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Ubuntu Netbook Remix – e poi?

13 Luglio 2009 Davide 2 commenti

Dopo una ventina di giorni dall’acquisto del mio netbook, è giunto finalmente il momento di porsi la domanda essenziale – cosa diavolo me ne faccio, di un netbook?
Specie considerando che ho un computer portatile che è ormai una macchina oliata alla perfezione (beh, quasi) per fare ciò di cui ho bisogno.
Però, l’hai voluta la bicicletta?
E adesso pedala.
E poi, dai, a qualcosa servirà…

Di fatto, il netbook, col suo peso ridottissimo, è di per se un’ottima scusa per non scammellarsi il portatile in giro ad ogni pié sospinto.
Rispetto alla solita chiave USB con caricato Portable Apps (ormai indispensabile), il netbook torna utile qualora io debba fare qualcosa di più premeditato e definito che mettere in piedi una copia del mio ufficio on the road in caso di emergenza; posso usarlo per impostare presentazioni, per tenere in ordine i miei appunti, per lavorare anche sul treno o in qualche località esotica. Il sistema deve permettermi quindi di avere il necessario per lo svolgimento del mio lavoro e poco più, il tutto sul suo miserrimo hard disk allo stato solido.
Ne consegue una accurata lista della spesa.
Applicazioni collaudate, utili, leggere in termini di spazio occupato su disco – con un occhio all’interoperabilità ed alla ridondanza.

Sistema operativo, si è detto, Ubuntu Netbook Remix – che è poi una versione rielaborata dell’ultimo Ubuntu 9.04.
Ad alcuni non piace l’interfaccia, ma le prestazioni sono comunque ottimali.
E non è Windows.
UNR si installa con una serie di software precaricati.
OpenOffice 3 fornisce tutte le funzioni basilari per la gestione del lavoro – elaboratore testi, foglio di calcolo, software per presentazioni, database, disegno.
Potrebbe bastare, ma non basta.
Ci aggiungiamo Gnumeric, che rispetto ad OpenCalc ha molte più funzioni statistiche.
Ci aggiungiamo gLabels, che è piccolino e stampa etichette e biglietti da visita personalizzati.
E poi… VUE (Visual Understanding Environment) è un software alternativo per creare presentazioni – è ancora un po’ legnosetto, ma i risultati possono essere spettacolari; FreeMind serve per creare mappe mentali – ne ho parlato spesso, negli ultimi tempi; Note Tomboy è utile per buttare giù apunti alla svelta, e costruire outline di lavori diversi.
Xpad fornisce dei post-it da piazzare sullo schermo – ottimi per pro-memoria volanti.
E per finire un diario/organizer – RedNotebook funziona alla perfezione – e una rubrica per segnare i contatti – Rubrica appunto.

Se sono in giro per il mondo, voglio poter comunicare con i miei contatti, in qualsiasi forma possibile.

UNR ha di default Firefox, attraverso il quale posso verificare la mia posta su Gmail. Aggiungo un paio di plugin per la posta, Greasemonkey per gli script, e ScribeFire per poter gestire il mio blog, così come FireFTP per il file transfer (anche se ormai è considerato antico).
Già che ci sono, customizzo il look di Firefox eliminando le Toolbar di navigazione e dei Bookmark, spostando tutto l’indispensabile nella barra del menù, ed implementando TinyMenu e un tema compatto. All-in-One Sidebar è un altro ottimo componente aggiuntivo. Lo scopo è rendere disponibile il massimo spazio sullo schermo alla navigazione.
Poi è sempre bene avere un back-up: è vero che lo spazio scarseggia, su questo piccolo hard-disk, ma una copia di Opera la carico ugualmente – per quelle occasioni in cui Firefox ci lascia a piedi.
Wicd serve per risolvere eventuali problemi di connessione wifi o LAN.
Mentre ci sono, elimino Evolution Mail dal menù (e se ci riesco dall’hard disk) perché non mi serve.
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Comunicare, si diceva.
Pidgin mi permette di gestire da un’unica interfaccia la messaggistica: IRC, GoogleChat, Facebook Chat, Yahoo, MSN… La parte veramente noiosa è impostare sul nuovo Pidgin tutti gli account che ho sul computer di casa – al momento se esiste uno strumento per la sincronizzazione, non l’ho ancora scoperto. Ma è una minuzia.
Oh, già, Liferea, per restare in contatto con i feed che leggo regolarmente. Stesso problema di sincronizzazione come per Pidgin, ma non è così grave.
Skype lo adoperano tutti, o così dicono.
Non mi piace particolarmente, ma lo carico, insieme con Ekiga, che fa le stesse cose (meglio) per un diverso circuito di comunicazione.radioage10-55
Butto una manciata di euro e acquisto un set di cuffie e microfono a bottone, con le quali oltre a parlare su Skype o Ekiga, posso anche ascoltare la musica.
Questo significa caricare XBMC e VLC sulla macchina.
Li userò poco, ma sono entrambi inaffondabili. E poi, poco… conentrambi è possibile anche ascoltare stazioni radio in streaming…
Un rudimentale registratore di suoni è già installato, e potrò usarlo per registrare eventuali presentazioni altrui.

Grafica – si potrebbe rendere necessario sistemare alcune immagini alla svelta.
Considerando costi e benefici, GIMP ha tutto quello che serve.
È pesante, ma ci può stare.
Resta da discutere Picasa – che potrebbe servire, visto che di solito mi sposto con la fotocamera digitale. Bisogna valutare i pro (potenzialmente utile) con i contro (pesante).

Impossibile rinunciare a Wine – per far girare le applicazioni Windows.
Già che ci siamo, aggiungiamo UbuntuTweak, per la manutenzione minima del sistema.

C’altro?
Kompozer, oppure BlueFish, oppure il Web Developer plugin per Firefox – perché potrebbe essere necessario mettere in piedi alla svelta una pagina web e non sempre il blocco note è la scelta più comoda.

Il tutto, con un po’ di attenzione, in circa quattro giga di hard disk, forse un po’ di più.

A questo punto, nella cartella Documenti, si crea una sottocartella nella quale si scaricano copie del curriculum, un foglio di biglietti da visita, e l’eventuale modulistica minima necessaria per il lavoro.
In una cartella a parte metteremo invece i lavori in corso sui quali vogliamo poter lavorare anche on the road.
Una cartella di letture diverse per il tempo libero potrebbe sostituire/complementare l’immancabile Grosso Paperback per le nostre trasferte.
In Musica mettiamo non più di quattro dischi campionati in maniera non ossessiva (circa 300 mega in totale) – è una di quelle classiche situazioni da isola deserta, e ci accontenteremo di una pulizia del suono da vinile d’antan…
In Immagini mettiamo uno sfondo alternativo a quello – un po’ deprimente – di Ubuntu.

Sarebbe bello metterci anche R e Squeak, ma lo spazio è quel che è – se non sono strettamente necessari…

Fatto!
Mancano naturalmente i software da lavoro essenziali per ciascuno (io ci metterò PAST, una tabella stratigrafica, una tavola periodica) – ma l’elenco di software visto fin qui dovrebbe garantire un’elevata produttività anche a fronte di un hard disk minuscolo.

Prossimo passo – acquistare un alimentatore a celle solari per ovviare alla vita breve della batteria e rendere davvero mobile tutto il sistema…

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I nativi (digitali) sono agitati stanotte

13 Luglio 2009 Davide 2 commenti

E non solo loro!

Matthew Robson è uno studente di liceo americano, ha quindici anni e un lavoro come stagista presso la Morgan Stanley, azienda che si occupa di consulenze finanziarie (e forse per questo ha il nome di un pirata e di un esploratore).
Come parte del suo internato presso l’azienda, a Matthew è stato chiesto di stilare un rapporto sull’utilizzo della tecnologia da parte dei suoi coetanei.
Il risultato sta causando non poco rumore.
Giudicato

one of the clearest and most thought-provoking insights we have seen,

è stato pubblicato ufficialmente dall’azienda, e si è meritato un articolo sul Financial Times – oltre a scatenare il panico fra molti dei clienti della Morgan Stanley.

Cosa ha scoperto il giovane Matthew studiando i propri coetanei, “nativi digitali” dal primo all’ultimo?

Tanto per cominciare che i ragazzi non usano Twitter, perché troppo anonimo:

they realise that no one is viewing their profile, so their tweets are pointless

Successivamente, l’analisi del quindicenne ha dato delle pessime notizie ai media tradizionali, a cominciare da MTV – i ragazzi preferiscono i siti come Last.fm, che passano musica senza interruzioni pubblicitarie.
Idem per le riviste e la stampa periodica in generale.
Siti di news specialistici e blog tirano di più.

E per finire, una notizia non proprio allegra per i produttori di telefoni cellulari: sempre più ragazzi utilizzano i sistemi di messaggistica contenuti nelle loro consolle di gioco portatili per scambiarsi messaggi.

Il tutto, pare, con un linguaggio allegramente giovanile.

La Morgan Stanley ci tiene a far sapere che comunque questa analisi manca delle basi statistiche che di solito caratterizzano i suoi raporti periodici.

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Scottature

13 Luglio 2009 Davide 5 commenti

Avrei voluto intitolare questo post “Il peggior libro letto negli ultimi trent’anni”, ma sarebbe stato dargli troppa importanza.
Ho citato en-passant Bimbos of the Death Sun sul blog di Fulvio Gatti.
Poiché mi rendo conto che si trattadi una citazione quantomai criptica, passo ora a spiegarla.
Il volume – comparso nell’ormai lontano 1988 – si trova ancora, usato, su Amazon.com per un centesimo di dollaro, e vale la pena di possederne una copia, visto che nelle 224 pagine del volumetto, l’autrice Sharyn McCrumb (oggi rispettata giallista nel mercato dei paperback) riesce a mettere tutti i possibili errori che un narratore potrebbe commettere.
E ci ha pure vinto un premio Edgar.

Ipoteticamente un romanzo poliziesco, Bimbos è ambientato ad una convention di appassionati di fantascienza e fantasy.
Qui, uno sprovveduto ingegnere informatico che ha pubblicato un romanzo di fantascienza sotto pseudonimo si ritrova ad indagare, con l’aiuto di un’amica, sull’omicidio di un odiosissimo ospite d’onore in odore di plagio. Per risolvere il caso, verrà organizzata una partita di Dungeons & Dragons nella quale il colpevole sarà obbligato a rivelarsi.

Che buttata lì così non sarebbe neanche male, come idea, no?
Peccato che sorgano due problemi terminali, probabilmente legati strettamente l’uno all’altro.
Primo problema, l’autrice decide di fare di questo romanzo un romanzo umoristico.
Secondo problema, l’autrice ha palesemente un conto aperto con il fandom (nella prefazione ammette che l’ex-marito era un wargamer).

Ecco allora che il romanzo si popola di tutti i cliché noti a chi frequenta l’ambiente:

  • i fan di fantascienza e fantasy, tutti monoliticamente quattr’occhi brutti, sporchi, sovrappeso, brufolosi e con i denti storti; ed ovviamente vergini
  • le ragazze, tutte uniformemente gotiche obese e prepotenti, che cercano disperatamente una gratificazione sessuale di qualsiasi genere
  • gli scrittori di fantascienza tutti semi-illetterati, perseguitati dalla vergogna,  che invidiano profondamente “i veri scrittori”
  • i giocatori di ruolo completamente alienati
  • i wargamer fascistoidi e militaristi, con un’ossessione quasi sessuale per le armi
  • i collezionisti avidi e infantili
  • gli informatici incapaci di comprendere le emozioni umane e impacciati se allontanati dal loro hardware.

Sulla galleria di personaggi francamente turpi – e in ultima analisi indistinti, poiché tutti uguali -  giganteggia solo la protagonista femminile, Marion, palesemente una idealizzazione dell’autrice medesima: capitata per caso alla convention, Marion è docente di letterature comparate, naturalmente strafiga, elegantissima e con una vita sociale gratificante e intensa – a differenza (già, ve l’aspettavate, eh?) di tutti quegli sfigati che leggono fantascienza.
A pagina tre già ci pare odiosa.
Dopo cento pagine ci domandiamo perché il killer non abbia ammazzato lei.

La caratterizzazione pietosa sarebbe già di per se un peccato inammissibile.
Il protagonista maschile, il tipo in camicia di flanella che arrossisce se una donna gli rivolge la parola e pensa in termini di baud e bitrate, si chiama James Owen Mega – ma pubblica SF con lo pseudonimo di Jay Omega.
Sottile, eh?
Il fatto che il protagonista abbia un nome scemo è probabilmente una delle ragioni per cui il romanzo, decorato da un premio importante e pubblicato da un editore specializzato in lunghe serie, ebbe un solo sequel.

Ma le cose si complicano ulteriormente quando andiamo a leggere col cervello acceso la storia della McCrumb.
Che confonde hardware e software, ripetutamente, e non ha chiaramenteidea di come funzioni un computer.
Che sembra convinta che per giocare a D&D ci si debba mettere in costume, e consultare la biblioteca per capire da quale opera sia tratta la trama che si sta giocando.
Che sembra convinta che esista un rapporto causale diretto fra obesità e passione per il fantastico (dimagrite, e comincerete a leggere “vera letteratura”).
Che confonde il folk (genere musicale mainstream) con il filk (genere musicale parodistico, esclusivo del fandom).

La scrittura è trasandata – personaggi che mai si sono visti prima si chiamano per nome, altri devono essere convinti con lunghi spiegoni della validità dell’ipotesi che loro per primi hanno presentato.
Il punto di vista sbandiera, e spesso non si capisce attraverso gli occhi di chi noi si stia assistendo ad una scena.

E non riesce a far ridere.
La McCrumb ci prova, ma c’è troppa amarezza, nelle sue battute, troppo astio represso troppo a lungo, per poter dare vita a dell’autentico umorismo.
Il risultato è stato definito da alcuni lettori benevoli come “bitter and nasty”.
È qui che mi ricollego al post sul blog di Fulvio, per ribadire che la parodia è impossibile senza una conoscenza ed una passione profonde per l’oggetto dellanostra parodia.

Anche l’idea che dà il titolo al libro alla fine cortocircuita – J.O. Mega ha scritto un romanzo di hard SF su un fenomeno magnetico che ha scoperto lavorando sui computer (!), e che legherebbe le macchie solari a certi malfunzionamenti dell’hardware (!!!), si è poi visto pubblicare il romanzo con il titolo Bimbos of the Death Sun da un editore in cerca di facili vendite.
Fra le altre cose, quindi, la McCrumb pare convinta che la fantascienza sia un modo per contrabbandare al pubblico scoperte scientifiche troppo marginali per meritare una pubblicazione accademica.
Siamo appena in fondo al primo capitolo.
Da qui in poi, è tutta discesa.
In capo a due pagine, l’identità dell’omicida ci verrà “telefonata” dalla narrazione.
E resteremo soli, con l’amarezza di una donna alla quale il marito, presumibilmente, ha preferito i soldatini di piombo.

C’è qualcosa di buono in questo libro, a parte la sua involontaria natura didattica?
Probabilmente che si legge in fretta.
E che poi, ributtato in rete, potrebbe fruttarvi un centesimo.
Che è infinitamente di più di quel che vale.

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