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L’estinzione delle brutte

29 Luglio 2009 Davide 7 commenti

Una volta, durante il periodo estivo, quella che i giornalisti americani chiamano la silly season, quando anche politici e malfattori sono in vacanza, i giornali si riempivano di UFO, yeti, avvistamenti del mostro di Loch Ness.
Oggi, complice una sottile ma innegabile campagna contro la scienza, si evoca lo scienziato come giullare.

La Repubblica di ieri decide quindi di buttarsi sull’evoluzione, e pubblica una mezza pagina assolutamente inutile, che Vittorio Catani mi segnala (ben sapendo che io su queste cose divento una bestia).

Scherzi dell’ evoluzione. Che ama le donne, selezionando le più belle mentre tra gli uomini tende a premiare i meno attraenti facendoli riprodurre di più.

Prime due righe, prima grossa sciocchezza.
Si tratta l’evoluzione come un attore, come un qualcosa che compie un’azione.
L’evoluzione è il prodotto di una serie di fattori, non una forza coerente e personificabile.

Il solito misconosciuto ricercatore (in che ramo? Con quali fondi? Finanziato da chi? Non è dato sapere) pare abbia scoperto che le donne brutte sarebbero destinate ad estinguersi.

L’articolo è scientificamente dubbio e impreciso.
Scopriamo che…

Seguendo nel corso di 40 anni la vita riproduttiva di 1.244 donne e 997 uomini statunitensi, Jokela ha osservato che le madri classificate come “attraenti” hanno in media il 16 per cento di figli in più rispetto alle “brutte”. Le “molto attraenti” a loro volta hanno il 6 per cento di figli in più rispetto alle “attraenti”. E la probabilità che queste super-donne diano alla luce bimbe di sesso femminile per qualche arcano motivo che Jokela non chiarisce – è del 36 per cento più alta rispetto alla probabilità di far nascere un bimbo maschio.

Lo stesso ricercatore, citato nell’articolo, sostiene che.

«È noto che la bellezza colpisce più gli uomini che non le donne – spiega Jokela in un’ intervista a Forbes – perché è un indicatore di fecondità e offre informazioni importanti sulla salute della futura madre. Un segnale su cui i maschi fanno molto affidamento quando scelgono una partner».

Ah, beh… se è noto…
Vediamo di mettere un po’ d’ordine.
Ma prima, un momento di nostalgia: quando servivo nell’Aeronatica, alle pareti del centralino erano appesi 5 nudi integrali ricavati da una serie – probabilmente un calendario – pubblicato dalla rivista Max.
Alle nuove reclute veniva chiesto di sceglierne una, come test attitudinale, il primo giorno di servizio come centralinista.
Cinque diverse donne sane e certamente attraenti, completamente nude.
Col tempo si scoprì cheil principale fattore nella decisione di ciascun aviere era… [la risposta in fondo al post]

Ordine, si diceva…
Primo.
L’evoluzione è l’effetto della selezione naturale (il testo di Darwin si intitola infatti The Origin of Species by means of Natural Selection).
La selezione naturale risente di fenomeni contingenti non prevedibili – e in questo senso l’evoluzione è l’effetto non casuale di eventi casuali.
Prevedere in quale direzione evolverà una specie – fatto salvo il caso di sistemi chiusi, sui quali abbiamo il controllo assoluto (o quasi) – è un’illusione.
Non possiamo perciò dire “Scompariranno le racchie” più di quanto non possiamo affermare con sicurezza TUTTI i risultati di 10.000 roulette che girino contemporaneamente.
Qualsiasi affermazione sulla evoluzione futura della nostra specie appartiene perciò all’ambito dellla fantascienza, non della ricerca scientifica.

Secondo.eva-green.jpg
Sull’effetto della bellezza sulla riproduzione, i testi di riferimento sono Perché lo facciamo di Niles Eldredge (già socio di S.J. Gould) e Survival of the Prettiest, di Nancy Etcoff.
Il Gene Egoista di Richard Dawkins racconta la storia da un diverso punto di vista, ed è anch’esso consigliato per approfondire la discussione.
Il discorso bellezza/riproduzione è un po’ più complicato dell’affermazione che solo gli uomini sono colpiti dalla bellezza.
Più correttamente, uomini e donne hanno parametri differenti nel costruire quel set di funzioni che definiamo bellezza.
L’uomo cerca indici di salute, fertilità ed elevata resistenza fisica.
La donna cerca indici della capacità del maschio di provvedere alla compagna ed alla prole nel lungo periodo della gestazione e dello svezzamento.
È per questo che gli uomini guardano tette & culo, mentre le donne guardano l’automobile.

In altre parole, non è vero che la bellezza colpisce più gli uomini che non le donne, è vero in effetti che fattori diversi costituiscono i componenti sulla base dei quali un uomo o una donna giudicheranno “bello” o “brutto” un membro del sesso opposto.
Il rapporto causa-effetto è esattamente capovolto.

Terzo.
Così come viene descritta, l’analisi statistica ha un po’ poco significato.
La bellezza non è un fattore misurabile – e senza numeri la statistica è dannatamente difficile.
A meno che, naturalmente non definiamo

attraente = gradito a più dell’75% degli osservatori
molto attraente = gradito a più dell’90% degli osservatori

Ma anche così…

Quarto.
È sbagliato pensare che evoluzione significhi miglioramento.
Significa solo cambiamento.
Così come la selezione naturale non ha finora eliminato dal pool genetico malattie e afflizioni diverse, così come l’evoluzione della specie non ci ha ancora liberati dagli sciocchi, difficilmente ci libererà dalle donne brutte.

E poi, quali sono i parametri stabili, definiti dall’hardwiring neurologico, di ciò che definiamo bellezza, e quali quelli culturali?
Questo è di solito il punto in cui le donne di Rubens vengono tirate in ballo, come esempio di ciò che era bello e non lo è più, eterne perdenti in un confronto con la bella di turno – Marylin, Angelina, Megan…

Ma le dinamiche riproduttive si reggono su meccanismi labili.mkcj003yi

Ah, già… il test del Centralino.
Cinque diverse donne sane e certamente attraenti, completamente nude.
Scoprimmo infine che nella maggior parte dei casi, il giudizio veniva espresso sulla base delle scarpe – unico capo d’abbigliamento presente nelle fotografie.

Mai dare nulla per scontato.

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Nomadismo digitale

29 Luglio 2009 Davide 6 commenti

Si discuteva con il mio amico Fulvio, alcuni giorni or sono, sulle gioie della vita in campagna.
Vicini primitivi.
Ambiente pettegolo.
Dieci chilometri dal più vicino posto in cui si serve un mai tai decente.
La rete certificata a sette mega che di fatto viaggia a quattro.
Però, e non è una cosa da poco, se mi gira prendo il portatile, vado a sedermi in un prato e lavoro lì all’ombra di un albero anziché in un cubicolo che sa di PVC e di aria riciclata dal condizionatore.

Se il telelavoro è diventato in fretta una realtà nel resto del mondo, in Italia l’idea si è presto incagliata in una serie di commissioni ministeriali che, a metà anni ‘90, valutarono l’ipotesi e conclusero che non si adattava al carattere “solare” degli italiani.
L’immagine del telecommuter chiuso in casa, solo, smutandatissimo e mal rasato, che martella sul PC connesso alla linea telefonica mentre si ingozza di schifezze, è stata più volte usata come spauracchio – meglio blindarsi in un centralino in qualche seminterrato, meglio qualsiasi altra forma di abbrutimento che tuttavia conceda uno straccio di vita sociale, piuttosto che l’isolamento del telelavoro.
Ora, tuttavia, WiFi e Web 2.0 hanno sovvertito le regole.
Al punto che se ne è accorto persino il Washington Post

Gruber and Consalvo are digital nomads. They work — clad in shorts, T-shirts and sandals — wherever they find a wireless Web connection to reach their colleagues via instant messaging, Twitter, Facebook, e-mail and occasionally by voice on their iPhones or Skype. As digital nomads, experts say, they represent a natural evolution in teleworking. The Internet let millions of wired people work from home; now, with widespread WiFi, many have cut the wires and left home (or the dreary office) to work where they please — and especially around other people, even total strangers.

Possiamo portarci il posto di lavoro dove ci pare.
Nel cortile di casa.
Nel prato, sulla collina.
In una crescente quantità di luoghi che offrono la connessione wifi gratuita.
La vita sociale è salva.
La produttività non viene intaccata.
E il panorama è vario e piacevole, sempre in accordo con i nostri gusti e stati d’animo del momento.

Non si tratta più di lavorare da casa.
O di portare il nostro portatile e la nostra esperienza in un ufficio temporaneo messo in piedi dall’azienda che ci ha ingaggiati per i prossimi due mesi.
Si tratta di decidere dove lavorare, mantenere contatti via telefono e web, e fare a meno di una infrastruttura che sia più pesante e complessa di ciò che possiamo portare con noi.

Il concetto di nomade digitale mi è più simpatico di quello di immigrato o nativo digitale, anche perché non si tratta di qualcosa che ti capita su base anagrafica, ma perché è qualcosa che scegli.
Ed inoltre dimostra la vecchia massima cyberpunk che la strada ha il suo uso per le tecnologie, e per le idee.
Il concetto di “digital nomad” venne infatti memeticamente introdotto alcuni anni addietro dai ragazzi del marketing di  una nota azienda produttrice di computer portatili, come parte della campagna di lancio del loro ultimo modello di laptop.
L’idea, lo slogan, è stato tuttavia rapidamente appropriato dalla comunità, che ha trovato le proprie dinamiche, ha adattato ai propri scopi i siti pubblicitari (come ad esempio digitalnomads.com), creando aree di discussione con gli strumenti disponibili (come bigthink), di fatto trasformando in sponsor quelli che erano all’origine i fautori di una campagna di marketing.

Come nota il Washington Post, il cybernomadismo sta portando alla definizione di tribù – non semplicemente sulla base del lavoro svolto, ma sulla base dei luoghi di aggregazione, delle modalità di connessione, degli strumenti utilizzati.

In Italia, il fenomeno pare avviarsi lentamente, più lentamente che altrove – pochi luoghi in cui accedere gratuitamente alla rete on the road, troppe password, troppi posti dove non ci si può fermare per più di una mezz’ora senza che il gestore non cominci a guardarci con una certa impazienza.
Troppo costoso spostarsi da una regione all’altra in treno o in aereo.
Ed il rischio sempre presente che qualcuno decida di rubarci il PC.
Ma la potenzialità esiste.

E poi, non è detto che si debba necessariamente lavorare con il computer – un cellulare, una matita ed un quaderno sono – per certi lavori – la piattaforma minima necessaria.
È così, no, che secondo la leggenda la Rawlings ha scritto i propri romanzi, standosene seduta in un pub…?

Qualcosa si sta muovendo.
Letteralmente.
E promette un futuro divertente.
Bisognerà approfondire.

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