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Archive for Luglio 2008

Coerenza Critica

30 Luglio 2008 Davide 4 commenti

Cosa sarebbe l’estate senza un bel dubbio etico?
Facciamo un po’ di pork chop express….

Il mio amico (nonché editore) Massimo Citi sostiene di non amare la narrativa a tesi, la narrativa didattica, quella che spinge un’idea o un’ideologia a oltranza.
Posso capirlo.

http://ecx.images-amazon.com/images/I/51SuIOeQl0L._SL500_AA240_.jpgQualche tempo fa, nel descrivere il popolare romanzo Stato di Paura di Michael Crichton, del 2004, ho utilizzato l’aggettivo “turpe” – fatto che come alcuni ricorderanno sollevò le ire di alcuni.
Di fatto, si tratta di un’opinione che intrattengo tutt’ora – un romanzo scritto allo scopo dichiarato di delegittimare le affermazioni di una certa porzione dell’establishment scientifico, ed in aperto appoggio di una ben precisa linea politica e di noti interessi finanziari, mi pare un’operazione turpe.
Non sto qui a sindacare se il libro sia scritto bene o male, se Crichton cicchi i congiuntivi (improbabile) o tratteggi malamente i propri protagonisti (molto più probabile).
Ciò che mi fa imbizzarrire è che il libro operi presentando teorie false o sbagliate al fine di attaccare fatti provati, e giochi sulla permeabilità del confine fra narrativa e saggistica per far passare un messaggi sostanzialmente ideologico.
Tanto che poi una certa fazione politica lo ha adottato come “libro di testo”.
E quindi definisco turpe State of Fear di Crichton.

http://ecx.images-amazon.com/images/I/51-98HYf74L._SL500_AA240_.jpgPerò, però…
Sto leggendo Forty Signs of Rain, di Kim Stanley Robinson, del 2004.
Autore sfortunato in italia (dove ci si ostina a stampare incomplete le sue trilogie) Robinson è indubbiamente superiore a Crichton per qualità narrativa e preparazione scientifica.
“Fila” un po’ meno, ma ha più sostanza.
L’autore racconta di scienziati ed ha un’idea chiara e corretta di che genere di persone siano, come vivano e come pensino – ed è altrettanto accurato nel tratteggiare politici, monaci buddhisti, giornalisti o industriali.
Forty Signs of Rain, prima parte di una trilogia (tanto per cambiare) intitolata Science in the Capital, è un buon romanzo – scritto bene e con delle idee interessanti.
È, anche, un romanzo a tema, scritto per supportare proprio quelle teorie che Crichton invece affossa.
Non sarebbe giusto, a questo punto, definire “turpe” anche l’operazione di Robinson?

È una questione interessante, no?
O per girarla in un altro modo – come me la posso cavare, in modo da poter continuare a chiamare trogloditi imbecilli (ma con tanta simpatia) quelli che amano il romanzo di Crichton, e ad abbracciare come fratelli i fan della trilogia di Kim Stanley Robinson?

Qualche idea…
In generale, i lettori continueranno a preferire il libro che è più vicino alle proprie idee.
Certo, acquistando un romanzo dell’autore di Escape from Katmandu, Antarctica e della Orange County Trilogy, il lettore dovrebbe essere conscio del fatto che sta per leggere un libro di un autore che ha preso una posizione definita sulla questione ambientale, e quindi aspettarsi dove si andrà a parare.
I romanzi di Robinson sono schierati e non pretendono di non esserlo.
Sono narrativa “didattica” e non pretendono di non esserlo.
E mi pare che Kim Stanley Robinson non distorca i dati come invece fa il suo più popolare collega.
Ed è qui, per quel che mi concerne, che casca il somaro.
Kim Stanley Robinson può essere accusato di partigianeria ma non di disonestà.
Il libro non gli è stato commissionato da politici, non ha vinto premi come lavoro giornalistico, non usa note a pié pagina e grafici stralciati a caso da articoli diversi per ammantarsi di un’autorevolezza che di fatto non ha.
Rimane un romanzo.
Che fa pensare, che forse fa propaganda.
Ma onestamente.

Poi, come si suol dire, YMMV.

Sir Ken Robinson

30 Luglio 2008 Davide Lascia un commento

Oggi lascio ad un altro il compito di riempire questa pagina….

Ken Robinson – Differentiated Teaching -

Si tratta di un edit dell’originale TED Talk, che si aggira sui venti minuti.

Interessante sentire qualcuno con un cavalierato sostenere quello che io sostenevo già da studente.

L’Ultimo Teorema di Clarke

29 Luglio 2008 Davide Lascia un commento

http://www.popsci.com/files/imagecache/article_image_large/files/articles/space1001clark_A.gifIl Telegraph ha pubblicato oggi un estratto dell’ultimo romanzo del compianto Arthur C. Clarke – scritto a quattro mani con Fredrik Pohl.
Il romanzo si intitola The Last Theorem ed è ambientato durante le prime olimpiadi lunari.
L’uscita in Gran Bretagna è imminente – noi nel frattempo ci consoliamo con questo lungo capitolo.

Buona lettura.

[immagine da www.popsci.com]

Modello comportamentale

29 Luglio 2008 Davide Lascia un commento

È un po’ di tempo che lo vado dicendo.
Io non sarò mai in gamba come Fritz Leiber o come Michael Moorcock.
Come David Zindell o Gene Wolfe.
Che diavolo – non sarò mai in gamba come Massimo Citi, che oltretutto lo conosco di persona.
Ma essere consci dei propri limiti è un punto di forza.
Quindi io, ben conscio dei miei limiti, mi accontenterei di essere come Lyon Sprague de Camp.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/1/1a/The_Day_of_the_Dinosaur.jpg
Nell’ultimo anno, colto da una sorta di febbre decampiana – essenzialmente l’esigenza di leggere della narrativa brillante (nel senso di umoristica) scritta in maniera brillante (nel senso di proprio bene), ho raccattato tutto il materiale disponibile partorito dalla penna di Lyon Sprague de Camp.
The Carnelian Cube – fantasy onirico scritto a quattro mani col suo sodale Fletcher Pratt.
The Day of the Dinosaur – dotto saggio paleontologico, che se è vero rimane fermo alla grande revisione di Gaylors Simpson, è anche più leggibile e piacevole dei lavori dello stesso Gaylord Simpson.
I suoi vari lavori di archeologia e critica letteraria.

Oggi il postino, con espressione sempre più perplessa, mi ha consegnato lo scatolone in cui riposava una copia ancora imballata di Time & Chance, l’autobiografia di de Camp che il mio nuovo role model scrisse e pubblicò nel 1996 su sollicitazione della moglie.
E che vinse un premio Hugo nel 1997.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/5/55/Time_and_Chance.jpgSi tratta di un volume pubblicato dalla small-press di Donald M. Grant – stampato su carta di qualità superlativa, rilegato a mano con tecniche dimenticate dai tempi di Beniamino Franklin; solo l’odore delle pagine è un’esperienza mistica.
Cinque pagine oltre la copertina, e già de Camp – assalito da un’azienda che si propone di tracciare il suo albero genealogico e disegnargli un’insegna araldica – ricostruisce la propria linea ancestrale fino al massacro della notte di San Bartolomeo, scopre con non poca sorpresa personale (e del lettore) di essere cugino di quinto grado di H.P. Lovecraft (“il noto autore di letteratura soprannaturale la cui biografia pubblicai anni addietro”) salvo poi concludere di discendere da unalunga schiatta di contadini.
Il volume è di 440pagine.
Se tanto mi dà tanto…

Molto popolare fino agli anni ‘80, Lyon Sprague de Camp è caduto nel dimenticatoio – per lo meno nel nostro paese – sotto l’avanzata degli hard fantasist: gente capace di disquisire per tre pagine sul giunto dello spallaccio della corazza del protagonista, e che si trovano in imbarazzo – o così pare – a trattare di cose frivole come magia ed immaginazione.
Il che è curioso, se consideriamo che proprio de Camp fu un pedante insopportabile su questioni del tipo se la sella di Conan fosse dotata o meno di staffe o altre simili sciocchezze.
Ciò che ha fatto tramontare la stella di de Camp è probabilmente da una parte la sua tendenza a non aderire ad un modello tolkienoide di fantasy, e dall’altra la leggerezza con la quale l’autore era solito affrontare i temi del fantastico.
C’è poco di melodrammatico in de Camp che non si risolva con un capitombolo, una cialtronata o una fuga precipitosa.
Specializzato in eroi competenti ma molto molto prudenti, in un sovrannaturale governato da una logica ferrea e crudele e da una vena di sano e onesto cinismo (“Fai agli altri ciò che gli altri vogliono fare a te, e possiboilmente faglielo prima”) de Camp ha scritto di futuri in cui il Brasile è una superpotenza interplanetaria, ha narrato le storie di una banda di robot accattoni, ha creato un bar dove capitano cose che non dovrebbero capitare, ha immaginato l’improbabile ritorno del Barbarossa durante la Battaglia d’Inghilterra, ha tracciato le regole della matematica della magia.
Come curatore ed antologista ha mantenuto in vita e visibili romanzi ed autori che sarebbero stati altrimenti dimenticati.
Come saggista ha parlato di dinosauri, di letteratura, di archeologia e di Atlantide.
Ed ha ancora trovato il tempo per essere inseguito da un ippopotamo.

Poi ti capita di inciampare su una cosa come questa in rete…

Back in the days when I was trying to get my feet wet as a writer, I
would say to my friends, “I want to be L. Sprague de Camp when I grow
up.” That was more than half a lifetime ago; I realize now, as I didn’t
then, how foolish I was. There was, and could be, only one of Sprague.
Even so, in another sense I wasn’t so far wrong after all. I could have
picked a great many worse models, and very few better ones.”

È di Harry Turtledove.

È bello avere degli eroi.
Specie se mantengono le promesse che hanno fatto.

Creatività per non-creativi

28 Luglio 2008 Davide Lascia un commento

Non sono morto.
Non sono stato rapito dagli alieni.
Mi sonosemplicemente trovato impegolato in un lavoro colossale e importante che andava finito per prima, e quindi ho trascurato il blog.
In compenso ora so tutto – o quasi – di XAMPP (alias LAMPP).
Non che non ne avrei fatto volentieri a meno.
Ma son soddisfazioni.

http://newmedialife.files.wordpress.com/2008/04/presentation_zen.jpgMentre mi dibattevo ammanettato al laptop per guadagnare qualcosa in modo da rendere felice l’uomo delle tasse, ho anche messo mano su un libro davvero notevole, intitolato Presentation Zen.

Ora è noto che io
a . sono naturalmente portato ad acquistare qualsiasi cosa abbia la parola “Zen” in copertina
b . diffido di qualsiasi applicazione dello “zen” a pratiche professionali o artistiche non certificate da almeno ottocento anni di pratica da parte di artigiani nella regione del Kanto.

D’altra parte l’autore, Garr Reynolds vive e lavora in Giappone da anni, ed il libro arriva con l’imprimatur di Guy Kawasaki e di Seth Godin – fra gli altri.

Presentation Zen è anche il titolo del sito web di Reynolds – e vale la pena farci un giro, se mai vi è capitato di dover parlare in pubblico.

Di cosa tratta il volume…
Di comunicazione – ed inparticolare della comunicazione attraverso quell’infernale aggeggio che è PowerPoint.
Meno radicale di Richard Tufte (che sostanzialmente dice di cancellare PowerPoint e tornare agli handout cartacei), Garr Reynolds offre una serie di consigli basilari ma eccellenti per evitare di uccidere il nostro pubblico con slide sovraccariche, brutte, troppo sgargianti, inutili.

Il libro si configura quindi come il manuale ideale del corso che da anni minaccio di proporre su come presentare studi ambientali – in sede d’esame o di congresso – in maniera non-letale.

Qua e là Reynolds si allarga su questioni che potrebbero sembrare marginali – la natura della creatività, i tratti che sottolineano l’originalità, e concetti tipicamente orientali come shibumi, o wabi sabi.
Ma si tratta di derive solo apparenti – e l’autore monta il tutto in un unico discorso organico e convincente.

Assolutamente fondamentale poi il concetto di Pecha Kucha – presentazioni costruite sulla base di venti slide ciascuna proiettata solo per venti secondi.
Da una parte una forma di allenamento – poiché la creatività cresce se poniamo dei limiti stretti – e dall’altra una tecnica di sopravvivenza.
Geniale.
Me lo terrò caro per sistemare certi moderatori che – nel ricordarti che ora iniziano i venti minuti a tua disposizione, non mancano di farti notare che hai solo quindici minuti, quindi meglio chiudere in sette-otto, ok, ragazzo?
Pecha Kucha, babies – e vedremo chi riderà.

Un buon manuale, vivamente consigliato.

Ventiquattresimi

23 Luglio 2008 Davide 1 commento

http://www.incastro.marche.it/incastro/camerino/varano1.gifAi vecchi tempi, a Scienze della Terra, a Torino, esistevano due gradi di dannazione.
Al primo grado, quello definitivo e senza appello, il docente ti diceva, davanti a tutti i compagni di corso “Tanto lei il geologo non lo farà mai.”
Era come una scomunica, come una cancellazione dall’albo dei viventi.

Il secondo livello, più sottile ed insultante, era “Lei potrebbe solo laurearsi all’Università di Camerino.”
Con una minima variazione valeva anche per dottorati e iscrizioni all’Ordine.
L’ateneo della provincia di Macerata come summa del peggio – il posto in cui un idiota ignorante avrebbe potuto rubare o comprare una laurea senza valore, dormire per tre anni di dottorato o barare nell’esame di stato e iscriversi all’Ordine dei Geologi.
Camerino come la Casbah di Algeri.

Beh, saranno felici i miei ex-docenti nello scoprire che nella Classifica degli atenei italiani stilata da Il Sole 24 Ore, l’Università degli Studi di Torino arriva a malapena al 24° posto in Italia, con 520/900.
Dopo l’Università di Camerino, che è al ventitreesimo con 1 punto in più.

Che curiosa situazione, che strano contrappasso.

Il Politecnico Torinese si attesta al sesto posto, con 657/900.
Anche qui, non è che ci sia da ammazzare il vitello grasso e far festa.

A mezza via, l’Università del Piemonte Orientale – che qualche giorno fa un pisquano in TV voleva abolire per risparmiare fondi da destinare alla flebo dell’Alitalia – che si ferma al 15° posto con 567/900.

Marca male.

I punteggi sono assegnati sulla base di docenza, organizzazione della didattica e ricerca.
Strano che non sia andato peggio.

[immagine fornita da http://www.incastro.marche.it]

Saluti da K’n Yan

22 Luglio 2008 Davide 5 commenti

Buone notizie per i cultisti là fuori.

La Kurodahan Press, piccola casa editrice bilingue con base a Fukuoka, ha annunciato l’uscita del romanzo di Ken Asamatsu, Queen of K’n Yan.

I meno informati non ricorderanno forse l’antica K’n Yan (o Xinaián), civiltà sotterranea alle caverne illuminate di luce blu ottenne accesso nel 1500 lo spagnolo Zamacona nel territorio oggi noto come Oregon.
Peggio per loro.
Ora, Asamatsu Ken, forse il maggior autore propriamente lovecraftiano operante in Giappone oggi, offre un nuovo accesso al regno sotterraneo ed ai suoi misteri, agli antichi intrighi del Popolo Serpente, giù giù, fino all’Abisso di N’kai.

The mummy of a beautiful young girl from Shang Dynasty China is found in an ornate and astonishingly large underground tomb. Preliminary research shows that her cells contain reptilian DNA, and a Japanese research lab is asked to investigate further…

Conoscendo l’autore e l’editore, il volume promette un viaggio in luoghi del pianeta e in recessi della mente umana dove sarebbe meglio non guardare.

Consigliato.
Consigliatissimo.
A scatola chiusa.
Tanto qui non lo tradurranno mai.
La copertina la riproduciamo grande, perché è splendida.

http://www.kurodahan.com/e/catalog/big.illos/j0018l18.gif

Tre giorni non proprio a Parigi – 4

21 Luglio 2008 Davide 19 commenti

Al JapanExpo c’è Ken il Guerriero.
Proprio lui, di cartapesta – o resina.
I partecipanti al congresso si fanno fotografare al suo fianco.
Il distributore francese del primo dei 5 film con i quali la Scuola di Hokuto tornerà a imperversare nei prossimi due anni mette in mostra anche un paio di costumi del malaugurato, malauguratissimo film dal vero dedicato all’ipertrofico Pugno della Stella del Nord.

Intanto – ma io lo scoprirò solo al mio rientro – la distribuzione italiana del primo film (lo stesso per il quale i francesi si mettono in coda per farsi fotografare) suscita non poche polemiche on line.
Il film è oggetto di critiche di vario tenore.
CineClick lo marchia con un cinque su dieci, e commenta…

La costruzione non tiene la suspense, i rimandi all’epica apocalittica e alla mitologia della serie sono fin troppi, e non sempre intelligibili, e l’interessante struttura narrativa si perde nei meri interessi spettacolari e nella piattezza del racconto.

Elvezio Sciallis non dà voti ma lascia poco spazio all’immaginazione

Mediocre nella sceneggiatura…
Mediocre nell’animazione…
Mediocre dal punto di vista dell’epica…

Carmilla lo considera il dono di Dio al cinema d’animazione

Si tratta, esattamente come per la versione manga e quella di serial tv, di uno straordinario capolavoro di grafica, struttura narrativa, invenzione immaginifica. La supremazia della leggendaria Scuola di Hokuto è ribadita da questa pellicola imperdibile, esaltante, che mantiene intatto l’afflato epico, che fu il reale elemento distintivo delle due lunghe serie trasmesse in Italia.

Mah.
Avranno visto lo stesso film?

È abbastanza interessante, a questo punto, considerare che Giuseppe Genna, l’autore della recensione comparsa su Carmilla, è anche autore di un post sul proprio blog, intitolato piuttosto esplicitamente Secondo me… Goldrake era una cagata pazzesca! Ken il guerriero, no.

Non sto ad entrare nel merito se sia meglio Goldrake o Ken il guerriero.

La cosa che mi colpisce, e mi rattrista, è la constatazione che la critica seria (o che vorrebbe essere percepita come tale) è ferma nell’estate del 2008 più o meno dove lo erano i dibattiti fra otaku in erba nel 1987.
Ken il Guerriero è più forte di Goku.
Creamy è più sexy di Fujiko.
Daitarn 3 va più veloce di Gundam.

Di fatto, nulla ritrovo nei due pezzi di Genna che non fosse già presente nel francamente insopportabile chiacchiericcio dei fan vent’anni or sono.

  • L’ignoranza di base del fenomeno, per cui affermiamo che Ken il Guerriero (1984), va ad influenzare Dragonball (1983).
  • L’ignoranza di base di certi elementi tipici del tratto di ciascun autore, per cui i personaggi caricaturali di Go Nagai, intesi come comedy relief, vengono letti in maniera ideologica (abbastanza dubbia).
  • Una totale mancanza di riguardo verso i modelli narrativi impiegati dai diversi autori.
  • La tendenza a confondere l’originale con gli elementi del suo adattamento in Italiano, per cui il critico confronta le due sigle italiane cercandovi una riprova delle qualità differenti dell’originario prodotto giapponese (mai sentito parlare di Carl Macek, evidentemente).
  • Un effetto di contrazione temporale per cui si confrontano prodotti distanti trent’anni applicando gli stessi parametri, senza far concessioni all’evoluzione.
  • La partigianeria di fondo per cui il mio eroe è comunque meglio del tuo.

Dal canto suo, Giuseppe Genna ci mette una certa tendenza al trombonismo ed al parolone per il gusto del parolone – ma quello è probabilmente il suo stile – ed una chiave di lettura ideologica e quasi complottistica che già causava l’ilarità degli studenti dell’Università di Torino nei primi anni ‘90 – quando una docente ad orientalistica sostenne seriamente che i veicoli caricaturali disegnati da Akira Toriyama erano in realtà una pubblicità subliminale per le autovetture prodotte in Corea.

Il fatto che l’esempio dei due articoli citati non sia il primo, non sia l’unico e molto probabilmente non sia il peggiore, è una magra consolazione.

È insomma molto triste vedere che, mentre nel resto del mondo occidentale lo studio serio e competente del fenomeno anime e manga ha prodotto i libri di Frederik L. Schodt (il suo Manga! Manga! Manga! è del 1983!), di Helen McCarthy (ricordiamo almeno Hayao Miyazaki: Master of Japanese Animation, del 1999) , fino al mastodontico (sebbene ingannevolmente esile) Robot Ghosts & Wired Dreams (Bolton et al, 2007), da noi la critica non è ancora riuscita a lasciarsi alle spalle i vizi più infantili del vecchio fandom.
Di solito per bocca (o tastiera) di personaggi che dal fandom tendono a prendere – paradossalmente – le distanze.

E dire che siamo il paese che – per un certo periodo – ha importato con maggior entusiasmo l’animazione giapponese.

Quarantamila parole

20 Luglio 2008 Davide 4 commenti

Non conosco personalmente Simone Brunozzi – nel senso che (almeno che io sappia) i nostri corpi non hanno mai occupato spazi fisici contigui.
Lo conosco come guru di Ubuntu, frequento saltuariamente il suo blog, ed in passato ci siamo scambiati un paio di mail in prospettva di un lavoro che non si è concretizzato – capita, è la dura vita del freelancer.

Mi ha quindi sorpreso non poco l’essere invitato da Simone a visitare una pagina recente del suo blog…

Per una volta, nella vita, puoi fare una delle seguenti cose:
- NON fumare 4 pacchetti di sigarette;
- NON andare al ristorante o pizzeria per una volta soltanto;
- NON comprare una t-shirt, o un paio di pantaloni economici;
- NON andare al cinema per una volta soltanto;
- Decidere di sputtanare venti euro.

Ah, Simone, caschi male….
Io non fumo.
Poiché cucino dannatamente bene raramente mi affido a terzi per la gozzoviglia.
Poiché sono un ciccione orribile raramente trovo abiti a basso costo della mia misura.
E vado raramente al cinema.
Venti euro?
Parliamone.

Il fatto è – per farla breve – che Simone Brunozzi, rispettato guru dell’informatica nazionale, ha scritto un romanzo di fantascienza, intitolato Nonovvio.
Essendo un guru dell’informatica, Brunozzi ha barato – vi direbbe un individuo meno che illuminato – ed anziché stampare il proprio testo, imbustarlo e spedirlo ad un editore a languire in una pila di altri sessantamila manoscritti di belle speranze, lui il libro lo ha passato a Lulu.com, e se lo è autoprodotto.
Ora lo potete scaricare gratis da qui.
Se poi vi piace, l’autore vi chiede di acquistarne una copia in cartaceo.
Abbastanza corretto, direi.
Accetto lo stesso tipo di discorso da grossi calibri del fantastico come Cory Doctorow e Charles Stross, perché non da Simone Brunozzi?

Anche perché il romanzo di Brunozzi, scaricato e letto in nottata, è un buon romanzo.
Non è Doctorow, non è Stross, ma è una lettura che non ci fa rimpiangere il tempo che le abbiamo dedicato.
Non poco, per un romanzo di fantascienza italiano auto-pubblicato.

OK, è un romanzo breve – a quarantamila parole, di questi tempi, quella è la classificazione.
E, ammettiamolo, ci sono un paio di refusi (delle “i” che diventano “o”, ad esempio), ma se accetto certe cose da Mondadori – e le accetto – allora posso anche accettarle da Lulu.com.
Non so per certo, infine, se si tratti dell’opera prima di Brunozzi in campo narrativo – ma alcune ingenuità mi portano a sospettarlo fortemente, e sono disposto ad accettarle.

A tratti, ad esempio, l’autore si macchia di info-dumping, scaricandoci in grembo un paio di pagine di informazioni grezze anziché farcele vivere; questo è considerato un peccato mortale da molti, ma vista la densità di informazioni contenute in 160 pagine, era probabilmente inevitabile.

La caratterizzazione è buona – più forte forse sui personaggi secondari che non sul protagonista, un altro fattore che mi porta a sospettare di avere fra le mani un’opera prima.
Ma è OK, come si diceva
Fa parte del gioco.

Per il resto, la trama è meno che ovvia (il che è bene, visto il titolo), e servita bene dal linguaggio dell’autore, che ha la cortesia di non abbandonarsi a strani arzigogoli artistoidi, ma mantiene uno stile piano, diretto, che sarebbe piaciuto agli autori della vecchia scuola.
Questa è fantascienza piuttosto hard, con una punta di fantascienza sociologica, e si regge molto sulle idee che ne costituiscono l’ossatura, e che sono in generale piuttosto interessanti.
Chi abbia letto ed amato I Linguaggi di Pao di Jack Vance o Babel-17 di Samuel Delany scoprirà di essere in un territorio conosciuto, ma di esservi entrato per una porta diversa.
Nel mettere insieme il suo romanzo utopico, Brunozzi dimostra di conoscere bene la scienza di cui parla (e questo probabilmente non sorprende) e ne estrapola delle ricadute sociali credibili; l’azione scorre senza particolari scossoni e Brunozzi mantiene desto l’interesse del lettore senza troppa fatica.
Un buon lavoro.

Se – come credo – siamo davanti ad un’opera prima, certo Nonovvio promette bene per il futuro di narratore di Simone Brunozzi.
Oh, un editore tradizionale gli avrebbe chiesto almeno cento pagine in più.
E più scene di sesso.
Ma Nonovvio è bilanciato così com’è.
Non vincerà certamente il Premio Italia.
O il Premio Urania.
Ma forse non ne ha bisogno.

Resta la domanda finale.
Vale venti euro in cartaceo?
Questa è una decisione che dovranno prendere i singoli lettori.
Io intanto lo scaricherei e gli darei un’occhiata – è un libro che contiene delle idee interessanti, che vale la pena vengano fatte circolare.
Per quel che mi riguarda, col prossimo ordine a Lulu.com, a settembre, ne metterò in coda una copia.
Era parte dell’accordo, no?
Se vi piace, compratelo.

Una città dannatamente solitaria

17 Luglio 2008 Davide Lascia un commento

Una delle cose che ho riportato con me da Parigi e che non c’entra nulla con il Giappone – e popchino anche con Parigi – è Gee Whiz But This Is a Lonesome Town, opera prima dei misteriosi – ma neanche poi molto – Moriarty.

La band suonerà all’Olympia in autunno, e sta ricevendo una buona copertura da giornali e radio francesi.
Frequente il paragone – meno che azzeccato – con i più popolari (oltralpe) Paris Combo.
A parte certe indubbie somiglianze nella composizione della band, le due formazioni divergono per genere e atteggiamneto.
Jazz manuche per i Combo, gruppo decisamente pimpante, country-blues kerouachiano pre-1962 quello dei Moriarty, con toni melancolici e piuttosto cupi, e testi surreali ben presentati dalla cantante, forse l’elemento di forza del gruppo.

La track-list

1. Jimmy
2. Lovelinesse
3. Private Lily
4. Motel
5. Animals Can’t Laugh
6. (…)
7. Cottonflower
8. White Man’s Ballad
9. Tagone-Ura
10. Fireday
11. Oshkosh Bend
12. Jaywalker (Song for Beryl)

Molto indipendenti senza scivolare nel cow-punk, i Moriarty potrebbero prendersi i due terzi del catalogo dei vecchi 10.000 Maniacs – e sarebbe probabilmente un bel duello, anche se forse ai più giovani mancherebbero le forze a mezza corsa.
O potrebbero attingere al canone di canti degli Appalachi incisi anni addietro dal soprano Custer Larue, facendone qualcosa di meno colto, più sporco, più immediato.

Ma nel complesso non sono male, sono originali e ben affiatati, e se le sere d’estate mal si adattano ai toni fumosi e autunnali dei Moriarty, le notti dei priossimi mesi avranno certamente una nuova colonna sonora.
Attendiamo ulteriori uscite, che speriamo portino una maggior sicurezza.
E meno malinconia.