Questo post – che per comodità spezzerò in due blocchi – se ne stava qui, sul mio hard disk, sotto forma di file .txt, da circa un paio di mesi.
Si tratta di un post – di un doppio post – sulla scrittura, come quelli postati tempo addietro, e che ruotavano sulle vicende del ruvido centurione Aculeo e della popputa principessa Amunet.
A differenza degli altri post, questo è rimasto impigliato nel mio hard disk perché, sostanzialmente, mancava la spinta a postarlo.
Il che è un bel problema, lo ammetterete, se il post si intitola La Spinta.
Ciò che mi spinge ora a rielaborare quelle idee ed a postarle è la recente uscita di Elvezio Sciallis sul suo Malpertuis.
Un post che dovete leggere, ma che non potrete commentare.
Ma leggetelo, che vale la pena.
Fatto?
OK – non intendo in questa sede commentare le decisioni di Elvezio o il suo modo di affrontare quello che considera un fallimento.
Mi sorprendo però a pensare che il libro di Elvezio sia morto per dare modo ai miei due post di prendere vita.
Che è maledettamente presuntuoso e supponente.
Come questo post.
Che, badate bene, non è un post sull’ipotetico fallimento di Elvezio – anche se userò un paio di stralci del suo post per rimpolpare le mie farneticazioni.
Non mi interessa se Elvezio abbia fallito o meno.
Casomai mi interessa che abbia fallito bene, al meglio – ma questo non è l’oggetto di questo post.
Ma basta chiacchiere, parliamo di scrittura, e parliamo di Spinta.
Ricapitoliamo.
Nel momento in cui metto mano alla tastiera per scrivere una storia – di due o duemila pagine, non mi interessa – devo avere a disposizione una certa serie di componenti e strumenti, che includono (ma non necessariamente si limitano a)
- una sana dose di spocchia
- una documentazione – che siano tre post-it o duecento file sul mio hard-disk, devo tenerli a portata di mano
- una serie di strumenti minimi – grammatica, gestione del dialogo, qualche trucco del mestiere, qualche sano cliché del genere
- un’idea del mio ideale lettore – cosa sta cercando, cosa è disposto ad accetatre e cosa no, quali sono i settaggi delle sue personali manopole,
- due o tre idee sulle quali costruire un intreccio
- un’idea della struttura che sto andando a mettere in piedi
- un piano di lavoro anche abbozzato
Dici niente.
Però ok, dai, è fattibile.
Ciò che rimane da sistemare – e richiederà due post per discuterne – è perché diavolo riversare delle parole sulla pagina, e dove andarle a prendere, quelle parole, perché non si esauriscano a pagina 183.
Non sto parlando della nostra spocchia – non solo – ma proprio della semplice domanda
Perché sto scrivendo ciò che scrivo?
Perché qui, avendo considerato il genere, il lettore tipo, le linee guida dell’editore o le regole del concorso, qui, adesso, alla fine, siamo solo noi e la pagina, e se non c’è in noi una spinta, una bella spinta stabile e duratura, non andremo da nessuna parte.
Serve passione, per scrivere.
E motivazione.
Serve spinta.
Sembra una balla, ma attenzione – vi siete letti il post di Elvezio.
E nel post di Elvezio la sua risposta a quella domanda non c’è.
Ci dice a cosa aspirava, ci dice perché non ha funzionato, metabolizza pubblicamente il fallimento, ma il dannato motivo per cui si è messo a scrivere quel romanzo, quella storia in quella maniera, anziché, per dire, fare una torta, non ce lo dice.
Paradossalmente, ci dice perché è importante il post che sta scrivendo, perché è importante il presunto fallimento…
Scrivere il romanzo è stata esperienza desolante, noiosa, insieme facile, banale e innocua.
Mai me lo sarei aspettato, visto quel che ti crei nella capa riguardo alla nobile arte del romanzo e bla bla bla.
Mi aspettavo lavoro duro, coinvolgimento, maturazione e talvolta divertimento, passione, sforzo, concentrazione.
E invece mi sentivo sempre come se raccontassi palle. Noiose e risapute palle a me e ai possibili lettori.
… ma non perché fosse importante raccontare quella storia.
Non importante per il mondo, per la civiltà occidentale o per tutte le ragaze coi capelli rossi e le efelidi là fuori, ma importante abbastanza per stare a squadrarsi il culo su una sedia davanti ad uno schermo di PC.
Come schiavi sui banchi dei rematori, giorno per giorno, mentre fuori mette al bello, e cominciano a venir fuori cose che non ci convincono, sulla paghina (può capitare).
Io mi permetto di avanzare due ipotesi – che propongo a Elvezio qualora dovesse passare di qua.
Non mi interessa se ci ho azzeccato o meno, è una domanda che ci dobbiamo rivolgere da soli ed alla quale dobbiamo rispondere privatamente.
Ma, dicevo, mi permetto di pensare che, quando Elvezio si è posto quella domanda fatidica, allì’inizio dei lavori, le possibilità siano due
- non si è dato una risposta abbastanza precisa
- non si è dato la risposta giusta
(escludo l’eventualità 3, che non si sia dato una risposta onesta, semplicemente perché conosco Elvezio)
E sottolineo che la cosa importante è la sua risposta, che riguarda solamente lui.
Perché, e di questo io sono fermamente convinto, esiste una infinità di possibili risposte alla domanda qui sopra, e metà sono giuste, e metà sono sbagliate, ma ciascuno di noi ha le proprie.
Io so molto bene quali sono le mie risposte giuste e le mie risposte sbagliate.
E posso certamente immaginare che per altri siano diverse, e che ciò che è giusto per me sia sbagliato per altri, e viceversa ciò che per me non basta come risposta sia più che sufficiente per altri.
Posso addirittura ammettere, nel mio attuale stato di illuminazione zen, che per altri la domanda possa essere formulata in maniera diversa.
Ma alla fine, tutto si riduce al motivo per cui riteniamo sia importante raccontare quella maledetta storia.
Ha tutte le cose a postino, questo romanzo: dispiego le truppe e dispongo le pedine all’inizio, provoco odio e affetto, le faccio confrontare in crescendo fino al climax finale, semino i giusti lutti e qualche rivelazione, spargo un po’ di attualità e temi scottanti, ci ficco dentro qualche riflessione e i giusti momenti urghbleah, ho persino la protagonista femminile, il soprannaturale, il genere e il metagenere, i riferimenti alti e qualche sperimentazione linguistica che però non ostacoli mai tropo il lettore medio, il santo lettore medio e tante altre cosine da manuali mai letti.
Sì, ok, ma perché diavolo era importante scriverla?
Cos’era che ti faceva dire, “cazzo, che mal di schiena, ma ne vale la pena!”?
Io, ad esempio, so benissimo che se la mia risposta alla domanda…
Perché sto scrivendo ciò che scrivo?
è qualcosa del tipo…
Così tappo la bocca per sempre a <inserire il nome di una persona che detesto>
… la mia storia farà schifo.
O forse la mollerò a metà.
La semplice, sacrosanta rivalsa – e non si deve mai sottovalutare la possibilità di vendicarsi di bulli, avversari e deficienti assortiti quando si scrive – non è una spinta sufficiente a scrivere bene, ad usare in maniera intelligente gli strumenti, la struttura, le idee, la documentazione.
Anche la spocchia, da sola, per me non basta.
Il desiderio di essere al centro dell’attenzione e di sentirmi dire che sono in gamba – oh, mi piace, certo che mi piace – ma è difficile che il semplice volermi mettere in mostra mi dia abbastanza spinta da sostenere una buona storia.
Perché sto scrivendo ciò che scrivo?
È un buon test, nel momento in cui ci si specchia nella pagina bianca.
La mia risposta può essere emotiva o ragionata, ma deve essere assolutamente onesta.
E nel momento in cui ho la mia risposta, devo imparare a valutare, sulla base dell’esperienza, se sia la risposta giusta o la risposta sbagliata per me.
I manuali – e credetemi, ne ho letti un sacco – ci martellano spesso con l’idea della motivazione dei personaggi, uno degli strumenti di base.
Ma prima deve venire la motivazione di chi scrive.
L’urgenza di scrivere.
Con questo, non confondiamoci, non sto dicendo che tutte le storie debbano avere al proprio nucleo un profondo e complesso gomitolo di considerazioni filosofiche, verità ultime e rivelazioni illuminanti.
Credete che ci sia davvero tutto quello nelle storie di Conan, nei romanzi di Burroughs, in Sherlock Holmes o in Io, Robot?
Certo che no – spesso è solo solido, onesto, non adulterato intrattenimento.
O la necessità di pagare i conti del droghiere.
E non ho idea di quale fosse la risposta alla domanda dei rispettivi autori.
A volte il semplice “Vediamo se ci riesco!” è sufficiente – altre volte no.
Per me.
Perché in alcuni casi – e parlo ancora per me – la semplice idea di prendere un luogo comune, capovolgerlo e farsi due risate è una spinta meravigliosa per scrivere qualcosa di decente, e ci salva dal rischio di voler martellare col nostro racconto la testa dei lettori con le nostre oposizioni etiche, filosofiche o politiche.
Come talvolta accade.
Poi, ok, ci sono persone là fuori che macinano pagine su pagine e non si sono mai domandate perché lo stiano facendo.
Si tratta probabilmente di persone che hanno una percezione istintiva della propria spinta.
O magari hanno anche loro un sacco di storie lasciate a metà, e non si sono mai poste consciamente la questione di quale possa essere la causa.
Alla fine la Spinta è sempre presente ed eternamente mutevole – che suona stupidamente mistico, vagamente taoista, ma è funzionale.
Si tratta solo di riconoscerla, identificarla.
Porsi una domanda, darsi una risposta.
Il passo successivo è metterci l’anima, ma ne parliamo più avanti.
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Apro le danze?
Apro le danze: ho letto anche io il post di Elvezio, come sempre ha avuto le palle, ma visto che ci ha chiesto di non commentare non lo farò, a parte dire che ha tutta la mia stima( cosa che del resto aveva già prima). Riguardo alla spinta, non credo che dirò cose particolarmente intelligenti.
Credo che dipenda dal fatto di voler condividere, sapere che qualcuno ci legge, magari apprezza quello che scriviamo. Oppure lo detesta ma per un attimo ci ha considerato talmente meritevoli della sua attenzione da dedicarci qualche istante.
Non è solo questo, ovvio, però è una componente fondamentale.
Ora scappo, che mi aspetta una giornata campale oggi.
Sinceramente, a pensarci, non so perché porebbe piacere scrivere (al di là dei risultati miserrimi dei miei sforzi personali). Così come spesso non so perché faccio le altre cose. Se lo facessi (scrivere) per soldi, per campare, potrebbe essere una motivazione ‘valida ma illecita’ come direbbe un giurista, nel senso che il fine giustifica il mezzo ma il mezzo non è esclusivo per quel fine: potrei campare di altro. Scrivo perché il mio nome rimanga ai posteri? sempre senza pensare ai miei lavori (per i quali la risposta sarebbe ovvia e immediata: no), potrebbe esserci qualcuno che lo fa, per narcisismo, per boria, per malattia, chissà. Scrivo -si scrive- per ‘dire qualcosa’? perché piace raccontare? Non so rispondere. A volte quando ci penso, e mi capita abbastanza spesso quando sono davanti alla pagina con la penna in mano o quando mi viene un’idea carina, alla fine mi dico: ma che senso ha ora mettersi a perdere tempo solo per arrivare alla conclusione di riempire qualche foglio di segni più o meno intellegibili e sempre a prescindere dal fatto che qualcuno o centomilioni di persone leggerà? Scrivere è come vivere, o forse è un modo per vivere, ma non prendetelo come enunciazione filosofica o ad effetto: lo si fa spesso perché dobbiamo farlo, forse solo per sentirsi, dopo, con la coscienza a posto. E null’altro.
Temistocle
Articolo davvero interessante. Anche perché sono bloccato da mesi con la scrittura… e chissà che porsi il perché non possa aiutarmi a liberare la situazione.
Un tempo mi veniva naturale.
Ora ci devo pensare.
Sto invecchiando…
Shaggley, dinosauro in muta
Parlo per me, ovviamente. Io mi do solo rispose semplici che la vita è già complicata di suo.
Io scrivo per fornire un servizio. Insomma, lo vedo come un lavoro. Per questo raramente scrivo gratis.
E’ un lavoro più piacevole di altri, che mi fa usare la parte di me che funziona (ancora) meglio, il cervello, e mi fa sentire emancipato rispetto a chi deve spaccarsi la schiena o scendere a compromessi per sopportare i colleghi tutti i giorni.
Scrivere mi dà la possibilità di lavorare comodamente da casa.
Ha portato due o tre avvenenti fanciulle tra le mie lenzuola. Se mi avessero incontrato per strada, non mi avrebbero degnato di uno sguardo.
Mi stressa di meno che qualsiasi altro lavoro di merda potrei trovare oggi, a quasi 43 anni, nell’Italia berluschina e depressa senza un vero mercato del lavoro.
Non scrivo per cambiare la vita alle persone, né per far avanzare il livello spirituale della razza umana. Scrivo perché qualcuno deve pur farlo, e visto che è divertente e comodo e marginalmente redditizio, meglio che lo faccia io che qualcun altro.
Detto questo, mi spiace di non poter leggere il romanzo di Elvezio. Gli direi solo che di solito non siamo i migliori giudici di noi stessi, ma questo rientra in uno dei commenti tipo che lui ha previsto…
Io scrivo per conservare una parvenza di salute mentale. Mi scarica la pressione intracraniale, mi evita ictus, ischemie ed emboli. Sulla qualità di quello che scrivo è meglio stendere un velo di kevlar ma il punto non è quello. A differenza di Elvezio non ho ambizioni alte, alla letteratura non mi ci avvicino neppure. Mi basta la narrativa, anche quella a livello del peggior mestierante.
Ragazzi, grazie dei commenti, ma voi continuate a parlarmi di Sciallis, che come ho detto non è l punto del mio post.
Mi fa piacere, comunque, vedere che ci sono effettivamente un sacco di risposte diverse al quesito di base – che vanno dai quattrini alla salute mentale passando per la sana gratificazione sessuale.
Non mi aspettavo nulla di diverso.
Io non scrivo, non ne ho mai sentito il bisogno. Penso ci sia bisogno anche della mia testimonianza
La voce dell’altra metà della popolazione… o sono ormai solo il 30% degli italiani quelli che non scrivono e non hanno ambizioni letterarie?
Testimonianza apprezzata!
Bisogna puntualizzare. La domanda da cui parti è “Perché sto scrivendo ciò che scrivo?”, e non “Perché scrivo?”. Bisogna distinguere, perché sono due cose molto diverse tra di loro, in quanto la prima presuppone una coniugazione all’oggetto della scrittura, mentre la seconda è connaturata all’esercizio più puro della scrittura stessa, che vista in tal senso resta dunque appesa a un nulla ideale e – per questo – vuoto. Quindi proverò a rispondere alla prima domanda.
“Scrivo ciò che scrivo” perché sono innamorato di una storia. Esserne “innamorato” significa poter lasciare alla seggiola farmi il culo quadrato anche per 10 anni, senza che questo smuova il mio intento o faccia vacillare il mio scopo. Solo una “passione” del tutto simile all’innamoramento *per la storia* (n.b. non per la scrittura) può consentirmi di tenere duro e profondere le mie energie verso una pura ipotesi di esistenza (e nessuna garanzia di riuscita) qual è un romanzo, per tutto il tempo necessario.
La Spinta è una passione irrazionale, dunque una piccola scintilla di follia, che poi – naturalmente – dev’essere gestita dagli strumenti della ragione, della cultura e della tecnica. Ma senza quella non si arriva da nessuna parte, ci si annoia, non ci si mette abbastanza cuore, si rimane approssimativi, ci si accontenta del primo risultato, e – alla fine – spesso si rinuncia, pensando che tutto sommato non ne valeva la pena.
C’è pieno di scrittori (famosi) che hanno scritto e riscritto opere poderose per anni e anni e anni. Perché l’hanno fatto? Non gliene veniva niente in termini economici, né tantomeno di gloria, che non di rado è giunta pure postuma. Qual era la loro Spinta? Semplice: “erano pazzi” per quella Storia.
@Marziano
Io uso con attenzione il termine “folia” così come uso con attenzione il termine “arte”.
Ci sono troppe possibilità di sbandare – usare la follia per la storia di cui parli per giustificare l’immagine (trita e fasulla) dello scrittore come eccentrico, ad esempio.
Però, ok, la tua risposta funziona per te, quindi va benissimo.
Hai ragione nel distinguere le due domande, perché richiedono risposte differenti basate su un sistema differente.
Non l’ho esplicitato semplicemente perché, del semplice perché scrivere, avevo già parlato in passato.
E il perché scrivere, se vogliamo, è una questione che ruota sul nostro rapporto con gli altri.
Perché scrivere ciò che scriviamo è una questione che rigurda strettamente noi stessi.
Ed è curioso, e controintuitivo, perché ci si aspetterebbe il contrario.
@Davide: infatti ho messo i termini quasi sempre tra virgolette, proprio per indicare un certo tipo di attenzione verso il concetto, che non deve però andare fuori dalle righe.
La “passione”, vista come “innamoramento”, ovvero come stato speciale della consapevolezza che instaura e mantiene un legame fuori del comune verso qualcuno o qualcosa, non va confusa con l’”eccentricità”. E’, come dici tu, uno stato puramente personale e autoreferenziale, ma in fin dei conti è quel motore che ti fa fare una cosa (tipo stare seduto a consumare le chiappe anche per 10 anni davanti a un foglio bianco o a uno schermo, a pestare sui tasti) che agli altri sembra pura “follia”, appunto. Gli “innamorati” non fanno forse cose da pazzi? E mettersi a scrivere un romanzo a tutti gli effetti lo è.
Bel post, che tra l’altro mi permette in parte di rispondere a Elvezio, anche se avrei preferito farlo su Malpertuis.
Io in fondo ho capito di essere una persona complessa per tanti aspetti, ma semplice per quel che concerne la scrittura.
Ossia: scrivo perché mi diverto e perché ho la presunzione di poter divertire anche il prossimo.
Secondo me lo sbaglio – se così si può chiamare – di Elvezio è stato quello di partire da aspettative troppo alte e da obiettivi troppo nobili.
Del tipo (lo dice lui, eh, non io): non sfornare il solito romanzetto horror, non unirsi alla schiera anonima di scribacchini italiani, etc etc.
Secondo me, e anche questo lo dice lui, non si divertiva già in principio.
Ora: passiamo già buona parte della nostra vita a svolgere mansioni che consideriamo come minimo noiose. Va da sé che quando ci si butta in qualcosa d’altro bisognerebbe almeno farlo con la presunzione di non annoiarsi.
Evidentemente la dimensione di Elvezio è quella del blog. Che, sappiatelo tutti, io ritengo paritetica se non superiore alla scrittura classica.
Quindi, tornando in topic, la mia spinta è la voglia di divertire. Che non vuol dire prendere tutto come un gioco, perché anche a divertire occorre essere professionali.
PS: mi scuso per aver parlato di Elvezio in sua, ehm, assenza. Comunque vorrei sottolineare che ritengo il suo post molto coraggioso, anche se non lo condivido per larga parte, è di grandissima onestà intellettuale.
Per quanto mi riguarda lettura e scrittura sono saldamente connesse. La mia spinta a scrivere nasce dal semplice desiderio di poter leggere storie che mi soddisfano. Che mi piacciono “davvero”, nel senso che vanno dove voglio io e non dove pretende un (altro) autore. Leggere mi suggerisce altre soluzioni, altri possibili sviluppi, altre possibilità. Tutto il resto – il gradimento dei lettori, innanzitutto – viene soltanto dopo. Mi rendo conto che non è una spiegazione razionale e che presuppone un EGO di dimensioni allarmanti, ma è così. D’altro canto non ho né gli strumenti né la possibilità di studiare il mio sé e, nel caso, provare a spiegargli come non va in LUI. Scrivo. Punto e basta. E’ un semplice divertimento che ogni tanto abbandono per poi riprenderlo. Ignoro se mai diventerò famoso, e sinceramente me ne importa solo per motivi del tutto estranei alla scrittura – il narcisismo o i soldi – in ogni caso sono certo che scriverei anche se fossi l’ultimo uomo al mondo. La vita la si può tentare di comprendere soltanto scrivendone. E se la dovete scrivere perché non immaginare, improvvisare qualcosa? Magari inventare : )
Cattivissimo Elvezio a non darci potere di replica…
Se il padrone di casa me lo permette, commento qui:
il post di Elvezio è un magnifico inizio di romanzo.
L’ho letto dall’inizio alla fine, e mi ha lasciato con l’interrogativo…E POI?
Un classico caso di Complesso di Edopo…
Nemmeno io ho mai sentito il bisogno di scrivere, ma sempre, invece, quello di leggere, e di leggere possibilmente roba buona perché per intrattenermi un paio d’ore, come dice giustamente il saggio, saggissimo Elvis (che da oggi stimo ancor di più!) c’è di altro e magari anche di meglio.
Bai bai e soprattutto bau bau!
Orlixxx
io scrivo, scrivo tantissimo.
mi limito a parlare di quando scrivo in italiano e non quando programmo (ma la stessa casistica vale più o meno anche per la programmazione, la lettura e i giochi).
scrivo:
a volte per lavoro (quando scrivo articoli scientifici o documenti sui nostri software) a volte no.
quando non scrivo per lavoro scrivo di solito per qualcuno: per mia moglie (be’, è un po’ che non scrivo più niente per lei) o per i miei bambini (soprattutto il maggiore, soprattutto per fare giochi di parole e/o costringerlo a leggere) o per me.
quando scrivo per me, scrivo per tre motivi: 1) perché quello che scrivo mi serve, ad esempio, per giocare (quando scrivo per gdr o giochi da tavola); 2) perché in quel momento ho bisogno di sognare che farò arte (ma non sono mai progetti lunghi. magari poesie, cose che non mi dispiace buttare via quando è passato il momento); 3) perche ho voglia di provare a scrivere quello che sto scrivendo.
in quest’ultimo caso rientrano due tipi di progetto: progetti che non è importante che finiscano (tipo: avevo solo voglia di capire come ci si sente e come si lavora scrivendo un romanzo di fantascienza che avesse la linguistica come scienza di riferimento e non la fisica… quando l’ho provato, bòn, la cosa finisce lì. magari nel frattempo ho pensato qualcosa di divertente o visto qualche connessione originale (per me, s’intende) e l’esperienza ha anche questi piacevoli effetti secondari) e progetti che voglio finire (perché non mi interessa solo il processo ma proprio l’esperienza di avere il prodotto. in alcuni casi questo tipo di scrittura converge con quella -lavoro, +per.me, +utile).
e questo commento? devo pensarci, non so perché l’ho scritto.
C’è una questione che mi intriga molto, legata alla tua domanda su qual’è la spinta a scrivere. Ci sono autori che scrivono sempre, un romanzo dopo l’altro per anni, e poi ci sono quelli che hanno scritto un romanzo solo, straordinario. Non dico a loro giudizio ma a giudizio di tutto l’universo-mondo dei lettori. E poi non scrivono più niente, oppure tornano alla loro forma creativa preferita, magari la poesia. Sono questi che mi intrigano, cos’è che io e te vediamo diversamente? Il romanzo che hai scritto a te non piace mentre tutti gli altri lo giudicano bellissimo? Non ti è piaciuto scriverlo? Per qualche motivo quella era l’unica storia che volevi scrivere ed ora non ne hai più? Qualcuno di questi scrittori magari è morto troppo giovane per scrivere qualcos’altro, ma gli altri?
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