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Archive for Ottobre 2009

Melancolia notturna

24 Ottobre 2009 Davide 9 commenti

Questo è uno strano post.
Strano a sufficienza da comparire su tutti i miei blog.
Chi frequenta strategie evolutive può classificarlo come pork chop express.
Chi frequenta Fra le Province riconoscerà in esso il compimento di qualcosa di previsto e preventivato.
Ed i lettori di Buji Zen spero avranno pazienza per questo sproloquio non richiesto.

Il fatto è che mi sento strano.
Oggi, dopo lunghe settimane durante le quali il tempo è parso accelerare, durante le quali il nervosismo è cresciuto e la pazienza si è fatta sempre più scarsa… oggi, dicevo, è l’ultimo giorno che io trascorro in questa casa.
La casa nella quale ho vissuto per quarantadue anni abbondanti.
Qui sono nato.
Qui sono cresciuto.
Qui ho giocato.
Ho studiato.
Ho lavorato.
Qui si sono concentrati tutti i piccoli e grandi drammi, i piccoli e grandi trionfi della mia vita fino ad oggi.
Fra queste pareti è morta mia madre.

Ed ora mi appresto a mettere ciò che resta della mia vita in una valigia, e ad andarmene.
E la faccenda della valigia non è metaforica, badate bene.
Domattina lascerò questa casa e mi sposterò ad Urbino, dove per una settimana parlerò di statistica a gente più intelligente di me (non è poi così difficile) e quindi, alla vigilia di Halloween, farò ritorno a casa.
Ma non a questa casa.
La valigia non è metaforica, quindi, è una robusta sacca da quaranta litri sulla quale intratterrò il pubblico in futuro.

Ed il distacco così netto e senza strascichi – senza il tempo di abituarmi all’idea, di saluatre ogni camera, ricordare ogni quadro ora rappresentato sulle pareti da un rettangolo chiaro, mi fa sentire strano.
Quanto c’è di me fra questi muri?
Quanto rischia di restare qui?
Io sono io, e quanto di me è costituito dalle cose che ho portato via, verso quell’altra casa?
E c’è qualche elemento che rimane indietro, che si perde nella corsa?
Le memorie svaniscono, le case vengono affittate ad altri.

Ho paura, perché è come se la mia vita dovesse finire – invece finisce solo una fase, giusto?
Giusto?

Ora, la vecchia faccenda dell’attaccamento è sempre la stessa – l’attaccamento porta dolore, non ci dobbiamo affezionare a beni materiali che hanno, a ben guardare, solo il significato che noi diamo loro.
O per dirla nella maniera ellittica degli orientali, Anche se è mezzanotte, l’alba è qui; anche se viene l’alba, è notte.
Bisogna lasciarsi alle spalle ciò che è, di fatto, un vincolo che ci trattiene lontano dall’illuminazione – capire che con questi oggetti o senza questi oggetti siamo comunque la stessa cosa.
Ma io mi sento ben poco illuminato, questa notte.
Ed è stato anche detto, dopotutto, Non essere parte di qualcosa significa essere niente.
Un bel match, fra Dogen e John Donne.

E questa specie di strana situazione per cui domani me ne andrò e non tornerò più mi riempie di malinconia, e di nostalgia per cose e persone che non vedo da anni – ma anche per persone che frequento da tempo e che continuerò a frequentare, l’unica differenza una maggior percorrenza in chilometri fra dove siedono loro e dove siedo io.
Una strana nostalgia senza scopo, di quelle che non si possono ammansire cercando vecchi amici su Facebook.

Chissà – forse è la sensazione che descriveva Douglas Adams, quando parlava del grido che ogni forma di vita davanti ad una crisi lancia verso il luogo in cui è nata.
Oppure sono semplicemente io che sono diventato troppo vecchio per questo genere di cose.
Almeno stanotte.
Ad attendere l’alba del primo giorno del resto della mia vita.

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Un po’ di musica…

23 Ottobre 2009 Davide Lascia un commento

… per il trasloco.
… per uscire dal lutto.
… per sopravvivere alla stanchezza.

Lo vedo per come mi sento…

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Categories: Cat Blog, musica Tag:,

Un anno, una settimana

22 Ottobre 2009 Davide 3 commenti

La mia amica Nerva, che sta a New York, ha detto ciò che tutti quanti, in questi ultimi giorni, stavamo pensando…

Many of us are parts of social networks like Facebook et al. The rest of us are still here, and obviously even if lurking, active. Would it be so wrong to invite y’all to connect and/or strengthen connections through these sites – and perhaps, if there is ever a next time, it won’t take us a year to realize that one of us is missing?

Questa volta i social network hanno fallito.
Non sono stati impiegati in maniera corretta.
Gli utenti hanno fallito.
Hanno usato gli strumenti in maniera superficiale.
Io ho fallito.
Oggi cade il primo anniversario della morte di uno dei miei migliori amici, ed io ho saputo della sua morte solo sette giorni or sono.
Come è possibile associare alconcetto di “migliore amico” quello di un anno passato senza sapere, se non invocando il più assoluto, colossale fallimento che si riesca ad immaginare?

Chi fosse Mark McFadden, del quale oggi cade il primo anniversario, ve l’ho già spiegato.
Come fosse Mark McFadden è difficile da spiegare – posso usare parole come geniale, generoso, saggio, intelligente… tutte limitative.
Un’ora passata a chiacchierare con Mark, uno scambio di mail protratto per alcuni giorni, poteva risultare in un terribile mal di testa, ma anche e soprattutto nella meraviglia di trovarsi al cospetto di una persona che era capace di cogliere quelle connessioni fra le cose che a volte ci sfuggono, e rigirarle a proprio piacimento fino a costruire qualcosa di straordinario, che fosse un racconto, la recensione di un film, una interpretazione alternativa di un evento storico o di un fatto di cronaca, il semplice andare a ruota libera martellando il mondo corporativo, l’industria dell’informazione o qualche moda recente…

Il licenziamento da casa Warner nel 2003 aveva reso i nostri contatti più sporadici, ma non meno elettrizzanti.
Mark viveva sulla strada, dormendo in un furgone – ed i suoi occasionali post – da un cybercafé, da un posto di lavoro temporaneo, potrebbero andare a costituire un breve, ironico ed aspro manuale di sopravvivenza sulla strada – come evitare di morire congelati, come evitare guai con la polizia, come mantenersi puliti e in ordine, come essere sicuri che, nonostante si viva su un furgone sull’autostrada, ci presenteremo in orario al prossimo colloquio di lavoro, e con tutto in regola…
Noi amici avevamo cercato di dargli una mano – nei limiti del possibili – ed avevamo mantenuto i contatti.
Quando mia madre morì nel giugno del 2007, Mark e due altri amici fecero una cordata e mi fecero arrivare dei fiori in tempo per il funerale.
Le cose gli stavano andando meglio.
Stava surfando una serie di lavori a contratto, c’era una buona possibilità in casa Apple.
Nel settembre del 2008, dopo un ingresso trionfale alla Apple, i contatti si interruppero.
Abituati ai lunghi silenzi degli anni sulla strada, al principio non ci badammo.
Poi, ci inventamo delle spiegazioni – doveva riprendere il giro, metter su casa…
La sua lunga assenza si fece sospetta proprio nel momento in cui la crisi investiva il mondo occidentale – e le news dagli USA prendevano una piega drammatica.
Allora cercammo di rintracciarlo, ma senza successo.

Perché in un mondo interconnesso come il nostro, zeppo di social network, blog, mailing list e quant’altro, l’informazione non è libera quanto ci piacerebbe pensare.
Le aziende non rilasciano informazioni sui propri dipendenti.
Agenzie immobiliari e strutture affini non rilasciano informazioni sui clienti.
Dovete essere parenti per avere informazioni da ospedali, rifugi per senzatetto, forze di polizia…
Per scomparire non serve trasferirsi nei boschi, là dove non arriva la tecnologia.
Basta smettere di lanciare segnali, e le strutture che si propongono di difendere i vostri diritti vi cancelleranno alla vista di tutti fuorché i vostri parenti stretti.

E così, dopo mesi di inutili messaggi e-mail, telefonate e lettere, nel momento in cui gli amici in Italia, Giappone e Germania si sono rivelati impotenti, nel momento in cui gli amici nell’area sono stati respinti dal muro di gomma di portinaie dalla bocca cucita e vicini di casa indifferenti, abbiamo ritrovato Mark grazie al servizio volontario di una signora, che ha creato un sito per gli ex militari sepolti nel cimitero dei veterani di Sacramento.

È passato un anno.
Uno dei miei migliori amici, un fratello in spirito, è morto da un anno.
Ed io lo so da appena una settimana.
Non so come, dove o perché sia morto.
E mentre la voce del web comincia ad alzarsi, e a decine compaiono le mail, le news sui forum, i messaggi su Facebook, io mi auguro semplicemente che non fosse da solo, perché morire da soli deve essere orribile.

E qui chiudo questo post assolutamente personale.
strategie evolutive va off-line per una decina di giorni.
Ma non scompare.

E voi là fuori, fate tutto il possibile per non scomparire.

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I Fratelli Bloom

20 Ottobre 2009 Davide Lascia un commento

brothers_bloom_ver2.jpgHo appena rivisto per la seconda volta l’eccellente, eccellentissimo The Brothers Bloom, di Rian Johnson.
Grande film.
Impossibile riassumere la trama senza inserire massicci spoiler.
Adrien Brody e Mark Ruffalo sono Bloom e Stephen, coppia di fratelli bidonisti – malinconico e romantico il primo, cinico e genialoide il secondo.
Stephen pianifica, Bloom esegue.
Ma ora Bloom vuole smettere.
Rachel Weisz è il bersaglio della loro ultima truffa – ed è bravissima.
Ma l’intero cast brilla per naturalezza e capacità interpretative – e personalmente avrò sempre un posto nel mio cuore per Bang Bang, la “spalla” giapponese dei fratelli Bloom, interpretata da una fantastica Rinko Kikuchi.
Il dialogo è meravigliosamente scritto e la musica, un misto di rock alla maniera dei The Band e suggestioni kletzmer/manuche filtrate da Nino Rota è uno spettacolo nello spettacolo.

Secondo Wikipedia, il film è una “commedia postmoderna”, ma è impossibile non rilevare alcuni elementi surreali, ed una certa cura nei costumi, nelle location e nella tecnologia  che spostano l’azione quasi nel territorio del dieselpunk.
E il finale non è esattamente da commedia.
Film alla maniera degli americani girato alla maniera degli europei, The Brothers Bloom è un ottimo esempio di un film che lavora su due livelli – uno quello del caper movie, l’altro quello della storia esistenziale – posso guardarlo die volte, scegliendo con quale marcia viaggiare.

Peccato che la pellicola abbia finora criminalmente latitato sui nostri schermi.
Un vero peccato.

Trattandosi di un caper movie – insoma, di una storia di truffe – alcuni elementi della trama sono standardizzati e, per certi versi, prevedibili. Per chi frequenta il genere (ok, prossimamente una Top Five) , il finale apparirà telefonato fin dalla prima scena.
Ma questo è normale, ed è bene.
Fedelmente al principio di C.S. Lewis, infatti, qui non abbiamo tanto una strana avventura di gente qualunque, quanto un cast di eccentrici che non possono che vivere – e dar vita – ad una storia in fondo “normale”, rendendola unica.

Fra le molte gemme che costellano questa pellicola, impossibile non menzionare i sette minuti di apertura, che costruiscono l’intera premessa per la pellicola, la parata di hobbies della protagonista, Praga sospesa fra attrazione per turisti e relitto del Blocco Orientale, e la colossale scena dell’orgasmo simulato – nella quale Rachel Weisz scalza dopo quasi un ventennio il primato della Meg Ryan di Harry ti presento Sally.

Il film è disponibile in originale su DVD, e merita la visione.
Dovrebbero farlo vedere nelle scuole.

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Venti giorni di fuoco

19 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

5fireclubs.jpgLe prossime settimane vedranno degli aggiornamenti discontinui di queste pagine.
Siamo nelle fasi conclusive del trasloco (finalmente!) e la casa deve essere vuota entro il 27 del mese.
Peccato che il 26 del mese io sia ad Urbino, per tenere il corso di statistica multivariata per le scienze naturali e ambientali, cinque giorni, otto ore al giorno.
A complicare le cose c’è poi il fatto che la sera del 27, lo stesso giorno in cui dovrei liberare casa, parte anche il nuovo corso di Cultura Taoista presso il centroriente di Torino.
E quello, o lo sposto, o mi tocca tenerlo in telepresenza (è un corso serale, potrei farlo in coda alle otto ore di statistica di Urbino, se l’albergo mi garantisse una connessione veloce… Tao-by-Web)
Scherzi a parte, l’avvio del corso di Taoismo slitta – spero – alla settimana successiva.
Il che significa che avrò tutte le giornate del primo e del due novembre per riprendermi dalla fatica del corso e della trasferta urbinensi, in una casa nella campagna del Monferrato che non è ancora la mia e che sarà ingombra di casse, valige ed imballi diversi, e poi via… treno più tram per la prima serata al Centroriente.

E cosa dovrei volere di più?
Gli autori del prossimo Alia da contattare e tradurre?
L’ultimo capitolo del mio libro di statistica da finire?
Due racconti in macchina da completare?
Un numero imprecisato di traduzioni commerciali ed accademiche?
I potenziali sponsor delle Mostre di Grafica Giapponese da blandire?
Le conferenze da preparare?
La possibilità – scarsa, fortunatamente – di un black-out della rete per alcuni giorni in attesa dell’allacciamento?

Saranno giorni interessanti.
Poi stramazzo.

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Mark McFadden

17 Ottobre 2009 Davide 9 commenti

Stasera voglio parlarvi di nuovo del mio peggiore incubo.
[non fate così, su... lo sapete che per voi ho sempre un occhio di riguardo]

macchioralph302Il mio peggiore incubo viveva in California, ed aveva appena superato la cinquantina.
Era un uomo intelligente, preparato, saggio nel modo in cui solo chi ha avuto una vita piena di esperienze costruttive può essere.

Il mio peggiore incubo era in forma, atletico, giovanile.
Non fumava, non beveva, non si drogava, si teneva in esercizio, ed aveva un passato da artista marziale ed era fra il pubblico a tifare per il cattivo nel finale di Karate Kid.

Il mio peggiore incubo aveva fatto militare per pagarsi l’università – nella squadra di appontaggio su una portaerei per quattro anni, durante il conflitto del Vietnam.
Aveva attraversato Tokyo a piedi scortando cinque marines da Haneda alla Baia, e senza sapere una parola di giapponese.

Jennifer Love Hewitt Ghost WhispererIl mio peggiore incubo aveva lavorato per la Warner Brothers, occupandosi dei loro computer.
Aveva visto superstar e comparse, attori e registi, aveva flirtato con le attrici ed aveva letto la posta elettronica dei produttri, partecipando al party di fine anno della direzione al quale partecipava anche… ma lasciamo perdere.

Il mio peggiore incubo era uno scrittore dannatamente in gamba – e chi ha letto Alia lo sa – e incredibilmente coraggioso.
Satirico, feroce, in stretto contatto con quel mondo degli spiriti che il calcestruzzo non è riuscito a seppellire.

Il mio peggiore incubo era come Jim Morrison, Bruce Willis e P.J. Farmer arrotolati insieme.
Aveva esplorato i cunicoli sotto a Los Angeles e vagato nel deserto, era stato sposato e divorziato, aveva allevato cani e coabitato con gatti.

Il mio peggiore incubo era uno dei miei migliori amici, un fratello in spirito ed una delle persone più generose che io abbia mai avuto la fortuna di conoscere.

Il mio peggiore incubo è il mio peggiore incubo perché ha vissuto in un furgone su una piazzola dell’autostrada di Los Angeles, per sei anni, dal 2002 al 2008, da quando cioè la Warner Brothers lo lasciò a casa insieme con decine di altri “esuberi”.

Aveva una casa, un mutuo, un cane, un conto in banca, una vicina di casa carina e famosa che gli sorrideva quando usciva a ritirare il latte e il giornale, e a fare l’alzabandiera ogni mattina, ed un’amica lesbica (sempre avere un’amica lesbica – così si avrà sempre qualcuno con cui chiacchierare senza complicazioni).
Sparito il lavoro… tutto sparito.
Anche l’amica lesbica.

Il mio peggiore incubo è il mio peggiore incubo perché in quei sei anni non ha mai cessato di lavorare, mai un solo giorno, ma non è mai riuscito a guadagnare abbastanza per potersi permettere qualcosa di più di un sacco a pelo in un furgone, un pasto al grill e una doccia nei bagni per camionisti.

509520Ha gestito database on-line, ma era un contratto a termine.
Ha gestito una stazione di servizio, in notturna, nel territorio dei Latino Kings, ma poi si è stufato di farsi sparare addosso – anche col vetro antiproiettile spesso due dita, la cosa alla lunga è snervante.
Ha costruito case, ha demolito case.
E’ stato elettricista, facchino, raccoglitore di agrumi.
Ha scritto una colonna satirica per un quotidiano.
Ha ripulito la scena del crimine dopo che i tipi del CSI avevano fatto il loro numero.

Il mio peggiore incubo nell’estate del 2008 è entrato come co.co.co alla Apple a Sacramento e dopo trenta giorni gli avevano già confermato il contratto, perché alla Apple le capacità le sanno riconoscere, evidentemente.
Non ti giudicano per dove dormi, o dove ti fai la doccia.

Il mio peggiore incubo è il mio peggiore incubo perché era un uomo infinitamente migliore di me.
Quando mi troverò nella stessa situazione (non se, quando… è una delle mie poche certezze), non so se riuscirò a trovare in me una tale riserva di energia, di dignità, di feroce desiderio di non lasciarsi affondare.

Chi lo sa, forse si.
Io però appartengo ad una generazione – la mia, se ci siete sapete di chi stiamo parlando – alla quale è stata insegnata per prima cosa la prudenza.
Prudenza che significa reagire alle catastrofi sempre in maniera conservativa.
Incassare, non fare rumore (perché è cattiva educazione), e sperare nel futuro.
Siamo una generazione di bravi ragazzi.

Che beffa colossale!
Che orribile truffa è stata perpetrata ai nostri danni da genitori ed educatori!

Abbiamo avuto insegnanti di una incompetenza grottesca, e li abbiamo accettati perché agli insegnanti si deve portare rispetto, anche quando pubblicano la tua tesi a nome loro.
Siamo stati angariati da teppisti psicotici ai quali si è giustificato e si giustifica tutto, e abbiamo incassato senza reagire perché non siamo mica attaccabrighe, noi.
Abbiamo subito colloqui di lavoro durante i quali dei cerebrolesi ci hanno trattati come animali ammaestrati, pretendendo di poter valutare la nostra attitudine al lavoro di gruppo dal modo in cui facciamo il taglio alla lettera “t”, e l’abbiamo accettato perché il lavoro è una cosa seria, e perché ci hanno insegnato a rispettare chi ci sta davanti, anche se è un fottuto grafologo col cervello di un gerbillo.
E soprattutto per prudenza.
Non vorrei mai che, a reagire, mi capitasse poi qualcosa di brutto.

Beh, guardatevi attorno.
Forse è ora di abbandonare la prudenza.

Il mio peggiore incubo si chiamava Mark W. McFadden, ed ora è soltanto una lapide bianca nel cimitero per veterani di Sacramento.

Ma io non lo dimentico.

[aspettatevi altri post sull'argomento in seguito]

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Pianeta Rosso

17 Ottobre 2009 Davide 2 commenti

È ben nota e documentta la mia predilazione per Savage Worlds, il sistema di gioco della Pinnacle Entertainment.
Un quaderno zeppo di meccaniche generiche ideali per gestire giochi d’azione e d’avventura, dal western-horror di Deadlands all’avventuroso Solomon Kane, passando per infinite variazioni più o meno pulp fatte in casa, farcite di dinosauri, pirati, dirigibili…
Se il prodotto fatto in casa ha dalla sua i vantaggi del costo bassissimo e dell’estrema flessibilità, i prodotti commerciali finora pubblicati si caratterizzano per una veste sontuosissima ed un cartellino del prezzo piuttosto elevato.
E fra i prodotti commerciali, ecco che un rivenditore fin troppo amichevole mi fa vedere ma non toccare Savage Mars, manuale burroughsiano per Savage Worlds.

Adamant Entertainment’s long-awaited roleplaying game of planetary romance!
Mars -a n ancient, dying, but not yet dead world, a world where a vast canal network reaches from pole to pole, bringing water and life to vast and fantastic cities. A world where albino apes run a vast empire in the last surviving jungle, a world where warrior tribes of Green Martians raid the outlying cities of the canal dwellers, a world where,
in places dark and quiet and forgotten beneath the surface, ancient and terrible intellects plan dark and dire deeds. It is a world of sky-corsairs, of duels with blade and blaster, of vile plots, fantastic inventions, daring rescues, arena battles, and spectacular stunts. It
is a world where ancient cities can be discovered and their lost treasures plundered, a world where a trek across the dry sea bottoms can yield amazing discoveries, where terrible monsters roam the rocky wastes. It is the Mars of pulp fiction and Saturday morning serials. It is now yours.

Resistere alle tentazioni?
Io?

Savage Mars mi costa 19 euro – non un prezzo da capogiro, quasi dieci euro in meno del prezzo ufficiale, il cartaceo al prezzo del pdf (cercate in rete – qualche offerta affine troverete).Savage Mars
Il volume è un bel rilegato rigido con una copertina suggestiva, 190 pagine stampate su carta patinata.
La prima delusione arriva quasi subito – un breve testo in scatola sulla pagina dei credits mi dice che questo gioco non è basato su alcun romanzo specifico, che sia di dominio pubblico o coperto da copyright.
E basta fare un rapido salto nella sezione del bestiario per rendersene conto – non c’è l’ulsio, il leggendario topocane a sei zampe dei romanzi di E.R. Burroughs, non c’è il calot…
Considerando che attualmente Disney accampa diritti sull’opera marziana di Burroughs, la prudenza degli autori è comprensibile.
E ad una rapida lettura, la delusione lascia posto ad un certo apprezzamento.
Tenendosi alla larga dal copyright burroughsiano, gli autori si sono riservati uno spazio di manovra abbastanza ampio da poter includere elementi mutuati da tutta la letteratura avventurosa improntata al Planetary Romance – dal vecchio Gullivar Jones alle fredde menti aliene ed ai tripodi di H.G. Wells, alle città in rovina di Otis Adalbert Kline, di Michael Moorcock, di Lin Carter…
Manca forse solo un riferimento alle storie di Lyon Sprague De Camp ambientate sul Pianeta Krishna – ma quegli elementi sono facili da inserire, e l’ironia decampiana sarà quasi naturale per giocatori che si trovino a confrontarsi con guerrieri verdi e zannuti, scimmie imperialiste e principesse discinte ed ovipare.

Nel complesso, il manuale non è spiacevole, anchese una certa impressione di leggerezza dei contenuti permane.
Non manca nulla, naturalmente – ci sono i plugin per far girare Savage Worlds in ambiente marziano, ci sono le liste di equipaggiamento ed un’ampia trattazione della storia e geografia del pianeta morente; c’è un buon capitolo sulle navi volanti (accessorio indispensabile per i corsari dei cieli),  ci sono suggerimenti sui diversi tipi di personaggio e cinque o sei differenti razze fra le quali scegliere.
C’è un generatore di avventure generiche molto pulp e piuttosto divertente, ci sono un paio di avventure lunghe e complesse a sufficienza per intrattenere anche una squadra abbastanza scafata.
Ci sono brevi brani di narrativa per inquadrare l’ambientazione – un paio scritti da Jess Nevins, esperto riconosciuto di narrativa popolare.
Ma il senso di vuoto è lì comunque.
L’organizzazione risente del fatto che questo sia un prodotto originariamente sviluppato per un diverso sistema (una variante del D20) e poi adattato – il passaggio al più leggero motore di Savage Worlds rende inutili molte tabelle e molti elenchi di Feats e specializzazioni, l’assenza dei quali si percepisce. Il solo capitolo sulle professioni disponibili si riduce a due pagine – mentre ne doveva coprire almeno tre volte tante nell’edizione D20.

La grafica è abbondante ma piuttosto diseguale – e se alcune tavole ricordano (nel bene e nel male) le illustrazioni interne deile vecchie riviste d’avventura, un paio sono abbastanza bruttarelle.
Ma il vero crimine è l’assenza di un indice analitico e, soprattutto, di una scheda del personaggio.
Vero, si possono utilizzare schede generiche (ne esiste una quantità in rete), ma non svilupparne una ad hoc è una grande occasione perduta.

Nel complesso quindi un supplemento valido ma non indispensabile, che meritava forse una trattazione più approfondita ed un supporto grafico migliore.
Rimane giocabilissimo – ma tocca lavorarci.
Per rendergli completamente giustizia è meglio avere sottomano i tre vecchi Pulp Toolkit della Pinnacle (imminente pare, l’uscita in cartaceo), e un po’ di materiale autarchico (o rubato ad altri giochi) per rendere il brodo un po’ più saporito.
E armarsi di pazienza e software opportuni, per disegnare una nostra scheda del personaggio.

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Strane vibrazioni

16 Ottobre 2009 Davide 9 commenti

Mi dicono che tutto va bene.
Che la crisi non c’era, è passata, che ne usciremo benissimo.
Meglio dei francesi, meglio degli spagnoli.
Mi dicono che – nonostante il martellante richiamo alla Patria ed al Popolo Sovrano – non siamo sul ciglio di una drastica sterzata populista e autoritaria.
Mi dicono che va tutto benissimo.
C’è persino il Digitale Terrestre.

Due giorni or sono un mio buon amico – freelancer di successo – si è visto cancellare il corrente incarico da un committente storico, dopo oltre dieci anni di collaborazioni.
Nessuna possibilità di futuri contratti in quella direzione.
La rescissione dei rapporti è avvenuta con una telefonata.
Il motivo – il modo in cui il mio amico si veste al di fuori dell’ambito lavorativo.

E ache se non ce ne dovrebbe essere ragione vorrei far notare che il mio amico – rispettatissimo professionista – non è né un nudista radicale, né un cross-dresser, né una drag queen, né un cosplayer nel tempo libero.
Non si veste insomma né da donna, né da Pokemon, non indossa sacchi neri come poncho né un barile sorretto da un’unica bretella.
Semplicemente non porta giacca e cravatta nel weekend o dopo l’orario di lavoro.

Stamani, intanto, per la prima volta, il mio postino mi ha chiesto di firmare per un plico ricevuto da oltr’alpe.
Era perplesso quanto me.
Il plico conteneva mappe del Medio Oriente e dei paesi arabi.
Devo preoccuparmi?

E pochi minuti fa, dopo una lunga assenza, ho provato a riconnettermi a Pandora, per sentire un po’ di musica e testare un nuovo frontend programmato da un amico.

Dear Pandora Visitor,

We are deeply, deeply sorry to say that due to licensing constraints, we can no longer allow access to Pandora for listeners located outside of the U.S. We will continue to work diligently to realize the vision of a truly global Pandora, but for the time being we are required to restrict its use. We are very sad to have to do this, but there is no other alternative.

We believe that you are in Italy (your IP address appears to be xx.xx.xxx.xxx). If you believe we have made a mistake, we apologize and ask that you please contact us at [...]

If you are a paid subscriber, please contact us at [...] and we will issue a pro-rated refund to the credit card you used to sign up.
[...]
We share your disappointment and greatly appreciate your understanding.

Sono tre eventi non connessi, ma che mi lasciano addosso un’impressione pessima.
Ma mi dicono che va tutto benissimo.
Continuate a sorridere.
Non sono i fulmini della tempesta in arrivo.
Sono i lampi dei flash.

[fotografia www.uwec.edu]

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Blog Action Day – Infinitamente idioti

15 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

Vorrei fare un post per cercare di spiegare come i problemi ambientali attuali siano frutto di un approccio culturale, di una educazione, sbagliati, e non semplicemente del motore a scoppio o della pesca a strascico.
Sottolineare la connessione fra una certa cattiva educazione in toto e la situazione del nostro pianeta.

Oggi è il Blog Action Day.
A voi cinici bastardi là fuori naturalmente non interessa – voi siete troppo maledettamente blasé per preoccuparvi del fatto che lascerete ai vostri figli un mondo talmente malandato da non trovarci neppure più un cerino per accendersi il lumino sulla tomba.
Forza, ammettetelo, voi siete dannatamente superiori, e la sapete molto, molto più lunga di tutti gli altri.
Tanto per cominciare, quale che sia l’oggetto del contendere – il cambiamento climatico, la desertificazione di aree un tempo fertili, la diffusione a latitudini atipiche di malattie e parassiti che un tempo si trovavano solo nei libri di Salgari, il fatto che l’acqua potabile scarseggi sempre più e la poca che resta sia di proprietà privata di alcuni individui assolutamente spiacevoli, il fatto che ciò che avete mangiato oggi apranzo e vi hanno venduto per manzo fosse semplicemente “bovino adulto” e ci sono al mondo un sacco di bovini che voi non riconoscereste come tali neanche se vi inseguissero ma che avete mangiato con regolartità negli ultimi dieci anni scambiandoli per vacche, il fatto che nel tempo che avete impiegato a leggere questa pagina ed arrivare fin qui sia morto di stenti un neonato, e che nel tempo che impiegherete ad arrivare in fondo a questo post si sarà estinta una specie, animale o vegetale, che non conoscete, non avete mai visto e che dato il livello di educazione che la vostra scuola vi ha garantito, comunque, non riuscireste neppure ad immaginare…
Quale che sia l’oggetto del contendere, dicevamo, voi conoscete almeno una persona che ritiene certe cose importanti e che a voi sta clamorosamente antipatica, e quindi per riflesso, se lui dice bianco, voi dovete dire nero.
E quindi se Al Gore dice salviamo i pinguini, voi dovete assolutamente ordinare una seconda porzione di pinguino alla provenzale, anche se di fondo il pinguino alla provenzale vi fa abbastanza schifo, e le porzioni sono comunque piccole, ma che diavolo, piuttosto che fare come Al Gore… e che sia ben cotto, il pinguino!

Poi, naturalmente, c’è il fatto che molte delle prove riguardo alla progressiva degenerazione del sistema ambientale arrivano da scienziati e studiosi.
Ed a voi l’hanno inculcata nel cervellino fin da piccoli, l’equazione studioso = minchione.
Voi da ragazzini quelli che studiavano troppo li incantonavate, in gruppo, e li riempivate di botte.
Li sfottevate.
Poi copiavate i loro compiti o vi facevate passare i loro appunti, ma solo perché voi eravate talmente meglio che le cose che facevano quei fessi non le sapevate fare.
Voi giocavate bene a pallone.
E siete cresciuti con questa specie di crepa nel cervello, per cui non accettate l’idea che qualcuno possa dire a voi come stanno andando le cose, e cosa fare per frenare prima di schiantars sul muro.
Voi siete troppo in gamba per la vostra stessa sopravvivenza.

A meno che non foste voi quelli che venivano picchiati e dileggiati, e a questo punto state pensando che crepino, e posso capirvi, anche se non vi posso dare ragione.

E poi c’è la questione del perché devo cambiare io le mie abitudini se [qui metteteci il nome di chi vi pare, o la categoria cretina, fra le molte categorie cretine nelle quali suddividete la realtà, che più vi aggrada] non lo fa?
Perché la colpa è sempre degli altri.
Anche questo lo avete imparato fin da piccoli, e vi ha permesso di trovarvi una vita da due lire nella quale nascondervi dalla cosa che di più in assoluto vi terrorizza: la Responsabilità.
Una cosa che vi fa a tal punto paura che l’avete rimossa, e se io vi chiedessi cosa vi terrorizza mi direste i ragni, i clown, Satana, le suore… qualsiasi cosa pur di non pensare alla Responsabilità.

Ed a questo punto c’è un imbecille là fuori che sta per chiedere “Se siamo davvero così, perché perdi tempo a scrivere questo post?”
Perchè oggi è il Blog Action Day.
Ed io mi sono impegnato a scrivere un post sull’ambiente.
E per mantenere il mio impegno, ora che ho la vostra completa attenzione, vi spiegherò qualcosa che i vostri padri non avevano capito.

Ciò che i vostri padri… inostri padri, non avevano capito, è che l’infinito non esiste.
No, ok, vedo i matematici imbizzarrirsi, ma state calmi e lasciatemi continuare.
L’infinito come ce lo hanno presentanto non è una cosa di questo mondo.
Non starò qui a discutere di materia barionica, universi aperti, universi chiusi, cicli Big Bang-Big Crunch, e quanto disti da noi il margine dell’universo conosciuto.
Quelle sono cose da astrofisici.
Restiamo nell’ambito del quotidiano.
Non esistono orologi a carica infinita.
Non esistono fenomeni che non abbiano fine.
Ma ai nostri padri è stata raccontata un’altra storia.
È stato raccontato loro che il petrolio col quale produrre materie plastiche e col quale alimentare motori a scoppio non sarebbe mai finito.
Ed è stato raccontato loro che anche se i gas prodotti da quei motori a scoppio e da moltissimi altri processi industriali sono insalubri, e velenosi, il problema non esiste, perché l’atmosfera, essendo infinita, avrebbe potuto contenere una quantità infinita di schifezze.
Come il mare.
Dal quale avremo comunque potuto ricavare una quantità infinita di pesce.
Come l’acqua potabile, con la quale avremmo potuto riempire infinite piscine, per sempre.
E l’economia, fondata su principi  apparentemente scientifici, ci garantiva una crescita infinita – un futuro in cui tutti sarebbero diventati sempre più ricchi, per sempre.
Con sempre più canali televisivi, e sempre meno decisioni da prendere.
Ricordate cosa dicevamo della Responsabilità?

E quelli che glielo raccontavano ci credevano loro stessi.

Oggi i dati ci dicono che qualcosa non ha funzionato.
I pesci più appetibili stanno scomparendo – ed alle donne in stato interessante si consiglia non più di una piccola scatola di tonno alla settimana (se proprio non possono farne a meno) in consideraazione del mercurio contenuto nelle carni definite commestibili.
Il mare è una pattumiera.
Come l’atmosfera – ed i casi di asma crescono senza dar segno di rallentamento.
Da ragazzi avete giocato con giocattoli di plastica velenosa, che rilasciava idrocarburi aromatici volatili cancerogeni – proprio come i colori che usavate per disegnare nelle vostre scuole fatte di eternit.
E oggi temete che i vostri figli possano subire le conseguenze negative dei cartoni giapponesi o di internet!
Ma non preoccupatevi del cancro – quello, se vi deve venire, verrà probabilmente perché siete stati troppo a lungo seduti troppo vicini al televisore.
O per il fatto che avete mangiato scambiandolo per manzo quello che era un povero bovino africano zeppo di roba chimica.

Intanto la buona notizia è che il petrolio sta finendo.
La cattiva notizia è che sul petrolio abbiamo fondato la nostra civiltà.

Abbiamo operato per quasi un secolo come se non ci fossero limiti.
E paradossalmente, operando come se il futuro non avesse importanza, come se non ci fosse futuro, siamo arrivati al punto in cui per noi il futuro sembra davvero non esserci più.
Sarebbe il caso di cominciare a darsi da fare.

E qui sento qualcuno là fuori che dice, mbeh, stronzo, tanto lo hai detto tu che tutto deve finire, no?
E poi ride.
Perché tutto questo sermone vi annoia.
Perché voi siete troppo fighi per sopravvivere.

E allora il sermone finisce qui.
Quando tornate a casa stasera, date una carezza ai vostri bambini.
E pregate di essere ancora così fighi – oppure di essere già morti – quando loro avranno delle domande da farvi.

Oggi è il Blog Action Day.
Ed a voi non potrebbe fregarvene di meno.

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Il gatto di nessuno

14 Ottobre 2009 Davide 2 commenti

Prosegue lo sbaraccamento di casa, e da un vecchio scaffale recupero un libro regalato, quasi quindici anni or sono, a mia mamma.http://www.ilgattonero.it/sito_gn_in_costr_i001b08.jpg
Si trattadi un pamphlet di 52 pagine, pubblicato nella collana Felinamente & C nel 1995.
Il Gatto di Nessuno, di Donatella Capuano.
Sottotitolo, Manuale per le Gattare.
Scritto da una veterinaria e documentatissimo nonostante il basso conteggio di pagine, il volumino contiene tutto il necessario per coloro che desiderino prendersi cura dei gatti urbani.
C’è una sezione sull’alimentazione, un’ampia sezione sul pronto soccorso, sul controllo delle nascite, dettagli sulla legislazione vigente.
Chiaro, conciso.

Il volume verrà buono.
Ho discusso altrove di gatti campagnoli, sottolineando come in campagna il gatto, animale utile, se la passi leggermente meglio che in città.
Ma anche in campagna non mancano i comportamenti inspiegabili – cacciatori che sparano ai gatti per il gusto di vederli saltar via, vecchi zappaterra rincoppati che inseguono le povere bestie con bastoni ed altri attrezzi per scacciare o uccidere quei “magiapane a tradimento”.
Mai dubitare della stupidità e dell’ignoranza altrui.
Quelli che una volta erano gatti di tutti stanno per trasformarsi anche in campagna in gatti di nessuno.
Avere aportata di mano un manuale mi fornisce un certo senso di rassicurazione.

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