strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il salario dei sociopatici

9 commenti


Ne avevamo parlato qualcosa come sei mesi or sono.
Ricordate?
Il discorso di come sia possibile che ci siano aziende che pagano un ragioniere quaranta euro al minuto, e nessuno abbia ancora pensato di trovarne uno che ne prenda solo quindici, di euro al minuto, per fare lo stesso lavoro.

Beh, ho trovato la risposta.
Nella statistica.
Ricapitoliamo – la maggior parte delle transnazionali là fuori paga i propri amministratori delegati, dirigenti e governatori, delle cifre stravaganti.
Talmente stravaganti da non essere confrontabili con gli stipendi ordinari.
Non puoi dire, il capo guadagna cento volte quello che guadagna l’usciere, perché di fatto il capo guadagna svariate migliaiai di volte di più dell’usciere.
Perché?
Perché pagare un ragioniere 21 milioni di euro l’anno, quando ce ne sono a migliaia, con le medesime qualifiche, che farebbero il lavoro per meno della metà?
Cos’è che distingue quell’uno/tre per cento dei ragionieri superpagati dal restante 99-97% dei ragionieri con pari qualifiche.
Ecco – ila risposta è proprio in quella percentuale, in quell’1-3% della popolazione.
Perché è facile trovare un ragioniere.
Più difficile trovare un ragioniere qualificato.
Ma maledettamente difficile trovare un ragioniere qualificato che sia anche un autentico sociopatico.
Uno capace di distruggere le vite di migliaia di individui senza provare alcuna risposta emotiva, alcun rimorso.
Statisticamente, i sociopatici sono l’1-3% della popolazione.

La statistica sulla coincidenza fra percentuale di sociopatici e percentuale di manager superpagati è solo una delle gemme contenute in Threshold, di Thom Hartmann, sorta di sequel del suo The Last Hours of Ancient Sunlight, che come ricorderete aveva destato un certo entusiasmo nel sottoscritto.
Treshold è, se possibile, meglio.
O per lo meno, mi coinvolge di più, perché quell’altro volume era dopotutto una summa di cose che già conoscevo e bazzicavo, occupandosi come si occupava di ambiente, sostenibilità e decrescita.
Treshold si occupa di politica ed economia, ed è molto molto interessante, per me – perché parla di cose che io normalmente frequento di meno.

Come il volume precedente è documentatissimo, scritto non senza un certo umorismo, e in un inglese piano e diretto che ne permette la lettura in tre/quattro serate (60/70 pagine per sera).
In apertura, Hartmann identifica quattro errori che vede come la base di gran parte dei problemi congiunturali:
. la convinzione di noi umani, di essere qualcosa di diverso dalla natura, separati da essa e governati da regole diverse
. la fede in una entità fittizia nota come libero mercato, che è separato da noi, e capace di autoregolarsi
. la convinzione che debbano essere gli uomini a comandare, e le donne siano di loro proprietà, e prive di capacità e diritti
. l’idea che la paura abbia un potere di persuasione superiore alla compassione ed all’applicazione dell’intelligenza

Quando si arriva ai dettagli, ammettiamolo, il volume è un po’ troppo americanocentrico per potersi tradurre direttamente ed applicare al panorama europeo ed italiano in particolare – ma un sacco di concetti generali sono decisamente convincenti, e ci sarebbe la tentazione di acquistare una cassa di questi libricini, e spedirli ai nostri politici, nella speranza che sappiano leggere.

Se Last Hours affrontava un problema ambientale dal punto di vista culturale, Threshold affronta problemi politici e finanziari dallo stesso punto di vista – ed i due volumi si possono considerare un progetto o una proposta coordinata per la risoluzione a livello culturale dell’attuale situazione.
Con esempi tratti dalle reali situazioni politiche ed economiche di realtà disparate quanto il Darfour, la Danimarca, la Nazione Maori e i boscimani, il volume analizza i problemi, e propone in chiusura le soluzioni – sia le pezze rapide ma temporanee, che i progetti a lungo termine.
Ovviamente si tratta del lavoro di un giornalista e attivista politico indipendente.
Non ci sono cartelli, finanze o armate a spingerlo – quindi è probabile che resterà sulla carta.
Ma è una lettura stimolante – e non sarebbe male provare a rubacchiare qualche idea, e metterla in pratica, anche in piccolo.

Un libro eccellente.
Strada facendo, scopriamo il legame statistico fra super-manager e sociopatici, la vera ragione per cui i water in Germania sono fatti in quella maniera, e perché la teoria dei giochi di Nash non è poi questa grande idea dopotutto…

Bello da leggere, stimolante per il cervello.
Sono ormai un fan dichiarato di Thom Hartmann, nonostante con quel cognome sembri un cattivo di un film di James Bond.
Due altri suoi libri – no, tre – sono sulla mia lista della spesa.

About these ads

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, freelance researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous.

9 pensieri su “Il salario dei sociopatici

  1. Mi fai pensare a Nietzsche e al suo vecchio discorso sugli uomini di religione, che si sarebbero inventati l’aldilà per invidia nei confronti dei nobili e dei cavalieri, che a differenza di loro passavano il tempo a divertirsi con i piaceri della carne. Praticamente questi potenti diventerebbero tali solo perché sono troppo livorosi e scollegati dalla vita reale per fare qualsiasi altra cosa… suggestivo (dal punto di vista clinico) e terrificante (per la vita di tutti gli altri…)

  2. Neanche a farlo apposta, a confermare che le redini sono saldamente fra le mani di sociopatici arriva ora la notizia della festa di Hallowheen organizzata l’anno passato da una società newyorkese

    http://www.nytimes.com/2011/10/29/opinion/what-the-costumes-reveal.html?_r=4

    Il paese va a rotoli, e noi facciamo una festa in costume da homeless, con cartelli che sfottono le “scuse abituali” di quelli che hanno perso casa e sicurezza…

  3. @fulvio: Mai sentito parlare della sindrome di Napoleone? E del Baffetto tedesco, cosa mi dici? cosa li spingeva se non l’invidia ed il livore? CHi sta bene con se stesso e con gli altri non cerca il potere, non cerca la ricchezza fine a se stessa, non cerca di rovinare gli altri, non prende in giro chi sta peggio. Si gode la vita e lascia che gli altri facciano lo stesso

  4. @Davide. Eh. Poveracci.

    @Vincenzo. E’ vero. L’idea stessa è di una ovvietà sconcertante.

  5. @Vincenzo
    >CHi sta bene con se stesso e con gli altri non cerca il potere

    il potere lo cerca anche chi deve pararsi le terga.

  6. Eh, Federico – ma se sei consapevole che le tue terga sono in pericolo, allora magari stai bene con te stesso, ma con gli altri qualche problemuccio c’è ;-)

  7. non fa una piega

  8. @ Davide: Mi hai tolto le paole di bocca

  9. Pingback: Le storie della politica | strategie evolutive

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.386 follower