Il volume Fritz Leiber: Critical Essays, curato da Ben Szumskyj per i tipi della McFarland è in circolazione da oltre sei mesi, ed ha avuto finora un buon successo di pubblico – essendo una delle poche raccolte di saggi sull’opera di Fritz Leiber facilmente reperibili.
Tale è stato il successo del volume, che ora anche la dotta rivista Science Fiction Studies si è resa conto dell’esistenza del volume.
E qui rimango molto sorpreso, poiché la recensione pubblicata da SFS è un piccolo concentrato di cattiveria e superiorità elitaria.
Il tema di fondo della recensione – purtroppo costellata di imprecisioni ed errori fattuali – è che solo chi ha un background letterario accademicamente certificato può permettersi di pubblicare critica letteraria – al punto che lo stesso Justin Leiber, figlio di Fritz, non avrebbe, a detta dell’anonimo recensore, alcun titolo per pubblicare articoli riguardo alla vita ed all’opera del padre.
È pretenzioso, scrivere di letteratura senza una laurea o un dottorato in lettere.
Il breve paragrafo riservato al mio lavoro, poi, è un gioiello.
Thanks God They’re on Our Side (I Think): the Cat as Alien in Fritz Leiber’s Fiction, di Davide Mana, è divertente ma in ultima analisi leggero; Mana, un paleontologo “specializzato nello studio statistico di popolazioni estinte” che come attività collaterale fa il critico di fantasy per una piccola rivista in Italia, chiaramente conosce i propri limiti – niente citazioni di Pitagora o di Heidegger, solo una interpretazione relativamente coinvolgente di svariati personaggi felini comparsi in tre storie degli anni 1950 e 1960.
Meraviglioso.
Notate il tono presupponente, e la breve, sintetica panoramica dei miei peccati mortali
. la laurea in paleontologia
. la critica come attività secondaria (l’originale dice “moonlights as a fantasy critic”)
. la piccola rivista
. la nazionalità italiana
Sembra quasi che mi conosca – o che conosca i miei lavori – cosa della quale mi permetto di dubitare.
E badate – questa è una opinione positiva.
La più positiva, in effetti.
Solo S.T. Joshi se la cava meglio del sottoscritto – ma lui ha il vantaggio di un dottorato in letteratura.
Quello che ne esce peggio è proprio il povero Ben Szumskyj – che viene preso a scudisciate verbali non solo per aver messo in piedi tutto il baraccone, ma anche e soprattutto per il fatto di essere notoriamente un cattolico osservante.
Il libro comunque continua a vendere, ed il feedback dei lettori rimane positivo.
Più preoccupante è osservare, anche in un ambito ristretto come quello della critica del fantastico, i segni di una progressiva inflazione dell’educazione.
I titoli di una volta non bastano più.
Dove una volta bastavano una buona cultura ed una lunga esperienza, prossimamente ci vorrà una certificazione rilasciata da un ente apposito.
Dove ci voleva una laurea ci vorrà un dottorato.
E così sarà necessario un dottorato in lettere per discutere dei lavori di un ingegnere o di un chimico che scrivevano racconti nel tempo libero.
Paradossale.
Il mito agghiacciante del professionalismo (non della professionalità) è ancora vivo e vegeto.
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