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Il ventunesimo secolo è quando tutto cambia

15 Ottobre 2008 Davide Lascia un commento

Ho passato un paio delle ultime nottate insonni guardando qualche episodio di Torchwood.
E non posso dirmi deluso – anche se il sito della BBC mi chiude fuori per motivi di coppyright dalla pagina dei downloads, e non posso scaricarmi un sfondo per Gnome da autentico fanboy.
Chissà che strano accordo avranno gli inglesi con Jimmi – la pay TV che ha spacciato Torchwood nel nostro paese.

Ma questioni di copyright e sfondi per il desktop a parte, guardare Torchwood ha reso l’insonnia un po’ meno crudele.
OK, non è Firefly, non è Babylon 5, ma regge decisamente bene.
http://news.bbc.co.uk/media/images/44276000/jpg/_44276987_torchwood_bbc416.jpg
L’idea di base, quella di una unità supersegreta che raccoglie e studia il
pattume lasciato sulla terra dagli alieni al fine di recuperare tecnologie da poter usare contro gli alieni medesimi è divertente.
A migliorarla è la seconda idea, per cui alla fine ogni membro dell’unità, proprio per la natura stessa della propria posizione al di là di ogni controllo, abbia una propria agenda personale, e non esiti a sfruttare per i propri scopi (che possoni limitarsi a rimorchiare in discoteca) tecnologie comprese solo a metà.

OK – gli effetti speciali sono abbastanza fasulli, ma cosa ci si poteva aspettare da uno spin-off di Docrot Who?
Il budget è ridotto e tutto quanto è stato filmato in digitale a Cardiff e dintorni – non esattamente una delle dieci località più “calde” del pianeta.
Ma ancora una volta, cosa vi aspettavate da uno spin-off di Doctor Who, messo in piedi per rubare pubblico a Buffy l’Ammazzavampiri?
E d’altra parte, come ci si poteva aspettare da uno spin-off di Doctor Who, le storie sono valide e ben scritte.
Le situazioni sono interessanti.
http://z.about.com/d/scifi/1/0/k/1/-/-/14EPISODEONE_337x500.jpgGli attori sono giusti per i rispettivi ruoli.
E dopo un po’ ci si abitua all’omosessualità rampante del protagonista principale ed agli occhioni blu perennemente sgranati della leading lady (per altro una piacevole signorina, ed una brava attrice) e semplicemente ci si gode un solido intrattenimento televisivo.
Chiaramente, tutto il possibile è stato fatto per accativarsi gli interessi dei giovani adulti fra il pubblico – dal casting alla struttura delle storie.
Ma senza perdere l’equilibrio – per lo meno sulla base di ciò che ho visto finora.

E poi ci sono i weevil.
Una serie non può essere male se ci sono i weevil.

E qui, a questo punto, ci si potrebbe domandare – ma invece di tritare innumerevoli episodi di Don Matteo, insulsi cloni di ER e polizieschi sentimental-demenziali a base di carabinieri e quant’altro,  perché mamma RAI non mette in cantiere una cosa del genere?
Una bella serie fantastica.
Fatta con pochi soldi.
Scritta bene.
Girata dignitosamente in un posto fuorimano.
Chessò io, Torino.

Abbiamo gli autori, abbiamo la Film Commission, abbiamo anche dei buoni attori…
Evitando, magari, certe brutture ottenute in passato dando fondi e carta bianca a registi horror in declino, e concentrandosi su sceneggiature, ritmo, rispetto per il pubblico.

E invece è il nulla.
Rimangono i DVD di Torchwood, a frenare la malinconia.
Sarà divertente dare un’occhiata alla seconda serie.

Blog Action Day – Povertà 2.0

15 Ottobre 2008 Davide Lascia un commento

http://www.aero.org/capabilities/cords/images/space-debris_000.gifHo un amico che ha un progetto su carta pronto per avviare un’azienda che si occupi dell’individuazione, messa in sicurezza e recupero del pattume spaziale in orbita attorno alla terra – rottami di vecchi razzi Energia, satelliti scassati, sfasciume vario.
Cose che potrebbero cascarci sulla testa o più semplicemente, e probabilmente, danneggiare ciò che di utile ci gira sopra alla testa.
Il progetto è solido.
Richiederebbe investimenti, ricerca, operatori.
Sarebbe nuovo.
Sarebbe utile.
Sarebbe eccitante.
Sarebbe redditizio.
Sarebbe quel futuro che ci hanno promesso e poi non ci hanno dato.

Le pernacchie che si prende di solito il mio amico quando ne parla!

È il Blog Action Day, e questo è un pork chop express ad hoc.

Il Blog Action Day è una iniziativa che vorrebbe sensibilizzare i surfisti del web nei confronti di problemi a cuti e galoppanti che opprimono il pianeta.
La povertà è il tema di quest’anno – e con la crisi economica incombente, potremmo dire, mai tema è stato più puntuale.
L’idea è che io, come partecipante al progetto, parli in questa occasione di povertà, in modo da scatenare nei cervelli di voi surfisti là fuori una qualche reazione positiva.

Essendo nato in un periodo di boom economico in una delle nazioni dell’occidente civilizzato – l’ultima, magari, ma comunque una nazione dell’occidente civilizzato – non posso dire di avere avuto una esperienza di prima mano della Povertà 1.0, quella per la quale ti mancano i quattrini per riempirti la pancia.
OK, da studenti abbiamo fatto tutti dei salti mortali economici che darebbero il mal di testa ad un economista: altro che finanza creativa – ho visto gente pagarsi i libri dell’università con un misto di contanti, chiacchiere e biglietti del tram!
Però poveri poveri, nella vecchia maniera analogica, no, fortunatamente non ancora.
È un’esperienza che mi conservo per la vecchiaia.

Ciò di cui ho invece una solida esperienza – di prima e seconda mano – è la Povertà 2.0.
Per povertà 2.0 intendo la povertà di opzioni, di possibilità, di scelte, che da anni grava su di noi, e che è quasi certamente l’anticamera della povertà tout-court, quella cattiva, coi denti affilati.
La povertà di scelte e alternative si presenta a noi di solito per la prima volta nella scuola.
Io la incontrai l’ultimo anno del liceo, quando due zombie dell’ENI vennero a tenere una dotta conferenza nella mia scuola, spiegandoci fin da subito che noi, studenti del liceo scientifico, avevamo sbagliato tutto.
“Il mondo del lavoro cerca diplomati in ragioneria,” ci dissero tanto per rompere il ghiaccio. “Voi siete destinati alla disoccupazione.”
Poi passarono a spiegarci perché il nuclear fosse l’unica fonte energetica auspicabile per il futuro. Pochi mesi prima del referendum sul nucleare, ad una platea di minorenni.
Incredibili, certe coincidenze.
Ma era solo l’inizio.
Poi sono venuti i mac-job, i call center, il lavoro interinale, la flessibilità intesa non come capacità di adattamento al mercato che cambia, ma necessità di piegarsi alle richieste di un mercato che ha scoperto, alle soglie del ventunesimo secolo, che la bassa manovalanza sottopagata è meglio dei robot.
Benvenuti a Metropolis.

E così, oggi, di fatto, mentre le possibilità sulla carta sono enormi, le possibilità reali per un diplomato, un laureato o una qualsiasi altra persona che semplicemente voglia fare una propria strada, sono limitatissime.
L’ecosistema-lavoro è asfittico, poco differenziato, troppo omogeneo.
Stiamo mettendo – per usare un’altra metafora – tutte le uova nello stesso paniere.
E stiamo insegnando ai ragazzi che:

  • è bello così
  • non c’è comunque altra scelta
  • siamo fortunati a poterlo fare.

Poi qualcosa s’inceppa, e la povertà veterotipo, quella coi denti affilati, è pronta a ghermirci.
E noi non abbiamo più un ventaglio di opzioni abbastanza ampie per riciclarci, perseverare, prosperare.
Sopravvivere.

Stando a quelli che se ne intendono -  e nei quali ho una certa fiducia (non diciamo una fiducia sperticata, ma sufficiente) – sembra che una delle strade migliori per affrontare il problema Povertà 1.0 in quelle nazioni nelle quali la povertà è endemica, sia il microcredito o, nella sua forma più recente, il credito mirato.
C’è parecchio materiale a riguardo sul sito di Kiva.org – una organizzazione che raccoglie e ridistribuisce fondi per il microcredito, lavorando il più possibile a livello personale.

Non ho idea, invece, di come moltiplicare le possibilità.
Converrebbe pensarci su.