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Archive for Giugno 2009

Recensioni preventive

30 Giugno 2009 Davide 3 commenti

Non si finisce mai d’imparare.

La Famosa Giovane Scrittrice la cui opera prima venne pubblicata un annetto fa dal Noto Editore, prima uscita fantasy per quei tipi, è in procinto di abbattere sugli scaffali dei librai e sul subconscio degli appassionati un altro colossale mappazzone da seicento pagine – frutto immaginiamo di un altro impulso creativo simile ad uno sternuto.

In occasione dell’uscita di detto volume, la Famosa Giovane Autrice ha postato sul proprio Blog una lunga e circostanziata lettera nella quale si dice oltremodo infastidita dai pessimi commenti che a suo tempo suscitò il materiale illustrativo fatto circolare dal suo editore.
E lungi dal tirare le orecchie a detto editore, chiedendo e pretendendo una più dignitosa presentazione da parte degli addetti stampa, la Jeune Fille rivolge la propria stizza verso i perpetratori di quelle che chiama Recensioni Preventive, colpevoli solo – a ben guardare – di aver detto “da come lo presentano mi pare una ciofeca… d’altra parte, l’ha scritto una ragazzina.”

Ed in questo modo viene curiosamente messa in opera una azione preventiva contro le preventive opinioni che chiunque potrebbe voler esprimere riguardo al materiale informativo disponibile, relativo al secondo volume.

Qui su strategie evolutive viviamo con un piede nel futuro e sappiamo bene quanto possa essere importante la prevenzione.
Ed è proprio per promuovere la prevenzione che, a titolo preventivo, poniamo su noi stessi una moratoria assoluta, unilaterale e insindacabile sul testo e sull’autrice in questione.
Della quale non parleremo più.
Mai più.
Nè nel bene né nel male, né priorpost.
Neanche se dovesse scrivere un saggio su Fritz Leiber.

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Ubuntu Netbook Remix

30 Giugno 2009 Davide 17 commenti

Difficile resistere alla tentazione di acquistare – dopo un annetto di tentennamenti – uno dei netbook messi sul mercato a prezzi stracciati in questi giorni da una popolare catena di supermercati.
È vero, l’hard disk è da 16 giga, non da 160 come pubblicizzato.
È vero, il colore è assegnato dal capriccio inappellabile della sorte – e vi potrebbe toccare una macchina color rosa shocking.
È vero, la batteria ha una durata media troppo bassa.
Ma il prezzo è attraente, un paio di lavori ci sono stati pagati onestamente e, raggiunto il luogo della vendita al tempo opportuno, schivando i colpi a tradimento di adolescenti premiate per la matura superata e biechi bancari pronti a tutto, si emerge dalla mischia stringendo fra le mani l’imballo ciancicato, lacero ed ammaccato dell’aggeggio come Conan il Cimmero emergeva da certe battaglie campali hyboriane – lividi, grondanti sangue (altrui), spossati ma soddisfatti.
Solo per sprofondare nel più cupo abisso depressione cimmera nello scoprire, ad imballo rimosso, che la macchina (di un colore accettabile) arriva con precaricato Windows Xp Home Edition.
Seguono all’accensione quaranta minuti di Inizializzazione, Esplosione, Settaggio e Configurazione di Xp.
E la macchina – che continua servilmente a complimentarsi con noi per aver acquistato un software che non volevamo e che, essendo discontinued da Microsoft, non ci potrebbero neppure vendere se lo volessimo – diventa quel che si suol dire un chiodo.
Lenta.
Capricciosa.
Inaffidabile.

Qui entra in gioco Ubuntu Netbook Remix, variazione dello standard Ubuntu 9,04 per l’utilizzo specifico su sub-laptop.
Si scarica l’immagine, la si monta su una chiave USB, e diciassette minuti dopo Windows Xp Home Edition è solo un bruto ricordo, uno spettro su settori ormai riscritti.

http://www.ubuntunetbookremix.it/wp-content/uploads/2008/10/ubuntu-netbook-remix-gestore-di-pacchetti-synaptic-2.jpg

UNR occupa meno spazio.
È più rapido all’avvio.
È veloce quasi il doppio rispetto a Xp in scrittura sull’hard disk.
Legge senza problemi tutte le “periferiche” del netbook – solo la rete wifi dà qualche problema, ma basta installare wicd e il problema si risolve da solo.

E poi ha un look incredibilmente migliore.
Installato UNR, si passano un paio d’ore a cercare i software essenziali da aggiungere alla suite già fornita, ed è fatta.

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Investiamo sul futuro

29 Giugno 2009 Davide 2 commenti

Stralcio in toto da Speculum Maius una notizia apparsa sul Corriere.
Lascio i commenti nei commenti,perché in questo momento potrei scrivere cose per le quali, con le nuove leggi, esiste la possibilità di finire nei gui.

Buona lettura.

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che…

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza… Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi

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Così perfetto da essere ingiocabile

27 Giugno 2009 Davide Lascia un commento

A cavallo del millennio, la canadese Guardians of Order fece il salto da conventicola di appassionati a seria casa editrice di giochi di ruolo.
Il loro Big Eyes, Small Mouth (BESM), leggero e flessibile a sufficienza per simulare in maniera efficace qualsiasi storia d’azione, aveva un discreto successo nella comunità di appassionati di animazione giapponese come base per costruire giochi di ruolo fatti in casa a partire da serie TV, fumetti, OAV.

In capo a pochi anni, la ora leggermente più seriosa Guardians of Order mise sul mercato una serie di giochi basati su serie e prodotti d’animazione molto popolari, e presentati come RPG and Resource Book:

  • Sailor Moon
  • Dominion: Tank Police
  • Demon City Shinjuku
  • El Hazard

http://www.theescapist.com/ypal/cover-BESM.jpgE poi, il vertice massimo della loro produzione: Tenchi Muyo!
A quel punto, BESM era stato ristampato – passando da 94 pagine in bianco e nero a 280 pagine interamente a colori su carta patinata – e l’ingresso a pieno titolo di David Pulver nel team creativo portò una serie di drastici cambiamenti nella produzione della GoO.
BESM divenne lentamente una versione number-light di GURPS (altro gioco che risentì massicciamente dell’influenza di Pulver), le collane di RPG and Resource Book vennero lentamente passate in secondo piano.
Guardians abbracciò la filosofia della Open Gaming Licence, cominciando a sfornare supplementi per D20 (adattamenti di Hellsing, TriGun, Slayers…), ed infine acquistò i diritti di Tekumel – storicamente il gioco che ha portato al fallimento più case editrici nella storia del nostro hobby.
Oggi la Guardians of Order non esiste più.

Eppure, le uscite della collana RPG and Resource Book avevano un loro perché, se non altro sulla base dei titoli che riuscii ad accapararmi prima del crash.http://ecx.images-amazon.com/images/I/512EKFAD36L._SL500_AA240_.jpg

Demon City Shinjuku, basato sull’anime e sui romanzi annessi, è un solido gioco di ruolo horror con una ambientazione urbana e surreale, con forte componente onirica, e l’aggiunta di elementi shintoisti e legati alla mistica delle arti marziali, e non sfigura affatto sullo scaffale che ospita anche Chill e Call of Cthulhu e Army of Darkness.
Certo apprezzato dai fan del film originale, il gioco è pure particolarmente valido da scatenare contro una squadra di ignari roleplayer che non ne sappiano assolutamente nulla – e che ne rimarranno abbondantemente spiazzati.
Senza contare il bonus di poter utilizzare il film originale come hand-out e ispirazione qualora il gioco tendesse ad ammosciarsi.

http://www.pen-paper.net/images/rpgdb/goo04001.jpgDominion: Tank Police, basato sulla prima serie a fumetti creata da Masamune Shirow e sugli OAV derivanti, è l’ideale antidoto fracassone e anfetaminico a qualsiasi campagna cyberpunk che si sia incuneata in una visione troppo cuipa e depressa del futuro post-industriale. Pochi futuri post-industriali sono più cupi e depressi di quello immaginato da Shirow (basti ricordare il dettaglio degli ospedali che ricoverano le persone sane, ormai incapaci di tollerare l’inquinamento), però è il genere di cupezza e depressione contro la quale il giocatore può ribellarsi.
Usando mezzi blindati e quantità smodate di munizioni esplosive.

E poi viene Tenchi.
Fino a qualche tempo fa, Tenchi Muyo! RPG and Resource Guide scuciva prezzi oltre i cento dollari su Amazon – a trovarne una copia.http://www.pen-paper.net/images/rpgdb/goo07001.jpg
Ora, fortunatamente, i magazzini si stanno liberando delle copie sopravvissute del volume (che dopotutto ha quasi dieci anni) e se ne può trovare una copia in condizioni eccelse per meno di dieci euro.
E li vale tutti.
L’idea dietro al concetto di RPG and Resource Guide sta nel voler riunire fra le due copertine non solo un set di regole per poter giocare una certa ambientazione, ma tutto los cibile umano riguardo a quella ambientazione – di modo che, se anche non siete giocatori, ma solo fan della serie animata/fumetto/film, voi il volume dovete averlo.
Non male, come trovata commerciale.
E il gioco di Tenchi Muyo!, con le sue oltre duecento pagine patinatissime e illustrate da urlo con tavole a colori tratte dall’enorme bacino di grafica del franchise di Tenchi, riesce davvero a catturare tutto l’universo della prima serie di 13 OAV.
E quindi risulta pressocché ingiocabile.tenchi-1.jpg Tenchi Muyo image by kikyo12970_2007
Se infatti Demon City o Dominion non richiedono una conoscenza dell’ambientazione,e sono giochi in cui possiamo far cascare personaggi assolutamente generici per vedere che effetto possa fare, il successo e l’efficacia di Tenchi Muyo! (come storia ancor prima che come gioco) nasce proprio dall’interazione fitta fra protagonisti e universo.

Chi non conosce la serie se ne troverà assolutamente disorientato, afflitto da data-dump continui e con l’orrore di essere intrappolato in un gioco umoristico nel quale non capisce l’umorismo, mentre gli appassionati rischieranno di cedere alla tentazione e rigiocare insulse varianti di storie già viste, perdendosi in interminabili diatribe su minutaglia presa da questo o quell’episodio.
La ricetta del fallimento.
Ilpeggio in assoluto?
Una squadra mista, che allinei giocatori standard e un paio di otaku.
Aggiungiamo il fatto che da noi la serie non ebbe mai la risonanza dela quale godette nei paesi anglosassoni, e il panorama si fa desolante.

Peccato, perché si tratta di un libro bellissimo, basato su una serie divertente (ah, già – la trama: un liceale eredita un tempio shintoista e inavvertitamente libera il demone che vi è imprigionato; che però non è un demone – è una piratessa spaziale che si innamora di lui… vi basta?) e con un potenziale colossale.
Per tempo il sacro graal del gioco di ruolo anime-based, ora finalmente ne ho una copia – e non so che farmene …
(no, mento, lo so benissimo… ma richiederà un sacco di lavoro)

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Un po’ di musica per il weekend

26 Giugno 2009 Davide Lascia un commento

Obliquamente appropriata…

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A dire il vero non mi piaceva…

26 Giugno 2009 Davide Lascia un commento

Ma davanti alla morte siamo tutti uguali.

Interessanti elementi simbolici, in questo video…

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Farrah

25 Giugno 2009 Davide 4 commenti

Continua l’anno nero per noi che siamo cresciuti fra telefilm e fantascienza.

Se ne è andata Farrah Fawcett – che negli anni ‘70 fu probabilmente la più popolare delle tre attrici protagoniste della serie Charlie’s Angels (le altre erano Jaclyn Smith e Kate Jackson).
Polizieschi all’acqua di rose, prodotti da quel volpone di Aaron Spelling, con tre sane giovani donne impegnate in investigazioni variamente improbabili.
Ma infinitamente preferibili – anche con le interruzioni pubblicitarie – agli orridi film ispirati alla serie usciti alcuni anni or sono.
Farrah Fawcett – all’epoca fiscalizzata come Farrah Fawcett-Majors, perché era sposata con l’Uomo da 6 Milioni di Dollari – con la permanente passata alla leggenda e il sorriso a 96 denti tutti candidissimi, non era necessariamente la mia preferita delle tre: anche con le Charlie’s Angels si può fare un test della personalità, esattamente come con i Beatles che citavamo qualche post addietro.

Più che in Charlie’s Angels, la ricordo ne La Fuga di Logan (sì, c’era anche lei, verificate) e nel non proprio memorabile Saturn VII Saturn 3 (talmente poco memorabile che avevo sbagliato il titolo).

Se ne è andata a sessantadue anni per un cancro al colon.
Ma noi vogliamo ricordarla così: con la permanente passata alla leggenda e il sorriso a 96 denti, tutti candidissimi.

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Gnugo, qGo, Jago, CGoban

25 Giugno 2009 Davide Lascia un commento

Quando andavo al liceo giocavo un sacco a scacchi.http://www.maniacworld.com/flash-chess.jpg
Non meno di una quindicina di partite la settimana nei periodi di calma.
Durante l’ora di disegno, ad esempio – o durante i lunghi cicli di interrogazioni, quando ormai avevo dato la mia parte e restava solo il succedersi monotono delle domande.
Non sono mai stato un integralista della scacchiera – ma probabilmente gli integralismi non fanno per me in generale.
E non sono mai stato particolarmente in gamba.

Al liceo ho cominciato a giocare a Go – complice un manuale della Kodansha, bellissimo, poi prestato e mai restituito, ed una scacchierina portatile magnetica.
Molto diverso dagli scacchi, il gioco del Go è un gioco meraviglioso per stracciare quelli che a scacchi sono veramente in gamba – forse perché il cambio di marcia necessario fra un gioco e l’altro li sbalestra per quella mezz’ora che basta ad umiliarli.
E chi ha avuto modo di assistere alla sfuriata di uno scacchista di livello stracciato da qualcuno che non ha mai considerato, conosce quanto impagabile (e pericoloso!) sia lo spettacolo.

Facendo un sacco di esercizio – e giocando contro il computer – sono arrivato negli anni ad avere un discreto livello nel gioco del go… un 10 Kyu rimane il mio rating migliore, con una media di 13 Kyu, che significa qualcosa tipo “principiante meno che schifoso”.
Di solito abbreviano con DDK (double-digit Kyu), il mio rango sarebbe quello di giocatore casuale (che è poi ciò che sono); anni luce dai professionisti che si contendono borse milionarie nei tornei dell’estremo oriente, ed il livello dei quali si misura in Dan, come nelle arti marziali.

Con Windows, se ne è andato dal mio computer anche il programmino che usavo per tenermi in allenamento, e nei due anni seguenti il mio rating deve essere sceso sotto al 30 Kyu.
E sì che mi ero ripromesso di installare al più presto un Go client…
Oggi, approfittando di un momento di inattività, ho provveduto a colmare quella lacuna.

Per i sistemi Linux, e non solo, lo standard del Go al computer è GnuGo – un software free con una lunga storia alle spalle, testato a morte sui principali network di gioco, raggiungendo un livello di 8 o 9 k – due tacche sotto ai software commerciali, due tacche sopra al mio miglior risultato, il livello di un buon dilettante. Un giocatore forte – diciamo un semiprofessionista alle prime armi – GnuGo non lo vede neanche. ma per fare esercizio è quel che ci vuole.
GnuGo si installa da repository su Ubuntu.
Occupa poco spazio ed ha una interfaccia molto molto spartana.
Qui entra in gioco qGo, software free e cross-platform che svolge essenzialmente due funzioni.
Da una parte, funge da interfaccia grafica per GnuGo, rendendo più piacevole l’esperienza di gioco.
Dall’altra permette la connessione ad un server per il gioco del Go – per giocare contro avversari on-line o per assistere a partite in corso.
La comunità dei giocatori di Go online è quantomai attiva, è molto più antica e stabile della comunità (per dire) di certi MMORPG, e pur essendo un fenomeno necessariamente Asia-centrico (i giocatori più attivi sono Coreani, Giapponesi e Cinesi), ha un bello spettro internazionale.
Su un Go-server è possibile assistere o partecipare a tornei e a lezioni di gioco, affrontare amici lontani o assoluti sconosciuti, o semplicemente fare quattro chiacchiere.
Ma se qGo funziona benissimo come interfaccia verso i server, per fare sul serio sono disponibili dei pesi massimi, quali CGoban e Jago.
CGoban è stato sviluppato prevalentemente per connettersi al Kiseido Go Server, o KGS, ed include quindi un client dedicato a quel sistema.
È tuttavia possibile connettersi ad altri network, in maniera abbastanza semplice.
CGoban include inoltre differenti set di regole – secondo la tradizione Cinese o Giapponese, ad esempio, i punti si calcolano diversamente.
CGoban non è esattamente il massimo dell’user-friendly, ma si installa (e disinstalla) da repo, epoi tocca rigirarselo per capire dove portino i diversi pulsanti della finestra di lancio.
Niente di traumatico.
Come ben poco di traumatico si può trovare in Jago, client Java per il gioco on-line del go creato dal benemerito René Grothmann, che gira anche attraverso il fantomatico Java Web Start ed offre una scelta piuttosto ampia di opzioni.
Non troppo diverso, ma destinato prevalentemente alla connessione ai server PandaNet è il client Panda-gGo, ancora una volta sviluppato in Java.

A questo punto, per giocare, basta mettere insieme le regole base (la lettura delle quali conferisce automaticamente il rango di 30 Kyu) e fare un tentativo.
Le regole sono normalmente disponibili presso i siti delle associazioni di giocatori.
Da membro, suggerisco il Wings Across Calm Waters Go Club (dove si trovano anche i due fondamentali volumi di Sakai Michiharu, How to Play Against a Stronger Player), ma non trascuriamo le due associazioni italiane, la Federazione Italiana Giuco Go (FIGG) e l’Associazione Goistica Italiana (AGI).
Chissà poi perché due…

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Bellezza (?) in bicicletta

24 Giugno 2009 Davide 15 commenti

Questo post è dedicato alla signorina – o signora – incrociata oggi attorno alle quattro meno un quarto su Corso Moncalieri, poco oltre il numero 18.3656768863_c22e96c726
La vedete ritratta qui di fianco.
Presso il circolo degli Amici del Fiume, oggi, la Circoscrizione 8 aveva organizzato la prima edizione di San Giovanni Letterario, piccola vetrina per i piccoli editori torinesi.
Ed io stavo appunto recandomi colà – per dare manforte al contingente della CoopStudi e per intrattenere la folla sulle meraviglie dell’antologia Alia.
Portavo con me la mia macchina fotografica – mi dicono sia essenziale per scattare fotografie – ed avevo già colto alcune immagini della popolazione torinese in libertà in questa caldissima giornata di festa.
Inclusi non pochi ciclisti.
Visto mai che sulla quantità non salti fuori una di quelle foto che colgono quel qualcosa di inesprimibile a parole…
Beh.
La signorina mi arriva di fronte, io sollevo la macchina e scatto.
E madame, per tutta risposta, solleva con grande aplomb il medio della mano destra, con una bella unghia molto curata, aguzza e scarlatta.
Il che non mi pare rappresenti un saluto amichevole fra ciclisti.
Ed anzi, lo dice anche Yahoo Answers…

il dito vuol dire (scusa la volgarita’) vaffanculo…

Ohibò.
Ora, qui c’è qualcosa che mi sfugge.
Perché se la signorina non voleva essere fotografata – desiderio legittimo – le sarebbe bastato alzare una mano in segno di diniego.
O scrollare il capo.
O far scorreere dell’aria sulle proprie corde vocali ed articolare un “No!”.
Magari seguito da un “Per favore” (che sarebe comunque già chiedere troppo, considerando l’elemento).

Ma lasciarsi fotografare per poi invitare il fotografo ad andare, come si suol dire, affanculo?
Che senso ha?
Violazione della privacy?
Quale privacy, pedalando su uno dei corsi di più elevato traffico della città?
Emulazione delle superstar?
A che titolo?
O forse una primitiva paura di vedersi rubare l’anima dall’obiettivo – e conseguente gesto scaramantico.
Ma quale anima, madame?

POSTILLA: su consiglio di Gianneddu, che evidentemente ha a cuore la mia incolumità davanti alla legge, ho provveduto ad alterare le peraltro non definitissime fattezze della signora in bici.
Di fatto non dovrebbe esserci alcuna violazione di privacy nel fotografare unapersona che apertamente pedala per strada, ma qui in Italia tutti ormai si credono Brad Pitt…
Spero che i surfisti apprezzino la scelta del metodo di alterazione della foto.

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Zanzibar è qui

24 Giugno 2009 Davide Lascia un commento

Oggi, per la prima volta in una decina di giorni, ho avuto modo di leggermi con calma il giornale.
Considerando che grazie al demenziale terrestre il mio televisore è ormai ridotto a riprodurre solo DVD, e che non avendo recentemente percorso lunghi tragitti in automobile non ho ascoltato la radio, da una decina di giorni vivevo in un vuoto d’informazione quasi assoluto.
Oggi ho letto finalmente il giornale…
Donnine, politica confusa, mai tanti non-ammessi alla Maturità…
E ho pensato a John Brunner.

John Brunner se ne andò ventiquattro anni or sono, ancora relativamente giovane.
Autore estremamente prolifico, è responsabile di due romanzi che rimangono piantati nel mio cervello – The Squares of the City (in Italiano La Scacchiera) e The Productions of Time (credo sia Dramma d’Avanguardia, qui da noi).
E poi una infinità di altre storie.
E su tutte, torreggiante e inarrivabile, Stand on Zanzibar.
Tutti a Zanzibar, nell’edizione italiana.

File:Standonzanzibar.jpgTutti a Zanzibar è un romanzo che dovrebbero regalare a tutti coloro che acquistano un televisore.
Chissenefrega del decoder – beccati ’sto romanzo, e leggilo!
Massiccio, intricato, a tratti irritante per la sua discontinuità, Tutti a Zanzibar è essenziale per comprendere ciò che il televisore ci rigurgita addosso ad ogni occasione.
Un mondo in cui allo sviluppo tecnologico non è corrisposto un equivalente sviluppo morale.
O culturale.
Un mondo di analfabetismo rampante e di perenne caccia al quattrino, unica misura del successo.
Un mondo di informazione prefabbricata e intrattenimento forzato.
Un mondo di degrado ambientale e di ridanciano ottimismo mediatico.
Un mondo nel quale un sistema di caste si sta lentamente espandendo, dove l’apparenza è tutto e tutto ciò che si desidera è essere beautificati.
Un mondo nel quale i drogati guardano la televisione e pensano “Cazzo, che fantasia che c’ho!”
John Brunner aveva già visto tutto, nel 1968.
Il romanzo è ambientato nel 2010.

Dovrebbero darlo in regalo con ogni televisore venduto, Tutti a Zanzibar.
E obbligarci a leggerlo una volta l’anno.
Come espiazione per il mondo che stiamo creando.

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