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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Due frontiere – quella in basso

12 commenti


In realtà delle profondità oceaniche ho già parlato.
In più occasioni.

E se per lo spazio ho le colonie di O’Neill a rodermi, per le profondità oceaniche ho gli acquanauti di Cousteau.
Il suo lavoro sul progetto CONSHELF, i suoi acquanauti…

E d’altra parte, visti id isastri che siamo riusciti a combinare nei mari del mondo avendo accesso diretto solo al primo centinaio di metri, limitando il grosso della nostra attività alla superficie…

Colonizzare le piattaforme continentali avrebbe contribuito a compromettere ancora di più gli oceani, o ci avrebbe costretti ad una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni.ù
Perché in fondo, l’acquanauta che si vede cascare in testa il pattume scaricato dalle navi da crociera, potrebbe essere più sensibile del cittadino medio ai rischi dell’inquinamento oceanico.

Ma anche qui, è mancata la volontà, sono mancati i quattrini.
E se Cousteau ha dimostrato che i costi dell’esplorazione oceanica sono infinitamente più bassi di quelli dell’esplorazione spaziale, le città sottomarine sono un sogno come lo sono le colonie orbitali.

E così il paesaggio più alieno che possiamo immaginare rimane fuori dalla portata della maggioranza.
Inviamo sonde, operiamo in remoto.
Pochi hanno accesso alle immagini, ai filmati.
I documentari sugli oceani e la loro esplorazione sono considerati inutili e privi di interesse quanto quelli sull’esplorazione spaziale.
Le nostre trasmissioni di divulgazione sono zeppe di ruderi romani e savane assolate.

E considerando che i picchi dell’esplorazione spaziale ed oceanografica sonos tati contemporanei, c’è da domandarsi cosa sia preso alla nostra specie con il 1980.
Bastano Reagan e la Thatcher per spiegare questa spossante perdita di ogni spirito avventuroso?

Come per la ricerca spaziale, anche per l’esplorazione oceanica esistono associazioni di sognatori.
Appartengo ad un paio di queste – la OceanFutures del figlio di Cousteau, ad esempio.
Si organizzano seminari e corsi, si fa pressione per tematiche ambientali.
I più ci considerano idioti.
Ma l’occasionale NoTAV che viene a dirmi che essendo un sostenitore della pesca responsabile dovrei andare a tirare sassi alla polizia in Val di Susa salta fuori.

Libri per sognare l’oceano?
A carrettate.
Ne segnalo solo un paio che io considero fondamentali.

Cominciando con due libri di Rachel Carson, popolarissima per il suo fondamentale Primavera Silenziosa.
The Sea Around Us è datato, ma rappresenta il primo libro di divulgazione a segnalare con forza il legame fra vita sulla terra e oceani.
Anche se il mio preferito, fra i libri della Carson, è The Edge of the Sea, una analisi approfondita e molto “user friendly” degi ambienti costieri; impossibile fare una passeggiata sulla spiaggia con gli stessi occhi dopo averlo letto.

Di Cousteau la National Geographic ha pubblicato The Silent World (che si dovrebbe trovare anche in italiano a prezzo abbordabilissimo per i tipi della White Star). Anche se naturalmente di Cousteau bisognerebbe reperire i documentari degli anni ’50 e ’60, un tempo spina dorsale delle programmazioni parrocchiali, prima che la scienza divenisse invisa alle istituzioni cattoliche.

Mapping the Deep, di Robert Kunzig, è una buona introduzione all’incontro fra scienza e oceani. Esiste anche in italiano, ma non ne ricordo il titolo.
In alternativa, Il Mondo d’Acqua, di Schatzig, pubblicato da TEA, è il libro più logico da avere in borsa andando in spiaggia.

E poi naturalmente qualsiasi cosa di Sylvia Earle, cominciando magari con The World is Blue, del quale parlai estesamente qui.

Ed ora è meglio che stacchi, prima che mi torni la voglia di prendere una seconda laurea in Oceanografia.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “Due frontiere – quella in basso

  1. Io coi documentari di Cousteau ci sono cresciuta. Mi viene una nostalgia incredibile a pensare che un tempo li trasmettevano in continuazione e adesso, per vedere un bel documentario sull’ oceano bisogna aspettare la settimana degli squali.
    Se si ha sky, perché la tv col cavolo che si occupa di documentari. Sugli abissi poi. Che noia.
    The World is Blue è una cosa stupenda. Ora mi vado anche a leggere il tuo post dedicato

  2. Anche in questo caso si potrebbe pensare a un passaggio di testimone, non del tutto positivo. I russi nella zona artica e i cinesi nel Pacifico hanno concluso missioni esplorative piuttosto avanzate, in ottica di passare a progetti di sfruttamento minerario e di accampare diritti nelle “zone grigie” dei trattati internazionali. Brutto dirlo ma anche in questo caso un rilancio potrebbe dipendere dalla concorrenza economica e dal persistere di un modello economico mangia-risorse caro ad entrambe le economie.

  3. C’è stato un periodo in cui anche il cinema ha spinto in quella direzione. Secondo me questo è sempre un segnale forte, perché denota interesse per un argomento. Poi, anche da quel settore, silenzio assoluto. A questo punto facile non prevedere nulla di buono.

  4. L’astronautica è complicata, specie se non avete i requisiti psicofisici per lasciare l’atmosfera. Il mare invece è raggiungibile. Per tutti. L’anno scorso ho preso un brevetto da sub, il primo livello UISP/CMAS (Dive like your shadow, do not leave any trace and be a sensible part of the underwater world, not an alien.) È da allora che sono ospite di Nettuno. Fatevi un regalo: oltre a leggere di frontiere sottomarine, visitatele di persona.

    Non è come fare snorkeling, o apnea. Scendere con un autorespiratore significa _vivere_ nel mare. È prima di tutto un’esperienza sensoriale che vi cambierà il punto di vista.

    Quando avrete testimoniato la bellezza aliena di un branco di calamari in caccia incontrati fortunosamente di notte, la netta percezione d’intelligenza dietro gli occhi di un polpo di passaggio, la fierezza di un astice che vi ricorda che quel territorio è il suo, germoglierà in voi una forma ineludibile di meraviglia e di rispetto per il sesto continente.

    Pandora è là sotto e ci aspetta. Ed è sorprendente quanto sia curiosa di noi.

  5. @Gabriele che invidia, il brevetto è da sempre uno dei propositi ragiungibilissimi che procrastino ogni anno.

    E a proposito di Pandora, vediamo un po’ cosa combina Cameron col suo deepsea challenge, magari un po’ di clamore mediatico può far bene alla desolazione dei palinsesti televisivi.

  6. @Kust0r non rimandare oltre e affidati a istruttori capaci, da subito. Le immersioni vanno fatte con la testa e con l’addestramento giusto o rischi di farti male. La lezione finale sulle patologie da decompressione ce l’ha fatta un medico. Quello che serve per convincersi che non è il caso di ignorare le procedure di sicurezza.

    Studiare biologia marina è un complemento ideale all’attività subacquea. Là sotto ci sono animali che non sembrano tali e se non sai come e dove guardare ti perdi la metà del divertimento.

    Ai bibliofili segnalo anche il meraviglioso “Seven Miles Down” di Jacques Piccard e Robert S. Dietz (1961), purtroppo fuori catalogo. Si trova nei soliti canali dell’usato su Internet. Io ho l’edizione Longmans del 1962. È la storia del batiscafo Trieste che, finché Cameron non ripeterà l’impresa, è l’unico veicolo pilotato dall’uomo ad aver raggiunto il punto più profondo degli oceani.

    Dietz fu un oceanografo della US Navy e fu a bordo del Trieste con Piccard durante le discese di collaudo del batiscafo a largo del golfo di Napoli. C’è un suo articolo molto bello dove descrive l’esperienza: “1100-Meter Dive in the Bathyscaph Trieste” (Limnology and Oceanography, vol. 4.1). Lo trovate su Internet.

    Grazie a Davide per l’ospitalità.

  7. Grazie a te per i commenti e gli extra.
    Io continuo ad accarezzare l’idea della laurea in oceanografia – avendone messe assieme le competenze in vent’anni di letture e corsi di aggiornamento e specializzazione, e mancandomi solo il pezzo di carta.
    Ah, ad avere tempo e denaro!

    Sulle immersioni, mi piacerebbe da pazzi ma…
    Sono vecchio, stanco, sfiatato e dolorante, e reduce dalla classica scuola di nuoto anni ’70 “io ti butto dentro di forza e tu per non affogare dovrai imparare a nuotare, piccolo bastardo!”
    Per anni, dopo, sono vissuto nell’assoluto terrore di staccare i piedi dal fondo.
    Credo dovrò fare un post per ringraziare quei disgraziati, oltretutto convinti di farlo per il mio bene, che mi hanno garantito un bel trauma infantile.

  8. Non c’è di che. Riguardo la laurea in oceanografia, non credo molto a un’avvenire da studioso nel sistema Italia. Per le immersioni, però, vorrei incoraggiarti a valutare seriamente questa strada.

    Il sottoscritto ha preso il brevetto over 40 e non è esattamente quello che i più definirebbero uno sportivo. L’unico motivo ostativo sono problemi alle cavità aeree o patologie del sistema cardiocircolatorio. È per questo che è raccomandata una bella visita medica sportiva prima d’iniziare e, se puoi, assicurati di non soffrire di PFO.

    Riguardo i danni alla tua acquaticità, penso che un buon istruttore possa aiutarti a disfare quanto fatto da incompetenti. Ho visto gente galleggiare a malapena tramutata in bravi sub. Nessuno ti chiederà d’inguainarti nel neoprene, caricarti di svariati chili di attrezzatura e galleggiare come un pesce se prima non sei a tuo agio in acqua. Si arriva alla tecnica per gradi, partendo dalle cose semplici. La subacquea presuppone testa lucida e serenità nello stare immersi che vanno raggiunte con l’addestramento. Come in un’arte marziale.

    A proposito di timori: prima di fare il corso da sub sfuggivo le acque profonde. Se vedevo il fondo lontano sotto di me, provavo una vertigine simile a quella provocata dell’altezza. Dopo il corso è sparito tutto. Ora, quando scorgo il fondo, sono solo impaziente di planare per raggiungerlo.

    Parla con altri sub. Trova un buon istruttore. Il risultato vale più dello sforzo.

  9. Annotato.
    Grazie dell’incoraggiamento.

    Quanto all’avvenire da studioso nel sistema italia – pensi che una laurea in geologia, un master in micropaleontologia applicata e un dottorato in geologia applicata siano meglio?
    Ah…!

  10. Ti seguo abbastanza a lungo da avere familiarità con le tue vicissitudini.

    Ho un’amica biologa marina a contratto che sta perdendo il posto. Di mio aggiungo che la mia carriera accademica è stata strampalata e che i miei insegnanti a Pisa (informatica) mi hanno onestamente sconsigliato questa strada.

    Direi anche che non tutti gli atenei sono uguali, per fortuna, e posso affermare per esperienza diretta che Pisa si distacca in positivo (e di tanto) da altri loculi (non è un refuso ;)). Anche Urbino (che conosci), di cui ho familiarità per la parte informatica, si distacca per meriti dalla media.

    Però non vedo sbocchi facili per chi voglia dedicarsi allo studio retribuito. L’unica alternativa che mi sovviene è la strada della formazione a distanza, in qualità di docente a contratto, cosa che permette di raggiungere più persone di un’attività condotta in presenza.

    Nel mio campo di studio e lavoro (scienza dei calcolatori) forse è più facile perché resta disponibile la strada dell’impresa privata e gli investimenti necessari per partire sono bassi. Se invento un nuovo manufatto software posso provare a venderlo e averne un ritorno che sostenga la mia attività. Un articolo scientifico o un manufatto software sono entrambi frutto di lavoro intellettuale ma, nel secondo caso, ritengo sia più facile tirarne fuori del denaro.

    Sempre parlando di mare, vedo più interessante l’attività dei sub professionisti. Parliamo però di una carriera impegnativa, sia dal punto di vista fisico, dell’investimento temporale e di quello economico (attrezzature). Conosco persone che hanno fatto di questa passione un’attività anche commerciale: gestione di diving center e guida sub.

    Your mileage may vary.

  11. Pingback: Due al prezzo di uno | Space of entropy

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