Il bello di avere un blog frequentato da gente in gamba è che tu fai un post su un argomento, e loro nei commenti ti suggeriscono l’argomento per il prossimo post.
E chi ci ferma più, a questo punto?
Io purtroppo appartengo alla schiera degli scrittori inscatolati nelle regole. Non riesco a scrivere di un legionario romano prima di cristo perché non ho idea di come ci si possa sentire senza avere i fondamenti di quella religione. Non riesco nemmeno a scrivere una storia che sia ambientata in un luogo dove non sono mai stato, per questo certe soluzioni narrative usate in certi romanzi di genere mi fanno imbestialire. Dal mio punto di vista la difficoltà esiste comunque: satira, fantascienza, noir, tragedia. L’ideale sarebbe riuscire a mettere sua carta i nostri “fantasmi” senza barare mai, ma anche una storia d’amore può sembrare fasulla, perché ognuno è in grado di amare a modo suo.
Qui credo possa esserci un grave fraintendimento.
Una delle regole scolpite nel granito della scrittura fa più o meno così:
Scrivete ciò che sapete
… anche se una formulazione diversa potrebbe essere….
Ciò che scrivete deve essere basato sull’esperienza
… per cui c’è la famosa storia maligna di quella nota autrice (credo sia certificata bestseller) che per scrivere un modesto romanzetto sconcio, si è dovuta scopare tutta la popolazione maschile (e parte della popolazione femminile) della propria città natale.
Che fatica!
No, ok, può anche darsi che uno anteponga il dovere alla fatica fisica, e magari ci si diverta anche, però, dai…
Allora per scrivere Dalla Terra alla Luna il povero Jules Verne cosa avrebbe dovuto fare?
Come minimo fasi sparare da un cannone…
Come al circo.
Il fatto è che barare significa contravvenire alle regole del gioco.
ma nel nostro caso, quando scriviamo, le regole del gioco sono abbastanza ampie da poter scrivere senza barare.
Perché la regola dice
Ciò che scrivete deve essere basato sull’esperienza
Attenzione, non
Ciò che scrivete deve essere basato sulla vostra esperienza
O se preferite, nel momento in cui diciamo
Scrivete ciò che sapete
… dobbiamo mettere bene in chiaro cosa sappiamo.
Per dire.
Io nojn sono un medico o un chirurgo.
Non ho perciò idea di come debba essere cercare di trapiantare il cervello di Hitler nel corpo di un orango.
Immagino possa essere molto complicato e relativamente stressante.
Un rapido check su internet, o un giro in biblioteca, mi possono fornire un po’ di background tecnico.
E per il resto, mi è capitato spesso di avere da svolgere un lavoro complicato, o di essere stato sotto stress.
Il trucco a questo punto è mescolare quel modico quantitativo di informazioni con la mia esperienza del trovarmi in una situazione di emergenza, ad afrontare un problema complesso, e con questi pochi elementi ingannare il lettore, facendogli credere che io conosco ogni singolo dettaglio dic iò che sto descrivendo.
Si tratta di un gioco di prestigio.
Dissimulazione, distrazione, inganno.
E come nei giochi di prestigio, il pubblico non è lì per smontare il nostro inganno, ma per restare stupefatto dalla nostra abilita.
Quelli che vanno agli spettacoli di magia per scoprire il trucco sono dei pedanti senz’anima e con una assoluta necessità di trovarsi una vita ora.
Parte del gioco è anche una questione di immedesimazione.
Un gioco di ruolo, in effetti.
Devo cercare di immaginare come si sente il mio personaggio.
Che tipo è, cosa è essenziale e cosa no nella sua vita, chi sono i suoi amici, quale è stato il suo percorso.
Ora, ci potrebbe essere sul piatto il metodo Stanislavski – per cui DeNiro per fare Taxi Driver prima si fa assumme come tassista, per fare Stanley & Iris lavora sei mesi in una caffetteria in Connecticut, per fare Men of Honor prende il patentino da sommozzatore, e per fare Le Avventure di Rocky & Bullwinkle entra per otto settimane come stagista nel Partito Nazista dell’Illinois…
Ed ammettiamolo, il mondo è zeppo di laureati in legge che scrivono legal thriller, laureati in storia che scrivono romanzi storici, scienziati che scrivono fantascienza, laureati in economia che scrivono storiacce ambientate nel mondo della finanza, ex uomini dell’intelligence che scrivono spionaggi, e vi lascio immaginare quale sia la categoria più rappresentata fra i contributor a Non-Stop Vanilla Ice Cream Action Magazine.
E sì, ci sono autori di polizieschi che sono degli autentici assassini.
Per non parlare poi di quegli autori snervanti che hanno fatto tutto.
Edga Rice Burroughs, dopo aver fatto il mandriano, fece il venditore porta a porta, il contabile, il rappresentante per una miracolosa (e fasulla) cura contro l’alcoolismo, direttore del personale per un’azienda comerciale, e infine rappresentante di temperamatite.
ERB tuttavia non scrisse mai – per lo meno che io sappa – di temperamatite o di cure per l’alcoolismo a base di olio di ricino.
Tarzan non fa il contabile.
Per cui all afine non devo aver fatto il baleniere per scrivere Moby Dick, non devo aver attraversato l’Atlanticosu una drakkar per scrivere la saga di Hrolf Kraki.
Se soltanto chi l’ha vissuto potesse scriverlo, allora due terzi della letteratura mondiale non esisterebbero.
Probabilmente di più.
Ma le cose che dobbiamo mettere sulla pagina non devono essere necessariamente reali, per quanto sia bene che siano vere.
Con tutto questo naturalmente non voglio dire che l’osservazione di Ferruccio con cui abbiamo aperto le danze sia sbagliata, o sciocca, né intendo sminuire in alcun modo le sue preoccupazioni.
Così come non voglio promuovere il pressapochismo o la sciatteria – i famosi “lord inglesi che parlavano come salumai” citati in un articolo di Riccardo Valla, molti, molti anni or sono (parlava di Kenneth Bulmer, forse).
Dico solo che, trattandosi di narrativa d’immaginazione, l’immaginazione dovrebbe essere uno degli strumenti essenziali.
Immaginazione informata, controllata, disciplinata.
Ma non troppo,
Tutte le regole sono discutibili.
Per tornare al centurione dell’esempio di cui sopra, io onestamente la cosa la girerei così – posso scrivere la mia storia del centurione usando un altro personaggio come narratore, uno con il quale mi sia più semplice immedesimarmi?
Dopotutto, scrivere di Sherlock Holmes sarebbe difficilissimo se non lo si guardasse attraverso gli occhi di Watson.
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Però, se si deve parlare di sesso, non basta aver visto un porno.
Voglio dire che per trattare di certe cose un minimo di esperienza diretta la si deve avere. Perché in caso contrario si capisce subito che si sta barando. L’esperienza serve anche, secondo me, a dare un tocco di familiarità a un’altrimenti fredda teoria desunta dai manuali…
Poi, sono d’accordo con te. Non è necessario essere andati su Marte per parlare di Marte.
P.S.: giusto per curiosità. Ti è arrivata la mail di risposta oggi pomeriggio? O è andata in vacanza in Nigeria?
Se si deve parlare di sesso anche l’esperienza diretta non è molto d’aiuto, considerato lo stato civile dei finalisti del Bad Sex Award…
«Lui la penetrò come un lepidotterista che cerchi d’ infilzare un insetto dalla pelle dura con uno spillo spuntato». (Vincitore Edizione 2010)
Vabbé, ma mica tutti sono bravi scrittori…
@el
Mi spiace, ma la storia ti contraddice.
Anais Nin scrisse il suo primo romanzo erotico a quatordici anni, da vergine, sulla base di ciò che aveva letto in un libro di medicina.
E il più famigerato pornazzo dell’epoca georgiana – Fanny Hill, o Memorie di una Donna di Piacere – venne scritto da John Cleland che (come non manca di far notare frequentementeil crudele accademico che ne ha curato le note per l’edizione Oxford) aveva un’idea molto vaga degli organi sessuali femminili, e probabilmente ancor più vaga dei rapporti sessuali al di fuori dell’ambito zootecnico.
Ma che diamine, è sconcio da impazzire – ed è un classico.
[messaggio ricevuto - l'antispanm è ammaestrato]
@marco
Non voglio sapere come tu sia venuto in possesso di quell’informazione.
Però, è vero.
Farlo non significa saperlo raccontare.
Un attore schiavo del metodo Stanislawski è Dustin Hoffmann.Secondo alcuni aneddoti ad esempio per interpretare adeguatamente la parte di un ultracentenario in “Piccolo grande uomo” urlo a squarciagola finchè la sua voce divenne roca come quella di un vecchio.Mentre in “Un uomo da marciapiede” per sembrare davvero zoppo s’infilo un sasso in una scarpa.E di aneddoti simili ne esistono molti altri.
Eh, sì, ma mica sto parlando per assoluti. O meglio, forse è sembrato, ma non era mia intenzione.
Poi ricadiamo nell’altra questione, sulla quale concordi anche tu, mi pare. Che non tutti “sanno raccontare”, ovvero non tutti sono bravi scrittori. Credo sia un altro campo da gioco. Al massimo dimostra che la documentazione, e con essa i manuali, non hanno valore universale, così come l’esperienza diretta. Che dici?
Alla fine si ritorna sempre lì. Che non tutti possono essere scrittori.
Ah, questione pelosissima.
C’è una scintilla da qualche pate che divide scrittori e non scrittori?
O ce l’hano tutti, la scintilla, ma si tratta in realtà della capacità di saperla usare?
Si può imparare?
Si può insegnare?
Certo, per entrare al Clarion – il miglior corso di scrittura al mondo – tocca aver già pubblicato e superare una commissione d’esame (e pagare fior di quattrini).
Ma i quattrini da soli non bastano.
Non ci si più comperare l’ammissione.
Ci vuole qualcos’altro.
Ma cosa sia, io non so definirlo.
Non stasera.
Ah, guarda, non oso provarci neanch’io. Anche perché certe volte anche l’indeterminatezza ha il suo fascino. È giusto così, suppongo.
Però, è bello ogni tanto accennarvi.
“Ah, questione pelosissima.”
- ….mmmmmmmhhhhhh…..
“C’è una scintilla da qualche pate che divide scrittori e non scrittori?”
- Sì. Graziaddio!
“O ce l’hanno tutti, la scintilla, ma si tratta in realtà della capacità di saperla usare?”
- Non ce l’hanno tutti, come sopra; ma anche chi ce l’ha deve farsi un mazzo tanto per ottenere la capacità di saperla usare.
“Si può imparare?”
- Si può imparare a scrivere decentemente solo se si ha la scintilla.
“Si può insegnare?”
- La scintilla no. Le tecniche e i trucchi, sì. Meglio che vengano insegnati da chi ha la scintilla.
p.s. Chi non ha la scintilla, può COMUNQUE capire chi ce l’ha.
Baci!
Orlando
Eh, Orlando, tu la fai facile.
Vorrei avere la tua certezza.
O forse no.
Chi sono io per negare che nella persona che ho davanti non ci sia una briciola di talento – per usare una parola abusata.
E credo anzi che sia vera la situazione opposta – che tutti abbiano quella scintilla, ma che sia molto facile soffocarla.
Ma poi, io sono solo uno che scrive su un blog
oh che gustoso post
proprio gustoso.
grazie.
Prego!
Si fa il possibile.
Beh, Ferruccio tocca un bel nodo. Come parlava un legionario romano? Quali parole usava? In che modo si relazionava, per dire, con sua moglie? E con il suo migliore amico? Possedeva il concetto di migliore amico? E, visto che viveva prima di Cristo, come imprecava?
Detto questo: quand’anche uno si andasse a imbottire di cronache militari fra le più veraci dell’epoca in questione per acquisirne il ritmo, il lessico, l’espressività etc… Per poi tradurre tutto nel miglior modo possibile, più attinente e più conforme, questa roba avrebbe mercato? Una specie di neo-realismo letterario, insomma, c’è qualcuno che si sforza di farlo?
@Sir Robin
Beh, esistono testi storici abbastanza accurati – e, cosa ancora più interessante, esistono compendi di informazioni del tipo che porti ad esempio.
Non ho informazioni proprio sul centurione, ma ho qui sul mio scaffale un bel manuale, uscito negli anni ’80, sulla vita quotidiana dell’epoca elisabettiana, studiato per compagnie teatrali e gruppi di ricostruzione storica, che include tutto l’essenziale.
Insomma, si può fare ricerca, e raccogliere i dettagli necessari.
Poi, ci sono i casi estremi – Mary Gentle, per fare ricerca per il romanzo Ash si è iscritta all’università e si è presa una laurea in storia – la ricerca per il suo romanzo è diventata la sua tesi di laurea.
Due piccioni e tutto quel genere di cose.
Avendo a disposizione un sistema universitario ad elevata efficienza, si potrenbbbe anche fare.
Davide ti sei superato, un post delizioso e sono contento di averti, per così dire ispirato. Il mio commento, d’altra parte, voleva essere un pochino provocatorio e tu lo hai riproposto per sollevare una discussione nel migliore dei modi. Le regoli basi della narrativa le sposo in toto: Melissa, per scrivere la sua porcheria non ha dovuto scoparsi una città intera e il buon Ellis per il suo American Psyco dubito che abbia dovuto uccidere qualcuno, ma sono romanzi frutto del nostro tempo. Melville non ha mai fatto il baleniere ma ha vissuto a contatto con le miserie della società del suo tempo e la sua storia e incredibilmente veritiera (per la cronaca, Mobi Dick è uno dei miei romanzo preferiti). A volte la necessaria documentazione o una preparazione culturale e professionale adeguata sono sufficienti per creare una storia “sincera”. Io stesso nelle mie storie sono stato musicista, programmatore, erpetologo, robot e non mi son mai precludo la possibilità di ambientare una storia su marte o saturno. Il mio è proprio un discorso di credibilità filosofica. Come sarà l’uomo tra 300 anni? Quali saranno i bisogni che muovono la sua mente?Allo stesso modo per tornare al centurione romano io non ho mai sofferto la fame per poter descrivere la furia provata in uno scontro con i Daci…
Mi fermo, ma credo che la faccenda andrà avanti.
Intanto grazie
Certo. Ma poi chi se lo legge?
ops… il mio precedente commento era rivolto a quello di Davide (15 gennaio 2011 a 1:12 AM #)
Voglio dire, fino a che punto “è bene” che le cose siano vere?
Io ho modificato (ma di poco) il mio parere nel corso degli anni.
Direi che sì, è meglio avere una buona conoscenza diretta di ciò che si scrive. Ma tale conoscenza può essere adattata.
Mi spiego: se io conosco bene il sistema socio-politico che reggeva l’Impero Austro-Ungarico posso sia scrivere un romanzo storico, sia un fantasy che ricalchi, senza copiarlo, una credibile entità nazionale governata sulla falsariga degli Asburgo. Poi posso metterci gli elfi, i nani, i fungi di Yuggoth: è la struttura che conta.
Se ho delle nozioni di biologia (il che non vuol dire essere per forza un biologo) posso sbizzarrirmi un po’ e creare una razza extraterrestre credibile.
Anche se la fantasia, nella mia concezione, ha un limite. Esempio: a volte leggo di assurde sparatorie in cui tizio o caio sopravvive con tonnellate di piombo in corpo. Non occorre essere un esperto di balistica per capire che ho davanti una boiata. Si può approssimare un po’, ma senza scadere nel ridicolo. E, nel mentre, non occorre rinunciare a descrivere una sparatoria perché non abbiamo mai visto una pistola vera nemmeno per sbaglio.
Parlando per paradossi, mi indispettisce di più il thrillerista italiano che gioca a fare lo yankee. Quello che deve per forza ambientare la storia a New York (magari senza mai esserci stato) o a Los Angeles. Perché fa figo.
E no! In questo caso io sono senz’altro dell’idea: sfrutta ciò che conosci. Milano può valere New York, Genova può valere L.A.
Tra l’altro si rischiano meno figure del piffero…
La faccenda è articolata (e contiene implicazioni abbastanza pesanti), proverò a spiegarmi un po’ meglio.
Ovviamente riguarda più che altro una produzione di tipo storico (che sia romanzo, film, gioco…)
Quanto siamo noi in quanto pubblico di spettatori e lettori a chiedere implicitamente che un bel po’ si bari nel restituire una ambientazione o un periodo affinché questi ci possano risultare più intelligibili? E quanto questo gioco è scoperto e condiviso?
Sul mio blog ospito un’intervista allo storico e scrittore Alessandro Barbero nella quale è lui stesso a dire che, proprio perché professionista della materia, non va al cinema a vedere il film di ambientazione storica per evitare di “rodersi il fegato”. Sia perché ci si prendono delle libertà anche importanti (tipo far inventare la Magna Charta a Robin Hood) inserendole in un contesto di plausibilità (mediatica, non storica) per cui quando uno esce dal cinema può aver visto cose vere e cose false mischiate in un unico contenuto e, a meno che non si prenda la briga di andare a verificare, rimanere vittima di una mistificazione. Sia perché non c’è alcuno sforzo di restituire le personalità autentiche delle varie epoche, ma è solo, per dire, Brad Pitt in calzamaglia, o, nel caso di un romanzo il centurione che, magari, dice «fanculo!» durante una conversazione ^__^
Ma, allo stesso tempo, quanto sarebbe coriaceo un film o un romanzo il più possibile pedissequo rispetto alla storia vera? Ne esiste qualcuno? E, per l’appunto, potrebbe leggerselo solo lo specialista? Dunque vuol dire che la grande diffusione “deve”, in qualche modo, mistificare? Ma fino a che punto?
OK, il discorso di Sir Robin meriterebbe un post a parte, ma comincio col mettere giù un paio di idee al volo.
Sul chi si legge compendi e testi di riferimento – beh, è poi questione di onestà con se stessi. Li legge chi si rende conto di avere una carenza in un determinato ambito durante la scrittura.
Io a scrivere sull’epoca elisabettiana vado abbastanza tranquillo, ma se devo parlare della nave di raleigh, beh, un controllo su un paio di testi lo faccio, tanto per non dire che era un tre alberi quando ne aveva solo due…
Ed è più una cosa che interessa a me che non al lettore.
Nel senso che – se va bene – quelli che si accorgono dello svarione sono pochissimi, ma è a me che dà fastidio non avere un dato certo.
E quindi – ma ne parliamo nel prossimo post – quanta accuratezza storica serve?
Due possibilità…
a . quel minimo che basta per creare una storia plausibile per quello che io immagino come lettore medio
b . quel tanto che basta a farmi sentire a mio agio durante la scrittura
Sullo storico che non apprezza i film storici, c’è poi il discorso delle manopole di David Brin, ma ne parliamo nel prossimo post…
ma io non ne faccio un discorso personale, è chiaro che se uno ha scrupolo…
parlo più che altro di ciò che passa in tv, al cinema, in libreria, dove altro che tre alberi invece di due!
No, è chiaro, è un discorso generale.
Ed è vero, il livello dell’offerta si sta abbassando, e scoprire perché sarebbe bello.
Ed in effetti non ci faccio un post, ne faccio due.
Il primo arriva adesso.
Il secondo, mah… dopo
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