Guy
Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro di Guy Debord.
Le idee migliorano. Il significato delle parole partecipa nel miglioramento. Il plagiarismo è necessario. È implicito nel progresso. Esso abbraccia la frase di un autore, utilizza le sue espressioni, cancella un’idea falsa, e la rimpiazza con l’idea giusta.
Bello, poter citare uno che ha detto “Le citazioni sono utili nei momenti di ignoranza e di credenze oscurantiste.”
Negli ultimi giorni, lo spettro di Guy Debord ha agitato le proprie catene fra fumettari e fantasisti italiani.
Non era mia intenzione entrare nel merito.
Non è un argomento sul quale io possa esprimermi senza che i miei pregiudizi non infiammino la mia vena polemica.
Cosa è successo?
Sono stati pubblicati dei libri.
I libri hanno avuto successo.
Si è deciso di farne fumetti.
I fumetti hanno avuto successo.
O lo stavano avendo, finché qualcuno non ha notato delle somiglianze.
Ora si parla di copiature.
Di plagio.
La cosa rimbalza sulla stampa.
L’editore ritira i fumetti.
Accuse.
Smentite.
Difese.
Attacchi.
La situazione entra in modalità headless chicken.
Post su blog.
Commenti ai post.
Commenti ai commenti.
Io stesso sto postando, qui e ora, perché ciò che mi ha colpito, dell’intera faccenda, al di là delle responsabilità, delle belle figure e delle brutte figure, non starebbe in un commento ad un post altrui.
Troppo lungo.
E allora lo scrivo qui.
Mi colpisce molto che il grido d’allarme al plagio si sia sollevato dai lettori del fumetto, quegli adolescenti sballottati dai narratori della vicenda, a seconda dei casi, fra il ruolo di insipienti vittime del mercato e quello di giovani saggi e indipendenti; mi colpisce che questi ragazzi, ben felici di accettare entusiasticamente e spesso acriticamente una band tedesca o una band italiana che imitano spudoratamente e dichiaratamente modelli giapponesi (ad esempio), si indignino nel momento in cui un disegnatore italiano imita (copia, plagia, offre un tributo… non mi interessa) delle tavole di artisti giapponesi.
Mi colpisce molto che molti professionisti della comunicazione (non tutti, non tutti nello stesso modo) abbiano fatto frequentemente ricorso, in quest’occasione, al ragionamento “ma in fondo lo fanno tutti” per minimizzare l’accaduto. Per sdrammatizzare; mi colpisce perché in passato questi signori si sono rivelati spesso molto protettivi nei confronti dei prodotti del proprio ingegno, e probabilmente prenderebbero molto male se ciò che è, a loro dire, una pratica comune, venisse applicato alla loro opera.
Mi colpisce molto che molti vocalissimi e fieri sostenitori della inesistenza o inapplicabilità del principio di proprietà all’opera d’arte, dopo anni trascorsi a predicare la lecità della copia, ridistribuzione e manipolazione dei lavori altrui, dopo averci spiegato fino alla noia come scaricare da eMule copie illegali di manga e fumetti, e perché fosse giusto farlo, ora si ergano sui propri blog a difensori dei diritti di artisti “vittime di plagio”; artisti che hanno, a difenderli, orde di avvocati ben più agguerriti e (oserei dire) ben più coerenti di questi strani individui.
Perché ecco, mi pare che più che la Verità o l’Arte, in queste ore a venire calpestata con allegria sia la Coerenza.
Ma si sa, io sono spesso vuotamente polemico.
Il significato positivo della moderna decomposizione e distruzione di ogni arte è che il linguaggio della comunicazione è andato perduto. L’implicazione negativa di questo sviluppo è che un linguaggio comune non può più prendere la forma di unilaterali conclusioni che caratterizzavano l’arte nelle società storiche
Vai così, Guy!

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OK, il nocciolo della questione è: a partire dal secondo episodio della serie, i personaggi sono intrappolati in un loop temporale.






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