Cammina come parli
Strane connessioni.
Una recente antologia ha generato un grappolo di pessime – ma circostanziate – recensioni da parte di Max Citi, Elvezio Sciallis e su Alia Evolution.
Avendo letto tali recensioni, e provando una istintiva diffidenza per progetti del genere (”chiamo una decina di amici, ognuno scrive trenta pagine, poi vendiamo il libro ai fessi”), mi sono tenuto bene alla larga dal volume in questione.
Una frase nel post di Elvezio Sciallis mi ha tuttavia suscitato una diversa serie di considerazioni, che ora provvedo ad infliggere ai miei visitatori, nella più tradizionale formula del pork chop express.
Mai un sussulto, mai un’idea, mai una pagina con uno stile e una
poetica precisi. Solo un porridge poco riscaldato nel quale il
fantastico fatica come non mai a far capolino, sepolto in un mare di
ovvietà e di brutta, brutta, brutta scrittura.
… dice Sciallis.
Flashback.
Guida alla Fantascienza, di Isaac Asimov, venne pubblicato da Mondadori nel 1981.
Lo acquistai appena uscito in edicola (era un Urania Blu) e per alcuni mesi fu la mia Bibbia.
Fra gli articoli di Asimov raccolti nel volume ce n’è uno intitolato “Vetrate e Vetri”.
In questo breve saggio sul linguaggio della letteratura fantascientifica, Ike descrive una modalità di scrittura, per luipreferibile, in cui
parole e frasi non vengono scelte per la loro originalità, o la loro peculiarità di suscitare stati d’animo e la loro forza evocativa, ma semplicemente perché servono a descrivere ciò che sta succedendo senza involuzioni.
[...]
Il risultato è che il lettore capisce immediatamente quello che sta leggendo (se la storia è raccontata bene). In teoria, non ci si dovrebbe rendere conto dello stile di scrittura.
Questo modo di scrivere è contrapposto ad una modalità in cui
l’autore [...] fa descrizioni pittoriche e indulge a dipingere minuziosamente lo sfondo e l’ambiente in cui si collocano gli eventi, perché desidera suscitare nel lettore uno stato d’animo che lo induca a vivere gli avvenimenti della storia più intensamente che se essi fossero descritti con una narrativa più scabra e lineare.
L’articolo è capzioso, ed usa una una specie di gioco delle tre carte con le metafore per sostenere la tesi che la “narrativa scabra e lineare” sia la modalità ideale per la letteratura di fantascienza.
L’idea deriva probabilmente – come molte delle “regole” di Asimov – dalle linee guida che John W. Campbell dava ai suoi autori.
Una colossale sciocchezza, naturalmente.
Non solo infatti le due categorie utilizzate sono talmente ampie da essere prive di significato, ma di fatto entrambi gli stili (o se preferite, il continuum stilistico che va dal barocco aggravato alla lista della spesa) sono stati utilizzati con estrema efficacia da autori che hanno prodotto capolavori.
E da altri che hanno prodotto porcherie.
Nel corso degli anni, la posizione di Asimov è stata smontata – tra gli altri – da Samuel Delany, da Michael Moorcock, da Colin Greenland, da John Clute (che dimostrò oltretutto come lo stesso Ike non seguisse i propri precetti).
È stata negata dai fatti – e la lista degli autori, da Ballard a Zelazny, è lunga e ben pasciuta.
Viene negata dall’osservazione di Elvezio – che comelettore prima ancora che come critico cerca nella sua narrativa una qualità che è anche qualità del linguaggio.
Eppure la vecchia storia della prosa trasparente come una vetrata (così la chiama Asimov) ha una sua strana persistenza.
La si trova annidta in qualche noticina o appendice anche in alcuni validi manuali di scrittura.
Ve la sbattono in faccia su siti web e blog per aspiranti scrittori.
Ve la riciclano al corso di scrittura organizzato dai fan di Star Trek.
È probabile che persino Stephen King ne parli nel suo On Writing – eccellente manuale di scrittura per chi sa già scrivere.
Una buona storia di genere non ha tempo da perdere con i fronzoli della lettaratura alta.
Il motivo di questa persistenza, probabilmente, è dovuto al fatto che il messaggio è rassicurante: tranquillo, ragazzo, non devi saper scrivere bene per scrivere bene fantascienza (o fantasy o horror).
Come no.
È ben noto che chiunque abbia una penna biro e un bloc notes può mettere giù un paio di pagine indistinguibili dalla prosa di Jack Vance (fantascienza), Lyon Sprague de Camp (fantasy), H.P. Lovecraft (horror) o Fritz Leiber (tutti e tre i generi – e mai due volte lo stesso linguaggio).
Eppure è possibile, addirittura probabile, che questo criterio barbino di giudicare il linguaggio faccia ancora parte del bagaglio di certe giurie di concorso, di certi lettori editoriali, di certa gente “del giro”.
Non possiamo neppure escludere che non sia filtrata, in qualche modo, nelle linee guida fornite ai malcapitati autori dell’antologia da cui questo post ha preso l’avvio.
Le subordinate e gli aggettivi di tre sillabe sono per gli snob che scrivono letteratura.
Oppure, ed anche questo è un peccato mortale, gli autori incriminati si sono lasciati vincere dalla tentazione di andare nella direzione opposta, di scrivere “colto” per nobilitare il genere e al contempo allontanarsene.
Anche questa, se applicata a freddo e con scarsa coscienza dei vincoli del genere, è una strategia suicida.
Che fare allora?
Gli Steely Dan cantavano “You gotta walk it the way you talk it or you
gonna lose that beat” – devi camminare come parli, o perdi il tempo.
La storia ed il linguaggio con cui viene narrata sono strettamente connessi, e si rinforzano vicendevolmente.
Chi non capisce questo meccanismo – anche semplicemente a livello istintivo – non scrive.
Dattilografa.

Tocchi un nervo scoperto, caro Davide.
Molto scoperto.
Più di una volta mi hanno fatto notare che la mia è una scrittura «alta». Parrebbe un complimento, vero? Ma si tratta di un complimento «avvelenato», dal momento che questo rende, temo, automaticamente un po’ patetico il mio tentativo di scrivere sf.
D’altro canto non posso disimparare a scrivere.
Potrei declinare lo stile in modo da renderlo più adatto a temi meno impegnativi. Ma il problema reale è che se usi cinquecento parole riuscirai a esprimere soltanto i concetti e le situazioni permessi da un vocabolario limitato.
Che i vocaboli siano intercambiabili è una pietosa balla.
Puoi evitare di scrivere «bombastico» e sostituirlo (male) con «retorico», «reboante» o con «presuntuoso». Ma non è ciò che volevi scrivere. E comunque si tratta sempre di vocaboli con almeno tre sillabe o quattro. Quindi finisci per eliminare il personaggio e la situazione.
Le regole di Asimov mutuate da Campbell sono state pensate per un pubblico di lettori di formazione «tecnica» che avevano una dimestichezza molto relativa con il vocabolario. Proporlo oggi significa soltanto adeguarsi al modello di sub-comunicazione televisiva.
Ultima nota: la famosa antologia mondadoriana che ha dato spunto ai commenti miei e di Elvezio è sorprendentemente misera da un punto di vista lessicale. Soprattutto se si tiene conto che è stata scritta da individui che scrivono per mestiere.
Tutti seguaci di Asimov?
maxciti55
5 Giugno 2008 alle 9:45 AM
Sono esistiti in passato nel nostro paese traduttori che hanno provveduto ad abbassare il livello troppo elevato di certi autori – al punto che in un confronto diretto l’originale e la traduzione sono, a tutti gli effetti, romanzi diversi.
La faccenda del “tu scrivi troppo bene per scrivere certe cose” – sono quei complimenti obliqui che vanno affrontati con una sonora pernacchia.
Alla costernazione dell’interlocutore si risponda con “Consideralo un esperimento di linguaggio”.
Sul fatto che i perpetratori dell’antologia si siano mantenuti su un linguaggio da ricevuta della lavanderia, più che una monolitica adesione ai dettami del divino Isacco degli Asimi, io ipotizzerei più semplicemente che abbiano scritto in quel modo perché convinti che il fantastico si scriva in quel modo.
E che E.T. A. Hoffmann si danni.
Davide
5 Giugno 2008 alle 10:03 AM
[...] con la faccenda del linguaggio.Una teoria – della quale credo di aver già accennato su questo blog – vorrebbe che il linguaggio della narrativa fantastica, e della fantascienza [...]
Editing – parte prima « strategie evolutive
11 Giugno 2009 alle 4:42 PM