strategie evolutive

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La mia frustrazione in paperback

9 commenti


La mia frustrazione ha preso forma, ieri, concretizzandosi in un bel volume coloratissimo intitolato The Transition Companion.

Il volume raccoglie in forma manualistica tutte le esperienze maturate in cinque anni dai partecipanti al progetto Transition Town, che aveva portato alla pubblicazione, nel 2008, del Transition Handbook.

L’idea di base è che sia necessario ridisegnare il nostro stile di vita, in modo da essere pronti, quando la crisi verrà, ad affrontarla in maniera costruttiva, ed uscirne con successo.
Che ammettetelo, non era male, come idea, nel 2007, eh?
Fessi, gli dicevano, ma che crisi e crisi…

Chissà com’è che nessuno dalle nostre parti pare essersene accorto, tranne la popolazione della città di Monteveglio.

Più nel dettaglio, il progetto è quello di coinvolgere la popolazione locale, e ridisegnare consumi e produzione (ma anche rapporti sociali e convenzioni) al fine di
. favorire l’occupazione
. sganciarsi dagli idrocarburi come fonte energetica
. produrre localmente e in maniera sostenibile
. ridurre l’impatto ed accrescere il livello di felicità individuale

Il progetto generale delle Transition Town parte dal presupposto che attendere l’azione del governo o delle amministrazioni locali significa ottenere troppo poco e troppo tardi.
È necessario coinvolgere la popolazione.
Lavorare a scala del piccolo e medio centro urbano.
A livello di quartiere nelle grandi città.
Proporre dal basso.

Ho letto il manuale base nel 2009, appena trasferito in campagna.
L’effetto Wow! è notevole.
Ne ho parlato in giro, cercando complici.
Ho delineato progetti e cercato di coinvolgere i miei vicini, la popolazione del mio paesello.
Ed è stato il nulla.

Ed oggi questo nuovo manuale, basato non sulle ipotesi ma sui risultati di esperimenti svolti in ogni angolo del mondo (anche in Italia, per quanto in una sola località), se da una parte mi mette una gran voglia di continuare a darmi da fare nel mio piccolo, dall’altra concretizza tutte le mie frustrazioni.
Perché è quasi impossibile farcela.
Il manuale originale esiste anche in italiano, ma nessuno l’ha mai visto.
La popolazione qui lavora sul principio del “lassie fé da lùr” – lascia che facciano loro, dove “loro” sono sindaci, amministratori, potenti assortiti, gli altri.
Coinvolgimento? E perché mai?
Le amministrazioni, dal canto loro, non hanno una lira – ma hanno debiti colossali – e si fanno prendere dal panico ad ogni proposta che non sia una grigliata estiva.
Qualunque cosa possa configurarsi come un rischio – e quindi qualsiasi opportunità – viene guardata con sospetto, crivellata di critiche (spesso piuttosto sterili) e lasciata cadere nel nulla.
Meglio non fare nulla che fare qualcosa che possa incidere sui voti alle prossime elezioni.
Al limite ti senti dire che, sì, ok, è una bella idea, ma se la proponesse un VIP o una personalità televisiva tirerebbe di più.

Perché di solito chi parte dal presupposto “io in fondo chi sono, cosa valgo? Nulla”, parte dal presupposto che anche tutti gli altri siano dei signori nessuno che non valgono nulla.

È molto difficile mettere in piedi iniziative collettive da soli.

Insieme con la nuova edizione di Worldchanging, il manuale di tutto ciò che c’è di nuovo ed eccitante per rendere la nostra vita un po’ meno dannosa per il pianeta, i ibri del progetto Transition siedono sul mio scaffale come un segno ineluttabile del mio fallimento a combinare qualcosa di costruttivo in questi posti.

Sono questi i momenti in cui si fa forte, molto forte, la sensazione di essere intrappolato in un 1952 molto triste e passivo, senza nessuno dei lati positivi degli anni ’50.
Però mi leggo il Companion, e mi vengono una valanga di ottime idee.
Che nessuno avrà i cojones di portare avanti con me.

Eppure siedo nel bel mezzo di una zona depressa, che aveva avuto una scintilla di ripresa nel decennio passato, e che ora vede deragliare ogni piano a vasta scala, mentre pochi elementi intraprendenti ed imprenditoriali prendono il sopravvento.
Siamo una terra di risorse ecologiche e artistiche ricchissime, e l’espressione base dell’architettura locale è il capannone prefabbricato in calcestruzzo, spesso nella variante “completata a un terzo” (in attesa che qualcuno l’acquisti e si sobbarchi le spese di completamento).
Un minimo di organizzazione da parte dei cittadini, un semplice cambio di marcia nelle attività – o non-attività – locali, e si potrebbe creare un sistema fiorente, con una elevata qualità della vita, una economia solida, capace di reggere a qualsiasi sorpresa del mercato, a qualsiasi colpo di coda politico nazionale o internazionale.
Lavoro, movimento, idee.
Ma qui tutti preferiscono starsene davanti al bar (neanche dentro, perché toccherebbe consumare), a parlare del tempo (se fa caldo fa caldo, se fa freddo fa freddo, se piove era meglio quando non pioveva, se non piove c’è il rischio della siccità), lasciando che le pensioni elargite da passate che avevano fatto del voto di scambio una pratica abituale.

Ma forse è solo oggi che sono più pessimista del solito.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “La mia frustrazione in paperback

  1. E dire che pensavo che l’Astigiano fosse ancora un posto vitale…

  2. Capisco la frustrazione. Specialmente quando penso che l’unica cosa che interessa davvero gli imprenditori sono i modi per fregare il fisco e che le amministrazioni locali sono del tutto incapaci di imparare dalle esperienze altrui, reinventando la ruota ogni volta per raggiungere obbiettivi semplici. Spesso sembra che l’unico modo di fare le cose sia partire dall’alto, il che farebbe della popolazione italiana un branco di pecore con pochi paragoni al mondo. Tutti chini a rimirare gli scarni frutti del proprio orticello, ossessionati dall’idea che qualcuno o qualcosa travalichi il muretto di cinta per fare cose innominabili delle nostre risorse. Tutti curvi, ripiegati su un passato che viene mitizzato per non piangersi addosso a constatare il presente. Il che spiega quanto sia difficile immaginare un futuro o anche fare il semplice gesto di drizzare la schiena per guardarsi attorno da esseri umani.
    Depressione a parte, l’immobilismo non ci è più concesso. Il cambiamento arriva anche se si fa resistenza, sotto moltissime forme diverse. Il più è evitare che arrivi sotto forma di un robusto calcio sul posteriore, so to speak. La situazione che descrivi è un modello economico non più in grado di reggere, fatto ampiamente dimostrato, il che apre le porte per un cambiamento forzoso. Urge cercare complici e fare piani per il futuro immediato. Ed essere pronti a fare un passo avanti e a metterci la faccia, come sempre.

  3. Sfogo accettato, Generale. Ora torniamo al lavoro. O pretendeva davvero di insegnare la nouvelle cuisine ai rancor senza neppure passare per il fast food?

  4. Sei messo bene. Qua a Milano la classe rampante non sono gli imprenditori, ma i mafiosi immigrati di prima generazione (macchina targata Palermo o Reggio, diciamo).

  5. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  6. Post che mi fa venire alla mente quanto il nostro paese sia refrattario a idee nuove e alternative, per tutta quella serie di motivi a cui accenni tu.
    In fondo il concetto di “tradizioni” si sposa quasi sempre con quello di gerontocrazia. Il ragionamento di base è: Le cose qui sono sempre andate così. Perché cambiare?
    Magari perché si potrebbe fare meglio, obietta la persona di buon senso.
    Ma ovviamente sono osservazioni che scivolano via senza generare riflessioni di alcun tipo.
    Sembra di essere nell’Alabama degli anni ’50.

  7. Concordo con la tua idea, il cambiamento deve partire dal basso. Certo si potrebbe e dovrebbe fare di più nelle scuole e asili, perchè d’accordo parlare di gerontocrazia, ma prima o poi le generazioni cambiano, e non so se questo treno lo si stia prendendo in tempo.

    @Jonnie, mai sentito parlare di connivenza?

  8. Pingback: Un paese refrattario alla modernità | Plutonia Experiment

  9. Bel post. Complimenti. Nel mio piccolo paesello organizzo (o ci provo) proiezioni di film in inglese, manga, concerti , corsi di informatica, per il puro piacere di condividere la “bellezza”. Perchè non sopporto chi si lascia MORIRE davanti al Bar di turno o guardando a BOCCA APERTA la partita di calcio in Tv. Talvolta è una battaglia persa in partenza…quando parlo con l’amministrazione locale, rimango talvolta smarrito dalla regola del rispondere sempre SI e nel non fare assolutamente niente in concreto, uff…vabbò comunque ci si prova, son cocciuto e ogni tanto qualche soddisfazione c’è!

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