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La prima firma

Chi bazzica l’ambiente accademico da un po’ di tempo è informato del fatto che, su una pubblicazione accademica, l’ordine strettamente alfabetico degli autori è solo una delle possibili opzioni.
Essere la prima firma sull’articolo di solito significa essre la persona che ha contribuito maggiormente alla ricerca.
http://www.fantasticfiction.co.uk/images/n0/n2983.jpg
In narrativa esistono e sono documentate da sempre collaborazioni fra due o più autori.
Nel semplice ambito del fantastico, sono state essenziali per lo sviluppo del genere le collaborazioni di Henry Kuttner e C.L. Moore, di Lyon Sprague De Camp e Fletcher Pratt, di Larry Niven e Jerry Pournelle.
Il primo dei tre casi citati è interessante poiché Kuttner e Moore, marito e moglie nella vita reale, non pubblicarono mai a firme congiunte.
Molto di ciò che venne pubblicato a firma Kuttner o a firma Moore era di fatto il prodotto di una collaborazione – anche semplicemente di un editing fornito al titolare della storia dal partner.
In molti casi, i due si mascherarono sotto ad uno pseudonimo unico – il più famoso è probabilmente Lewis Padget.
De Cap & Pratt e Niven & Pournelle pubblicarono invece sempre (?) a firme congiunte, attribuendo pari dignità al lavoro dei due autori.

Diversa invece la faccenda di un vecchio romanzo di Gentry Lee & Arthur C. Clarke – che venne pubblicato in Italia con una copertina sulla quale il povero Gentry Lee passava decisamente in secondo piano.
Secondo la leggenda, il compianto Sir Arthur telefonò all’editore italiano chiedendo per cortesia che al collega, che aveva svolto un lavoro notevole, venisse restituita la dignità sottratta.

Poi ci sono anche scelte barbine – come quella di togliere del tutto il nome di De Camp da una sua collaborazione con Henry Turtledove…
E chissà poi perché.

Ulteriormente diversa la questione dei ghostwriters – i pennivendoli anonimi al servizio di un autore di nome.
Clive Cussler – che negli ultimi anni si è avvalso della collaborazione di autori “di supporto”, di solito mette il loro nome in copertina, ma mantiene la prima firma.
James Patterson, l’autore che a detta dell’ultimo numero de Il Libraio è il più venduto al mondo, ha invece amesso candidamente di non aver scritto nessuno dei suoi romanzi usciti negli ultimi cinque anni almeno.

“I found that it is rare that you get a craftsman and an idea person in the same body,” Mr. Patterson said. “With me, I struggle like crazy. I can do the craft at an acceptable level, but the ideas are what I like.”

Già, a Patterson interessano le idee, illoro possibile sviluppo.
Non il duro lavoro di scrivere seicento pagine di prosa vendibile a un pubblico generalista.
Lui perciò si è limitato a fornire l’outline a un ghostwriter, ed a mettere il nome sulla copertina.
Il pubblico anglosassone non l’ha presa proprio benissimo.

Ma… e il contrario?
Cosa succede quando chi ha una buona idea resta nell’ombra, e il nome sulla copertina è quello di chi ha scritto le x pagine in vendita in libreria?
La domanda mi sorge perché su un forum non troppo lontano una persona che si dice informata dei fatti ha parlato di “ideatore” ed “autrice” di un romanzo attualmente in vendita nelle nostre librerie.

La domanda, sarà folle, è – chi è che ha il diritto di definirsi autore?
Chi ha l’idea, chi fornisce la scintilla iniziale?
Chi l’idea la sviluppa, producendo una outline, delle schede dei personaggi?
Chi scrive il dannato testo, fornendo un paesaggio dettagliato, animando i personaggi attraverso il dialogo?
Chi è che ha il diritto alla prima firma?

Lyon Sprague de Camp e Fletcher Pratt il problema lo avevano risolto.
E anche Larry Niven & Jerry Pournelle.
E Weiss & Hickman.
E, in modo diverso ma accettabile, il signore e la signora Kuttner.
Al limite persino Wu Ming lo ha risolto.
E a modo suo, anche Cussler lo ha rusolto.

Ma questa dell’ideatore e dell’autrice mi dà delle strane vibrazioni.
Soprattutto in un paese dove ancora si straparla di ispirazione, di atto creativo inconsapevole, di “scrivere per se stessi” e altre simili baggianate.
Ma forse sono io, che sono irrimediabilmente vecchio.

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  1. 11 Luglio 2009 alle 1:29 PM | #1

    Si tratta per caso di “lei”… ^^

  2. 11 Luglio 2009 alle 1:59 PM | #2

    No.

    [criptico, eh?]

  3. 11 Luglio 2009 alle 3:56 PM | #3

    “Poi ci sono anche scelte barbine – come quella di togliere del tutto il nome di De Camp da una sua collaborazione con Henry Turtledove…”

    Di che lavoro si tratta?

    Riguardo la questione del post: si potrebbe usare la nomenclatura cine/fumettistica dividendo oneri e onori tra soggettista e sceneggiatore. Magari non derime il problema riguardo chi tra i due ha più meriti ma di sicuro è più chiara.

  4. 11 Luglio 2009 alle 4:07 PM | #4

    Down in the Bottomlands & Other Stories, di Turtledove e DeCamp.

    Ma potrei sbagliare.
    La versione italiana che non riporta il nome di De Camp potrebbe contenere (considerando il numero di pagine) solo i contibuti di Turtledove.
    Nel qual caso si tratterebbe di una diversa scelta barbina… ;-)

  5. 11 Luglio 2009 alle 7:52 PM | #5

    thx!

  6. Quiller
    12 Luglio 2009 alle 8:59 AM | #6

    Non conosco il caso italiano che ti ha “preso male”, ma io accolgo positivamente la cosa. Mi spiego: è il segnale comunque di un progetto, il sintomo che qualcuno si è studiato il mercato e ha messo in campo una strategia per soddisfarne una nicchia in maniera efficace, invenstendoci. Questo altrove avviene da sempre in vari filoni (la Military SF, la Sword & Sorcery, l’Urban Fantasy, ce n’e’ a dozzine) e insieme alla fuffa qualcosa di valido rimane, qualche autore si fa le ossa, cresce ed emerge.
    Che poi l’attribuzione della singola opera sia più simile a quello che accade con film e fumetti, rispetto a quello che ci sia aspetta dalla letteratura, mi sembra marginale. Se in quel team un autore vero c’e', alla lunga verrà fuori. Un esempio immediato (e forse poco calzante): in questo momento mia figlia sta guardando Shrek 2: ecco, lì l’autore vero nel team è saltato fuori per differenza, quando Andrew Adamson NON ha diretto Shrek Terzo e ne uscita una mezza ciofeca…

  7. 12 Luglio 2009 alle 9:55 AM | #7

    @Quiller
    Concordo su buona parte dei punti.
    Si tratta di un segnale di un cambiamento del mercato verso una forma di professionalismo “all’americana” (per sare un’etichetta veloce e imprecisa).
    Eppure un vago senso di cinismo continuo a percepirlo…

    La diffidenza verso l’opera “creata a tavolino” (per usare un’altro cliché) rimane; ed è stupida, poiché il 90% dei successi sono creati a tavolino, con un occhio al mercato…

    Ripeto, sono io che sto diventando vecchio.

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