Il futuro attraverso gli occhi di ieri
Si avvicina inesorabile, molto più inesorabile di una profezia Maya, il 2011, con le sue celebrazioni risorgimentali.
150 anni di Italia unita.
E così, dopo aver preso per i fondelli per un secolo gli yankee, ché per loro “archeologia” è Buffalo Bill (e gli australiani stanno anche peggio), rischieremo magari di ricordarci che siamo una nazione dannatamente giovane, con un sacco di vizi dannatamente antichi.
Quarantotto anni or sono ci fu un’altra batteria di celebrazioni.
E ieri, mentre scambiavo due chiacchiere con alcuni amici dieselpunk, siamo inciampati su unsito web che raccoglie tutto il materiale disponibile sul fulcro, sull’evento principale di quelle celebrazioni del centenario.
Accadde tutto a meno di quattro chilometri da dove son seduto inquesto momento, ed i resti di quell’evento sono il capolinea delle mie camminate notturne, quando faccio fare un po’ d’esercizio al ginocchio malandato.
Italia ‘61, la chiamarono.
L’Esposizione Internazionale di Torino.
Su di un’area di svariati ettari, Torino, che aveva svolto il ruolo di laboratorio per l’unità d’Italia, per la rivoluzione industriale, che stava surfando sulla cresta dell’onda del boom, provò ad immaginarsi città del futuro.
Palazzi di cristallo e cemento dalle forme futuribili, immersi nel verde e collegati da viali curvilinei, laghi artificiali, fontane.
Un cinema panoramico per la proiezione di film immersivi a 360 gradi (Disney mandò una lettera a riguardo).
Marciapiedi sospesi al di sopra del traffico stradale, passerelle ed ovovie per attraversare il fiume, autobus a due piani (inaudito!) in circolazione per le strade della città…
E su tutto, a sfrecciare nell’aria, la monorotaia.
Esisteva nulla di più futuribile della monorotaia, ora che i dirigibili erano andati fuori moda?

Il sito dedicato all’evento – da maggio a ottobre 1961 – è ricco di materiali: fotografie, articoli, ephemera, filmati.
Poi, col novembre del 1961, calò l’oblio.
Quasi me l’immagino, questo quartiere rubato ad una città del futuro, avvolto nella nebbia e deserto, il primo novembre 1961.
Ne vennero spartite le spoglie.
Le Nazioni Unite si presero il villaggio di strutture antisismiche – un curioso incrocio fra uncomplesso giapponese ed un resort nella savana del Kenya – e ci mise il Boureau International du Travail.
Il cinema panoramico rimase in stato di abbandono per decenni – salvo poi essere rilevato da un’azienda che lo trasformò in un cilindro di specchi azzurri, ed oggi vi ha la sua sede.
Le stazioni dell’ovovia smantellata furono la gioia dei grafitisti, e una divenne un bar.
L’isola antistante il Palazzo di Cristallo (eh?! C’era un’isola?! Con sopra un parco?!! Su GoogleEarth manco si vede dove hanno interrato il fiume!) venne acquisita con tutta l’area dall’acquedotto municipale, che regimentò il ramo del Pò, trasformò l’Isola in terraferma e ci costruì sopra i suoi impianti.
Alla faccia del feng shui.
Il comune organizzò mostre ed eventi, saltuariamente, nel Palazzo di Cristallo e nel Palazzo a Vela.
Poi ne assegnò spazi ad enti ed associazioni – fu in uno degli uffici sospesi del Palazzo di Cristallo che presentai la mia domanda per partecipare al corso per diventare Tecnico di Rilevamento Ambientale, quindici anni or sono.
Poi li lasciò abbandonati – salvo sventrare e rifare il Palazzo a Vela, trasformando le sue faciate di vetri poligonali in inspiegabili scatole di calcestruzzo dipinte di rosso.
Era per le Olimpiadi del 2009, che avrebbero dovuto risvegliare la città, insegnando al mondo che “Passion Lives Here” – ma la passione se mai c’è stata se ne è andata in fretta, e sono rimasti solo i debiti, il nervosismo di una amministrazione che deve fare cassa ed una manciata di strutture orribili e abbandonate che costellano il paesaggio.
Mel più grande dei laghi artificiali – dove da ragazzino andavo a far navigare barchette – ci hanno montato una ridicola, colossale stella rotante di latta arruginita, rubata a un vecchio video dei Duran Duran.
Luci d’artista, le chiamano.
Il destino peggiore però, il quel novembre del 1961, lo subì la monorotaia – e il sito degli appassionati di Italia ‘61 colleziona un ricco dossier sull’evoluzione della “questione monorotaia” – dall’esperimento all’indecisione, al degrado, allo smantellamento progressivo.
Oggi la stazione settentrionale della breve linea sospesa è stata ristrutturata, ed ospita una struttura di accoglienza per i genitori dei bambini ricoverati nel vicino ospedale infantile.
Meglio così, che i lunghi anni passati a fare da punto di riferimento per le prostitute ed a fornire un riparo agli eroinomani.
È strano, visitare virtualmente Italia 61 com’era sei anni prima che io nascessi.
E non si tratta solo di scoprire che c’erano un’isola e un parco che io non ho mai visto, dove oggi c’è solo una lunga lingua di sabbia (perché le dinamiche fluviali non sono facili da controllare, neanche se si ha una lettera dell’Acquedotto).
E non sono le hostess sorridenti con le uniformi uscite dai Thunderbirds, o la monorotaia ormai estinta da decadi.
È come vedere un fantasma di qualcosa che avrebbe potuto realizzarsi, e invece è stato spento.
Uno sforzo colossale nel realizzarlo, una spallucciata nello spegnerlo per sempre.
E ripenso a quella generazione, che prese quelle decisioni.
E capisco un po’ di più il paese di cioccolatai nel quale mi trovo a vivere.

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