Sto leggendo contemporaneamente tre libri (non lo faceva anche Nero Wolfe?) che se non trattano dello stesso argomento, per lo meno toccano temi contigui.
E temi che abbiamo già visto su questo blog.
Tre volumoni, belli massicci – uno prestato, uno regalato, uno acquistato usato.
Perché non farci un post?
Anzi – tre…
Secondo Volume – Be the Media, di David Mathison, pubblicato da Natural e Creative nel 2009, e cortesemente prestatomi dall’amico Fulvio Gatti (che così facendo ne ha vendute due copie – Mathison dovrebbe offrirgli una birra).
Il volumone di quasi seicento pagine si configura come la bibbia dell’editoria indipendente.
Di tutta l’editoria – che si tratti di musica, cinema, libri, podcast, blog…
Non importa – i collaboratori di Mathison coprono ogni argomento con competenza ed entusiasmo, per cui l’effetto, finite le prime cento e rotte pagine, è di mollare tutto ed avviare il proprio impero mediatico personale.
Tocca resistere, perché naturalmente non sono tutte rose e fiori, ma per quel che mi riguarda, il solo breve capitolo su come strutturare, produrre e vendere seminari on-line mi ha venduto il libro (che, tra l’altro, potete acquistare solo online – volendo anche un pezzo alla volta – su www.bethemedia.com).
OK, ora concediamoci due minuti per essere maledettamente blasé – in fondo, Be the Media non scopre nulla, non inventa nulla.
Gli autori dei singoli articoli sono tanti piccoli guru nei propri ambiti – la rivista Wired, craigslist, una manciata di università – ed in effetti nonpresentano nulal che non fosse già stato esposto nei libri di Seth Godin, nella serie Guerrilla Marketing, nel recente Booklife di Jeff Van DerMeer ed in una dozzina (o tre) di altre pubblicazioni.
Ma qui, in questo volumone, c’è tutto – ed è presentato come un tutto unico.
Poiché – e qui veniamo alla parte veramente interessante, a mio parere – la seconda parte del volume è dedicata alla comunità degli operatori nell’ambito dei media indipendenti.
Perché se il medium ed il messaggio sono inseparabili, allora i media e la comunità di creatori e fruitori sono altrettanto indivisibili.
E vai allora di social network, community radio, open source, indymedia…
Si può essere ipercritici, a questo punto – e dire che qui non funzionerà mai.
I vari sistemi a riscatto ed i pay-per-view, l’offerta libera, il campione gratuito e l’ebook a tre euro… tutti meccanismi che paiono colossali sulla pagina, e che poi si inceppano clamorosamente quando intersecano la nostra tranquilla provincia italiota.
Perché in Italia queste cose non funzionano?
In parte, io credo, perché una profonda diffidenza ha ormai avvelenato ogni prospettiva di collaborazione – specie se ci entrano fattori quali i quattrini o il prestigio personale.
Tutti noi possiamo intrattenere il pubblico con una lunga e pietosa storia di come siamo stati fregati malamente – sul lavoro, nella scuola, nella vita privata.
E poi ce lo dicevano i nostri genitori, no?
Non fidarti.
Un semplice insegnamento che i fatti hanno rafforzato pavlovianamente.
Perciò non mi fido di chi mi propone un progetto in collaborazione.
Non mi fido di chi mi vende un libro in formato elettronico (perché pagare se posso rubarlo?)
Non mi fido di chi mi propone un film o un disco a riscatto – dammi cinque euro e quando l’abbiamo finito lo guardiamo tutti insieme, lo ascoltiamo tutti insieme… già, e i miei cinque euro?
Da cui si evince che anche i quattrini sono un elemento chiave.
I quattrini non circolano – una miscela di diffidenza, avidità e fattiva scarsità economica stronca sul nascere qualsiasi progetto di finanziamento di gruppo.
I pochi che ho me li tengo.
Un esempio?
Questo blog fa circa 600 visitatori al giorno.
Se io chiedessi un euro al mese… ma che dico, un euro all’anno per accedere ai miei contenuti, probabilmente non arriverei a sessanta.
E con questo non vi voglio offendere, ragazzi – siete tutti persone fantastiche, ed è un piacere sapere che mi leggete (e che continuerete a farlo gratis, se la cosa vi può tranquillizzare).
E non crediate – so bene che tutti voi, seicento e rotti che siete, paghereste volentieri un euro per continuare ad accedere a strategie evolutive.
Sulla carta.
Perché poi si inesterebbero dei meccanismi diversi – ve ne scordereste, scoprireste che è più il traffico e la spesa con la carta di credito che il costo effettivo, ma poi perché sbattersi, ma hai fatto due conti di quanto incasserebbe ‘sto stronzo?!, di fatto preferisco quel poco tempo che ho dedicarlo a leggere Malpertuis/IguanaBlog/Fronte & Retro…
Niente cattiveria o malizia.
È nel DNA nazionale – non vogliamo pagare.
E poi certi progetti non funzionano perché siamo convinti che non funzionino.
Non ci proviamo neanche, e quindi non abbiamo storie di successo con le quali confrontarci, dalle quali trarre ispirazione.
Misteriosamente, circolano solo storie di fallimento.
O le storie di successo riguardano altri posti – perché qui non potrebbe mai capitare.
Il che naturalmente è un’idiozia – in un mondo in cui esiste internet, certi progetti non capitano in Italia o in America o in Cina… capitano qui.
E qui è dappertutto.
Insomma – Be the Media apre una colossale serie di questioni, e probabilmente ci tornerò in futuro.
Certo, per chiunque sia disposto a buttarsi sul mercato globale, è un manuale indispensabile – a meno di non voler andare a cercare tutti i trenta e più volumi dai quali Mathison e compagni hanno tratto la propria saggezza.
Per il mercato nazionale, servono – e in tempi brevi – un radicale cambiamento di mentalità, ed una edizione italiana del manuale.
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Noooo! La consegna era: stroncalo, maledizione! Devi dirmi che sono tutte balle così la smetterò di credere che quanto contenuto lì dentro abbia un senso ed entusiasmarmici… invece ti sei fatto intortare anche tu: ti credevo più resistente ai “trucchi di mente Jedi”
Ringrazia Barbara, comunque, non me, è una scoperta sua.
Condivido in pieno il commento sulla realtà nazionale, purtroppo. Che poi non faccio il santo visto che, spesso, sono stato un cultore della “via più economica ad ogni costo”. La pirateria etica da noi non attecchirebbe mai: solo una o due persone su cento comprerebbero un libro/film/disco/gioco (che ritengono bello), avendo la copia pirata.
@fulvio
Il problema dello stroncare un libro come Be the Media è che, sulla carta, tutto ciò che presenta è corretto e collaudato – per lo meno all’interno del panorama americano.
Poi lo si può criticare per l’eccesso di entusiasmo, o di ottimismo… ma è innegabile che si tratti di un buon libro.
Ti rimando comunque alle conclusioni di questa trilogia per una discussione più approfondita e meno entusiastica.
@Uriele
È sul piano etico, su questo sono daccordo, che l’Italia cigola – e non solo per ciò che riguarda gli ebook.
Chissà, forse è vero che in fondo in fondo siamo tutti “brava gente” – ma non abbiamo più un’etica a sostenerci.
Etica che invece anche il più rapace businessman yankee riesce a conservare – pena finire in galera a vita se lo beccano a infrangere le regole.
La cosa assurda è che qui da noi le persone sembrano collaborare molto più facilmente, serenamente, liberamente se NON ci sono soldi in gioco.
Il che porta alla considerazione che è facilissimo mettere in piedi un progetto no-profit, che però è altrettanto facile fallisca proprio perché fare le cose ha sempre un costo.
Non sono sicuro che la causa sia solo quella sorta di paranoia che descrivi nel post. Secondo me parte della responsabilità deriva dall’idea tutta nostrana (di origine cattolica, suppongo) che il denaro sia sporco, vile e malvagio.
Ah, Iguana, interessante osservazione.
Perché è vero – lavorare per un profitto viene visto come qualcosa di disdicevole.
Ma poi – con non poca ipocrisia – tutti vogliono una fetta della torta.
È vero – è più facile organizzare qualcosa – qualsiasi cosa – se non ci sono quattrini coinvolti.
Peccato che prevalga anche l’idea tutta consumistica che qualcosa “vale” quanto lo paghi – e quindi ciò che è gratis non vale nulla.
Ben sintetizzato dalla frase (sentita personalmente nell’inverno scorso) “Se questa mostra valesse qualcosa, farebbero pagare un biglietto d’ingresso”.
Detto da una persona che alla mostra era entrata gratis come tutti gli altri (e si stava pure abbuffando al buffet dell’inaugurazione).
Siamo un paese di schizofrenici con manie di grandezza.
Tutte cose sacrosante. Un altro problema è che quasi tutti i media sono “dipendenti dalla lingua” e quindi il fatto di produrli in una lingua moribonda come l’italiano li espone a un mercato estremente limitato, di gente che usa poco le carte di credito (tutti ancora attaccati al soldo di carta sotto al materasso) …. uno potrebbe pensare che 56-60 milioni di italiani siano un mercato grande, ma dal punto di vista indie sono pochi.
Tra le altre cause dell’italioticità, oltre alla già citata fede cattolica, metterei anche i film di Alberto Sordi e compagnia. Un popolo di guitti e camerieri che non sa prendersi sul serio e non sa sognare, ma sa solo prendersi in giro per autocompiacersi dei propri difetti, non può mettere i soldi dove mette la bocca.
Io ti leggo tutti i giorni e i miei 12 euri annui te li mando volentieri Davide… metti un bottone per le donazioni paypal. Potrebbe stupirti quanti in realtà lo faranno.. a me è successo (anche se come sai dei miei libri faccio prima la versione inglese, alla fine qualcosa vendicchio anche in Italia). Il primo passo è fare, tutti noi, una campagna passaparola contro la pirateria, a favore sel senso di responsabilità.
La pirateria etica non funziona, perché mette tutto il controllo nelle mani dell’utente finale, e io dico che anche il produttore di un bene debba avere parte in capitolo no? Niente funziona meglio della sana, vecchia logica di mercato… io faccio una cosa e la vendo al prezzo migliore possibile, tu la compri per goderne e si ti è piaciuta mi causi altre vendite col passaparola, recensioni etc. Se non ti è piaciuta mi sputtani e io smetto di vendere.
Gli italiani sono pecore ma in meno di un mese hanno comperato tutti gli ipad disponibili in italia (circa 43.000). L’ipad, criticabile quanto volete, porta a una fruizione dei media col modello “pago poco ma pago”. Si sta rivelando un successo anche da noi. I numeri ancora non ci sono (anche perché Apple non ha prodotto abbastanza delle dannate macchine da vendere!) però è evidente che almeno una parte dell’evoluzione del mercato indie-mediatico passerà per il tablet della Mela.
Sinceramente, dubito che anche il no-profit sia in condizioni migliori.
Dove non arriva il soldo, arriva un equivalente – ambizione, ego, preminenza, benemerenza verso terzi, vendette.
Non son bajocchi, ma è tutta cosa che ha un mercato tanto quanto.
Il “sistema gelatinoso” di cui al momento si pasciono i giornali (fino alla legge intecettazioni, almeno) si applica anche all’associazione delle sferruzzatrici di calze di lana per i bambini del Bangladesh, le Pro Loco, i cori alpini e i nuclei di pacifisti trozkisti.
Comunque trovo deludente che , almeno sul loro sito, Be The Media non sia disponibile come ebook… che non razzolino come predicano? Ho scritto una email, vediamo che mi dicono…
Sull’assenza di una versione ebook, la lamentavamo anche io e mio fratello.
Secondo lui (che è più cinico di me), si tratta di una misura anti-pirateria
In un certo senso il pagare un prodotto editoriale, anche poco, ha due vantaggi:
1) Leggerai/vedrai/giocherai/ascolterai di certo il prodotto (sul mio hard disk ci sono CD di gruppi che non ho mai ascoltato, giochi che non giocherò mai, film e telefilm in attesa di vaglio e libri che scivolano sempre più in basso nella pila di lettura): i prodotti che ho comprato personalmente, anche i peggiori, li ho sempre portati a termine (anche solo per essere preciso nell’offendere l’autore). La possibilità di scelta infinita, specialmente per un indeciso cronico, è un cancro
2) Hai la selezione all’ingresso: è brutto dirlo, ma il 99% dei prodotti gratuiti che si trovano in rete sono puro ciarpame supportato da amici dell’autore o da lettori di scambio (io ti dico che sei bravissimo, tu mi dici che sono bravissimo e ci bravissimiamo a vicenda). La rete è piena di prodotti di qualità, ma se devo spulciare 100 (o 1000) per trovare l’1 che interessa, uno si arrende dopo poco e rimane nel suo quartiere virtuale. Di solito, quando trovo l’isola felice, mi adagio mollemente e mi godo l’ambiente: ho trovato il mio bar del paese, quello in cui ordino il solito e in cui conosco per nome i vecchi che giocano a scopone scientifico
Anche nei prodotti editoriali si può trovare molto ciarpiame, ma la percentuale è decisamente inferiore se ci si affida a collane collaudate o a editori di fiducia (indipendenti o mainstream). Inoltre è più facile trovare online il feedback di altri utenti/amici che condividono i nostri stessi gusti e interessi
PS: essere una “lima sorda” ha anche i suoi svantaggi: dopo che Davide ne aveva parlato mi sono messo a leggere Onion Girl in versione Harlock, solo che il libro era fatto malissimo (formattato male, l’OCR ci beccava una volta su 10 e solo a pagina 250 sono riuscito a scoprire come si scriveva davvero manicho-aki). A metà mi sono deciso a comprarlo usato via Amazon perché non ce la facevo a finirlo in quelle condizioni.
Concordo con quello che scrivi.Io comunque quei 12 euro li pagherei per continuare a leggerti.
Uno dei [grossi] problemi è -il come pagare-.
Non manca chi sarebbe disposto a dare euro per qualche iniziativa e_book o altro sulla rete, e anche i 12 euri potrebbero essere sicuri [serve cassiere? Cuba aspettami...], ma quale bizantino metodo si finirebbe per usare in queste piccole transazioni?
Appoggiarsi alle banche?
Bollettino postale, carta di credito o altro sistema dagli inevitabili [inesorabili] (stra)costi per infiniti servizi?
Credo che questo non sia un piccolo problema, ma un vero sbarramento iniziale.
che c’è di bizantino in un pagamento paypal? o in una mastercard paypal? io l’ho aperta in 5 minuti, quasi gratis, dal tabacchiere all’angolo. Un account paypal si apre in meno di un giorno ed è praticamente accettato ovunque.
Io sono tre anni che vivo vendendo solo con pagamenti paypal e carte di credito pagate tramite paypal. Credo che molti di quelli che lamentano la difficoltà di pagare in realtà non ci abbiano mai provato.
Come pagare Davide? Semplice, a ogni mese o trimestre o semestre ci manda una email con la fattura paypal, tu ci clicchi sopra e paghi. Fatto. Molto più semplice ED ECONOMICO se ci conti le spese di spostamento e cartacce di qualsiasi sistema di pagamento che ti costringa ad uscire di casa, andare in banca etc etc.
Se poi uno si rifiuta a priori perché “non si fida”… beh, è … italiano
Andrea
>Andrea Sfiligoi
Noi stagionati vegliardi siamo poco propensi verso le diavolerie della modernità…
Ragazzi, smettetela di parlare di pagarmi, che poi mi vengono delle strane idee…
Un aspetto che non ho considerato, nella discussione di cui sopra, è l’aspetto fiscale.
I diritti SIAE di un podcast, ad esempio, o i balzelli per varie attività creative quando queste vengono remunerate.
Per cui credo che sì, c’è una resistenza molto italica al pagamento online, ma forse anche il nostro sistema fiscale non è che aiuti moltissimo.
Però non è che io me ne intenda granché.
Anche se – dalla piega presa dai miei affari – qualcosa mi dice che dovrò impararlo…
le carte di credito esistono dal 1890 (vabbè dal ’38 come uso comune) quindi non mi sembrano un metodo moderno…
Considera il ritardo tecnologico, in America le carte di credito girano dagli anni ’60 e la gente ci compra anche un gelato con la carta di credito (ho trovato solo una fumetteria losca a New York che maneggiava solo il vil denaro), qui le carte di credito hanno preso piede negli anni ’90 e c’è sempre la paura che qualcuno te la cloni o ti voglia fregare
Naturalmente hai ragione, sul fatto del non pagare.
Sono ansioso di fare l’esperimento coi miei ebook. Finché sono gratuiti, riesco a sfondare i 2500 download nel giro di pochi mesi. Quando li farò pagare (tipo 2-3 euro), sono certo che scenderò sì e no a 25 copie.
E’ vero: è nel nostro DNA. Non pagare, non scucire, non spendere per tutto ciò che puoi trovare in un altro modo.
Tempo fa era anche la mia filosofia di vita. Ammetto che ITunes e l’Apple Store mi hanno cambiato radicalmente. Servizi e contenuti offerti al giusto ed equo prezzo meritano di essere comprati.
Quando filtrerà questa mentalità qui da noi? Forse mai.
mcnab,
se sono in lingua italiana e basta, la tua previsione è più o meno giusta secondo me, magari arriverai a 200 -250 nel giro di un anno se sai pubblicizzarli bene. il trucco è avere abbastanza materiale da suddividere in tanti micro-pagamenti, ma mi sembra già quello il tuo piano.
Uriele,
il ritardo appunto non è tecnologico, ma psicologico. Le carte funzionano da noi con gli stessi layer di sicurezza che negli USA. Possiamo dunque dire che gli italiani sono un po’ .. ritardati. Per quello che ci pare (telefonini, gioco online) siamo sempre all’avanguardia.
Davide,
le parole magiche sono ritenuta acconto 20% e un commercialista che sappia di cosa stai parlando.
La seconda che hai detto, Andrea, è tutt’altro che facile.
Pingback: commento « Barbara mente creativa
Un paio di post anglofoni sugli e-book: un agente
http://blog.nathanbransford.com/2010/07/in-praise-of-reading-slush.html
e un autore di genere che sta facendo i soldi autopubblicandosi su Amazon Kindle…
http://jakonrath.blogspot.com/2010/07/with-change-comes-anger.html
Davide scrive: “Un aspetto che non ho considerato, nella discussione di cui sopra, è l’aspetto fiscale.”
In effetti non è un dettaglio da poco.
Mi è stato proposto qualche tempo fa di aprire un sito dove vendere le mie foto. Il progetto si è arenato – oltre che per la mia innata pigrizia – per le problematiche amministrative relative alla gestione dei movimenti di denaro.
Anzi, se qualcuno di passaggio potesse illuminarmi gliene sarei molto grato.
(ovviamente io non ho nè partita IVA né altre registrazioni)
Soltanto una piccola, modesta collezione di dubbi.
Sui libri: sinceramente penso che il problema stia tutto nella qualità di ciò che viene proposto. MI spiego meglio, tutti le settimane mi arrivano in libreria 500 – 600 titoli nuovi, per la metà costituiti da narrativa. Sarò il momentaccio per tutti, compresi gli editori, ma la qualità media di ciò che esce è quantomeno latitante. Attualmente sto leggendo un libro di Stephenson (Anathem) che per il momento – sono a pagina 65 su 650 – sono felicissimo di non avere pagato… Il libro di Stephenson segue a un pessimo libro di Goodkind che a sua volte segue a un mediocre Urania (del quale non ricordo nemmeno più l’autore), che segue a un problematico e assai poco agevole volume di Jonathan Lethem… insomma, un pianto greco, comunque lo si consideri. Se considerate che tutto ciò non l’ho pagato (personalmente, anche se come libraio l’ho strapagato) potrete immaginare quale sia il mio desiderio di scaricare libri di autori sconosciuti, autopromossi on line… Ho una certa età, non ho più tantissimo da vivere e ho sempre meno pazienza con le ingenuità degli autori esordienti. Un discorso che, ahimé, posso ampliare alla musica. Sicuramente, per quanto mi riguarda, il problema fondamentale è quello di trovare un “nome” che garantisca la qualità dei suoi prodotti, sia esso un autore, un editore, un impresario, una casa discografica ecc. Trovato il “nome” o i “nomi” il discorso del pagamento diventa non solo giusto ma persino necessario. Non voglio – e non mi conviene – che il mio spaccia muoia di fame…
Chiaramente con l’autoproduzione e la distribuzione in formato ebook, la “certificazione di qualità” garantita dall’editore non c’è.
Ma considerando quanto tale certificazione sia ormai squalificata, è una perdita relativa.
A questo punto tornano in primo piano i recensori ed il passaparola fra amici.
Che poi funziona già anche per il cartaceo, se ci pensiamo bene.
Scompare – ed è io credo un peccato – il consiglio del libraio, che una volta svolgeva questa funzione intermedia fra il confessore ed il medico di famiglia: conosce i tuoi gusti, la tua storia di lettore, e sa quindi cosa consigliarti.
Un recensore non svolge la stessa funzione.
Men che meno un blogger.