Sulla questione generi, Alex McNab è lapidario (e fa bene)
io scrivo di determinate cose perché mi piace innanzitutto leggerle. E, nella sconfinata presunzione tipica di ogni scribacchino, penso e spero di poterle “riscriverle” (prendi questo termine con le pinze) meglio. Meglio per me e meglio per i lettori.
E se torniamo all’originaria osservazione di IguanaJo,
Io credo che anche il più mercenario degli autori in fondo scriva per cambiare il mondo, ma oh… si accettano anche proposte alternative.
Esiste forse una presunzione più sconfinata, di quella di voler cambiare il mondo?
Però. il caso vuole che proprio stasera, prima di mettermi a scrivere queste righe, io abbia finito un bel libro (postrò domani o dopo le mie impressioni), e due pagine prima della fine ho trovato questa frase.
L’arte è un’azione generosa – succede quando un essere umano crea una connessione con un altro essere umano, e genera un cambiamento.
Che non è una frase di Pablo Picasso (quella si trova nella pagina successiva), ma di Seth Godin.
E per quanto io sia sempre estremamente restio ad usare la parola arte, perché l’ho trovata spesso come marchio dei palloni gonfiati, credo che sia corretta, come interpretazione.
Scriviamo davvero per cambiare il mondo, o per indurre un cambiamento nel prossimo?
E se è così, come speriamo di riuscirci, racontando la storia di un centurione romano un po’ burino che si spintona con gli uomini-sciacallo e si spupazza (o si fa spupazzare da) una polposa principessa egizia?
Non siamo un po’ lontani, per dire, dal Cantico dei Cantici, o dal Sutra del Loto, o dal Come fare amicizia e influenzare le persone?
Il genere, abbiamo detto, è prima di tutto un set di aspettative e poi, una collezione di restrizioni che tuttavia non limitano, ma piuttosto disciplinano la scrittura.
Strumenti, non ostacoli.
Basta imparare ad usarli (dici niente).
Il genere non è un oggetto ben definito – i generi tendono a mescolarsi, a sovrpporsi, ad ibridarsi variamente.
Ma stasera non ho granchévoglia di fare dei lunghi discorsi, e vi rimando quindi a un bel grafico (ahimé, in inglese) sugli sviluppi possibili…
… è opera di aaron Diaz, autore di Dresden Codak (e se non lo leggete, siete creature prive di significato nell’universo).
Ma allora, e il cambiare il mondo?
Cambiare il mondo con la narrativa di genere?
Qui mi ricordo di un pezzo sull’Intergalactic Medicine Show di Orson Scott Card, un articolo che si intitola Why Do we Read Science Fiction? Does Personality Influence Reading Choice?.
Il pezzo suggerisce che esista un legame fra la predilezione per la narrativa d’immaginazione e personalità.
E mi diverte la seguente osservazione, di una psicoterapeuta…
“[Il genere] può fornire una specie di modello simbolico per le persone che non si riescono a riconoscere nelle ide più mainstream di cosa debba essere un’uomo, di cosa debba essere una donna.”
E se questo è vero, significa che io, nel mio scrivere la storia del centurione Aculeo e della conturbante Amunet, sto in effetti costruendo un modello, una mappa, sto aiutando persone che non conosco, ma che leggendo la mia storia – oltre a provare divertimento, che è sempre il motore primo – potrebbero trovare un qualcosa che li potrebbe aiutare a non sentirsi troppo alienati.
Anche solo un messaggio che dica Voi non siete soli.
E io che volevo solo un po’ d’azione, un po’ di divertimento, e i 500 euro dell’editore!
Perché non è detto che io sia consapevole del fatto che sto andando ad influenzare la vita di altri.
Ma se è vero – e non ho motivo di dubitarne, perché si conforma a molte osservazioni personali – allora ho una responsabilità colossale!
E penso a John Norman, naturalmente, ai suoi romanzi di Gor (ora disponibili anche su Kindle)…
Writing as John Norman in the Chronicles of Counter-Earth series, Professor John Lange repeatedly developed the idea that only in sexual bondage, in which a woman submitted to the dominance of a strong master, could she find sexual fulfillment.
Non ve lo traduco… ma davvero, una macchina per scrivere… beh, ok, un software di scrittura, è pericoloso qunto un’arma carica.
Ma d’altra parte, perché sorprendersi?
Se si tratta di comunicazione – e si tratta di comunicazione – allora è ovvio che la trasmittente operi una modifica della ricevente.
L’unica cosa che mi mette a disagio, di questa linea di pensiero, è che – in un certo senso – giustifica le osservazioni di quelli che mi hanno sempre deriso perché leggevo fantascienza invece di leggere “libri seri”.
In fondo, se davvero appartengo a quella piccola percentuale umana (non più del 7%) che associa razionalità ed intuito, e che non sa che farsene del realismo (probabilmente perché capisce fin da subito che quella del realismo è una presunzione piuttosto sciocca), allora davvero appartengo ad un gruppo di “diversi”… una manica di casi umani, di candidati all’alienazione!
E mi dispiacerebbe se qualche imbecille che crede davvero di essere “normale” per i libri che legge (o che non legge), venisse a farmi di questi discorsi furbetti.
Però, l’idea che ciò che si scrive sia per i lettori qualcosa di più che un modo per passare due ore invece di fare il macramé con i propri peli del naso, beh, mi pare piuttosto solida.
E a questo si somma il fatto, ovviamente, che la scrittura è una attività personale, nella quale ci si mette in gioco.
È necessario esplorare quelle aree che ci mettono a disagio, affrontare ciò che ci fa paura, pescare dalle nostre esperienze – non necessariamente quelle positive – per infondere un minimo di vita nella narrativa.
È essenziale eliminare tutto ciò che è falso.
E se qualcosa di me devo riversare in ciò che scrivo, è chiaro che intendo riversarvi ciò che di meglio posseggo – non basandomi su ciò che vorrei essere, ma su ciò che sono.
Di solito ci accorgiamo subito quando una storia è scritta come wish fullfillment, esattamente come non impieghiamomolto a riconoscere una narrativa senza vita, senz’anima.
Se non ci si mette in gioco, manca la scintilla.
E scrivere di ciò che ci mette a disagio, naturalmente, non è affatto piacevole, ma è fondamentale.
Come esercizi, e come strumento per versare un po’ di vita nella narrazione.
Perché scrivere di cose che non ci interessano, che non ci riguardano, che non ci toccano, limitarsi ap rendee uno schema e riempire gli spazi vuoti prima di consegnarlo a un editore per il compenso non è più facile, ma in compenso genera lavori senz’anima.
Stiamo cambiando il mondo, mentre scriviamo una storiella che speriamo sia divertente, speriamo che piaccia, speriamo che ci meriti un complimento, magari un compenso in denaro, magari una certa popolarità?
Che ci piaccia o meno, sì.
Almeno un poco.
Magari una persona alla volta, ma lo stiamo facendo.
E questo comporta una responsabilità.
D’altra parte, se abbiamo cominciato a scrivere emulando un autore preferito, dobbiamo ammettere che quell’autore, almeno quell’autore, la nostra vita l’ha cambiata.
Che ne fosse consapevole o meno.
(ma se era in gamba, lo era. E se non era in gamba – perché emularlo?)
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Gran bel post, Davide. “Il fare un libro non vuol dire niente, se il libro fatto non rifà la gente “. Cito a memoria, e credo sia di Giusti… Buona giornata a tutti!
Non so quanto il concetto sia valido per un autore ormai affermato e sotto contratto con l’obbligo di sfornare un romanzo all’anno. Ma per il giovane che inizia a scrivere perchè sente la necessità di farlo (invece che guardare passivamente la tele o cose analoghe), reputo che sia proprio così. Si scrive per comunicare e cercare di coinvolgere. Uno scrittore – non ricordo chi onestamente – disse che quando uno scrive un libro in realtà sta rilasciando un’intervista che nessuno gli ha richiesto, e questo a prescindere dal contenuto del libro. Tendo a essere d’accordo.
E’ verosimile che questa tendenza nasca da precise predisposizioni psichiche (e qua ognuno può raccontare le sue esperienza, ma in genere i maniaci lettori/scrittori hanno spesso substrati simili), ed è altrettanto verosimile che quelli che NON diventano scrittori professionisti continuino a mantenere questo elemento di scrittura-messaggio-coinvolgimento-catarsi rispetto alle persone che li circondano.
N.B.: per fare un esempio pratico, questo tuo post sembra fatto apposta per coinvolgere uno come me, che ha la possibilità di pensare: “Ah, allora non sono l’unico che si contorce la mente con quesiti e supposizioni di questo genere”. (Inutile aggiungere che in famiglia o sul lavoro non troverò mai una persona che sollevi argomenti simili, al massimo proporranno considerazioni su aa tizzia der granne fratello o Lele Mora…)
Post interessante. Aggiungo una riflessione personale. Forse lo scrittore di genere, più di qualunque altro, scrive per cambiare se stesso. Il fatto che i suoi lavori possano *anche* cambiare il mondo, beh, è solo una conseguenza.
Beh ma si dice “per cambiare il mondo si inizia cambiando se stessi” e quindi il discorso fila.
E dopo aver cambiato se stessi magari la storia cambierà la giornata di qualcun altro. E chissà come funziona questo ‘butterfly effect’ narrativo, fatto di storie (ri)raccontate, che si diffondono cambiando piccoli frammenti di vita nelle persone.
Però mi sorge la domanda: è possibile vivere senza cambiare il mondo? Anche il più estremo degli eremiti, guardato dal basso da quelli che lassù sulla montagna non ci andrebbero nemmeno morti, suo malgrado non ha indotto un pensiero, un’idea, che cambierà quelle stesse persone o quelle altre, che verranno a sapere della sua storia?
Anche quando non vogliamo, davvero possiamo non influenzare in alcun modo gli altri? E gli altri non sono, alla fine, piccoli angoli di mondo?
Qualsiasi organismo vivente cambia l’ambiente in cui vive semplicemente vivendoci.
)
Noi esseri mani abbiamo semplicemente due ambienti – uno dei quali sta nella nostra testa (e, forse, in quella degli altri
Ma non c’era forse un tizio che diceva che un battito d’ali di farfalla poteva cambiare il mondo (o giù di lì)?
Allora perché non potrebbe farlo un racconto di fantascienza, o d’orrore?
E poi, ridefiniamo “cambiare il mondo”: cambiare l’umore di una persona potrebbe equivalere a cambiare 5 o 6 universi, nella visione quantica delle cose.
Sul discorso del “far parte di una cerchia di diversi”, ho appena visto un film che fa per te (per noi). Probabilmente ne parlerò domani, cercando di articolare il discorso oltre il valore intrinseco della pellicola.
Comunque complimenti, in questi giorni sei ispiratissimo. Avranno nebulizzato qualcosa di buono nell’aria, a Valle Belbo
C’è un nebbione maledetto, in Valle Belbo…
Comunque sì, ogni gesto influisce sul tutto, o qualcosa del genere… ma esserne consapevoi aggiunge qualcosa in piu.
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