strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Perché non ci riusciamo

8 commenti


Questa è una specie di top five che avrei preferito non fare.
E tuttavia si tratta di riflessioni che ho in macchina da parecchio, stimolate da alcune disavventure recenti.
Ho anche messo giù qualche appunto, in preparazione di un incontro che dovevo avere ieri pomeriggio (domani pomeriggio al momento di scrivere questa pagina).
Perché allora non condividerle, per vedere cosa ne viene fuori?

Il fatto è che, come in tutti i grandi momenti di crisi, stare fermi con gli occhi chiusi sperando che passi non è la soluzione.
Lo stato di crisi è anche foriero di opportunità, di possibilità reali.
La regola di base, nel momento in cui la catastrofe ci investe è – rimboccarsi le maniche, e non smettere di pensare.

Ma allora perché non lo facciamo?
Perché stiamo affrontando supinamente ciò che ci sta investendo -a livello personale e collettivo?
Perché, per dire, la crisi dei posti di lavoro significa il crollo delle ricerche di lavoro?

Qui di seguito ci sono alcune idee.
Una specie di modello del fallimento cronico ed irreversibile.

E già che ci sono, vorrei fare osservare che si tratta di un modello scalabile – non importa che si lavori a livello personale, familiare, di condominio, di isolato, di quartiere, di centro abitato o di regione… i fattori in gioco sono sempre gli stessi.

Paura
Il grande equalizzatore.
Il primo motivo per cui restiamo passivi invece di provare a buttarci inq ualcosa di nuovo è la paura, in particolare paura del fallimento.
Ci viene inculcata a scuola – se sbagliamo, veniamo esposti al pubblico ludibrio.
Abbiamo paura di sbagliare.
All’università ho incontrato docenti particolarmente aggressivi, in questo senso – che insultavano i candidati che fallivano gli esami, che mettevano su dei ben collaudati siparietti comici per scatenare l’ilarità degli astanti.
L’umiliazione come strumento didattico.
Eppure, se non si prova, non si può riuscire.

In questo, la crisi aiuta – quando non si ha più nulla daperdere, la paura di sbagliare diventa superflua.

La cronica mancanza di soldi
Potete avere l’idea migliore di questo mondo, ma non troverete una banca all’inferno che sia disposta a finanziarvi, a meno che non vogliate ipotecarvi anche il gatto di casa.
Il che naturalmente è stuypido, da un punto di vista strettamente finanziario – le banche dovrebbero ricavare i propri utili non nell’accaparamento dei beni materiali dei clienti defaultati, ma dall’incremento della circolazione del denaro.
Insomma, dovrebbero aiutare il cliente a sopravvivere per spillargli ancora qualche commissione, non lavorare per mandarlo fallito in modo da acquisirne i beni.
In tempi di crisi, amici e parenti di solito i soldi se li son già bruciati e non ci possono far prestiti o a investire in progetti futuri.
Pessimo.

Il rovescio della medaglia è che, naturalmente, potremo mettere il cervello al lavoro per inventarci un’attività, un progetto, che tragga la propria forza dalla cronica mancanza di soldi.
In molte comunità là fuori sono state create valute virtuali.
Ma qui da noi, ah…

Il torpore terminale delle istituzioni
Non si sfugge.
Quale che sia la vostra idea, necessiterà di permessi, certificazioni, validazioni.
E se è un’idea abbastanza nuova, non solo scoprirete che la modulistica non ne contempla l’esistenza, ma che, se va bene, manca un ente di riferimento, e se va male, gli enti di riferimento sono una moltitudine, non comunicano, e comunque non hanno alle proprie dipendenze nessuno che sia in grado di valutare la qualità e le prospettive della vostra proposta.
Idem presso le università.
Idem presso le aziende.

Data la cronica mancanza di soldi (vedi sopra), le amministrazioni pubbliche potrebbero essere ben felici di vedere il vostro progetto prendere vita… gratis.
Il volontariato come ultima scappatoia.

Resta la sola possibilità delle iniziative in solitaria o, se necessita una collaborazione, delle iniziative dal basso.

L’incrollabile, monolitica diffidenza verso il prossimo…
A patto di non poter far leva su qualche forma di ricatto morale (“Sono tuo figlio, vienimi incontro!”), trovare appoggio nella collettività è pressocché impossibile.
La buona vecchia solidarietà fra vicini, che in passato ha permesso alla nostra civiltà di sopravvivere a guerre e catastrofi naturali, è stata rimpiazzata da una bella corazza cromata di egoismo ed avidità personale.

Perché dovrei impegnarmi a portare avanti una tua idea?
Perché potresti guadagnarci, per dire?
Eh, ma ci guadagni anche tu!

Eppure stiamo tornando in situazioni da sfruttamento schiavile – ma ciò che importa, a quanto pare, è essere schiavi sì, ma “liberi” (di che? Di morire di fame? Di prospettare ai nostri figli un livello di vita inferiore a quello dei loro nonni?)

Eppure, la situazione si sta facendo così incerta, che per non affogare toccherà tenersi a galla in qualsiasi maniera, anche andando contro a comportanenti che ci sono stati inculcati da trent’anni di pubblicità.

… talvolta giustificata
Perché in fondo, per quale motivo dovrei collaborare con te quando posso prendere la tua idea e provare a metterla in piedi da solo?
E perché condividere le informazioni?
Per cui la regola diventa

non parlare agli altri dei tuoi progetti

… il che è abbastanza complicato, specie se si tratta di progetti rivolti al pubblico, o che necessitano di una collaborazione per essere messi in pratica.
Perché oltretutto, se la mia idea te la spiego a metà, non è detto che tu la capisca.
E la mancanza di informazioni giustificherebbe una certa diffidenza.
E allora perché continuare?

Beh, in primo luogo perché l’alternativa – occhi chiusi, e pregare che vada via – non è praticabile.
In secondo luogo perché le buone idee hanno questa maledetta caratteristica – che nel momento in cui ci vengono, vogliamo vederle realizzate.

Non è facile.
Non è affatto facile.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, freelance researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous.

8 thoughts on “Perché non ci riusciamo

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Non è facile per niente. Tutte gli esempi che hai fatto sono sintomatici del” torpore dell’evoluzione”, come lo chiamo io, che ci ha presi tutti quanti.
    Poi applichiamo questo alla peculiare situazione italiana e viene fuori un quadro ancora più desolante.
    A livello personale, potrei parlare molto , ad esempio, dell banche o delle Università…vero caso di miopia istituzionale.

  3. Direi la seconda e la terza. Riguardo alla terza, ricordo sempre ciò che fu detto dalle istituzioni a una mia amica quando chiese il prestito d’onore per aprire una propria libreria: Mi spiace, ma con questa attività non ha speranze. Perché non apre un Kebab?

    Ora… ammetto che le librerie a Bologna stanno chiudendo come fossero state travolte da un virus pandemico ma… possibile che lo stato decida di finanziare progetti solo se non ci sono rischi di impresa? Ma se non ci sono rischi… che impresa è?

    La mia amica è sopravvissuta per tre anni… poi ha dovuto chiudere. Ovviamente il mutuo va pagato, le bollette pure, e i clienti hanno le braccine corte. Racconta sempre che aveva creato un ampio settore dedicato alla giurisprudenza perché il suo negozio era vicino a diversi studi notarili e… di avvocati. Be’ questi si presentavano continuamente, consultavano il libro nel suo locale, e tornavano in studio senza mai comprare nulla… bah!

  4. Riflessioni amare nei toni ma assolutamente condivisibili. Diciamo una volta per tutte che i vecchi modelli sono crollati nel 2008 e che già prima erano in stato terminale, va bene? Diciamo anche che in un paese vecchio come questo, demograficamente e strutturalmente, proporre qualcosa che non abbia precedenti consolidati è ancora più difficile.
    Tuttavia è un periodo moooltooo interessante. Sia per chi ha capitale da investire o sta impiegando le riserve accumulate in anni migliori c’è una serie di acquisti a basso costo impressionante, si stanno facendo aggregazioni che post crisi avranno un vantaggio competitivo di un decennio sulla concorrenza. Gli stessi stati si stanno facendo concorrenza sulle imprese e il lavoro, basti guardare a quello che stanno facendo Svizzera, Austria e Slovenia ai nostri confini offrendo bonus fiscali e una burocrazia ridottissima rispetto alla nostra.
    Proporre cose nuove che non siano market oriented o destinate a produrre beni / servizi pare non essere interessante neppure per i fondi di private equity (sì, esistono anche da noi) e il concetto di fund raising è perlomeno strabico dalle nostre parti (funziona, poco, solo per la beneficienza). Quindi? Tocca mettere in piazza le idee e “giocare” sul poter essere meglio preparati di chi cercherà di appropriarsene.

  5. A tal proposito mi è capitato di leggere di recente questo articolo:
    http://www.chrisbrogan.com/106/

    Non so perchè, ma nel mio caso ha sortito un effetto demotivante.

  6. I fattori di fallimento che indichi sono tutti veri e sacrosanti. Io però mi focalizzarei sui fattori di successo: sai com’è, a fasciarsi la testa si fa sempre in tempo, dopo.

    Per cui ecco, un compito per il blogger di buona volontà potrebbe essere lo stilare un lista di cinque elementi che possono, se non garantire, almeno offrire qualche speranza di fattibilità a un’idea di cambiamento. Perché se è vero che in molti non lo facciamo, qualcuno lo fa, e magari gli va anche bene.

    (Non so se nei prossimi anni continuerò a godere dei privilegi di un posto li lavoro retribuito e sicuro, quale quello che occupo ora. Sto lavorano a un piano B, ma con la speranza di non doverlo mai attuare…)

  7. @Iguana
    I punti positivi sono il tema centrale di almeno parte di questo blog… stilerò volentieri una lista.
    La mia lista dei punti negativi era proprio per prepararmi a controbattere a queste obiezioni, o alle obiezioni nate da questi fattori, per una serie di progetti che dovevo discutere.
    Questo post serve per conoscere il nemico.
    Nei prossimi, cercheremo di vedere come sconfiggerlo.

  8. Ferocemente lucido.
    Tra l’altro sono punti che s’intersecano tra loro, amplificando l’un l’altro. In negativo, ahimé.
    Sul non fidarsi del prossimo direi che, ahimé, gli italiani danno sempre ottimi motivi per continuare a essere diffidenti l’uno dell’altro.
    Ed è forse la cosa, tra quelle da te elencate, che più di tutti ci frega. Insieme alla paura. Che poi, ora che ci penso, son quasi sovrapponibili.
    Comunque, e qui non è pessimismo, io di segnali positivi ne vedo ben pochi, per quel che ci riguarda.
    Nel macro giudico positivo la temporanea resa dei nostri politici, a favore dei tecnici. Nel micro, mah… gli italiani mi sembrano sempre gli stessi.

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