Non sono ciechi, sono cattivi

… E no, non si tratta di un pezzo sulla trilogia anni ‘70 di Armando de Ossorio.
La pressione lavorativa si è appena allentata – quel tanto che basta per avere un paio d’ore in più al giorno, complice la pochezza dell’offerta televisiva, da dedicare alla lettura da diporto.
E così ho messo mano ad un volume che avevo arpionato una decina di giorni or sono, Shock Economy, di quella Naomi Klein che con NoLogo, al volgere del secolo, aveva raggiunto lo status di bestseller.
Lo stampa Rizzoli ad un prezzo quasi popolare (12 euro per una ristampa BUR? Brividi).
NoLogo, letto in inglese in tempi non sospetti, non mi era dispiaciuto, e questo volume promette di fornire cibo per il pensiero e ispirazione per il futuro.
Posso anche spacciarlo per quasi-lavoro, visto che rimane mia ferma convinzione che chi si occupi o si voglia occupare di scienze ambientali deve anche avere un minimo di dimestichezza con ciò che passaper il cervello dei politici e degli economisti.
L’idea esplorata dalla Klein è l’applicazione, da parte di vari governi “democratici” della teoria friedmaniana dello “shock treatment” – sfruttare la catastrofe per far passare leggi che liberalizzino all’estremo certi settori dell’economia.
Milton Friedman sviluppò l’idea quando era consulente per l’economia del generale Augusto Pinochet, in Cile.
Ma da allora il sistema è stato applicato da Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Russia post-Sovietica, Argentina…
Interessante, no?
Specie considerando che il volume si apre, dopo l’ormai rituale pagina di commenti entusiastici di chi il libro l’ha letto prima di noi – per una volta non c’è Stephen King, c’è John Cusack (che ha recitato in un film tratto da King, quindi la tradizione è salva)… il volume si apre, dicevo, con un bell’esempio di shock treatment friedmaniano – la riduzione dei fondi alle scuole e la loro successiva privatizzazione.
Oho…
Non avevamo appena lasciato questa festa?
E che dire del precetto di Milt Friedman secondo il quale
una nuova amministrazione dispone di un periodo di sei-nove mesi in cui realizzare i principali cambiamenti; se non coglie l’opportunità di agire incisivamente in quel periodo, non avrà un’altra occasione del genere.
Ditelo al nostro governo precedente.
E ancora
soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando la crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.
Simpatico, eh, Friedman?
Sarà divertente addentrarsi nel testo della Klein.
Divertente e inquietante.
Chi ha bisogno della narrativa orrifica, quando c’è il neoliberismo?
[foto di John Cusack da Snarkerati]
