Coerenza Critica
Cosa sarebbe l’estate senza un bel dubbio etico?
Facciamo un po’ di pork chop express….
Il mio amico (nonché editore) Massimo Citi sostiene di non amare la narrativa a tesi, la narrativa didattica, quella che spinge un’idea o un’ideologia a oltranza.
Posso capirlo.
Qualche tempo fa, nel descrivere il popolare romanzo Stato di Paura di Michael Crichton, del 2004, ho utilizzato l’aggettivo “turpe” – fatto che come alcuni ricorderanno sollevò le ire di alcuni.
Di fatto, si tratta di un’opinione che intrattengo tutt’ora – un romanzo scritto allo scopo dichiarato di delegittimare le affermazioni di una certa porzione dell’establishment scientifico, ed in aperto appoggio di una ben precisa linea politica e di noti interessi finanziari, mi pare un’operazione turpe.
Non sto qui a sindacare se il libro sia scritto bene o male, se Crichton cicchi i congiuntivi (improbabile) o tratteggi malamente i propri protagonisti (molto più probabile).
Ciò che mi fa imbizzarrire è che il libro operi presentando teorie false o sbagliate al fine di attaccare fatti provati, e giochi sulla permeabilità del confine fra narrativa e saggistica per far passare un messaggi sostanzialmente ideologico.
Tanto che poi una certa fazione politica lo ha adottato come “libro di testo”.
E quindi definisco turpe State of Fear di Crichton.
Però, però…
Sto leggendo Forty Signs of Rain, di Kim Stanley Robinson, del 2004.
Autore sfortunato in italia (dove ci si ostina a stampare incomplete le sue trilogie) Robinson è indubbiamente superiore a Crichton per qualità narrativa e preparazione scientifica.
“Fila” un po’ meno, ma ha più sostanza.
L’autore racconta di scienziati ed ha un’idea chiara e corretta di che genere di persone siano, come vivano e come pensino – ed è altrettanto accurato nel tratteggiare politici, monaci buddhisti, giornalisti o industriali.
Forty Signs of Rain, prima parte di una trilogia (tanto per cambiare) intitolata Science in the Capital, è un buon romanzo – scritto bene e con delle idee interessanti.
È, anche, un romanzo a tema, scritto per supportare proprio quelle teorie che Crichton invece affossa.
Non sarebbe giusto, a questo punto, definire “turpe” anche l’operazione di Robinson?
È una questione interessante, no?
O per girarla in un altro modo – come me la posso cavare, in modo da poter continuare a chiamare trogloditi imbecilli (ma con tanta simpatia) quelli che amano il romanzo di Crichton, e ad abbracciare come fratelli i fan della trilogia di Kim Stanley Robinson?
Qualche idea…
In generale, i lettori continueranno a preferire il libro che è più vicino alle proprie idee.
Certo, acquistando un romanzo dell’autore di Escape from Katmandu, Antarctica e della Orange County Trilogy, il lettore dovrebbe essere conscio del fatto che sta per leggere un libro di un autore che ha preso una posizione definita sulla questione ambientale, e quindi aspettarsi dove si andrà a parare.
I romanzi di Robinson sono schierati e non pretendono di non esserlo.
Sono narrativa “didattica” e non pretendono di non esserlo.
E mi pare che Kim Stanley Robinson non distorca i dati come invece fa il suo più popolare collega.
Ed è qui, per quel che mi concerne, che casca il somaro.
Kim Stanley Robinson può essere accusato di partigianeria ma non di disonestà.
Il libro non gli è stato commissionato da politici, non ha vinto premi come lavoro giornalistico, non usa note a pié pagina e grafici stralciati a caso da articoli diversi per ammantarsi di un’autorevolezza che di fatto non ha.
Rimane un romanzo.
Che fa pensare, che forse fa propaganda.
Ma onestamente.
Poi, come si suol dire, YMMV.

Forse però Robinson finirà come alcuni suoi predecessori a vincere il nobel.
Forse alcune teorie che non passano il vaglio di una “certa” intellighenzia hanno la stessa dignita di quelle che ci vengono propinate ormai in tutti i telegiornali.
Forse Chricton non sa delineare i personaggi, forse(sicuramente) ci avrà guadagnato, forse avrà fatto pensare a qualcuno che il probblema ambientale non ha una sola voce, ma come in tutti i campi scientifici che io conosca le opinioni sono varie.
Forse ho sbagliato un po’ di congiuntivi (mica sono letterato io).
Però io non darei del turpe a chi sostiene una cosa diversa da quella che penso io.
Alcune voci di chi dice che le emissioni di CO2 sono in perenne aumento da migliaia di anni le ho sentite anch’io, non mi sembravano tanto scemi.
Ciao
ciubeka
21 Agosto 2008 alle 6:30 PM
Il problema è che la scienza non è fondata sulle opinioni, è fondata sui fatti.
Presentare le opinioni come fatti è scorretto.
In base alla mia personale esperienza (ma sono solo vent’anni che faccio il geologo, quindi potrei sbagliare), le ipotesi sulle quali Robinson basa il proprio lavoro sono fondate su fatti, quelle sulle quali Crichton basa il proprio, su opinioni.
Ciò non toglie che entrambi gli autori facciano un uso ideologico della narrativa – il che non è proprio bellissimo, ma si potrebbe dire che ci tocca adattarci, perché lo fanno tutti (magra consolazione).
Poi, come si suol dire, YMMV.
Davide
21 Agosto 2008 alle 6:47 PM
Ma allora sei tu a insegnarmi che una cosa nella scienza è vera fino a quando non si scopre qualcosa di più vero. Newton ha dimostrato un fatto che poi è stato smentito da altri, per fare un esempio. Non voglio dire che non ci sono certezze, ma ho visto articoli ben fatti e ragionevoli che sostenevano una tesi alternativa a quella che si ritiene la verità sul tema ambiente e surriscaldamento e partivano da fatti. Non voglio assolutamente poi difendere Crichton, per carità.
E penso che se uno si mette a scrivere deve avere un motivo se no mente anche a se stesso. Capisco le ragioni di entrambi gli scrittori, ma forse il bello della letteratura è anche che uno prenda posizione: Dostoevskij, Dante, Bulgakov fino a Pirandello e Zolà e quant’altri erano tutti schierati, questo dà anche il gusto a un romanzo.
Comunque è un piacere dialogare con te, anche son la si pensa nella stessa maniera.
Grazie
ciubeka
21 Agosto 2008 alle 11:49 PM
Chiaramente chi scrive deve avere qualcosa da dire – altrimenti fa solo rumore.
C’è poi chi è più discreto riguardo al “messaggio” (che brutto) della narrativa, e chi è più plateale.
Indubbiamente la scienza progredisce raffinando – e al limite negando – i paradigmi precedenti.
Ed indubbiamente partendo dagli stessi dati si può arrivare a conclusioni opposte, applicando modelli diversi alla stessa situazione.
Sarebbe però desiderabile lavorare sui dati e non sulla retorica.
Purtroppo da quando la questione ambientale è diventata una questione eminentemente politica, la retorica la fa da padrona – e una fetta sostanziosa del pubblica decide di schierarsi (come se fosse una partita di calcio) su basi strettamente emotive.
In realtà, allo stato attuale, la scelta più logica è facilmente definibile.
Ma purtroppo la logica non ha più voce in capitolo.
Il piacere della discussione, comunque, è reciproco.
Davide
22 Agosto 2008 alle 1:00 AM