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Cose che non succedono

La narrativa di M. John Harrison non è esattamente user-friendly.
Il suo ciclo di Viriconium latita da sempre sui nostri scaffali – Urania pubblicò The Pastel City, del 1971, con un titolo assurdo, un milione di anni or sono, e l’edizione definitiva uscita pochi anni or sono rimane appannaggio di chi i libri se li vuole leggere in originale.
Poi due o tre racconti, e all’improvviso Light, ancora per i tipi di Urania, nel 2006.
Negli oltre trent’anni trascorsi fra quei due romanzi, apparentemente, il nulla.
Niente The Committed Men, niente Centauri Device
Se questo non è maltrattare un autore, maltrattare il suo pubblico…

Harrison ha una prosa densa, controllata al millimetro.
Le sue storie mescolano liberamente il fantastico più assoluto con il quotidiano più squallido e triste.
Alla dettagliata, precisa descrizione del qualunque si affiancano poderosi affreschi dell’incredibile.
È da questa contrapposizione che scaturisce normalmente la tensione della narrazione – il cui scopo è sollevare domande, non fornire risposte.

Poco tradotto all’estero, Harrison è rimasto per quasi tre decadi un fenomeno strettamente britannico.
Il pubblico americano ebbe pochi anni or son l’occasione per sperimentare Harrison nella sua forma più concentrata e potente – con la pubblicazione nel 2003 di una massiccia collezione di storie, intitolata Things That Never Happen.
Storie pubblicate fra il 1975 ed il 2000, inclassificabili e incentrate quasi tutte su fenomeni inspiegati e inspiegabili, popolate di protagonisti marginali, chiusi in relazioni non richieste e incomprensibili.
La narrativa breve di Harrison è stata paragonata ad autori disparati quali Philip Dick e Thomas Ligotti.
Paragoni imprecisi e fuorvianti, ma significativi.
Sono storie scritte benissimo, e non invidio un ipotetico traduttore obbligato per contratto ad affrontare lavori come questi.
Se la maggior parte dei lettori del fantastico frequenta il genere per sfuggire alla realtà, M. John Harrison scrive per coloro che leggono fantastico per il piacere di tornare alla realtà, dopo.
Non sono molti.

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  1. 9 Luglio 2009 alle 7:50 AM | #1

    Harrison è un grandissimo. Uno di quelli che ti stupisci facciano parte del tuo stesso universo. Ho letto Light (Luce dell’universo) nella traduzione di Vittorio Curtoni e, nonostante il passaggio di lingua, mi è parso che la magia di Harrison in gran parte si conservasse. In ogni caso se siete alla ricerca di una buona ragione per leggere direttamente in lingua, Harrison può essere un’ottimo motivo.

  2. 9 Luglio 2009 alle 10:04 AM | #2

    Sottoscrivo in pieno.

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