strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Nomi inventati

10 commenti


Strana cosa, la vecchiaia.
Da ragazzo leggi una frase di Samuel Delany e pensi,

Che stronzo…

Poi passano vent’anni (vent’anni? Dov’ero durante questi vent’anni?), cominci a leggere un libro sul quale hai delel buone aspettative, c’è qualcosa che stride, non sai cosa sia, e poi ti dici

Oh, cacchio, aveva ragione Chip Delany!

In uno degli articoli autobiografici di The Jewel-hinged Jaw, Samuel Delany afferma di non essere mai riuscito, da ragazzo, a godersi una storia di Conan, perché Howard nell’era Hyboriana ci aveva buttato tutto e lui, Chip Delany, da ragazzo, era già abbastanza sveglio da riconoscere i riferimenti, i nomi rubati e modificati a malapena, e questo gli rovinava il divertimento.

Il Kithai.
Vendya.
I feroci Kozaki.
Le pianure di Shem.

Delany leggeva questi nomi, e gli rovinavano il divertimento.

Io devo ammettere di non essere mai stato sveglio come Delany.
Quando guardavo Tales of the Gold Monkey il fatto che l’azione si svolgesse a Tora-bora non mi risvegliava sussulti afghani, ed ho sempre pensato che il Bukuvu se lo fossero inventati gli autori di George della Giungla (invece è un posto reale, e ci sono i guerriglieri che tagliano le mani col machete ai loro nemici).
Però…

Ora sto leggendo Fallen, di Tim Lebbon.
Lebbon è un buon autore, che si divide fra horror e sword & sorcery.
Una sword & sorcery abbastanza cupina.

Quello che lo ha definito il nuovo Lovecraft andrebbe impiccato, e scomodare King e Bradbury nella stessa frase per descriverlo è il vertice dell’hype, ma possiamo starci – me lo devono vendere.
E lo si vende bene, il gallese Lebbon.
Specie (per quel cjhe mi riguarda) in versione S&S.
Il mondo di Noreela di Lebbon è una specie di Nehwon senza il senso dell’umorismo, un mondo Hyboriano un po’ più letale e meno godereccio.
Qui non è la gozzoviglia a fiaccare il guerriero, ma al limite la dissenteria, o qualche altra afflizione orrenda.
Lebbon è meno zen di Glen Cook quando si tratta di descrivere il proprio mondo, meno disciplinato, meno duro e puro.
E rimane un paio di leghe indietro rispetto a Mike Moorcock.
Però è in gamba.
C’è un’idea di passatoprofondo, l’ipotesi di un passato tecnologico o bio-tecnologico finito malissimo, ed un sacco di cose coi denti e gli artigli (o anche solo un bel coltello malamente affilato) pronte a far fuori i più avventurosi.
E anche tutti gli altri.

Insomma, un bel posto da visitare, ma non mi piacerebbe vverci.

In Fallen, due membri dell’organizzazione/classe sociale dei Viaggiatori, il vecchio e malato Ramus Rheel e la giovane e ricca Nomi Hyden partono dalla citta di Marrakash alla volta della grande catena montuosa che orla il margine meridionale del continente, alla ricerca della verità dietro alle leggende chesi narrano su quella regione.
Il rapporto fra i due è complicato e destinato a incrinarsi mano a mano che l’oggetto della ricerca si avvicina.
E la verità, a Noreela, ha lunghi denti e lame aguzze.

La storia è buona.
I personaggi sono interessanti e ben costruiti.
L’azione fila.
Il mondo di Noreela è descritto a tinte forti ma efficacemente.
Però…

L’avete notato anche voi, vero, quel “Marrakash”?

Già.
E quando i protagonisti si trovano a bere cydrax a Marrakash in attesa di mangiarsi un piatto di testicoli di sheebok, la mia pazienza comincia a stiracchiarsi, ed entro in modalità Delany.
Quei nomi esotici troppo simili agli originali mi distraggono, mi urtano.
Mi danno l’impressione che l’autore non abbia fatto i compiti, che si sia limitato a cambiare ua consonante qua e là, a fare un nome solo di due sostantivi.

Poi, ok, c’è questa ipotesi che Noreela sia il nostro mondo del futuro, dopo un grosso patatrac…
Ma allora diciamolo, e via.

Ci sono peccati simili, o peggiori.
Karl Edward Wagner – mi pare – scrisse un apocrifo di Conan (Conan e la Strada dei Re) in cui tutti i personaggi hanno nomi che sono parole italiane.
Ci sono personaggi che si chiamano Santiddio e Mordermi.
Il romanzo è buono, badate – è solo che leggendolo in inglese, un secolo fa, mi obbligai a far slittare gli accenti per allontanarmi il più possibile dal senso di ridicolo imperante.
Santìddio.
Mordérmi.

E poi c’è Tigana, di Guy Gavriel Key… in cui c’è persino Gubbio…

Insoma, quando si inventano dei nomi per un romanzo fantasy, bisognerebbe lavorarci su.
No lavorarci su nel senso di trent’anni di lavoro e trentamila pagine di appunti che poi tuo figlio vende apuntate con titoli improbabili (Racconti Perduti, Racconti Ritrovati, Racconti che sapevamo dov’erano ma farci l’editing è stata una faticaccia…)

Ma lavorarci su per dare al tutto un senso di omogeneità, e magare evitare imbarazzi.

Per il resto, il libro di Lebbon fila piuttosto bene, e mi terrà compagnia per le prossime notti.
La storia promette di virare all’orrido molto presto, ma sarà comunque divertente.
Intanto, lasciamoci alle spalle Marrakash…

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, freelance researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous.

10 thoughts on “Nomi inventati

  1. Sfondi una porta aperta. La questione di nomi e toponimi è il mio pallino: quando leggo di romanzi in cui nomi stracolmi di X, H e Y si alternano ad altri rubati ad una quindicina di culture del nostro mondo mi prende il nervoso. Viva la fantasia, mi viene da dire. Ovviamente c’è anche chi eccede nel senso inverso, mettendo nomi che sembrano (cito Lester Smith) “spuntare di punto in bianco da qualche programma di creazione sillabica casuale”. Non pretendo che si faccia come quel Professore menzionato nel post, ma almeno il buongusto di inventarseli corenti ci vorrebbe.
    Penso però che Delany esageri. Voglio dire, l’era hyboriana è su questa terra. I nemici dei Cimmeri (altro nome storico, utilizzato dagli storiografi antichi) sono Aesir e Vanir, ci sono gli Iperborei, insomma tutto pare indicare che Howard si sia lasciato ispirare anche da teorie evemeristiche e dall’idea che i nomi di popoli e culture rimasti pressoché immutati per millenni.
    Quanto a Guy Gavriel Kay, Tigana è ripresa di peso dall’Italia, ovvio che ci siano nomi italiani. Mi stupirei se non ci fossero.
    Quelli che però mi danno più fastidio sono i nomi mischiati a caso. Perlot… Destrin… Gilberto. Che ci fa il nipote di Pippo in mezzo ad un polpettone di Modesitt jr (non guardatemi così, ero in prima superiore e non sapevo cosa stavo facendo)?

  2. Gilberto mi mancava.
    Una vecchia regola diceva di utilizzare un atlante, scegliere tutti i nomi da una stessa regione, e modificarli tutti secondo la stessa formula – chessò, sostituire la “u” con “oo” o cose simili.
    Può anche funzionare, ma bisogna starci attenti…

    È noto che nel vecchio film “Viaggio al centro della Terra” la protagonista femminile (che in Verne non c’è) si chiama Frau Goteborg.
    Gli sceneggiatori si erano detti che dse un inglese di cognome può fare York o London, allora uno svedese poteva anche chiamarsi Goteborg… con gran divertimento del pubblico scandinavo.

  3. Secondo me l’effetto negativo del “riconoscimento” è dieci volte maggiore nel caso di nomi “familiari”, perché presi “dalle tue parti”.
    Chi può dimenticare, infatti, la parentesi italiana di JoJo e i nomi gastronomici affibbiati a sedicenti mafiosi? Roba che ancora sto bestemmiando a distanza di tanti anni: Narancia, Abbacchio, Polpo (perché forse Araki s’è visto La Piovra e l’ha preso in senso letterale). Forse questi nomi sembrano esotici e divertenti ai giapponesi; non lo, in effetti, e non mi interessa saperlo.
    Quello che so è che leggendo di un mafiosetto che dice di chiamarsi Abbacchio uno rischia di farsela addosso dalle risate. Ma questo vale per noi italiani, ma quanto per chi è straniero e l’italiano non lo mastica per nulla? “Narancia” quanto può apparire fascinoso, che so, a un anglofono?

  4. A me invece i nomi rubacchiati alla “realtà” piacciono non poco.
    Ricordo una serie di avventure per ADnD pubblicate sulla rivista “Dungeons” in cui l’ambientazione era una sorta di reame medioevale/stregonesco (low magic, vagamente ravenloftiano etc etc), dove tutti i paeselli e le cittadine avevano nomi friulani! Impossibile da capire per i lettori ‘mmericani, ma spassosissimo per gli italiani.
    Insomma, per una volta vado controcorrente e ti dico che a me questa tendenza non dispiace.

  5. Ma fintanto che i nomi sono tutti friulani, può anche essere carino. Anche l’ambientazione che dici, in un certo senso, ha del friulano. Denota anche una certa ricerca da parte dell’autore. Ma se paeselli si chiamassero, che so, uno con un nome friulano, uno calabrese, uno boemo, uno inglese, uno spagnolo e uno scozzese, che ne verrebbe fuori? Oppure, se avessero nomi presi sì da un’unica cultura, ma derivanti da tutt’altro contesto (tipo l’abbacchio di cui sopra), magari lo straniero non noterà nulla, ma l’autoctono sì. A quel punto si psero che il racconto sia umoristico, sennò addio atmosfera.
    “Il cacciatore di streghe si calcò il cappello ed uscì. Non poteva indugiare, il sole sarebbe calato presto e la strada per Ragù era ancora lunga.” Non ne dubito. Non oso pensare quanto sia lunga quella per Ribollita.

  6. Vuoi dire che G.G.Kay non si è ispirato al calciatore francese? E Marrakash non è un rapper italiano? :-)

    Io son d’accordo con Francesco: non mi era dispiaciuto da ragazzo indovinare come si erano “evoluti” nella nostra era i nomi howardiani. I nomi non “originali” nel fantasy mi danno fastidio solo quando sono italiani e magari scritti foneticamente (in questo senso Conan e la strada dei Re era micidiale) oppure quando non rispettano il tipo di parola originale (es. dare nomi di pietanza alle persone). Insomma se uno spadaccino me lo chiami Camembert mi da fastidio, se una città la chiami Gordeaux, no.

  7. Di fatto, deve restare salvo l’esotismo.
    Ciò che imputo a Lebbon è di aver scelto la strada più semplice – leggo Marrakash ed automaticamente penso ad un certo tipo di città, di atmosfera…
    Lui dsi risparmia dieci pagine di descrizioni sfuse, ed io dovrei essere contento.
    Poi, lo ripeto, la narrativa funziona.
    È solo che ci si sente come a leggere un romanzo ambienatto in un mondo perduto in cui tute le città hanno i nomi delle fermate della linea 1 della metro…
    Per chi non è mai stato sulla metro va benissimo.
    Ma per gli altri…

    Meglio Cabell, allora, che dava alle città di Poictesme e dintorni, nomi che erano anagrammi dei concetti alla base del romanzo che stava scrivendo.
    Venivano fuori cose come Mispec Moor, ad esempio.
    O Miramon Lluagor.
    O Lichfield – che è uno dei più maledetti, perché è anche il nome di una località autentica.

  8. Pingback: Nomi inventati « strategie evolutive

  9. “A me invece i nomi rubacchiati alla “realtà” piacciono non poco”

    Sottoscrivo. Certo dipende anche dal tipo di racconto, ma in generale non mi dispiacciono affatto (senza contare che ad esempio se si si parla di manga diventa davvero divertente… Toriyama ne sa qualcosina :P )

    Per Narancia, se non ricordo male era anche il nome del marinaio in Grim Fandango e non mi è suonato per nulla strano sentendolo.

  10. Bell’articolo ed è tutto vero….
    Posso ulteriormente dire che il buon Erikson, che adoro alla follia ha un’onomastica inglese che crea decisamente il senso del ridicolo….
    Poi qualche volta ci azzecca, ma in italiano ahinoi il principe K’azz D’avore, la città Unta, Felisin (zè veneta..ciò) e altri del genere provocano molta ilarità….

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