L’idea per questo post la rubo a Gianluca Santini – che sul suo blog ha postato nei giorni passati un po’ di idee sui finali delle storie, facendo una distinzione in buoni e cattivi.
Si tratta di post che vi invito a leggere.
Ci sono delle ottime idee.
Se ci penso, tutti i finali che mi sono piaciuti molto – siano essi buoni o cattivi – sono finali giusti per la storia narrata, coerenti con ambientazione e personaggi e che non prevedono forzature.
Già, sembra semplice, vero?
E d’altra parte, se l’inizio è essenziale per acchiappare il pubblico, dall’altra il finale è dove si chiudono i giochi, e dove convinciamo il lettore a cercare altre cose che abbiamo scritto.
Dopotutto, non leggiamo forse tutti per sapere… come andrà a finire?
Negli scacchi, le aperture ed i finali di partita sono sempre prevedibili e schematizzabili con facilità – è il centro partita quello che si può solo delineare alla larga, è lì che si gioca la vera partita.
Ma la narrativa, naturalmente, non è una partita a scacchi.
Nella narrativa, i finali sono terribilmente complicati.
Il finale ideale, infatti, non solo deve – come giustamente osserva Gianluca – fondersi senza forzature col flusso naturale della narrativa, ma deve anche risolvere i conflitti sorti nel corso della narrativa (denouement, lo chiamano i francesi), e fornire se non una razionalizzazione o spiegazione di ciò che è accaduto, per lo meno a grandi linee (epilogo) e magari gettare una luce diversa su certi elementi.
Che ancora una volta pare facile, vero?
William Godwin, mi dice Mullan nel suo How Novels Work, scrisse il proprio Caleb Williams – la storia di un orfano virtuoso ma un po’ ficcanaso perseguitato dal suo ex datore di lavoro, colpevole di omicidio – partendo dal fondo: il romanzo è in tre volumi e lui scrisse il terzo per primo, poi il secondo, ed infine il primo.
Eppure il finale pubblicato non è quello originale.
Nell’originale Caleb finisce pazzo in prigione (quello che Gianluca, immagino, definirebbe un finale cattivo), mentre l’editore preferì un finale nel quale Caleb trionfa e si riappacifica col suo persecutore (un finale buonista, diremmo oggi).
La cosa mi pare interessante perché se davvero il terzo volume col suo finale “cattivo” venne scritto per primo, allora i due terzi restanti della storia vennero scritti alla luce di quel finale.
Cambiando il quale, si verifica un certo straniamento.
Quelli in gamba, naturalmente, la fanno facile – inizia all’inizio, dicono, vai avanti fino alla fine, ed arrivato alla fine, fermati.
Che suona fantastico, ma a parte significare che poi è l’autore ad avere il controllo, mi lascia un po’ dov’ero in partenza.
Quindi sfrego la mia personale lampada e ne faccio uscire ancora una volta il solito Samuel Delany, che getta un minimo di luce sull’intera faccenda dicendo, più o meno, che la differenza fra romanzo e racconto sta nel fatto che il romanzo narra l’intera esistenza del protagonista, con tutti i suoi incidenti, mentre il racconto si concentra su un singolo incidente significativo, e ci mostra il protagonista nel momento-chiave della sua esistenza, dal quale il protagonista esce trasformato.
È più chiaro?
Forse.
Ma allora, come si chiude, una storia.
Vediamo, Lester Dent, nella sua famosa formula per una storia d’azione di 60000 parole, chiude così (traduco e sintetizzo)…
Il quarto blocco di 15000 parole
1 – ancora badilate di problemi per l’eroe
2 – l’eroe rimane quasi sepolto dai suoi problemi (figurativamente, il cattivo lo ha catturato e lo ha incastrato con una accusa di omicidio,; la ragazza è probabilmente morta, tutto è perduto…)
3 – l’eroe si districa dai problemi usando le proprie capacità fisiche o mentali
4 – durante il conflitto finale i misteri vengono risolti mentre l’eroe prende il controllo della situazione
5 – twist finale, la grande sorpresa
6 – battuta finale
Bello liscio.
Non li adorate anche voi i pulp?
Smontando in questo modo il finale, tra l’altro, notiamo che gran parte del carattere buono/cattivo del finale così come descritto da Gianluca si gioca quasi esclusivamente sul punto 5.
I finali cattivi, negativi, cupi… quelli che gli anglosassoni chiamano downer endings, sono quelli nei quali il twist finale deruba l’eroe del suo trionfo.
La battuta finale è uno sberleffo alle aspettative del lettore.
Tirano molto con l’horror, perché è bello – per alcuni – far vedere che il Male non si può sconfiggere bla bla bla…
Non è una cosa nuova, o limitata all’horror, però.
E non penso tanto a William Godwin quanto a Charlton Heston…
Ma c’è anche un altro problema, del quale accennavo nei commenti su redrum e che è ciò di cui mi interessa davvero discutere.
Il fatto che i finali sono, in untima analisi, arbitrari.
… e vissero per sempre felici e contenti.
… sta bene nelle favole, ma poi… siamo sicuri?
Leggetevi The Princess Bride…
Penso a due finali che mi lasciarono molto… bah, turbato pare una parola grossa, ma potrebbe anche starci… che mi lasciarono un po’ così quando ci andai a sbattere sopra ai tempi del liceo.
Il primo è il finale della serie di cinque romanzi di Jack vance dedicata a Kith Gersen, e solitamente nota come I Principi Demoni.
Due parole – in cinque romanzi (che se non avete letto, beh, dovreste leggere) Kith Gersen rintraccia, mette all’angolo ed elimina uno dei cinque criminali che hanno annientato la sua famiglia e la sua comunità.
Queste le ultime due righe dell’ultimo volume (traduco al volo)
“Sei così silenzioso e quieto! Mi preoccupi. Stai bene?”
“Molto bene. Svuotato, forse. Sono stato abbandonato dai miei nemici. Treesong è morto. La faccenda è conclusa. Ho finito.”
Se ricordo bene l’edizione italiana, le ultime parole sono “Sono un uomo finito.”
Ed è spiazzante, perché questa è la chiusura di una serie di cinque romanzi (quasi mille pagine nell’edizione SFBC) brillanti, colorati e barocchi come solo Jack Vance sa scriverli, ed è chiaramente un downer ending…
L’altro esempio che mi viene in mente è la chiusura di Unnatural Death, romanzo del 1927 di Dorothy L. Sayers.
Nel romanzo, l’investigatore dilettante Lord Peter Whimsey origlia una conversazione al ristorante, decide di indagare su una morte poco chiara e, duecento pagine e un paio di cadaveri dopo, giunge alla soluzione del caso.
Ma la Sayers è meglio di così – e aggiunge dopo lo scioglimento del caso (il francesissimo denouement) un capitolo in cui, all’avvicinarsi dell’esecuzione del colpevole, Whimsey piomba nella più nera deprerssione, ben rendendosi conto che il suo passatempo (indagare sugli omicidi), non solo ha causato almeno una morte non necesaria, ma sostanzialmente è un modo di passare il tempo che manda persone qualunque sulla forca.
È un finale forte, che stacca radicalmente dal tono piuttosto leggero del romanzo, e che aggiunge una profondità al personaggio che sarà recuperata in romanzi successivi.
Tutto questo per dire che – a meno che tutti i personaggi non siano morti alla fine della storia (Hamlet, anyone?) – le vite dei personaggi proseguono anche dopo l’evento saliente che menzionava Delany.
E scegliere di tagliare qui piuttosto che dopo può dare un significato diverso alla nostra storia.
E quindi, dove si taglia?
Non guardate me.
Io ho sempre seriamente dei problemi, quando si arriva alla fine.
Perché il denouement è importantissimo, perché è ciò a cui esplicitamente mira il lettore – lo abbiamo coinvolto in questa matassa, ora dobbiamo cercare di sbrogliargliela.
Lui lo vuole.
Ma dopo il denouement c’è tutto il resto della storia, quella che darà significato agli avvenimenti narrati – perché se il personaggio non esce trasformato dalle proprie esperienze, allora che senso ha narrare le sue avventure.
Narrata la stessa storia, autori diversi potrebbero scegliere di chiudere in punti diversi, mandando così messaggi radicalmente diversi al lettore – leggetevi Possessione, della Byatt, con e senza la Postilla.
E qui vi invito, prima di dire che su questo blog si scrivon solo baggianate, e che voi volete storie di guerrieri nerboruti che spaccano crani, a pensare ai personaggi seriali – e vedrete che quelli scritti bene crescono da una storia all’altra.
Gli altri, sono solo sagome in storie a formula.
Quindi, quando si chiude?
Quando abbiamo dato un senso alla storia, una dignità all’eroe (o mancanza della medesima – considerate i finali dei romanzi della serie Flashman), ed una risposta a buona parte delle domande.
Non a tutte.
Anche il lettore deve lavorare.








Un finale che risponda a tutte le domande sarebbe anche peggiore di un finale che strida con il resto della storia: deruberebbe il lettore del piacere di continuare la storia nella sua testa: Nelle storie che sono piaciute a me questo non si è mai verificato. Visto che sono in argomento colgo l’occasione per complimentarmi con i partecipanti al round robin.
Mmmmh, ho letto i due interventi citati – oggi in libreria non c’è un cane, pessima giornata – e mi trovo un po’ sbalestrato. Non ho mai pensato di suddividere i finali tra «cattivi» e «buoni». In parte è un problema di generi. Non scrivo horror – al massimo gotico – e anche se penso che un finale «cattivo» sia consustanziale al genere non mi prefiggo nulla quando inizio a scrivere. Idem per i finali buoni, L’ambiguità nasce probabilmente dalla struttura stessa della narrazione, particolarmente di quella che prende più o meno origine dalla narrazione tradizione. PRIMA della vicenda c’è un grado 0 (A: lo stato di cose comune e di interesse narrativo pari a zero) al quale segue una frattura (B: stato delle cose inatteso, int. narrativo >0) cui segue un C( temporaneo o meno riequilibrio, di nuovo int. narrativo = 0). Ma la narrazione popolare non è sempre il nostro principale riferimento, credo. E se spiegare nell’ultimo quarto del vostro testo tutti gli interrogativi man mano sollevati può essere consigliabile, ritornare al un riequilibrio della situazione dove A=C è quantomeno limitante. Il grado di coscienza dei personaggi sarà necessariamente mutato – in fondo è ciò che accade nella realtà – e l’ambiente, la situazione, le interazioni saranno mutate. Accennare a questi cambiamenti, creare un punto C intrinsecamente DIVERSO dal punto A credo sia lo uno degli scopi del narrare.
Da bambina, ogni volta che mi comminavano un “e vissero per sempre felici e contenti”, entravo in hyper-question-mode. Ma come? Per sempre quanto? E dopo il principe diventa re? E come se la cava Cenerentola a fare la regina, col suo curriculum da colf?
Ok, no: la domanda non era in questi termini, ma il dubbio restava. Sarà per questo che assassino spesso i miei personaggi? Perché la morte è l’unico finale certo? (Almeno in un mondo senza resurrezioni, per favore…)
Una volta ho scritto un atto unico in materia – questo post mi fa venire voglia di rispolverarlo.
Esattamente – “non son fatti per gli uomini/né sempre né giammai” (Leiber, trad. Valla)
Anche se non mi preoccuperei per Cenerentola… se un ex pianista da piano bar… ma non parliamo di politica.
Diciamo che mi preoccuperei di più per i sudditi, di Cenerentola
(questa però me la segno – una storia del regno di Cenerentola, sovrana populista e becera, vista dal punto di vista dei suoi tartassatissimi sudditi… )
Io però di accoppare tutti nel finale di solito non me la sento, quindi baro, facendoli partire (“alla fine di una storia come questa, c’è sempre qualcuno che parte”, ancora Leiber, in Nostra Signora delle Tenebre).
Li sposto fisicamente per poterli troncare narrativamente (e così, è ovvio, mi lascio aperte delle opzioni per sequel e quant’altro).
Interessante quella dell’atto unico – anche se non mi è chiaro se parlasse di finali, o di morte, o di entrambi…
Molto bello anche il tuo articolo, Davide.
In effetti hai toccato un punto molto importante, il fatto che per i personaggi – a meno che non muoiano – la vita prosegue anche dopo il “the end” del romanzo/film, quindi sarebbe per lo meno corretto lasciare qualcosa di sospeso per far muovere attivamente il lettore/spettatore e la sua immaginazione.
Da questo punto di vista mi hai incuriosito ancora di più riguardo la Sayers, cercherò sicuramente di leggere almeno un suo libro!
Ciao,
Gianluca
Segnalo che secondo la nuova serie televisiva Once Upon a Time, cui gli amanti del fantastico dovrebbe forse dare un’occhiata, tutti i personaggi del regno delle favole sono stati maledetti e esiliati nel nostro mondo. Finale buono o cattivo?
Pingback: Il gatto mi ha mangiato i libri
Pingback: L’eterna lotta tra tecnica e arte, aka avevano ragione gli yankee « Il gatto mi ha mangiato i libri
Mamma mia Davide che post!Sei andato a pizzicare uno dei miei punti dolenti.
Come Massimo quando inizio non ho un finale in mente. Questo se la storia è articolata e lunga. Se sto seguendo le vicende di personaggi particolari.
A volte invece mi viene in mente prima il twist di tutto il resto e allora magari costruisco un racconto breve che valorizzi quel twist.
In ogni caso anche a me piace lasciare i personaggi in viaggio, non tanto per i sequel ma perchè la vita continua e mi piace suggerire una vaghissima direzione in cui mandarli.
Per il resto sono d’accordo con te, anche il lettore deve lavorare.
Uccidere i personaggi invece proprio non è il mio forte. Non mi riesce.
Comunque quando analizzo i miei finali in modo critico sono sempre un po’ scontenta. Mi sembra sempre che non siano abbastanza efficaci, forse perchè non sono “forti” ma molto razionali.
Non so. Te lo avevo detto che è il mio punto dolente.
Cily