umano.
Idiozie, diremmo oggi - ma all’epoca nient’altro che piacevoli rassicurazioni.

I classici invecchiano bene.
Ed invecchiano bene perché fanno leva su ciò che di più vitale esiste nella letteratura, lasciandosi alle spalle provincialismi e localismi che datano inesorabilmente le pagine, trasformando la storia in un relitto di un’epoca (volentieri) dimenticata.

17 Risposte a “Classici e Ciarpame”

  1. Maria Grazia Dice:

    Presuppongo che questo sarà uno di quei post in cui ritornerò spesso, dato che mi sta facendo riflettere molto su ciò che ho letto in passato (e leggo attualmente) e sui criteri in base ai quali scelgo autori e testi.
    Qualche riflessione a caldo…

    Ritornando un attimo sul discorso “forma”, tu dici giustamente che

    la narrativa viene letta - in prima battuta - perché produce piacere in chi la legge.

    In questo piacere (e qui parlo come lettrice), la forma ha un ruolo non indifferente. Uno stile “difficile”, che ti spiazza, ti sfida esercita su di me un’attrattiva notevole. La costruzione del periodo, un’immagine dipinta con le parole, una metafora inedita talvolta mi costringono ad interrompere la lettura, a ritornare indietro sulle pagine già lette e a soffermarmi nuovamente su quelle parole magnetiche.

    La prima volta che ho letto Virginia Wolf mi sono sentita spaesata. Non sapevo più dove fossi. Le immagini fluivano, i pensieri riecheggiavano e sembrava che tutto andasse in dissolvenza ma non scomparendo mai del tutto…

  2. Davide Dice:

    Ciò che troppo spesso si dimentica è che forma e contenuto difficilmente sono disgiunti.
    Una buona storia deve anche essere scritta “bene” - nel senso che la forma deve adeguarsi al contenuto (o viceversa).
    Al limite, lo stile deve essere così trasparente da starsene fuori dai piedi, e non interferire con i contenuti. Ma gli autori veramente in gamba hanno un proprio stile riconoscibile.

    Un po’ come con la narrativa orale, l’argomento della storia è ciò che acende il nostro interesse, la forma con cui è narrata è ciò che lo fissa nella nostra memoria.

  3. Maria Grazia Dice:

    E’ vero anche, però, che in questo momento la capacità di fruire di un codice linguistico più “complesso” sembra essersi abbassata…

    E allora, nell’inscindibile nesso tra forma e contenuto, una certa forma di rassicurazione non è data anche da uno stile più discorsivo e non troppo “ricercato”?

  4. Davide Dice:

    Certo!
    Ma lì è il solito problema - se abitui il pubblico alla spazzatura, quando poi gli dai i diamanti non sano cosa farsene.

    Anche l’eccessiva semplificazione testuale svolge essenzialmente una forma di controllo sociale, rafforzando i toni rassicuranti.
    Forse in prima battuta lo scopo è commerciale - il libro “fila”, “si legge d’un fiato”, “si legge ad occhi chiusi” (sic!) - però poi gli effetti deleteri sono ben più vasti.

    È come cercare di convincere la popolazione che tutti i problemi abbiano in fondo una soluzione facile e veloce che non costa nulla.
    Non è vero, però è rassicurante.
    Di ritorno, tuttavia, se spingi una simile linea, hai l’analfabetiso scientifico e lo scetticismo ad oltranza, la refrattarietà alla matematica ed il lento scivolamento in una sorta di scientismo malato che è peggio del fideismo cieco.

    Con la narrativa è lo stesso.
    Le cattive abitudini generano disastri.

  5. Maria Grazia Dice:

    Errata corrige: mi dispiace aver involontariamente apostrofato la povera Virginia come un “lupo” ;-)

  6. celiovibenna Dice:

    Mmmmsì, però non sono del tutto convinto che l’equivalenza ‘visione rassicurante’ = ‘ciarpame narrativo’ [e perciò anti-classico] funzioni in ogni occasione. Prendi i Vangeli, o il Corano, o chessoio. Bè, son classici, no? Altrimenti, come definirli? Ma la visione del mondo che propongono è anche altamente rassicurante, no? Tutto finisce bene, in fondo, i buoni trionfano, si resuscita addirittura alla fine dei tempi…

  7. Maria Grazia Dice:

    Beh, però è difficile che qualcuno si metta a leggere un testo sacro per il piacere della lettura… E poi non finisce proprio bene per tutti ;-)

  8. Davide Dice:

    E comunque, la componente rassicurativa è bilanciata sostanziosamente da untema esplorativo - la definizione di come funzioni l’universo (che non è mica poco).

    E poi concordo con Maria Grazia - rassicuranti per chi? ;-)

  9. celiovibenna Dice:

    Tsk, tsk… non sottovalutate, per cortesia, il potenziale ‘diportevole’ delle Scritture (lo dico consapevole di sfiorare la blasfemia… ma tanto scrivo sul blog di uno scienziato [evoluzionista, per di più... ]): provate a leggervi, tanto per dire, gli “Atti degli apostoli” senza preconcetti: ci sarebbe di che far impallidire Jack Vance! Inoltre, mi permetterete una precisazione: le Scritture presuppongono una cosmologia già data (mitica), ma non la illustrano. L’universo, insomma, non è più definito di quanto non risulti nei romanzi di E.R. Burroughs. Quel che voglio dire è: siamo sicuri che sia proprio la variabile della ‘problematicità’ a fondare il carattere precipuo di un ‘classico’? Non ne sono così sicuro… C’è classico e classico…

  10. Davide Dice:

    O Celio Vibenna,
    ti concedo di esprimere idee eretiche sulle Scritture, ma su Burroughs, no, che diamine!

    Sulla questione delle qualità esplorative dei testi…

    Un testo sacro fornisce una serie di istruzioni operative (più o meno esplicite) su come rapportarsi alla realtà.
    In questo costituisce il fattore “di rottura”, esplorando nuove possibilità - se il testo sacro ribadisse solo fatti acquisiti senza ampliarli, metterli in nuova luce o proporre alternative, non farebbe il suo mestiere.

    I romanzi di Edgar Rice Burroughs contengono ampi passaggi descrittivi - ma più interessante è (anche qui) il modo in cui Tarzan, o John Carter, si rapportano al proprio ambiente adottivo.
    Penso all’incontro di Carter con i Thark.
    Oppure al gioco - geniale - del linguaggio “animale” di Tarzan; un artificio semplicissimo (mutuato da Kipling) ed un esempio eccellente di come il linguaggio possa definire la realtà.

    Chiaro poi che c’è classico e classico (e si sarà capito che io preferisco Burroughs ai Padri della Chiesa, col dovuto rispetto).
    Tutte le classificazioni - anche la mia in questa sede - sono prima di tutto generalizzazioni.

  11. celiovibenna Dice:

    … Item: ma sì che finisce bene per tutti! Almeno secondo i sostenitori dell’apocatastasi, a cominciare da sant’Origene di Alessandria (no, non è santo, ma l’ho canonizzato io alla bisogna). Ma anche per i mistici, suvvia (”Tutto è bene, tutto sarà bene”: così santa Giuliana di Norwich). Pianto e stridor di denti? Mera ipotesi (anzi: deterrente). Vorrei rinviare a un volume di cui ho curato recentemente l’edizione italiana, ma mi taccio per tema di far troppa pubblicità all’editore (il quale tanto è già abbastanza grosso, e non ne abbisogna… )

  12. celiovibenna Dice:

    @Dave: “mutuato da Kipling”? Il vecchio ERB non l’avrebbe mai ammesso ;-)

  13. Davide Dice:

    Falso.
    Esiste in effetti una leggenda metropolitana secondo la quale Kipling si incavolò non poco, ravvisando in Tarzan una copia dei suoi Libri della Giungla.
    Di fatto, è vero il contrario - Kipling apprezzava il lavoro di Burroughs, tanto da contattarlo di persona per complimentarsi per la saga dell’Uomo Scimmia.
    In più di una intervista, Kipling si dichiarò appassionato burroughsiano, arivando a suggerire Tarzan come lettura a coloro che avessero amato Mowgli - e il buon ERB non ebbe difficoltà a riconoscere in Kipling un maestro.

    Da dove salti fuori la panzana della furia kiplinghiana e della faida fra autori resta da stabilire (probabilmente, dico io, da qualche articolo di Sam Moskowitz).

  14. celiovibenna Dice:

    I know it, my lad… “riconoscere in Kipling un maestro”: d’accordo, ma quel che dicevo è che — anche se il burroughsiano d.o.c. sei tu, non ho difficoltà ad ammetterlo — non mi consta che ERB abbia mai ammesso di essersi ispirato direttamente ai Jungle Book per creare Tarzan sulla falsariga di Mowgli (così come non ammise mai di essersi ispirato al Gulliver Jones di Arnold per creare il suo John Carter). Poi c’è un’altra curiosità, che mi riservo d’indagare (la sede puoi immaginarla, dopo i nostri ultimi conversari): ricordi — ricorderete tutti, oh burroughsiani sparsi ai quattro venti — la caverna nella quale avviene il fantomatico ’sdoppiamento’ del capitano Carter, già inseguito da indiani assetati di sangue, in “John Crater of Mars”? Ebbene, questo sì che mi pare un modo interessante di ricondursi agli antesignani ‘american gothic’: penso a Ch. Brockden Brown, “Edgar Huntly” (ecco una cosa che bisognerebbe tradurre!)…

  15. Davide Dice:

    ERB viveva in un’epoca in cui il diritto d’autore era ancora una cosa inventata da Hans Christian Andersen :-P

    Di fatto, Burroughs non cita alcuna delle proprie fonti, né fornisce una bibliografia ai propri universi.
    C’è d’altra parte da dire che si basava di solito su teorie tanto popolari all’epoca (la terra cava di Cyrus Teed, il marte canalizzato di Schiaparelli e Wells etc) che probabilmente non aveva bisogno di citare le fonti, essendo queste note.

    Buona la questione sull’opera di Brockden Brown.
    Un “Annotated John Carter of Mars” d’altra parte, arriverebbe facilmente al doppio delle pagine dell’originale…

  16. celiovibenna Dice:

    EHI, però sarebbe un’idea! Diamoci sotto! a quattro mani… poi diciamo a MaxCiti che ce lo pubblichi… :-D

  17. Davide Dice:

    Ci va bene che oggi MaxCiti è offline ;-)

    La cosa non sarebbe poi impossibile.
    Tutti i testi in questione sono ormai fuiori copyright - anche i primi romanzi di Barsoom, nonostante l’ingerenza della Disney.

    Sarebbe un lavoro colossale, ma non impossibile.
    Credo tuttavia avrebbe più mercato all’estero che non in Italia,
    Però … la cosa si potrebbe mettere insieme per coincidere in uscita col lancio nel 2010 del film di John carter…
    Parliamone.
    Ma sul serio.

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