Tre giorni non proprio a Parigi – 1
Ovvero, le mie esperienze al JapanExpo, parte prima.
Per chi se lo fosse perso, il JapanExpo è una colossale fiera/mostra/evento culturale organizzata in Francia a partire dal 2000.
Inizialmente una cosa organizzata in piccolo – la prima edizione registrò circa 3000 visitatori – l’Expo è cresciuta arrivando a superare i centomila visitatori, e ad occupare per quattro giorni un’area espositiva delle dimensioni di una piccola città presso Roissy, nei sobborghi della capitale francese.
Tale è il successo del JapanExpo in senso stretto che da qualche anno si organizza anche un Chibi JapanExpo autunnale, più contenuto come tempi, spazi e partecipanti.
Cosa c’è al JapanExpo?
In teoria, tutto.
Tutti gli editori di fumetti giapponesi in lingua francese.
Tutti i distributori di cinema ed animazione giapponese sul territorio francese.
Tutti i distributori di musica giapponese in Francia.
Tutte – o per lo meno le principali – organizzazioni di appassionati di anime, manga, storia asiatica e reenactment storico.
Tutti gli scoppiati di Francia, più una polposa rappresentativa di altri europei, non pochi americani ed una quantità assolutamente sospetta di giapponesi.
I principali produttori di giochi per consolle sono presenti con le loro novità – e mettono in piedi pure un curioso museo del videogioco, nel quale i partecipanti possono provare dai vecchi SuperNIntendo fossili a perduti prototipi Dreamcast. E ovviamente Dance Dance Revolution.
Ogni giornata allinea svariate proiezioni di film e telefilm, un buon numero di conferenze di livello piuttosto alto, dimostrazioni di arti marziali e pratiche tradizionali nipponiche, sessioni di autografi con artisti e sceneggiatori, concerti live di band giapponesi, sfilate di cosplayer in costume, mostra dei lavori di artisti esordienti, e una vastissima area dedicata al mercato – peluches, dischi, kimono, spade, armature, videogiochi hi-tech.
Una specie di Disneyland giapponese, si potrebbe pensare.
Un colossale Matsuri in salsa manga.
E di fatto ci sono tali e tante cose da fare, che quattro giorni pieni bastano a malapena.
Ed anzi, l’organizzazione comincia a mostrare la corda.
Il problema principale è – probabilmente – una certa difficoltà di comunicazione fra gli organizzatori francesi (che restano degli appassionati che svolgono il proprio lavoro come volontari) ed i professionalissimi ed inflessibili partner nipponici.
I risultati non tardano a farsi vedere.
. Code interminabili all’ingresso – l’organizzazione è sottoforza e non riesce a gestire la marea di partecipanti.
. Nessuna certezza – gli eventi minori, le sessioni autografi e gli incontri fra artisti e fan tendono a spostarsi a seconda della disponibilità di spazi, e nessuno sembra avere delle informazioni univoche.
. Orari flessibili – l’organizzazione sembra incapace di far cominciare in orario gli eventi; oltre ad accumulare ritardi e disagi, questo decretala morte di tutte quelle attività che dovrebbero iniziare all’apertura dei cancelli, e che rimangono abbandonate mentre le persone ancora fanno la fila.
Insomma, non mancano i motivi per lamentarsi.
Il positivo controbilancia d’altra parte il negativo.
La Francia è in questo momento in preda ad una nippofilia paragonabile almeno in parte a quella che spazzò il nostro paese all’inizio degli anni ‘90.
Ci sono decisamente troppi ninja di Naruto e troppi pirati di One Piece fra i cosplayer all’Expo.
Ma a differenza di ciò che accadde nel nostro paese, l’interesse del pubblico non esclusivamente giovanile per il Giappone viene interpretato come uno stimolo alla crescita culturale, e favorito tanto dal governo francese quanto da governo ed aziende giapponesi.
L’offerta – sintetizzata al JapanExpo – è colossale.
Viaggi e vacanze di studio a prezzi politici.
Corsi di lingue a circa un quarto del costo nel nostro paese.
Una disponibilità di testi e soprattutto di apparati critici che qui da noi non ha mai avuto un parallelo.
Probabilmente passerà, come passano tutte le mode, ma lascerà sul territorio francese un arricchimento che in Italia, nonostante due o tre ondate di nippofilia acuta, non sembra essere andato finora oltre la creazione di club effimeri e di iniziative tristi e a scala ridottissima.






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