Cosa tocca fare per farsi venire una buona idea.
Per dire…. l’idea di questo post arriva da un commento fatto da Cyberluke ad un post di Alex Mcnab.
Il commento fa più o meno così
Quello che non mi piace del genere fantasy è che, con al scusa della “magia”, si giustifica qualsiasi stramberia creativa.
“E, per magia, si ritrovò a cavalcare il drago azzurro per i cieli violetti di Strundmullandia”, voglio dire.
Ora, io mi trovo a concordare con questa osservazione, e anche no.
Concordo, perché anch’io detesto gli autori che mi sbattono lì la prima soluzione sbrigativa che gli viene in mente, e se faccio un’espressione strana mi dicono, eh, sai, è magia…
Ma allo stesso tempo, non considero questa autentica piaga un tratto caratteristico del genere fantasy, quanto piuttosto del genere fantasy scritto male.
(e non dubito che per Cyberluke sia la stessa cosa – ma la sua generalizzazione mi serve per avere un pretesto e infliggervi quanto segue).
Cominciamo con un discorso più generale, legato anche ad un modesto polverone sollevato sulle pagine del Guardian da un autore inglese Edward Docx, riguardo al confronto fra narrativa di genere e narrativa “letteraria”.
Docx va giù abbastanza pesante su Steig Larsson e su Dan Brown – autori popolari e incompetenti a suo dire.
Da qui si passa più in generale (…) a discutere di come il genere sia inferiore alla vera letteratura (lasciamo perdere).
Even good genre (not Larsson or Brown) is by definition a constrained form of writing. There are conventions and these limit the material. That’s the way writing works and lots of people who don’t write novels don’t seem to get this: if you need a detective, if you need your hero to shoot the badass CIA chief, if you need faux-feminist shopping jokes, then great; but the correlative of these decisions is a curtailment in other areas. If you are following conventions, then a significant percentage of the thinking and imagining has been taken out of the exercise. Lots of decisions are already made.
A parte la sottintesa arroganza (“chi non scrive romanzi non può capire”), Docx si dimostra piuttosto scarso nel momento in cui afferma che lavorare entro limiti ben definiti penalizzi la scrittura.
Il sottinteso di fondo è che la vera letteratura (…) è meglio perché è più difficile.
None of this is to say that writing good thrillers is easy. It is still incredibly difficult. But it is easier.
Già, in fondo, scrivere narrativa di genere significa poi prendere la scatola di montaggio del genere e assemblarne i contenuti con abbondante colla vinilica.
Le decisioni sono state prese da altri al posto nostro.
Ora Docx è un giovane vanesio e troppo sicuro di sé, con delle idee molto personali e molto sbagliate sulla narrativa di genere, e questo è un problema suo (o casomai di chi legge i suoi libri).
Il guaio è che molti di coloro che praticano il genere la pensano più o meno allo stesso modo.
E scrivono pessima narrativa di genere, che poi viene malamente spacciata da editori pigri ad un pubblico pigro (neabbiamo già parlato altrove).
Le scatole di montaggio le conosciamo tutti.
Recentemente, le scatole di montaggio più diffuse sono di derivazione cinematografica – un po’, forse, perché anche chi scrive tende a leggere sempre meno, un po’ perché gli elementi standard del genere (in inglese le chamano “tropes”), essendo più facilmente riconoscibili, garantiscono che il pubblico si senta rassicurato nel prendere il lbro in mano e nel leggere la quarta di copertina.
. Spionaggio – eroe ultra-competente + strafiga letale + località esotica + diabolico complotto
. Fantascienza – robot + alieni + astronave (balzo iperspaziale/wormhole) + impero del male + pianeta di ghiaccio/deserto
. High Fantasy – eroe inconsapevole + magia a manetta + oscuro signore + elfi (+ nomi pseudoceltici)
. Heroic fantasy – eroe muscolare + bonazza in pericolo + stregone malvagio
. Cozy – ambientazione rurale + simpatico investigatore + delitto inspiegabile + siamo tuti sospetti
. Hard-boiled – eroe scafato + donna fatale + ironia tagliente + polizia corrotta
. Techno-thriller – hacker + tipa alternativa + software di decrittazione + multinazionale + piano di controllo globale
. Noir – come had-boled, aggiungere notte e pioggia a volontà
. Cyberpunk – come techno-thriller, con più pioggia e più cromature, aggiungere AI a piacere
… e così via.
Il che è vero.
Capolavori indimenticanbili si sono pubblicati che seguivano più o meno questa lista di ingredienti.
Ma gli ingredienti da soli non bastano – ed infatti pile incomensurabili di carta straccia sono state date ale stampe da autori che non avevano dimestichezza con la narativa – ma avevano una solida lista di ingredienti.
Un universo immaginario – che è poi ciò dei cui parliamo quando parliamo di letteratura di genere (sì, anche se si tratta di spionaggio o thriller – è una questione di gradi di discostamento dalla realtà) – deve avere delle regole.
Queste regole devono essere chiare, devono essere esplicitate al lettore, e l’autore non deve mai e poi mai infrangerle.
È anche lecito (ad esempio nella narrativa orrifica) lasciare che il lettore scopra da sé le regole mano a mano che l’azione prosegue – ma ciò non toglie che l’autore a quelle regole è vincolato da pagina uno.
L’autore di genere, in altre parole, deve costruire la propria gabbia, e poi trovare un sistema per evaderne.
E poiché la narrativa di genere di solito lavora sulla sorpresa e sulla familiarità, l’autore dovrà essere abbastanza in gamba da costruire un mondo almeno moderatamente familiare, e muovendosi all’interno di esso, sorprendere il lettore.
E non è per niente facile.
Tirare fuori dal nulla personaggi mai sentiti prima per spiegare l’omicidio, rivelarci che il nostro eroe riconosce ad occhio la cenere di quaranta tipi diversi di sigaro, trovare ogni settimana un nuovo modo per rimpiazzare i cristalli di dilitio (la più rimpiazzabile delle componenti indispensabili dell’Enterprise), aggiungere leggi fisiche o chiamare in causa una arbitraria “magia” per risolvere la situazione equivale a barare.
Il lettore se ne accorge, e non gli piace.
È perciò sbagliato considerare il genere fantasy un genere aperto all’arbitrarietà assoluta… se mi trovo nei guai, ci pensa la magia…
Come tutti i generi, e forse più degli altri (a parte forse la fantascienza), il fantasy richiede una pianificazione ferrea, ed una logica inflesibile.
Poiché anche se ciò che mettiamo sulla pagina è “l’irrazionale”, la nostra razionalità come autori non deve mai venire meno.
O, come dice (mi pare) Charlie Stross, qualsiasi magia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla scienza.
Deve avere delle regole – anche se il nostro protagonista non le conosce.
Resta il problema, innegabile, che un sacco di narativa di genere è pessima narrativa di genere, proprio perché le semplici considerazioni di cui sopra non pare vengano recepite, né dagli autoiri, né dai loro editor.
Perché una cosa è un brutto libro scritto in maniera competente
Un’altra è una storia scritta in maniera incompetente.
E qui potremmo sollevare un bel vespaio considerando che nel nostro paese – dove il volume di titoli pubblicati è elevato ma non comparabile a quello del mercato anglosassone, tuttavia la percentuale di pattume è superiore a quella rilevata nel mondo anglosassone.
E sarebbe interessante, forse, discutere di come sia possibile che tanta narrativa incompetente possa passare e raggiungere il pubblico – superando perciò non solo i “filtri” che si presuppone l’autore debba avere, ma anche quelli di agenti, editor ed editori.
Allo stesso modo risulterebbe interessante, ma difficile da spiegare, come il pubblico possa accettare pessima narrativa ed anzi, chiederne ancora – spesso ignorando il poco di buono o molto buono in circolazione.
Certo, se la scelta è minima e l’omologazione è dominante, se in altre parole il lettore medio non ha mai letto di meglio, è difficile che chieda di meglio.
Sarebbe interessante, certo, ma sarebbe anche, io credo, fondamentalmente inutile.
Forse proprio perché l’intero meccanismo ruota, probabilmente, proprio sul ragionamento di Docx, acquisito in pieno da editori, editor e autori, e forse anche dal pubblico pagante: in fondo è soltanto narrativa di genere.
È facile.
È geneticamente mediocre.
E non ha senso aspettarsi di meglio.
Tutte idee sbagliata, ma ormai così radicate che difficilmete un post su un blog di periferia sarebbe in grado di cambiare lo stato delle cose.
Meglio, molto meglio, contiunuare a segnalare ciò che c’è di buono.
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Altro bell’articolo, al momento non posso risponderti in maniera dettagliata ma lo farò al più presto.
Un bel pezzo, riassunto di molte discussioni analoghe viste altrove (ma dove non appare mai chi sta dall’altra parte della barricata).
Dario Argento, quando gli chiedevano come si fa a fare un buon film Horror, ripondeva che bisognava fare innanzitutto un buon film, parimenti io credo che per fare buona narrativa di genere bisogna innanzitutto fare buona narrativa.
Non riesco ancora a discernere se sia colpa dell’editore sciatto o del lettore pigro, mi sembra un circolo vizioso dal quale nessuno trova il coraggio (o la convenienza) di uscire.
Personalemte seguo questo blog (anche) per le ottime segnalazioni, perchè la lettura di genere mi piace ma non voglio perdere anche l’occasione di godere di buona letteratura, e basta.
Più o meno quello che dico io da tempo. Non capisco come lo scrivere con dei paletti debba essere considerato da meno che farlo senza. Anche chi fa le costruzioni con i Lego ha una scelta limitata di pezzi, ma c’è chi ci costruisce le casine, chi il case del PC (conosco personalmente chi l’ha fatto). Considerando anche il fatto che i più grandi capolavori letterari dell’antichità e dei secoli scorsi erano, di fatto, letteratura di genere, direi che la posizione di Docx è insostenibile. Quella della facilità del genere rispetto alla letteratura tout court è una delle più grosse mistificazioni in campo letterario – a cui purtroppo credono anche molti autorucoli nostrani, tipo quelli che dicono di scegliere il fantasy perché “cioè, è più facile”. Più facile un cavolo. Semmai è parecchio, ma parecchio più difficile farlo bene, mantenendo la coerenza interna. Richiede una quantità di dettaglio ed uno sforzo di logica applicata da far impallidire Bertrand Russell.
Forse non te l’aspetti, ma condivido più o meno tutto quello che scrivi.
Aggiungo delle considerazioni sparse.
Il fantasy moderno (e la discriminante “moderno” non è casuale) ha bisogno di un background armonico seppur in un contesto di magia, mostri etc etc.
Non posso più sopportare l’idiozia “regno dei buoni”+regno degli elfi contro “regno dei cattivi”, più eventuale artefatto di mezzo.
Eppure è ciò che ci propongono a pioggia qui in Italia.
Le ennesime riscritture brutte di Tolkien e Brooks.
No, tu scrittore mi devi far capire come funziona il “regno dei buoni”, perché è inteso come tale, come mai la Gilda dei maghi ha un potere specifico, e da dove piglia le sue arti. Mi devi dire come funziona l’esercito e come mai ci sono alleanze, che ne so, con gli elfi e non coi nani. Senza tirare in ballo il solito concetto “bene e male”.
Sennò andiamo addirittura sotto la soglia del Young Adult.
Contesto credibile, dunque. Presupposto per me basilare. Non importa se tu, scrittore, vuoi inventarti un mondo dominato da delle verze senzienti, in guerra con delle capre giganti a due teste. Purché insieme alla storiella trita e ritrita tu mi faccia immedesimare in uno scenario almeno vagamente plausibile.
Seconda cosa: leggo su diversi blog l’incitamento a utilizzare una catena di montaggio del fantasy di “qualità”, o presunta tale. Kg di manuali per spiegare come simulare il sense of wonder, i POV e tutto il resto.
Beh, farsi un’idea di base non è sbagliato, ma da qui a operare tutti come piccoli scrivani tutti uguali e tutti indottrinati… mi fa inorridire al solo pensiero.
In questi giorni sei davvero in forma Davide… Il post su Hpl era splendido, ma anche con questo non scherzi, perché sollevi un problema che tocca un po’ tutti coloro che hanno velleità letterarie. Io purtroppo appartengo alla schiera degli scrittori inscatolati nelle regole. Non riesco a scrivere di un legionario romano prima di cristo perché non ho idea di come ci si possa sentire senza avere i fondamenti di quella religione. Non riesco nemmeno a scrivere una storia che sia ambientata in un luogo dove non sono mai stato, per questo certe soluzioni narrative usate in certi romanzi di genere mi fanno imbestialire. Dal mio punto di vista la difficoltà esiste comunque: satira, fantascienza, noir, tragedia. L’ideale sarebbe riuscire a mettere sua carta i nostri “fantasmi” senza barare mai, ma anche una storia d’amore può sembrare fasulla, perché ognuno è in grado di amare a modo suo.
Per la cronaca: io quando ero ragazzino litigavo sempre con mio cugino quando giocavo ai soldatini. Avevo tutti gli omini in scala dell’Atlantic e lui rovinava tutto perché voleva giocare con Big Jim… be’ non so se mi sono spiegato:-)))
Da ignorante consumatore passivo non ho mai capito la distinzione tra letteratura “vera” e di genere, mi sembra quanto di più pretestuoso possa esserci. Anzi credevo fosse una diatriba più provinciale, e che fossero di mentalità diversa all’estero…
Ad esempio (guardacaso) la fantascienza ha un’enormità di sottogeneri, anzi per sua natura è molto eterogenea, e per questo la preferisco, almeno quel poco che conosco. Non mi sembra che Docx, e chi come lui, dimostri di avere un punto di vista molto ampio, non vi pare?.
Anche sul discorso delle regole avrei qualche dubbio… è normale che ci siano regole da seguire in qualunque vicenda si voglia raccontare: non viviamo forse in un mondo regolato da leggi fisiche? Il linguaggio stesso non ha regole codificate da rispettare? La comunicazione, il come e il perchè personaggi interagiscono o si muovono all’interno del mondo di riferimento, rispetteranno inevitabilmente regole create ad hoc, o già date per scontate dal lettore. Non credo che le regole siano vincoli per creare gabbie attorno la narrazione ma le vedo piuttosto come elementi di partenza con cui costruire, come i mattoncini lego accennati da Francesco.
Un universo immaginario – che è poi ciò dei cui parliamo quando parliamo di letteratura di genere (sì, anche se si tratta di spionaggio o thriller – è una questione di gradi di discostamento dalla realtà)
A dir la verità noi parliamo di un universo immaginario quando parliamo di letteratura tout court, non importa se di genere o meno.
Sempre di invenzioni si tratta.
Le regole sono le stesse: coerenza interna e giustificazione narrativa.
Se tu contraddici elementi della storia/mondo che avevi, esplicitamente o implicitamente, dato per scontati in precedenza, ne comprometti la coerenza interna.
Se improvvisamente il tuo eroe scopre poteri che non sapeva di avere e si tira fuori da una situazione disperata schioccando le dita, non necessariamente la coerenza interna verrà compromessa, ma si pone il problema di quanto questa svolta sia giustificata narrativamente.
Sarebbe la stessa cosa se in un romanzo realista il protagonista in difficoltà finanziarie, magari col figlio in dialisi e gli usurai alle calcagna, trovasse un portafoglio pieno di soldi o vincesse la lotteria.
Se è semplicemente un modo per risolvere sbrigativamente problemi è una forma di deus ex machina, e quindi di narrazione sciatta e superficiale.
Ma se la scoperta di poteri magici o la vincita alla lotteria rappresenta il tipo di svolta inaspettata che sovverte le aspettative e cambia improvvisamente il corso del romanzo, che diventa così qualcosa di diverso da quello che eravamo stati indotti a credere, può essere una scelta narrativa molto efficace.
Per quanto riguarda i tropi, bisogna secondo me fare delle differenze fra le aspettative specifiche che determinati tipi di narrazione portano con sè e i cliché veri e propri.
Se io aggettivo un romanzo come sociale, storico, fantascientifico, fantastico, orrorifico o criminale, sto semplicemente dando un indicazione di base che non mi dice molto sulla sua possibile struttura.
Se parlo di comedy of manners, Bildungsroman, romanzo generazionale, high fantasy, mystery o noir aggiungo ulteriori specificazioni che individuano dei sottogeneri e dei percorsi specifici.
Se mi interessa scrivere proprio quel tipo di storia aumenteranno i passaggi obbligati, perché per raggiungere l’effetto che mi prefiggo con quel particolare tipo di narrazione le vie possibili diminuiscono.
Però personaggi come l’ eroe segnato dal destino, la donna fatale, lo stregone malvagio etc. ormai sono diventati clichè.
E sono difficili da digerire, perché qualsiasi variazione sul tema e permutazione ironica è già stata esplorata.
Grazie dei commenti.
Ero fuori sede, quindi mi piazzo qui e dò un po’ di risposte sfuse, lì dove servono…
@Ferruccio
Grazie, mi hai appena suggerito il tema del prossimo post.
Lo metto giù (spero) durante la pausa pranzo.
@Macnab
Ciò di cui hai bisogno è The Tough Guide to Fantasyland, di Diana Wynn Jones; che ti spiega come sia possibile che anche in nazioni in cui regna l’anarchia esistano gilde dei ladri organizzate come multinazionali, o perché tutte le locande servano irrimediabilmente stufato, peché esistano Oscuri Signori ma non Oscure Signore, o come sia possibile che fare sesso nel fantasy raramente porti ad una gravidanza (ma se succede, saranno casini)…
Grande, cattivissimo libriccino.
A parte ciò, fermo restando che esistono tecniche e procedure che è necessario conoscere, il trucco è arrivare ad usarle inconsapevolmente o a trascenderle.
Scrivere seguendo un template è, nella narrativa, un buon modo per sfornare ciofeche…
@Marco
Ok, chiarissime e condivisibili le considerazioni.
Di fondo, si tratta sempre di vedere come si utilizza il colpo di scena nell’economia della storia.
Non sono però troppo concorde sulla faccenda che esistano personaggi o situazioni delle quali è stata giocata ogni possibile variante.
Forse perché considero ciascuno degli elementi che tu nomini come esempio dei semplici ingredienti, ed è perciò come se mi dicessi che ormai con l’uovo, la melanzana o il branzino è stato fatto tutto ciò che era possibile.
Chiaro, bisogna essere in gamba, ma nella miscela di ingredienti, anche elementi triti possono trovare nuova vita.
È piuttosto importante, a questo punto, io credo, avere una buona conoscenza del genere in cui ci si muove – per evitare di reinventare la ruota e sfornare invece qualcosa di buono andando contro a ciò che è già stato fatto (penso ad esempio alla serie Resenting the Hero, di Moira Moore).
Da qui si passa più in generale (…) a discutere di come il genere sia inferiore alla vera letteratura (lasciamo perdere).
Certo che questa visione è dura a morire, eh?
Personalmente non apprezzo i generi letterari.
La letteratura è composta da opere eccellenti, altre buone, altre mediocri. Tutta la letteratura. Spesso poi con una fruizione e conseguente gradimento dell’opera radicalmente diversa a seconda dell’epoca e del contesto storico in cui viene letta.
Ma qui sforiamo in un altro campo.
Io sono d’accordissimo con Davide quando afferma che occorre serietà e rispetto (per i lettori) anche nell’affrontare un’opera che abbia un solo obiettivo: l’intrattenimento.
Il fantasy, ahimé, io lo percepisco come l’esempio più lampante di letteratura cialtrona al giorno d’oggi. E non mi riferisco al genere, ma agli sfavillanti esempi che di esso compaiono nelle librerie. E non credo ci sia molto da fare, a parte segnalare una realtà diversa e, si spera, un po’ più valida.
P.S.:
Piccola domanda OT a Davide.
Tu rispondi, di solito, alle mail?
Perché te ne ho mandata una, credo da più di una settimana, ma è rimasta lettera morta.
Non sono indispettito, eh, ci mancherebbe.
Volevo solo sapere se ti è arrivata, a questo punto. Se no te la rimando…
Mi vengono in mente il dizionario critico di Lavie Tidhar
“I koontzed a fantasy novel last week, but then the publisher asked for it to be darker, so rather than re-write I koontzed another one during the weekend.”
il vocabolario critico di Adam Roberts:
“That Fatasy had impressive Wordbling, and at first the spoilbinding kept me hooked, but ultimately the annoylogisms bored me out of my mind and my initial interest devolved into yawngasm.”
E non si può dimenticare TvTropes,che tassonomizza ogni tipo di cliché o tropo narrativo, a tutti i livelli:
“The spaceship relied on Unobtainium to power its deflector fields , but Captain Kirk managed to successfully reverse polarity and breach the barrier”
“I liked that the hero with a troubled past ended up with the friend of all living things priestess of tripartite goddess, but I felt the environmental message of the novel was a bit anvilicious“
Qual è l’elemento originale di “Resenting the Hero”?
Gran post su cui concordo integralmente. Solo un appunto: l’affermazione che attribuisci a Stross è di Arthur Clarke!
Chiaramente anch’io penso che Docx abbia sostanzialmente torto (fra l’altro, che nome ha? E’ in formato Word 2007?).
Riguardo alla tua ulteriore specializzazione del discorso al genere fantasy, io però sono del parere (forse un pregiudizio) che, a parità dell’entità dell’incongruenza o incoerenza inserita nella narrazione, sia comunque più facile passarla liscia nel fantasy che negli altri generi letterare. Dove per passarla liscia intendo essere pubblicati (e ripubblicati…). Forse per una sottovalutazione dei lettori da parte di editori e editors.
@Negrodeath: credo che la frase di Clarke che ricordi tu affermasse l’opposto
Andando con ordine…
@elgraeco
Mail rinvenuta pochi minuti or sono nel filtro antispam (sembra che i miei account odino i tuoi, o vceversa).
Rispondo fra un attimo…
@Squirek
L’dea di base dei romanzi della Moore è che l’eroe senza macchia e senza paura, nobile e generoso esista, e sia un imbecille, oltre che una noia mortale, un po’ classista e vanitosissimo – e che per di più abbia un rapporto simbiotico con la sua controparte femminile, che lo detesta (da cui il titolo del primo romanzo), ma deve collaborare con lui, perché se lui muore, lei anche.
Non sono male.
@Negrodeath
No, mi dispiace.
Clarke (citato nel titolo del post) disse che qualsiasi scienza sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.
Stross (credo) dice che qualsiasi magia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla scienza.
@ Davide
Buono a sapersi. LOL
Secondo blocco…
@Marco
Divertenti, come definizioni, ma bisogna fare attenzione a non confondere certi cliché (l’Unobtanium, ad esempio) che sono assolutamente leciti se me li gioco bene (ad esempio, Jeckyl diventa Hyde perché gli ingredienti del suo bibitone sono contaminati da un qualcosa che non sapremo mai cosa sia, ed è ok), da quei cliché che sono letali sempre e comunque (l’inversione di polarità, o qualsiasi forma di technobabble – per cui tutto sta per finire in vacca, ma poi Scotty riallinea i cristalli di dilitio dopo averli retrofasati, e nella scena dopo ridono tutti, fine), in quanto non sono soluzioni narrative, ma scorciatoie e truffe al lettore/spettatore.
@Quiller
Col fantasy è più facile passarla liscia perché spesso i lettori sono più indugenti
Argh, mi sono fregato!
Capita anche ai migliori
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