Melancolia notturna
Questo è uno strano post.
Strano a sufficienza da comparire su tutti i miei blog.
Chi frequenta strategie evolutive può classificarlo come pork chop express.
Chi frequenta Fra le Province riconoscerà in esso il compimento di qualcosa di previsto e preventivato.
Ed i lettori di Buji Zen spero avranno pazienza per questo sproloquio non richiesto.
Il fatto è che mi sento strano.
Oggi, dopo lunghe settimane durante le quali il tempo è parso accelerare, durante le quali il nervosismo è cresciuto e la pazienza si è fatta sempre più scarsa… oggi, dicevo, è l’ultimo giorno che io trascorro in questa casa.
La casa nella quale ho vissuto per quarantadue anni abbondanti.
Qui sono nato.
Qui sono cresciuto.
Qui ho giocato.
Ho studiato.
Ho lavorato.
Qui si sono concentrati tutti i piccoli e grandi drammi, i piccoli e grandi trionfi della mia vita fino ad oggi.
Fra queste pareti è morta mia madre.
Ed ora mi appresto a mettere ciò che resta della mia vita in una valigia, e ad andarmene.
E la faccenda della valigia non è metaforica, badate bene.
Domattina lascerò questa casa e mi sposterò ad Urbino, dove per una settimana parlerò di statistica a gente più intelligente di me (non è poi così difficile) e quindi, alla vigilia di Halloween, farò ritorno a casa.
Ma non a questa casa.
La valigia non è metaforica, quindi, è una robusta sacca da quaranta litri sulla quale intratterrò il pubblico in futuro.
Ed il distacco così netto e senza strascichi – senza il tempo di abituarmi all’idea, di saluatre ogni camera, ricordare ogni quadro ora rappresentato sulle pareti da un rettangolo chiaro, mi fa sentire strano.
Quanto c’è di me fra questi muri?
Quanto rischia di restare qui?
Io sono io, e quanto di me è costituito dalle cose che ho portato via, verso quell’altra casa?
E c’è qualche elemento che rimane indietro, che si perde nella corsa?
Le memorie svaniscono, le case vengono affittate ad altri.
Ho paura, perché è come se la mia vita dovesse finire – invece finisce solo una fase, giusto?
Giusto?
Ora, la vecchia faccenda dell’attaccamento è sempre la stessa – l’attaccamento porta dolore, non ci dobbiamo affezionare a beni materiali che hanno, a ben guardare, solo il significato che noi diamo loro.
O per dirla nella maniera ellittica degli orientali, Anche se è mezzanotte, l’alba è qui; anche se viene l’alba, è notte.
Bisogna lasciarsi alle spalle ciò che è, di fatto, un vincolo che ci trattiene lontano dall’illuminazione – capire che con questi oggetti o senza questi oggetti siamo comunque la stessa cosa.
Ma io mi sento ben poco illuminato, questa notte.
Ed è stato anche detto, dopotutto, Non essere parte di qualcosa significa essere niente.
Un bel match, fra Dogen e John Donne.
E questa specie di strana situazione per cui domani me ne andrò e non tornerò più mi riempie di malinconia, e di nostalgia per cose e persone che non vedo da anni – ma anche per persone che frequento da tempo e che continuerò a frequentare, l’unica differenza una maggior percorrenza in chilometri fra dove siedono loro e dove siedo io.
Una strana nostalgia senza scopo, di quelle che non si possono ammansire cercando vecchi amici su Facebook.
Chissà – forse è la sensazione che descriveva Douglas Adams, quando parlava del grido che ogni forma di vita davanti ad una crisi lancia verso il luogo in cui è nata.
Oppure sono semplicemente io che sono diventato troppo vecchio per questo genere di cose.
Almeno stanotte.
Ad attendere l’alba del primo giorno del resto della mia vita.

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Ho appena rivisto per la seconda volta l’eccellente, eccellentissimo The Brothers Bloom, di Rian Johnson.
Le prossime settimane vedranno degli aggiornamenti discontinui di queste pagine.
Il mio peggiore incubo viveva in California, ed aveva appena superato la cinquantina.
Il mio peggiore incubo aveva lavorato per la Warner Brothers, occupandosi dei loro computer.
Ha gestito database on-line, ma era un contratto a termine.

Mi dicono che tutto va bene.









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