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Archive for 25 Luglio 2009

Guy

25 Luglio 2009 Davide 5 commenti

debord.jpgUno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro di Guy Debord.

Le idee migliorano. Il significato delle parole partecipa nel miglioramento. Il plagiarismo è necessario. È implicito nel progresso. Esso abbraccia la frase di un autore, utilizza le sue espressioni, cancella un’idea falsa, e la rimpiazza con l’idea giusta.

Bello, poter citare uno che ha detto “Le citazioni sono utili nei momenti di ignoranza e di credenze oscurantiste.”
Negli ultimi giorni, lo spettro di Guy Debord ha agitato le proprie catene fra fumettari e fantasisti italiani.

Non era mia intenzione entrare nel merito.
Non è un argomento sul quale io possa esprimermi senza che i miei pregiudizi non infiammino la mia vena polemica.

Cosa è successo?
Sono stati pubblicati dei libri.
I libri hanno avuto successo.
Si è deciso di farne fumetti.
I fumetti hanno avuto successo.
O lo stavano avendo, finché qualcuno non ha notato delle somiglianze.
Ora si parla di copiature.
Di plagio.
La cosa rimbalza sulla stampa.
L’editore ritira i fumetti.
Accuse.
Smentite.
Difese.
Attacchi.
La situazione entra in modalità headless chicken.
Post su blog.
Commenti ai post.
Commenti ai commenti.

Io stesso sto postando, qui e ora, perché ciò che mi ha colpito, dell’intera faccenda, al di là delle responsabilità, delle belle figure e delle brutte figure, non starebbe in un commento ad un post altrui.
Troppo lungo.
E allora lo scrivo qui.

Mi colpisce molto che il grido d’allarme al plagio si sia sollevato dai lettori del fumetto, quegli adolescenti sballottati dai narratori della vicenda, a seconda dei casi, fra il ruolo di insipienti vittime del mercato e quello di giovani saggi e indipendenti; mi colpisce che questi ragazzi, ben felici di accettare entusiasticamente e spesso acriticamente una band tedesca o una band italiana che imitano spudoratamente e dichiaratamente modelli giapponesi (ad esempio), si indignino nel momento in cui un disegnatore italiano imita (copia, plagia, offre un tributo… non mi interessa) delle tavole di artisti giapponesi.

Mi colpisce molto che molti professionisti della comunicazione (non tutti, non tutti nello stesso modo) abbiano fatto frequentemente ricorso, in quest’occasione, al ragionamento “ma in fondo lo fanno tutti” per minimizzare l’accaduto. Per sdrammatizzare; mi colpisce perché in passato questi signori si sono rivelati spesso molto protettivi nei confronti dei prodotti del proprio ingegno, e probabilmente prenderebbero molto male se ciò che è, a loro dire, una pratica comune, venisse applicato alla loro opera.

Mi colpisce molto che molti vocalissimi e fieri sostenitori della inesistenza o inapplicabilità del principio di proprietà all’opera d’arte, dopo anni trascorsi a predicare la lecità della copia, ridistribuzione e manipolazione dei lavori altrui, dopo averci spiegato fino alla noia come scaricare da eMule copie illegali di manga e fumetti, e perché fosse giusto farlo, ora si ergano sui propri blog a difensori dei diritti di artisti “vittime di plagio”; artisti che hanno, a difenderli, orde di avvocati ben più agguerriti e (oserei dire) ben più coerenti di questi strani individui.

Perché ecco, mi pare che più che la Verità o l’Arte, in queste ore a venire calpestata con allegria sia la Coerenza.

Ma si sa, io sono spesso vuotamente polemico.

Il significato positivo della moderna decomposizione e distruzione di ogni arte è che il linguaggio della comunicazione è andato perduto. L’implicazione negativa di questo sviluppo è che un linguaggio comune non può più prendere la forma di unilaterali conclusioni che caratterizzavano l’arte nelle società storiche

Vai così, Guy!

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I fan sono cretini [SPOILER]

25 Luglio 2009 Davide 7 commenti

Ne ho già parlato, spesso ed entusiasticamente in passato.
Ora, la seconda serie di anime dedicati alle imprese di Haruhi Suzumiya è in corso in questo momento in Giappone.
Ogni settimana, la rete televisiva di proprietà dell’editore Kadokawa (mi pare) trasmette un nuovo episodio.
Siamo al momento a sette episodi.
E da un mese a questa parte, il furore dei fan si è scatenato su forum e pagine web (parlo essenzialmente di fan occidentali – non conosco la reazione dei fan giapponesi).
Henna gaijin… Dichiarazioni di odio verso la rete televisiva, gli sceneggiatori, l’autore, il regista… gente che giura e spergiura che mai e poi mai acquisterà la serie quando uscirà in DVD, altri che si preparano anche a bruciare ritualmente anche i DVD della serie precedente, i libri, i fumetti, il merchandise.
Insulti.
Turpiloquio.

Qual’è il problema?

[SPOILER ALERT - ora vi racconto su cosa è costruità la prima metà della seconda serie; se siete amanti della suspance e volete scoprire tutto da soli a suo tempo (quando uscirà in italiano in DVD, ad esempio), andatevene ora. Non scherzo. Via di qui!
Non dite poi che non vi avevo avvertiti...]

SPOILER SPACE

ULTIMO AVVISO

OK, il nocciolo della questione è: a partire dal secondo episodio della serie,  i personaggi sono intrappolati in un loop temporale.
Come in Ricomincio da Capo, con Bill Murray, ma meglio, o come in quel vecchio episodio di Stargate SG1, ma in modo diverso… Haruhi, Kyon e soci rivivono le due settimane fra il 17 ed il 31 di agosto, ripetendo inconsapevolmente le stesse azioni per decine, centinaia, migliaia di volte.
Visita alla piscina, giro di compere, festa, fuochi d’artificio, caccia alle cicale…
Attorno al 25 di agosto l’accumularsi di deja-vu porta alcuni dei membri del cast a rendersi conto di cosa stia acacdendo.
Ad ipotizzare una causa.
Ma il loop si riavvia prima che riescano a individuare una possibile soluzione.
Nuova settimana, nuovo inizio – stessa scena, stesso voice-over…
La cosa si è finora ripetuta per 6 episodi.
Ogni episodio comincia allo stesso modo, si svolge allo stesso modo, e finisce allo stesso modo.
E i fan sono furiosi.
Perché, vedete, l’autore, o forse il regista, o gli sceneggiatori, i disegnatori o l’intercalatore, magari lo stesso signor Kadokawa, qualcuno, insomma, li sta truffando.
Facendogli vedere lo stesso episodio per (finora) sei volte di seguito.

Ma è davvero lo stesso episodio?
No.
In quello che è un sottile ma innegabile tour-de-force, gli sceneggiatori hanno costruito (finora) sei episodi differenti sugli stessi eventi, presentandoci in maniera sempre diversa un cast di personaggi che fanno e dicono le stesse cose, ma mai esattamente nello stesso modo, dimostrando – ammesso che fosse necessario dimostrarlo – che spesso ciò che accade è meno importante di come lo si racconta.
L’effetto è decisamente soddisfacente.
Il regista, non più obbligato a seguire un punto di vista singolo nel narrare gli eventi, può esplorare quasi tridimensionalmente ogni scena – offrendoci di volta in volta inquadrature diverse, un diverso montaggio.
Alla sesta ripetizione, abbiamo ormai una immagine quasi olografica degli eventi – sappiamo cosa stanno facendo i personaggi fuori scena (perché li abbiamo visti a centro inquadratura in un episodio precedente), possiamo risalire alla causa di certi cambi di espressione, di certe scelte di frase.
Un controcampo, e quella che nell’episodio passato pareva un’assurdità ora ha perfettamente senso, è addirittura ovvio.
La sceneggiatura può omettere qualcosa di già visto nelle puntate precedenti, accennarlo semplicemente, e mostrarci qualche altro evento che nelle puntate passate era stato omesso.
Sono quindici giorni intensi, e noi ne viviamo quasi la totalià, in brevi sintesi da 23 minuti ciascuna.

Il giochino (di fatto un gran lavoro di scrittura e regia) era in fondo prevedibile.
Se la prima serie giocava con il tempo – presentando gli episodi fuori ordine cronologico – la seconda gioca con lo spazio – facendoci vedere più e più volte lo stesso episodio da ogni angolazione possibile.

Contemporaneamente, nell’affrontare le ripetizioni settimanali, la nostra attenzione rimane catturata dalle piccole (o non poi così piccole) discrepanze fra un episodio all’altro – saranno indizi di qualche cosa?
E con la sceneggiatura e la regia, da un episodio all’altro cambia il colore, cambia la luce.
Perché il terzo episodio (identico al secondo – la nostra prima esposizione al loop) è sfocato, quasi sbiadito? Perché il quarto è sovraesposto?
Altri “trucchi mentali jedi” sono più scoperti ma devastanti – la stessa scena vista cinque volte con esattamente la stessa sequenza di primi piani, riproposta una sesta volta come una panoramica dall’alto, senza movimenti di macchina o tagli dà un senso di vertigine.

Frattanto, il loop si ripete, ed arrivati a sei repliche come spettatori appreziamo profondamente, quasi fisicamente, lo stato d’animo dell’unico personaggio che ricorda in dettaglio tutte le oltre quindicimila ripetizioni, quasi seicento anni di eventi tutti uguali, quasi seicento anni di solitudine ed isolamento.
La risoluzione, quando arriverà (nell’ottavo episodio?), la vivremo come un sollievo fisico, come una liberazione.

Bassa manipolazione dei sentimenti del pubblico.
Gioco di prestigio.
Narrazione.

Ma i fan tutto questo non lo vedono.
Il più derelitto di tutti è quello che consiglia di saltare direttamente dal terzo all’ottavo episodio, perché tanto gli intermedi sono solo “fotocopie”.
E poi ci sono quelli che si lamentano del fatto che gli episodi si discostano dal racconto che hanno giuà letto, per cui non sta capitando ciò che loro si aspettavano sarebbe capitato.
Affamati di trama, i fan non si accorgono della quantità enorme di informazione, di trama nascosta, non esplicitata.
Ai loro occhi, tutto è perduto.

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