strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Lettera aperta ad un critico inadeguato

59 commenti


Ciao.

Lo so, questa non te l’aspettavi, ma onestamente siamo arrivati a un punto in cui, o comincio a sbattere ripetutamente la testa sulla tastiera, o ti scrivo due righe.
Perciò, ti scrivo due righe.
Sai com’è.

Il fatto è, vedi, che l’imbarazzo comincia a farsi doloroso.
Sai quando vedi uno che si sta rendendo a tal punto ridicolo, in maniera così ferocemente imbarazzante, che cominci a sentirti male per lui, senti una fitta allo stomaco, una pressione sul diaframma, non riesci a staccare gli occhi da quello spettacolo orrendo ma ti senti male, male male…?
Così.
È l’empatia, dicono.

Ossessionato dall’empatia (e da un sacco di altre cose)

Philip Dick, per dirne uno, era fssato con l’empatia – ciò che distingue gli esseri umani dagli androidi, diceva.
Ecco, è anche colpa di Dick.
E di Clarke.
E di Vance.
E di tutti gli altri.
Il punto, per capirci, è che io amo molto la fantascienza, e la leggo da trentacinque anni (dio, mi sento vecchio), e non ho mai… MAI, credimi… mai letto opinioni così abominevolmente imbarazzanti, quanto quelle che tu scrivi.
Al confronto, la vecchia storia dei calamari parlanti in orbita è… no davvero, è una seria e circostanziata analisi critica del genere fantastico.

Però no, aspetta.
Cerchiamo di rendere costruttivo questo discorso.
A me non piace fare discorsi distruttivi e odiosi – sono uno scienziato, e voglio che ciò che faccio contribuisca a rendere le cose migliori.

Il fatto è che, vedi, non è scritto da nessuna parte che certi libri ci debbano piacere per forza, e there’s no accounting for tastes, come dicono gli inglesi.
Tuttavia… Il fatto è che non so proprio come dirtelo senza suonare aspro – e non ho voglia di essere aspro.
Mettiamola così – sarebe bello se la smettessi di occuparti di argomenti dei quali palesemente non capisci assolutamente nulla.
O se preferisci un approccio più tecnico, hai dei filtri interpretativi in posto che ti impediscono di fare dei discorsi intelligenti.
Lo so, che ci sono persone che ammiri che lo fanno, ma l’ammirazione non comporta necessariamente l’emulazione.
E lo so che ci sono persone che commentano sul tuo blog dicendoti quanto sei figo.
Ma sbagliano.
Però non parliamo degli altri.
Parliamo delle tue opinioni, con le quali un tempo causavi una certa bonaria ilarità, ma ora, come ti dicevo, l’imbarazzo si è fatto insostenibile.

Mettiamola così…
Quando ci si avvicina ad un testo – a qualunque testo – servono intelligenza, cultura – generale e specifica – e sensibilità.
Limitarsi a contare le parole, misurare la lunghezza dei paragrafi, ragionare per parametri immutabili, citare tre regole in croce che chi scrive impara il primo giorno di scuola e passa i cinque anni successivi a cercare di dimenticare, ripetere le opinioni altrui senza una briciola di senso critico, come orripilanti leccaculi, beh, non funziona.
Si finisce col rendersi ridicoli.
E poi subentra l’imbarazzo.

È necessario saper inquadrare il lavoro di cui parliamo tanto nella cultura del periodo storico in cui è stato scritto, quanto nella storia del genere al quale appartiene.
Bisogna conoscere le ipotetiche aspettative del pubblico originario, le influenze da parte di opere precedenti, l’ecologia, se mi passi il termine, in cui si sviluppò la storia…
Non possiamo applicare gli stessi criteri a un romanzo ottocentesco, ad una storia comparsa nei pulp degli anni ’30 ed un ebook pubblicato sei settimane or sono.
Dobbiamo saper modulare la nostra analisi.
Per farlo bisogna leggere buoni testi di critica*.
Non sciocchezze elementari sul Point of View, lo show-don’t-tell e il sense of wonder.
Anche perché quelli (POV e SDT, per lo meno) sono strumenti dell’autore, al limite dell’editor, non del lettore.
E tu, amico mio, sei un lettore, prima di essere un critico.

Vedi alla voce: sense of wonder (e a me neppure piace, a dirla tutta)

Quanto al sense of wonder, quello non è una causa, è un effetto.
Il sense of wonder si suscita nel lettore.
Non è che dico, ok, ora ci metto un po’ di sense of wonder.
Casomai, posseggo un mio senso del meraviglioso – che ho sviluppato chissà come (bisognerebbe chiederlo a Bradbury) – e cerco di trasmettertene i frutti, di generare una risonanza, con la mia scrittura.
Con ciò che narro, e come  lo narro.
Il fatto che non ti arrivi, può essere certamente un mio problema.
O un tuo problema.

Ecco, hai mai considerato l’idea che potrebbe essere un tuo problema?
Pensaci.

Computer narratori? Certo, guarda quanto ci credo…

Perché non è una matematica.
Sembra maledettamente matematica, da come certe persone te la presentano, ma non lo è.
Se lo fosse, i computer scriverebbero i libri, come in quel vecchio romanzo di Leiber.
Ma non lo è.
Non è un set di regole che applicato pedissequamente porta al conseguimento di uno standard di qualità riconoscibile.
La scrittura – come tutte le attività che coinvolgono entrambi gli emisferi del cervello – richiede un certo elemento di rischio, di improvvisazione, di momentanea sospensione delle regole.
Di immaginazione.
E fa paura, me ne rendo conto che fa paura, che restare abbracciati al manuale è meglio, perché ad ogni obiezione potremo rispondere citando pagina e paragrafo, e a quel punto chi ci può dir niente, già, ma non è così che si scrive.
Che si recita.
Che si disegna.
Che si suona.
Che si vive.

Lo diceva Louis Armstrong…

Se ti devo spiegare il jazz, è inutile che lo faccia

E non è sulla base dell’applicazione di ipotetiche regole rigide e predefinite che si giudica una narrativa, una interpretazione, un disegno, una vita.
E giudicare è comunque la parola sbagliata.
Criticare o recensire un testo non è giudicare il testo, né tantomeno giudicare l’autore.

Che doveva anche essere simpatico, eh, però no, mi spiace…

Poi, ok, ci sono persone che odiamo.
Io personalmente faccio una fatica orrenda a reggere Robert Heinlein, è un fatto noto.
Ha delle idee geniali, scrive molto bene, è molto in gamba, ma non può fare a meno di infilarci delle cose che a me danno un estremo fastidio.
Ma io non recensisco The Moon is a Harsh Mistress per rivelare al mondo quanto esecrabile sia il suo autore.
Anche perché non penso che Bob Heinlein fosse esecrabile – semplicemente aveva delle idee personali che io giudico storte, e fatico a sopportare.
Conosco un sacco di persone a cui piace, ed hanno la mia stima e la mia benedizione, ed i miei auguri di buona lettura.

Ma torniamo all’empatia.
L’empatia, nel nostro caso, è quello strumento che ti porta ad apprezzare il testo, la storia, la narrativa, nella sua interezza, nella sua totalità, non spezzando il testo in porzioni discrete all’interno di ciascuna delle quali trovare almeno un difetto o un pregio, e poi fare la somma, o la media matematica, e vedere, se si arriva alla sufficienza oppure no.
Non è un gioco a punti.
Non è una gara fra autore e lettore.
L’autoreferenzialità uccide ogni pretesa di validità.

Ecco, soprattutto mi piacerebbe se tu riuscissi ad arrivare a comprendere che senza l’empatia – potrei dire senza l’anima, ma è una parola grossa – non si può scrivere una critica letteraria seria.
Si può eseguire una pedestre analisi del testo, probabilmente – come riuscirebbe a farla un computer.
E naturalmente si possono esprimere opinioni a vanvera – perché opinioni fondate su idee sbagliate portano al vanveramento.
Ma non è così che si fa una buona recensione.
Al limite, si sproloquia, in termini arroganti e vagamente ridicoli, di argomenti dei quali si ha una comprensione modesta, supportata da una preparazione altrettanto modesta e – cosa infinitamente più grave – da una modestissima o assente sensibilità.
Che non è una colpa, bada bene.
Ma i limiti bisogna conoscerli, possederli, per poterli superare.

No, non è citato nel testo, ma il suo spirito infesta questa pagina.

E aggiungo, che mi viene in mente adesso, che bisogna sempre avere una delicatezza di fondo, una compassione – ricordare che dietro la pagina, dietro al testo, c’è una persona, che ha delle idee – magari sbagliate dal nostro punto di vista – e dei sentimenti – che magari non condividiamo – ma comunque una persona.
Che ha fatto un lavoro, ha cercato di dare il meglio.
La brutalità suona cool quando guardiamo i film di Tarantino o leggiamo i romanzi di Lansdale ma quella è finzione – ed è sostanzialmente una finzione adolescenziale.
Ad essere brutali, non si costruisce nulla.
E i pochi che possono permettersi di farlo (Your book sucks!), e sono davvero pochi, si contano sulle punte dei pollici, il diritto di farlo se lo sono guadagnato sul campo.
E sono comunque persone compassionevoli, dove conta e quando conta, e costruttive.

E ora, qualcuno verrà fuori a dire che chiunque ha diritto alla propria opinione.
Che è una bella frase, ma è incompleta – ognuno ha diritto alla propria opinione informata e intelligente.
O, se preferisci girarla in un’altra maniera, nessuno mi obbliga a portare rispetto alle tue cazzate, se sono cazzate.

Ok ok, lo so.
No davvero, lo so.
Ora tu pensi che io sia stupido stupido stupido, cattivo, astioso, che ti abbia offeso, e che tutto ciò che io ho detto sul tuo approccio all’analisi dei testi sia una valanga di scemenze motivate, mah, probabilmente dall’invidia.
O dalla stupidità.
È ok.
A nessuno, ma proprio a nessuno, piace sentirsi dire che sbaglia.
Quelli in gamba, però, poi ci pensano su.

Allora ti propongo per chiudere una sola domanda.
Diciamo un test delle ipotesi.

Non ti pare un po’ strano che
a . non ti piace assolutamente nulla di ciò che leggi, 
b . se non quei testi segnalati dalle persone che vorresti ti ammirassero come tu ammiri loro?
Pensaci su.

Io intanto ci do un taglio, e ti saluto confermandoti la mia immutata stima.
Sinceramente,

Un amico.

———————————————————————-

* Così a caso direi

  • Delany – The Jewel-Hinged Jaw
  • Moorcock – Wizardry and Wild Romance
  • De Camp – Literary Swordsmen and Sorcerers
  • Westfahl – The Mechanics of Wonder (anche se non sottoscrivo tutte le sue teorie)
  • Brake & Hook – Different Engines
  • Nicholls – Wordsmiths of Wonder

… per cominciare.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, freelance researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous.

59 thoughts on “Lettera aperta ad un critico inadeguato

  1. Condivido tutto quello che scrivi, che sia un peccato empatizzare con quello che scrivi?
    Sai non vorrei che il cvitico si arrabbiasse. :)

  2. In effetti tra critico e criticone ce ne passa… :D

  3. 92 minuti di applausi, citando un classico schifato da cvitici!

  4. Lo spammo ovunque e dappertutto senza pietà

  5. “Ecco, soprattutto mi piacerebbe se tu riuscissi ad arrivare a comprendere che senza l’empatia – potrei dire senza l’anima, ma è una parola grossa – non si può scrivere una critica letteraria seria.”
    Da imprimere a fuoco sulle Tavole e farsi tatuare sul cranio.
    Stima sempiterna. :D

  6. Il critico, così come è descritto in questa tua lettera, mi ha fatto venire in mente il critico culinario di ratatouille… chissà, forse un giorno troverà il romanzo che risveglierà l’antico amore per la lettura, e cambierà! Chissà! ^^

  7. Non so a chi ti stai rivolgendo di preciso (se c’è davvero un qualcuno di specifico) ma sottoscriverei più o meno ogni riga.

  8. Quando si dice perdere di vista la foresta perché si è troppo occupati a contare le scaglie della corteccia di ogni singolo albero… Oh, sottoscrivo, sottoscrivo, sottoscrivo in pieno.

  9. Anch’io applaudo fantozzianamente. Non so chi hai in mente, ma colpisci a fondo pure la critica gamberettara, ed è un gran bene.

  10. Bellissima. Bellissima. Bellissima. Condivido. :)

  11. Un primo giro di grazie a tutti.
    È bello vedere che la mia insonnia se non altro produce divertimento nei miei lettori ;-)

  12. Il diritto alla critica o alla recensione, nelle forme educate del caso, rimane una forma alta di collaborazione, una porta aperta tra chi scrive e chi legge. Nelle forme non educate è una manifestazione di disagio che meriterebbe attenzione, non sulla recensione ma sulla persona che la esprime.
    Non ho la formazione necessaria per fare diagnosi, né mi interessa farne per etichettare in qualche maniera il disagio in questione. Noto però che c’è una relazione stretta tra il bisogno di approvazione e la veemenza “verbale” con cui si esprime un certo livello di critica.
    Dove c’è fumo un minimo di fuoco deve pur esserci e il ripetersi di certi episodi fa pensare alla necessità di una chiamata al 115.

  13. Tanto per alimentare l’insofferenza dei sospettosi e dei poveri di spirito mi limito a dirti questo: (fine del messaggio segreto della Cricca).

  14. …e chi è il critocone???? capperi, muoio dalla curiosità…

  15. io lo so che abbasso sempre il tono dei commenti (d’altra parte sono un lettore disattento, tendente all’ottuso, sostanzialmente volgare per questioni geografiche e fondamentalmente interessato a divertirsi con quello che legge), ma c’è una domanda che mi frulla in testa da stamani:

    ma che cazzo di gente frequenti? :)

    e soprattutto, ma non vivono già abbastanza male certi personaggi? l’unico blog che m’è venuto in mente a leggere il tuo articolo l’ho disertato parecchio tempo fa, dopo poche letture che per tema m’avevano incautamente portato lì, e onestamente non ne sento la mancanza.

    bel disclaimer, comunque.

  16. @melo :-D
    Io non frequento queste persone, ma frequentando il genere, ci si inciampa sopra piuttosto spesso.
    E davvero negli ultimi tempi l’imbarazzo si è fatto fortissimo.
    Per cui mi è sembrato sano provare a sottolineare un paio di punti che, se presi in considerazione, potrebbero risparmiare l’imbarazzo a me ed a loro.
    E poi, sì, ok, evitarli come la peste, ignorarli, dimenticarsi che esistono.
    Ma ad un certo punto, una volta ogni tanto, bisogna pure reagire – o si diventa loro complici.

  17. Questa sarebbe da stampare, incorniciare ed appendere al muro :D

  18. Condivido quello che hai scritto e condivido anche la posizione di Angelo.
    Una recensione fatta con i toni giusti ha senso e la trovo anche la parte preziosa del web dove (forse) ancora si può dire quello che si pensa.

    Certo che una segnalazione negativa che mi allerti su qualche cosa di orribile che invece i media stanno cercando di vendermi mi fa piacere ma non mi piacciono i toni distruttivi tanto per far rumore…
    Anche perchè non ho tempo per leggere cosa non dovrebbe piacermi…ne ho appena appena per cercare qualcosa che mi diverta.

  19. Correggo. Questa e’ da stampare, incorniciare ed appendere al muro!

  20. Non so di chi parli. L’unica che ho frequentato saltuariamente che sembrerebbe poter essere fra i bersagli è Gamberetta – ma se è di lei che si parla, per quanto possa non essere d’accordo su vari metodi/premesse suoi, è una caricatura delle sue posizioni.
    Senza contesto, il tono di post e i commenti plaudenti mi lasciano parecchio perplesso. Soprattutto mi
    fanno tornare alla mente quello che diceva Iguana qui:

    http://iguanajo.blogspot.it/2012/02/non-voglio-piu-amici-voglio-solo-nemici.html

  21. @Marco
    Potrei cavarmela in maniera viscida, e sostenere che ho scritto questo post”per me stesso”.
    Sarebbe una sciocchezza.
    Sui commenti non posso pronunciarmi, perché non sono nella testa dei commentatori – ma credo che tutti, un po’ più in qua o un po’ più in la, ci siamo imbattuti in un personaggio che, in diversa misura, si conforma abbastanza con l’ipotetico destinatario della mia lettera.

    La cosa che mi avvilisce – e che è all’origine di questo post – è la tendenza sempre più forte e diffusa, di voler applicare una serie di criteri assolutamente meccanici e falsamente “oggettivi” non, bada bene, alla scrittura, ma alla lettura.
    Soprattutto avvilente è il fatto che lavori sui quali si potrebbero fare dei bei discorsi lunghi e complicati, e soddisfacenti, vengano bollati come carta straccia sulla base di ipotetiche infrazioni a questa o quella regola, ma di fatto come conseguenza dell’assoluta inadeguatezza del recensore.
    Inadeguatezza nell’ambito del sentire, oltre che del sapere e del capire.
    Inadeguatezza palese, ma che si tenta di mascherare assumendo toni vuotamente aggressivi e supponenti.

    Per cui diciamo che – a partire da un modello reale (ma, davvero, è uno di tanti) – ho fatto una specie di minimo comun denominatore di tutti questi personaggi che sono davvero imbarazzanti, e ho cercato di spiegare la mia posizione.

    Riguardo al post di Iguana, lui lamentava un crescente senso di isolamento e di contrapposizione violenta.
    Ecco, il mio post vorrebbe proprio evitare la contrapposizione violenta – perché non c’è nulla di male nel dissentire e nel confrontarsi a partire da posizioni molto diverse, anche opposte.
    Ma l’aggressività tarantinoide e la saccenza non supportata da competenza, sono solo fonti di imbarazzo.

    O qualcosa del genere :-D

  22. Ho letto oggi il tuo post, e son stato incerto fino all’ultimo se postare qualche considerazione a margine, che non è bello fare lo stronzo a casa di amici. Poi ho visto il commento di Marco, e beh… mi faccio coraggio e ti dico quel che devo dire.
    Quello che scrivi sopra è giusto e sacrosanto. Ma è anche del tutto inutile, se non autoreferenziale, se non fai riferimento a un caso specifico, a un contesto preciso. Perché vedi, i proclami assoluti fanno sempre un gran bell’effetto, ma discuterli con la controparte beh… è tutta un’altra cosa.

    Lo scrivo qui, e forse suono inopportuno, ma a leggere di continuo queste difese non richieste, questi pressanti attacchi a mai menzionati nemici, sempre punzecchiati, mai citati, la sotterranea richiesta di supporto di fuoco (o quelli che a me, dal mo angolino appare come tale…) beh… stonano parecchio con lo stile che ha sempre contraddistinto il tuo blog.

    Soprattutto perché poi mi tocca leggere cose tipo: “Tanto per alimentare l’insofferenza dei sospettosi e dei poveri di spirito mi limito a dirti questo: (fine del messaggio segreto della Cricca).” che beh… sono ESATTAMENTE le cose che non vorrei MAI leggere sul tuo blog (o nei blog che frequento…).

    Rilancio quel che scrivevo nel post lincato da Marco: se devi / se dovete (mi riferisco a tutti colori che negli ultimi tempi si lanciano in crociate più o meno motivate contro nemici più o meno invisibili, più o meno potenti) parlare di qualcuno o di qualcosa, metteteci qualche riferimento verificabile, qualche straccio di documentazione a suppporto, quale minimo indizio che si stia parlando di fatti concreti e che le tue/vostre parole non sono uno sfogo dettato dalla frustrazione e dall’impotenza.

    Io ti leggo e ti continuerò a leggere stravolentieri comunque, però, per favore, esci da questo clima di continuo contrapposizione e lamento, cerca piuttosto il confronto o alimenta la discussione. Grazie.

    (scusa il tono maldestro di questo commento, faccio quel che posso in un buco di tempo. Spero che il senso sia chiaro, altrimenti, beh… pazienza. Magari ci riprovo in un momento più tranquillo…)

  23. @Iguana
    È un piacere leggerti… e la tua posizione mi pare abbastanza chiara.
    A me onestamente non pare di attraversare un periodo di contrapposizione e lamento – ma ehi, di solito chi ha questo genere di problemi è l’ultimo ad accorgersene.
    E davvero, dopo averti letto, ho dato un’occhiata ai miei post delle ultime settimane, fino a marzo, più o meno, per verificare.
    Il mix di argomenti mi è sembrato abbastanza variegato.
    E non mi pare di essere particolarmente lamentoso, o di aver assunto toni di contrapposizione che non fossero legati al desiderio di discutere, di chiacchierare.
    Ma visto che mi segnali questa faccenda, farò più attenzione non solo a cosa scriverò, ma anche a come lo scriverò.

    Detto ciò resta il fatto che se si fa un discorso generale il discorso manca di un autentico confronto, se si segnala un caso specifico si fanno dei particolarismi, si fa un attacco ad personam.
    Mica facile, gestire la questione.

    Mi domando se il mio discorso sarebbe stato più accettabile, anziché una lettera ad un ipotetico personaggio singolo, un discorso rivolto a tutti voi là fuori che…
    All of you zombies, come avrebbe detto Heinlein (sì, lo so, è una citazione decontestualizzata).
    Ma no, probabilmente sarebbe stata la stessa cosa.
    Perché qui il “cattivo” non è un essere umano, è un atteggiamento.
    Un atteggiamento diffuso.

    Però no, ok, ci farò attenzione.
    Grazie del segnale d’allarme.

    Chiudo solo ammettendo una certa perplessità riguardo alla faccenda del messaggio della Cricca.
    Che è uno scherzo – come ricevere un “like” dall’Incappucciato di Guzzanti.
    O c’è qualcosa che mi è davvero sfuggito?
    (riesco ad essere molto stupido, in certi momenti)

  24. Ciao.
    Intanto grazie, sono felice di sapere che provi empatia nei miei confronti ^_^

    Detto questo, anche se sei diffidente nei confronti della matematica, facciamo un po’ di aritmetica. Sul mio blog ho scritto 21 Consigli del Lunedì + 7 Bonus Tracks, di cui 6 positive (l’ultima è negativa) e di cui due comprendono rispettivamente 3 e 5 libri (i primi 3 tutti positivi, l’altra 2 positivi e tre negativi).
    Il totale è di 30 recensioni positive contro 8 negative.
    Quindi l’affermazione tua e di Girola che io passi il tempo a stroncare tutto o che abbia aperto il mio blog solo per dare sfogo al mio livore sono false. Lo scopo del mio blog è consigliare bei libri. Se finisco a parlare di libri brutti è solo nei pezzi “straordinari”, in risposta a domande specifiche (es. cosa ne pensi della Bizarro Fiction?, al che ho risposto con un post in cui presentavo 5 libri di Bizarro, alcuni belli e altri brutti) o per segnalare un’opera che, pur nei suoi risultati deludenti, può essere una curiosità o insegnare qualcosa (es. la recensione a Pavane).
    Se ho parlato di “Ucronie Impure” e “Deinos” è per due motivi:
    1. Alcuni racconti contenuti all’interno sono buoni (3 in Ucronie Impure e 2 in Deinos), e volevo farlo sapere.
    2. Dare un feedback su concorsi di cui molti dei miei lettori sapevano l’esistenza e volevano sapere com’era andata.
    Rimane che, di base, nel mio blog si parla di libri che mi sono piaciuti. Controllare per credere.

    Venendo alle tue domande conclusive:

    Non ti pare un po’ strano che
    a . non ti piace assolutamente nulla di ciò che leggi,
    b . se non quei testi segnalati dalle persone che vorresti ti ammirassero come tu ammiri loro?
    Pensaci su.

    Rispondo:
    a. Mi piace moltissimo di ciò che leggo. Oltre al mio blog, puoi verificare su Anobii: troverai un tripudio di 3, 4, e anche alcune 5 stelline.
    b. Magari a un’occhiata superficiale, ma è falso.
    Molti dei libri che ho segnalato, infatti, sono libri che Gamberetta e il Duca non hanno mai letto o su cui non hanno mai espresso un parere (i romanzi di Vonnegut, Ballard e Dick, Flatland, The Iron Dream e Bug Jack Barron di Spinrad, Behold the Man di Moorcock, The Lathe of Heaven della LeGuin, le Tales of the Dying Earth di Vance, Neuromante). Ho letto la bibliografia completa (o quasi) di Dick – il mio scrittore preferito – prima ancora di conoscere l’esistenza di Gamberi Fantasy.
    Altri autori li ho conosciuti grazie a loro, ma ho proseguito per conto mio. Prendiamo Swanwick: l’ho conosciuto perché Gamberetta adora Cuore d’Acciaio, ma a me Cuore d’Acciaio non è piaciuto granché (e mi sono pure lamentato con lei sul suo blog). Invece mi sono molto piaciuti altri romanzi di Swanwick che lei forse nemmeno ha letto, come Jack Faust e Vacuum Flowers (recensito proprio oggi: vai a leggere e scoprirai quanto mi può piacere un libro).

    Inoltre, se leggerai qualcuno dei miei Consigli, noterai che tengo molto da conto la creatività e l’abilità del singolo autore. Le regole sono soltanto quell’intelaiatura che permettono di far brillare la creatività dello scrittore. Alcuni riescono anche a violarle con successo, benché non capiti spesso.
    E sono molto empatico nei confronti degli autori che mi piacciono (ho una simpatia speciale per Dick e le sue disgrazie).

    Ciò detto, non ho un’opinione precisa nei tuoi confronti.
    Spero che la mia risposta ti sia utile.

  25. …se si fa un discorso generale il discorso manca di un autentico confronto, se si segnala un caso specifico si fanno dei particolarismi, si fa un attacco ad personam. Mica facile, gestire la questione.

    Probabilmente sarebbe sufficiente mettere qualche esempio di recensione/post/articolo/etc/etc. esemplificativo dell’atteggiamento che si vuol rimarcare.
    Ma è vero, non è facile.
    A parlarne qui dentro si predica comunque ai convertiti, mentre chi dovrebbe leggerti e trovare spunti di riflessione ben difficilmente passserà da ‘ste parti. O forse, chissà, un post come questo andrebbe inserito in calce, agli articoli che evidenziano il problema.
    Ma poi non so se funzionerebbe, che a nessuno piace sentirsi dare dell’imbecille…
    Perché per quanto quello che tu scrivi sia condivisibile, è il tono da “io so, voi non ne sapete abbastanza” che, per quanto condito di ironia (o forse proprio per quello, mi rende diffidente rispetto alla questione.

    Perché per quanto a te sembra di non essere”[…] particolarmente lamentoso, o di aver assunto toni di contrapposizione che non fossero legati al desiderio di discutere, di chiacchierare.” c’è in molti dei tuoi post (e mi pare sia una tendenza in aumento) il curioso vezzo (dicamo così) di fare riferimento a”quelli intelligenti”, a “quelli fighi”, a “quelli che leggono la roba giusta” (e varianti ad libitum) in quella che pare essere una lotta di retroguardia, un rimarcare una differenza, un volersi smarcare, che con tutto quello di cui scrivi, con tutto ciò che conosci e con la capacità che hai di comunicarlo, mi pare del tutto incomprensibile se non controproducente.

    Cme dicevo anche nel post lincato sopra, sarò ingenuo, ma io nel mondo blogger che frequento (sarò fortunato?) tutta questa aggressività, questi nemici coi forconi alle porte, questo senso di assedio e prevaricazione non lo avverto,e di conseguenza non capisco nemmeno la necessità di alzare barricate e chiamare gli amici all’arme…

    Il che mi porta al commento di Alex Girola, evidenziato più sopra, che mi sembra evidente di un modo di pensare che vorrebbe essere strafottente, divertito e ironico, ma che invece a chi non partecipa al cosiddetto scherzo sembra solo un punto escamativo alla fine di un vaffanculo. Che altro mi rappresenta un messaggio da iniziati in un post pubblico, se non il messaggio di riconoscimento di un gruppo contrapposto a un altro?

  26. @Tapiroulant
    Grazie del commento.
    La situazione è piuttosto complicata perché, come ho detto nelle risposte ai due commenti precedenti al tuo (quello di Marco e quello dell’Iguana), il mio non era inteso come un attacco ad personam, o un riferimento ad un personaggio preciso, ma piuttosto ad uno stile (o mancanza del medesimo), ad un set di regole che vedo applicate in maniera che non mi convince.

    E come è già stato detto in un paio di occasioni, ma vale la pena di ribadirlo, la sincronicità con Alex Girola è casuale – il mio pezzo era in bozza sul mio blog da parecchi giorni, frutto di una notte insonne.
    Ma sono dettagli.

    Detto ciò.
    Non sono un frequentatore assiduo del tuo blog – proprio perché provo un certo disagio nei confronti del tuo modo di affrontare la recensione.
    In parte – beh, in gran parte – dovuta ai punti qui sopra elencati.
    La mancanza di prospettiva, soprattutto.
    Il che non significa che questa sia una guerra – è che proprio perché amo il genere, mi piacerebbe vederlo trattato meglio… trattato nel modo in cui mi piace sia trattato, in altre parole.

    Per cui non dubito affatto dei tuoi numeri – ma ciò che se ne ricava, qui dove sono seduto, è comunque un forte imbarazzo.
    Detto malamente, una certa forma – che a te evidentemente piace usare – tende a rendermi invise e fastidiose anche le osservazioni condivisibili.
    Figurati cosa capita alle osservazioni che non condivido.
    Forse è proprio solo davvero il tono.
    Però è innegabile, per ciò che mi riguarda.

    Problema mio?
    Possibile.
    Il mio consiglio di leggere dei critici seri/veri e vedere come fanno loro, rimane.

    A titolo personale, e sulla base delle cose che ho letto sul tuo blog, credo ti gioverebbe provare ad essere un po’ meno… rigido?
    Ora tu mi dirai che non lo sei, ed io ti risponderò che però lo sembri.
    Consideralo per quello che è – un’opinione di un lettore occasionale.

  27. @Iguana
    Capito, grazie del chiarimento.
    Ancora una volta, mi riprometto di moderare i lamenti nel prossimo futuro.

    I riferimenti a quelli che la sanno lunga ci sono sempre stati.
    Non erano altro che un intercalare, ma vedremo di starci attenti in futuro.

    Sulla faccenda del commento di Alex, resto abbastanza dubbioso – ok la sensibilità, ma forse qui si tratta di essere ipersensibili.
    Ma forse sono io.

  28. OK, prendo atto che non era un post specificamente rivolto a me.

    Detto questo, come ultima cosa faccio una precisazione sul mio metodo. Sul perché abbia questo taglio o quali criteri segua e perché puoi leggerlo su Gamberi Fantasy o dal Duca – sono d’accordo con loro e non avrei altro da aggiungere.
    Se sono severo, è perché mi sembra una responsabilità nei confronti dei miei lettori. Quando presento un libro, anche bello, voglio subito metterli in guardia contro difetti, problemi e limiti che potrebbero infastidirli o togliergli la voglia di leggerlo. Da lettore che spesso fa fatica a trovare il tempo per leggere, ritengo che il tempo sia prezioso ed è un peccato sprecarlo con brutti libri. Quindi utilizzo con i lettori questa gentilezza: di dar loro gli avvertimenti necessari a capire se il libro X sarebbe per loro un arricchimento o una perdita di tempo.
    Di qui le mie disamine “minuziose” (non poi tanto, se le paragoniamo a quelle di Gamberetta) e la mia severità.

    Ciao.

  29. Il problema, purtroppo, è che non hai alcun modo di sapere a monte se quelli che per te sono difetti, lo siano anche per i lettori.
    E che non esiste un metodo oggettivo per determinare i presunti difetti di un testo – se non a linee a tal punto generali da essere inutili – poiché lo stile di un autore è fatto non con le regole, ma con le infrazioni ad esse.
    È qui che si percepisce quella che – per me – è inadeguatezza nel metodo Ducale-Crostaceo… questa illusione di oggettività che è appunto tale, una illusione.
    Ed io vedo nel linguaggio di quel metodo al quale tu fai riferimento, proprio un escamotage strettamente linguistico per mascherare questa inadeguatezza.
    O, come diceva la mia insegnante di musica, se non sai suonare, suona FORTE!

    Comunque grazie per la precisazione – se non ci si confronta non ci si capisce.
    Ancora a titolo personale – credimi, hai maledettamente bisogno di leggere il testo di Delany che ho segnalato.

  30. Oggi è il mio compleanno. Grazie.

  31. Auguri, Johnnie!
    Domani è il mio!

  32. Devo dire che è una posizione interessante. Io non scrivo recensioni, ma mi limito a buttare giù qualche paragrafetto per trasmettere a un potenziale lettore le emozioni che ho provato leggendo un libro. Difficilmente parlerò di autori che non mi sono piaciuti, a meno che non si inserisca in un discorso che lo giustifichi.
    Però non sono un recensore. Avrò parlato di quattro o cinque libri, al più, mentre ci sono blog letterari che sono impostati in quel modo, con recensioni piuttosto rigide (in termini di struttura), molto analitiche… e che rientrano nella casistica da te descritta. Ho anche presente a chi ti riferisci, ma non sento di condannare in toto il loro lavoro. Ok, hanno una visione della lettura molto diversa dalla mia, ma conoscendo alcuni blogger/lettori e blogger/scrittori mi sono accorto che c’è anche un pubblico di questo tipo, che probabilmente non è maggioritario, ma ha un certo seguito.
    C’è chi giudica il Manzoni in base a criteri del 2012. D’altra parte, se chi lo legge è assuefatto ai gusti contemporanei, potrebbe non apprezzare un libro dell’ottocento.
    Una cosa però mi sento di condividere al 100%: Luois Armstrong. Una citazione che vale un po’ per tutto ciò che è arte: dalla musica alla scrittura, dalla pittura a… tutto il resto!
    Certe cose davvero non si possono spiegare, ed è per questo che ogni tanto spunta un piccolo inventore, un rivoluzionario, che trova la forza di rompere i canoni (anche se talvolta, purtroppo, finisce per crearne di nuovi).
    Tanti auguri per domani!

  33. Ma al di la’ di tutto: se uno legge il blog del Duca, di Gamberetta o di Tapiro piu’ o meno sa il genere di libri che verranno recensiti, il criterio e i gusti personali del recensore (esempio: Gamberetta preferisce il Bizarro, Tapiro la fantascienza classica, il Duca lo Steampunk e i romanzi ottocenteschi di Robida&Co., tu preferisci Pulp e S&S). Se e quando volessi leggere un libro pulp non mi rivolgerei a Gamberetta, se volessi leggere della Bizarro fiction non mi rivolgerei a te; se volessi trovare qualcosa di simile a China Mieville probabilmente passerei per il defunto blog di Okamis, se volessi leggere del Cyberpunk non chiederei un consiglio a nessuno dei siti sopracitati, ma cercherei in altri lidi.

    Questa critica “inadeguata”, per me e’ utile. Perche’? Perche’ molti dei romanzi recensiti positivamente o considerati decenti da questi critici mi sono piaciuti sia come stile che come storia: gusti affini. Come mi sono piaciuti molti dei romanzi Canadesi che hai consigliato tu.

    Condivido le idee sulla buona scrittura di Gamberetta&Co? Si’!

    Leggo e apprezzo anche libri e racconti che non le applicano con la precisione e l’ottusita’ di un ragioniere? Si’!

    In genere sono delle buone linee guida per giudicare un testo? Si’!

    Se le applichiamo come un foglio di excell a un testo buttiamo nel cesso capolavori come “‘Repent, Harlequin!’ Said the Ticktockman”? Si’!

    Nota: Si’, lo so che hai scritto un articolo, ma il tuo cyberpunk non e’ il mio: il mio e’ piu’ tecnico e, spesso, piu’ “cazzone”, al limite del postcyberpunk, e a Svaha di De Lint, preferisco mille volte qualcosa di chiassoso e caciarone come Never Deal with a Dragon (che, lo ammetto, e’ un guilty pleasure).

    -Uriele (e sappiate che vi odio tutti, voi e i vostri dannati account che richiedono l’accesso tramite wordpress, che per qualche motivo non mi funziona :/ )

  34. “E che non esiste un metodo oggettivo per determinare i presunti difetti di un testo – se non a linee a tal punto generali da essere inutili – poiché lo stile di un autore è fatto non con le regole, ma con le infrazioni ad esse.”

    Mi permetto un commento, pur essendo un lettore più che occasionale di questo blog, e pur non frequentando nessuno dei blog a cui potresti riferirti (o almeno credo).
    Se non esiste un metodo oggettivo di analisi di un testo – cosa in cui credo – è perché non esistono regole immutabili di strutturazione di un testo. Esistono possibilità di strutturazione e rispettive variazioni. Ma, se tutto ciò è vero, la frase “poiché lo stile di un autore è fatto non con le regole, ma con le infrazioni a esse” suona bene, scatena l’applauso, ma è completamente priva di significato. Se non si crede nell’esistenza – o nella necessità – della regola, come si può arrivare a un’affermazione del genere? Esistono autori che conoscono le regole e le violano scientemente, ne esistono altri che le rispettano, ci giocano e costruiscono capolavori e ne esistono altri ancora che si muovono nella più assoluta ignoranza di qualsiasi regola (qui si è citato più volte Dick: direi che esempio più calzante non potrebbe esistere, detto che ovviamente uso “ignoranza” in senso etimologico e in alcun modo spregiativo). Ognuno di questi autori ha il suo “stile”, composto e costruito secondo dinamiche proprie e in fondo inconoscibili.
    Mi permetto di sottolineare questo passaggio non per il desiderio di sindacare e dibattere a tutti i costi, ma perché ben sintetizza i motivi del disagio che ho provato leggendo il post originale, un disagio che mi sembra in qualche modo simile a quello provato da Iguanajo (senza con questo volerlo in alcun modo coinvolgere nel mio sproloquio). Chi si lamenta della povertà insita nell’idea stessa di “regola” dovrebbe fare doppiamente attenzione a non proporre le proprie, di regole.
    Spero non serva aggiungere che questa è solo l’opinione personale di un signor nessuno.

  35. Pingback: Penso… | Space of entropy

  36. Innanzitutto, Auguri!

    Mi unisco al lungo coro di commenti essendo tuo lettore da un po’ di tempo, anche se un po’ lurker. Mi spiace solamente vedere così tanti messaggi per un post che devia dal tuoi eruditi argomenti (generalmente evito di commentare per mancanza di bagaglio culturale), ma la polemica attira…

    Come altri prima di me ho provato un po’ di disagio nel leggerlo, e penso sia inutile un simile scambio aperto di critiche e opinioni personali. Oltretutto i blog tanto citati hanno toni e stili totalmente diversi dai tuoi, e penso che un navigatore maturo e consapevole, sapendo con chi ha a che fare, legga filtrando certi atteggiamenti troppo estremi. E a proposito di atteggiamenti, ormai mi rendo conto che la foga messa in alcune recensioni rispecchi molte volte l’età di chi scrive (senza nulla togliere alle capacità personali).

    Condivido anche quello che è stato detto riguardo i gusti personali dei vari recensori: se vado a leggere il blog di qualcuno è perchè so che gli argomenti trattati siano di mio interesse (e di questo blog trovo irresistibili i tuoi post da scenziato).

    E comunque certi atteggiamenti “forti”, a lungo andare stancano. Mi sembrano più mezzi per aumentare il pagerank

    P.S. spero di poter leggere altri post con signorine verdi ;)

  37. Ho la sensazione che buona parte dell’equivoco abbia un’origine, per così dire, ontologica. E cioè: ma queste benedette regole, cosa sono, di preciso?

    In un certo fandom si è diffuso un approccio ‘procedurale’ alla cosa, che a me pare, senza girarci intorno, stupido. Scrivere un libro, o una canzone, produrre un pezzo d’arte (uso la parola nel senso più basso e quotidiano possibile), non è mai un lavoro procedurale. Non è scienza missilistica; non è _proprio_ scienza. Uno dei motivi per cui non succede quasi mai che una bella campagna di gdr sia tradotta in un bel libro è proprio questo: il gdr (un medium che amo: non sto facendo distinzioni di merito) è molto più procedurale di quanto lo sia un romanzo o una short story.

    Le cosiddette ‘regole’ sono consuetudini figurative, storicamente posizionate. Nient’altro. Sono come la prospettiva nelle arti visive: non è che sia stata ‘scoperta’ a un certo punto. A un certo punto è stata inventata. Altre consuetudini esistevano, e continuano a esistere. C’è chi ama trafficare dentro queste consuetudini, c’è chi ama trafficare al di fuori o intorno. Ma usare le consuetudini come metro di giudizio a me pare sbagliato da un punto di vista logico: è come giudicare la bontà di un comizio politico in base all’altezza del palco su cui si è tenuto. Le consuetudini sono puntelli, non legacci. Sono diritti, non doveri.

    E queste consuetudini possono dare un’illusione di stabilità, perchè tendono ad avere nomi catchy; ma è solo un’illusione. A me in linea di massima lo “show don’t tell” piace, ma in pratica, ci sono casi in cui è molto difficile capire quando lo ‘show’ finisca e cominci il ‘tell’. In pratica ci sono casi in cui un ‘tell’ può essere molto più efficace, per mille motivi. In pratica Lovecraft ha scritto storie gonfie di ‘tell’ che continuano a far tremare e sognare gente in tutto il mondo. In pratica la letteratura di genere anglosassone (la mia preferita, e che conosco meglio) è piena di robaccia scritta con un sacco di ‘show’, perchè al corso estivo hanno insegnato all’autore che ‘show’ è bello, e che a un occhio un po’ pratico suona goffa e al limite del ridicolo. A volte il modo migliore per introdurre un vecchio è semplicemente dire ‘un vecchio’, e delle descrizioni delle sue rughe ce ne cala una sega.

    Quando Davide dice che lo stile di un autore è fatto di infrazioni alle regole, non sta facendo una boutade per scatenare applausi: sta dando un consiglio eminentemente pratico. Quando scrivi professionalmente è così che funziona. Libero chiunque, ci mancherebbe, di dire ‘questo è male’, ‘i risultati fanno schifo’, ‘mia nonna farebbe di meglio’. Liberissimo. Ma è così che funziona.

    Il che non è, ovviamente, un invito alla cialtronaggine: le consuetudini figurative del medium che scegli, devi conoscerle. Ma chi usa le ‘regole’ pedissequamente per definire, o peggio ancora, produrre arte, si comporta un po’ come un ragazzino che ha ricevuto un fighissimo coltellino per Natale, e se lo porta in giro ovunque, e se lo coccola, e ci gioca. A vederlo fa tenerezza; ma siamo tutti d’accordo che non è Rambo.

    Non mi esprimo sulla questione dei toni; quelli fanno parte della persona che uno è, prima che delle cose che uno legge o scrive. Io sono uno che urla poco. C’è altra gente che urla tanto. Questione di corde vocali.

    Un’ultima nota, però. L’idea che sia possibile avere dei criteri ‘oggettivi’, di qualsivoglia natura, per giudicare l’arte implica un pensiero che a me pare egocentrico in modo desolante. Siamo creature di carne e sangue, che vivono pochi anni, su una palla di fango sola in un universo sconfinato, e i prodotti che definiamo ‘immortali’ sono vecchi, al meglio, di una manciata di millenni. Su quale scala esisterebbe questa ‘oggettività’? Chi è il garante ultimo, Jahvè?

    Non posso farci niente; non mi convince. L’unico criterio cui dò valore è quello del piacere. Ma è un altro discorso ancora…

  38. @francescodimitri
    Grazie del commento,. per la precisazione sulle infrazioni.
    Hai spiegato meglio di quanto avrei potuto fare io.
    Il punto non è se ci siano o non ci siano regole – è l’uso che se ne fa, o meglio ancora, il rapporto che si ha con esse.

    @Kust0r
    Grazie per gli auguri.
    Mi dispiace per il disagio.
    Stiamo lavorando per ridurre future occasioni di delusione nei lettori storici ;-)

  39. @ Davide: mi spiace che il primo commento al tuo blog (che, lo ammetto, seguo molto estemporaneamente) sia proprio a questo post.

    Però devo dire che: a) condivido in pieno il contenuto dell’articolo;
    b) un “cinque altissimo” a Barbi, per quello che ha detto nel suo commento, e per come lo ha detto.
    Non è facile nel clima di guerra per bande che imperversa in rete in sto periodo mantenere quel minimo di lucidità e distacco sufficienti per riuscire a condurre una discussione in toni non dico pacati, ma quantomeno da esseri umani; questo anche e soprattutto perché c’è un monitor a separarci dai nostri invisibili interlocutori, e questa “distanza” permette a chiunque di noi di tirare fuori la parte peggiore, di degenerare ogni intervento in polemica becera e spesse volte sterile, di denigrare chiunque non la pensi come noi.

  40. Lo dico mettendo nome e cognome ben visibili: quanto mi sono rotto il cazzo di sentire che la Narrativa abbia regole…!
    Mi sono bastati pochissimi anni di frequentazione per capire che è la Narrativa che ti porta, e non tu che porti lei, e che quando si verifica il secondo caso, non ne esce proprio nulla, ma nemmeno qualcosa di lontanamente paragonabile ai libri più belli che hanno formato te e l’umanità…
    La Narrativa non è fatta di regole, è fatta di idee-forma, e un’idea-forma non conosce regole se non quelle insite nel gioco che propone allo scrittore e al lettore… e quando lo spieghi trovi persone che ti dicono ‘ma questo vale per i geni, uno su mille: gli altri si debbono adeguare a delle regole…'; e allora la tremenda massima che ne traggo è che l’uomo sia disperatamente affiliato a delle regole, per natura, per indole… come in quel film di Carpenter, ‘Essi vivono’, dove scopre che la gente seguiva ordini del tipo ‘obbedisci’, ‘riproduciti’, ecc.
    Le regole sono ovunque, ma ciò non vale per l’arte. Persino la teorizzazione dell’anatomia e della prospettiva ha conosciuto miriadi e infiniti modi di applicazione, più e meno rigorosa…

    Ma è così triste ammettere che tutto un libro sia semplicemente lasciato ad una sensibilità artistica, fuori della quale i migliori corti, i migliori film, i migliori libri non vedrebbero mai la luce…?
    E quando in questi campi si parla di scuole, l’attenzione da porsi è alle stelle: nessuna vera scuola di cinema e tv ti spiega come si fa il cinema o la tv, ma ti teorizza i processi evolutivi, altrimenti non ti sta offrendo metodi per uscire dal certo, sta ingessando il suo ramo, e questo andrebbe contro ogni aspettativa umana legata alla sua evoluzione creativa e psicologica.
    Purtroppo convengo con chi pensa (non ultimo il bravissimo articolista che ci regala questo autentico pezzo di storia) che questo smarrimento sia proprio di chi non capisce un tubo di arte, ma anela per quanto sia possibile a forza umana a farne parte contro un’evidenza palese.
    E allora mi scaglio contro le famiglie che non sanno tirar fuori i talenti dei figli, contro i figli che dovrebbero perseguire i propri talenti aldilà di supporti logici inerenti, contro le case editrici che hanno instaurato una moda becera… e non ultimo contro persone che vorrebbero far credere che sia tutta una mera e semplice questione di tecnica.
    Per quanto riguarda questo aspetto, arrivo a dire che se vi fosse più tecnica (scegliete voi quella che vi pare) nella Troisi o nella Strazulla, finirei per inimicarmele più che così.

    La fantasia è fatta di capacità fantastica, che non è propria di ogni singolo uomo sulla terra… s’arriverà, forse, un giorno, ad un ritorno meraviglioso dell’uomo per come io credo che fu: pieno delle sue capacità artistiche e intellettive, sottratte da un mito che gl’ha tolto una scintilla eterna di divino… ma ora, qui, su questa terra, tutto ciò di cui ci si deve seriamente preoccupare è tirar fuori i nostri veri talenti e le nostre vere capacità.
    E’ vero: gli editori non sono lindi come vorremmo… ma internet non pullula di geni, perché per il genio esiste sempre un generoso e irresistibile passaparola.

    Quando spieghi questo, la prima cosa che si fa è alzare un ciglio e sperare di sapere da chi viene la paternale, la seconda giustificarsi che si è dei geni assoluti, la terza tornare alle regole e dire: forse non le ho capite bene… e allora debbo nuovamente ammettere che chi conta sull’idiozia umana ha sempre una marcia in più, e c’ha capito tutto.

    E per concludere l’analisi, veloce, spietata ma giudico veritiera, direi anche che:

    1) Un italiano DEVE assolutamente scrivere… La nostra lingua è fatta di esercizi mnemonici che ti vietano di far diversamente. I miei nonni, per mantenere alta una cultura, usavano l’enigmistica; va bene anche quella, ma comunque deve esserci un esercizio legato alla memoria visiva delle parole, altrimenti troppe, altrimenti ingestibile.

    2) Ciò non toglie che l’esercizio della scrittura sia cosa legata al professionismo: mossi dal ‘ce provo’, si può anche essere pubblicati, ma è la più nera delle jatture, in questo caso… perché sarai divorato per un titolo e sputato come un torzolo. Inoltre considerate che tanti ‘ce provo’ fanno un panorama buio, che non prevede l’arricchimento d’una biblioteca… E’ anche colpa nostra, se il panorama è quel che è, se i Comitati di Lettura raccolgono miriadi di ‘ce provo’ tanto da non poter umanamente star loro dietro… Una casa editrice riceverà una trentina di ‘ce proco’ al minuto, e anche di più. E’ decisamente troppo… Se amate il Fantasy, smettetela di provarci e guardate con più onestà ai vostri risultati, e come persone, e come artisti -se lo siete.

    3) A proposito di artisti: lottai nel famigerato sito con molti utenti quando iniziai un tranquillo paragone con l’arte figurativa: uno scrittore è di fatto un artista, che agisce nel campo delle lettere, ma che come ogni artista degno di tal nome, crea dei mondi credibili… Il mondo di Salvator Dalì è credibile quanto quello di Poe, che è credibile quanto quello di Lovecraft, che è credibile quanto quello di Mondrian. Sono mondi percepibili attraverso i sensi, e non importa se ad essere coinvolta sia la vista o l’udito, o entrambi pensando a un film. Sono mondi credibili, per i quali serve un terzo occhio in grado di vederli che ha solo in dote (per natura) l’artista. Il suo sforzo (qui la tecnica, ma solo qui) è di far sì che quel mondo da lui percepito reale, e inerente fino a prima solo alla sua persona, possa essere non solo inteso, ma provato, sperimentato a livello sensoriale anche da altri… e questo è un esercizio che non riesce sempre nemmeno allo stesso artista. Ma non è una questione di tecniche… perché la tecnica non è una tuta che calza a pennello ad ogni idea, la ghiotta forma che ogni idea vorrebbe; se il gioco dell’arte fosse così scontato, ho tutto il piacere di credere che questi monumentali manuali di narrativa sarebbero stati inventati molto prima, e forse anche con più successo che oggi.

    4) Lo sciòdontell: c’è un gran discutere su questa faccenda. Eppure, anche qui, non esistono regole in arte che ci indichino come mostrare sia sempre preferibile… puta caso vi siano distinzioni reali fra le due cose. Varrebbe la pena dire: ma mostrare, a cosa equivale? Io ho concluso che è un dio androgino, il Tutto e il niente. Se tu dici costoro: non è bello mostrare tutto, arricchire di dettagli, costoro ti risponderanno con la saccenza di tre profeti (senza sforzarsi d’andare oltre la constatazione della tua imbecillità) che di questa regola fondamentale tu semplicemente non abbia capito NULLA.
    Il che non può che moltiplicare i punti interrogativi sul capo… Ma mettiamo sia entare nell’azione, e descriverla: ebbene: non un filosofo, ci vuole, né solo un artista, ma anche un lettore piuttosto medio, per comprendere che un libro legato a martellanti descrizioni sia del tutto indigesto. Per renderlo digeribile, ci vuole sempre un occhio artistico, che sa come può tal cosa prendere la sua corretta forma. E’ come altrimenti dare una ricetta culinaria a me anziché a Vissani: gl’ingredienti so’ quelli, l’impasto pure, ma se il piatto lo assaggiate da me, chiamate la neuro, se lo pigliate da Vissani la cosa riesce. Che ne deduco…? Questione di lucro, che ci fa pure rima. E’ lucro: speculazione, danaraggio… Chi vende manuali, lo fa per pigliarci i soldi, e poco o nulla interessa a costui (e ad eventuali case editrici) se i piatti che darà da mangiare siano buoni o veleniferi.
    Io arrivo a dire che costoro siano molto più colpevoli, dell’attuale panorama, di chi pubblica le sedicenni criticatissime. E anzitutto vedo molto bene un serpente che si morde la coda: io ti do le regole, tu non le capisci, pubblichi, ti stramazzo di parolacce. Domanda: perché hai dato delle regole…? Perché volevi lucrarci. E allora smettila di menarci le palle con la tua scontentezza, e se ami la narrativa, dimostra, tramite buoni libri, che l’applicarsi ad una storia con un certo piglio è meglio che farlo con un altro… punto.

    Poi ci sarebbe da aggiungere che chi spiega tale regola non sta facendo un servizio all’arte: il campo di Fantàsia, come lo chiamava Ende, è sufficientemente ampio da poter trarre le idee e le forme che vuoi. Puoi addirittura pigliare la stessa idea e dar essa mille corpi, così che sia tutt’altro… e puoi anche fare l’opposto: con lo stesso identico corpo, setacciare un migliaio d’idee (si prenda ad esempio Esercizi di Stile, traduzione di Eco).

    E, in ultimissima analisi, mi viene da individuare un ultimissimo amico/nemico: caro word: tu c’hai semplificato la vita, ma anche complicato… perché ora che tutti sanno scrivere correttamente, tutti si credono di scrivere correttamente!

  41. Caspita, Danilo!
    Ho come l’impressione che tu avessi una gran voglia di sfogarti :-D
    Sei il benvenuto.

  42. :-)
    Chissà… trapela…?

    Il punto è che mancano dei veri critici, che stabiliscano dei punti fermi; di questa mancanza se ne approfittano un po’ tutti… Ende diceva che solo una persona che s’è nutrita d’arte, ne può parlare con cognizione.

  43. Vorrei dire un paio di cose sulla diatriba regole/creatività, visto che salta fuori ovunque e con una certa ripetitività degli argomenti.
    In primo luogo, non si comunica mai al di fuori delle regole. Tutto ciò che scriviamo o diciamo è informato dalle regole. La nostra lingua – lo strumento che usiamo per pensare prima che per scrivere o parlare – è un insieme di regole, che non solo semplici strumenti di combinazione dell’esistente, ma sono strumenti di creazione della realtà. Noi pensiamo il mondo in un certo mondo perché usiamo una certa lingua. Chiunque abbia un minimo di familiarità con la semiotica (visto che si citava Eco…) sa perfettamente che persone di madrelingua diversa pensano il mondo in modo del tutto diverso. Un italiano e un giapponese non usano parole diverse per indicare la stessa cosa, ma vedono e percepiscono cose diverse, in ragione della propria lingua (e quindi delle proprie regole). Il fatto che tali regole siano spesso implicite e non percepite non sminuisce questa osservazione ma semmai la rafforza. Tutto ciò per dire che comunicare al di fuori di qualsiasi regola è del tutto impossibile e che l’idea che l’arte sia “priva di regole” è uno splendido luogo comune destituito di ogni fondamento. Le regole non sono lo strumento di ragionieri e burocrati, sono la base che ci permette di entrare in relazione gli uni con gli altri. Questo andrebbe tenuto a mente.
    In secondo luogo, davvero regole e creatività sono in contraddizione? Prima di esserne certi, varrebbe la pena chiedersi se non sia possibile che questi due elementi vivano un rapporto più complesso, e se non possa essere che la creatività si possa esaltare quando costretta al confronto con la regola. L’idea che regole e creatività siano poli opposti di uno spettro e propria di chi crede che le regole possano essere solo subite, ma con le regole si può stabilire un rapporto dialettico. Ci si può combattere, vi ci si può immergere per scoprirne il senso ed, eventualmente, decidere se quel senso ci appartiene oppure no. La narrativa non si scrive certo con i manuali, ma per quale motivo accettiamo che ogni campo del sapere umano preveda anche la cultura – intesa non solo come esposizione ai materiali pre-esistenti, ma come analisi e comprensione di tali materiali – salvo l’arte? Non sarà forse che vogliamo preservare una certa idea romantica di quel campo del sapere? Non sarà forse che vogliamo tenerlo isolato, riaffermarne l’alterità al di là di ogni logica?
    La regola viene spesso vista come alternativa alla creatività, alla passione, al trasporto. È davvero così? È lecito dubitare che questa sia la verità o questo fatto va accettato come dogma di fede? Non è forse lo studio la prima forma d’amore? Non è forse l’approcciarsi con l’umiltà dell’artigiano a un campo del sapere una prima dimostrazione di vera passione? Cosa abbiamo da perdere? Se la narrativa, o il cinema, o la musica, fossero semplice applicazione di regole elementari ce ne saremmo accorti. È ovvio che venga sempre richiesto un quid, un qualcosa in più, la capacità di entrare in relazione dialettica con le regole, ma è altrettanto ovvio – almeno per me – che poco o nulla di buono arriva da chi liquida le regole come il tentativo di mettere le briglie alla creatività. Le regole sono – anche – il riconoscimento del fatto che non si scrive solo per sé stessi, ma per gli altri. Ognuno di noi pensa secondo percorsi propri, e la bellezza dell’intelligenza del singolo sta propria nell’unicità dei collegamenti che propone. Ciò non toglie che se voglio uscire da dentro me e trovare un punto di contatto con gli altri, questo non possa essere fatto se non attraverso la disciplina. C’è una differenza tra l’esprimersi, tra il vomitare la propria interiorità nella più completa anarchia solo perché si sente il bisogno di farlo, e il cercare un punto di contatto con gli altri. Con il comunicare.
    Tutto ciò per dire che, forse, sarebbe il caso di considerare la possibilità che il rapporto tra regole e creatività possa essere più complesso di quanto non sembri a una prima occhiata.
    Aggiungo un’ultima cosa. Io vivo a Venezia e mi basta camminare per la mia città per essere assalito dalla bellezza, esperienza comune alla maggior parte degli italiani. Tutta questa creatività che ci circonda, questa genialità, è nata e si è sviluppata nelle botteghe artigiane, non nei caffè degli artisti. È nata da lavori su commissione, sviluppati secondo regole rigidissime. Regole che hanno spinto alcuni grandi talenti a superare sé stessi nel tentativo di esprimersi nonostante i limiti imposti. È un caso che l’arte contemporanea – priva di regole, libera, che rifiuta il mercato e il rapporto con il pubblico – non sia oggi quasi mai in grado di comunicare con ciò che la circonda? È un caso che piombi nelle città (io ho il triste esempio del Ponte di Calatrava) piuttosto che integrarvisi?
    Allo stesso modo, è un caso che quasi tutti gli italiani credano di poter scrivere un romanzo senza alcuna preparazione, senza alcuna cultura, senza alcuna umiltà? E che non solo lo scrivano, ma lo propongano senza quel minimo spirito critico che dovrebbe spingerli a interrogarsi sulla qualità di ciò che hanno fatto. Io non credo sia un caso. Se scrivere è arte e se l’arte dipende solo dal talento, allora si è artisti – e quindi scrittori – per diritto di nascita. E tutti possono coltivare l’illusione di esserlo.

  44. Luca, seguo benissimo il tuo discorso e lo sottoscrivo, anche perché stiamo dicendo le stesse cose, con linguaggio ed enfasi diverse.
    Qui il discorso non è “contro le regole”.
    Il discorso è casomai contro l’applicazione rigida, pedestre e meccanica di un set limitato di regole acquisite a priori come le uniche valide, e l’utilizzo di tali regole, e dell’adesione pedestre ad esse, quale unico criterio di valutazione della qualità di un testo.

    Sarebbe come andare a sindacare se Leonardo, o El Greco, o Magritte, abbiano usato colori UNI, o abbiano utilizzato sfumature per le quali non esiste un indice di riferimento standardizzato.
    Argomento interessante per una serata a chiacchierare fra amici, o magari per scriverci un dotto articolo – ma NON un criterio per valutare la qualità dell’opera o la capacità dell’artista.

  45. Perfettamente d’accordo. Il problema è che io non ho in alcun modo considerato i “critici inadeguati” del tuo post, perché non mi interessano né mi stimolano (non si può seriamente pensare che i libri possano essere valutati “con il righello”). Preferisco confrontarmi con chi ha la capacità di stuzzicarmi, magari proprio in ragione di un approccio molto lontano dal mio. Per questo ho risposto a te e ad alcuni dei commenti al tuo articolo. Posso non condividere, ma sono comunque stimolato.

  46. Quella del righello me la segno ;-)

  47. No, proprio non mi sento di appoggiare la teoria delle regole…

    Quello di cui si parla non è ‘regola’, ed è bene dimenticare questo termine quando si parla d’arte; poi spiegherò con degli esempi perché…

    Quello di cui si sta parlando qui è il rapporto molto stretto fra significato e significante; bisognerebbe essere dei filologi per parlarne in maniera adeguata…
    Sappiamo che l’italiano ha delle regole grammaticali, e che le parole conoscono un loro significato storico, via-via stratificato nel tempo, ma non si tratta di regole.
    Un artista usa la parola come un pittore i colori, e della medesima ti fa cogliere sfumature fino a prima insospettabili. Allora la poesia smette d’essere poesia se uscisse dal buon senso comune…? Eppure le migliori ci dimostrano come un’alchimia, un gioco di parole mai vissuto prima, facciano della nostra lingua una miniera misteriosa dalla quale sempre tirar fuori qualcosa di nuovo… ma tutto ciò sfugge alla matematica, alla teoria delle probabilità e al rigore estetico d’una regola.

    C’è dunque un fraintendimento: che la lingua abbia regole (non le ha: sako ko kelle terre è il primo documento scritto, e ce ne corre fino ad arrivare a ‘Le Città Invisibili’ di Calvino), che la grammatica sia incontrovertibile (nemmeno per sogno: fatevi una ripassatina di quante cose siano mutate in soli dieci anni, sarebbe sbalorditivo. Dall’uso del condizionale a molto altro ancora…), che tutto ciò che ne vien fuori, dunque, sia delimitato dalle regole.

    Trovo più esatto il contrario: che un artista, dalla mente piuttosto giocosa e allenata, identifichi l’uso che se ne può fare d’una lingua, stabilendo via-via nel tempo anche dei parametri estetici, che più che regole definiscono confini: di forma, di logica e di significato. Ma non regole.

    Poi la smetto qui: che Baldoni ha ragione lo dovete capire non confrontandovi con Baldoni, ma con tutti gli strumenti che mette in gioco nei suoi post… Leggete la filologia, i saggi sulla narrativa e troppo altro che neanch’io ho troppa passione e tempo per sviscerare fino in fondo.

    Internet è uno strumento inadeguato per arrivare alla verità delle cose, perché crea l’assodato e non l’assodabile; e ognuno può dire la sua anche se la sua non è in campo rispetto all’argomento.

    Se comunque la narrativa fosse fatta di regole, chi ha l’ardire di cimentarsi in un’analisi profonda…?
    Il primo ad aver infranto le regole estetiche e grammaticali de La Divina Commedia è reo di tradimento, allora, e via-via tutti gl’altri…
    Borges non potrebbe teorizzare racconti ipotetici mai scritti (e per questo scritti come se fossero stati scritti) perché è operazione astrusa e mai provata prima.
    Calvino non avrebbe mai dovuto scirvere Le Città Invisibili perché appunto invisibili: se ne può dedurre tutto e il contrario di tutto…

    Troppo lontani dalla verità; che la Narrativa è puro gioco, intrattenimento legato alla parola. E che i confini estetici legati ad una lingua sono spesso in mano agli stessi artisti, le cui invenzioni linguistiche restano nel tempo. Oggi so cosa significhi ‘trasumanare’ perché c’è stato Dante che me l’ha spiegato, ed il suo viaggio è servito anche per motivare e dare un senso estetico e contenutistico alla parola. ma senza Dante non avremmo avuto né questa, né molte altre parole… Gli artisti sono fari guida, conduttori all’interno del vasto mondo della parola, e non il contrario: regole dalle quali si deve lasciar disciplinare se intende far bene il suo esercizio.

    Parole come ‘manuali’, sono bugie enormi ree del più grave delitto…

  48. “Poi la smetto qui: che Baldoni ha ragione lo dovete capire non confrontandovi con Baldoni, ma con tutti gli strumenti che mette in gioco nei suoi post…”
    Il punto è tutto qui, no? Verità assolute o domande? Parlare per confrontarsi e costruire o per enunciare e illuminare?
    Varrebbe la pena tener presente la differenza tra Calvino e Stephen King, tra Borges e Michael Crichton, tra Dante e Lansdale. Al di là del fatto che sempre di libri trattasi, intenti, volontà e struttura sono completamente diversi. Gli autori che tu citi usano le storie (la drammaturgia) come semplice pretesto per fare altro. Esiste poi una narrativa che fa delle storie il suo fulcro, e lì si entra nel regno delle regole o, se preferisci, delle assonanze e dei modelli, delle strutture psicologiche, del modo in cui noi diamo senso a ciò che ci circonda. Esiste la riflessione alta, filosofica (grazie a dio) ed esiste l’arte di raccontare storie (sempre grazie a dio), ma sono due cose diverse.

  49. Purtroppo sì, caro mio: l’arte è fatta di cose assodate, ma quelle cose non passano sotto il nome di regole… questo lo puoi trovare nel 2012 nel sito di Gamberetta, ma vivaddio esistono cose molte più antiche, e altre ataviche… e mai, prima dell’infausto incontro col suo sito, sentii di regole nell’arte; disciplina sì, metodo pure, ma reogle no. E ce ne passa fra questi termini e la parola regole…
    Suffragate da un disegno con divisa, poi, che meglio le enuncia.
    No… l’arte è noto che non sfrutti la parte del cervello riservata alle regole e all’ordine; e noto l’opposto… Mi attengo (strano, detto da me) alla scienza e a ciò che ad oggi si sa.

    Poi eviterei di fare distinzioni: poesia, narrativa, epica, mito, hanno tutte bisogno d’un terzo occhio per percepire mondi credibili e restituirli. Il razionale al quale guarda l’artista, è un razionale al quale solo l’artista può guardare, solo lui può attingervi… e a volte (il più delle volte) non sa nemmeno come.

    La colpa che io riconosco in questa pochezza di dire delle regole nell’arte, è proprio la stolta idea di dire a persone affatto dotate di fantasia (come credo sia la stessa gambera) che possano essere artisti in vece di regole funzionanti. Finora il tempo mi dà ragione: non fiuto capolavori dietro queste regole, e le nippocazzate che sciorina il suddetto sito, non equivalgono nemmeno lontanamente al minore dei libri della mia biblioteca…

  50. In merito alla distinzione relativa agli scrittori, non ho capito: ti sarà chiaro, suppongo, che Dante agiva in un’epoca diversa, fatta da diversi standard… lo standard sta per il gusto comune al quale un artista s’appella, però, non a delle regole formali.
    Oggi scriviamo prosa come anticamente si scriveva in versi, ma ciò che cambia…? Non è che i poeti d’un tempo erano più estrosi e meno razionali di noi: anzi: suppongo che il culo che s’è fatto Dante per far quadrare quel capolavoro sia tutta roba che noi ci risparmiamo, fortunatamente…
    Ma la bellezza della prosa per me è ancora la gioia di sentire una lingua libera e sciolta, che adotta e piglia quel che più gli conviene nel momento in cui gli conviene.
    Teorizzarla lo trovo idiota, ma può darsi che a furia di menarmela convincete anche me, che no so… Di certo farete prima voi con me che io con voi.

  51. -Esiste la riflessione alta, filosofica (grazie a dio) ed esiste l’arte di raccontare storie (sempre grazie a dio), ma sono due cose diverse.

    Spero davvero che in questo punto tu non abbia confuso Dante per un filosofo… anziché un narratore di storie… Lo è a tutti gl’effetti, tant’è che usa la poesia per narrare, ma è narrazione, caspita. Se non la sua, quale…?
    Hai idea di quante cose narri, anche solo nell’Inferno? Quanti personaggi non vi mette, quante citazioni fa del mondo classico…?

    In merito alla diversità non credo ormai vi sia: così come Shackespeare non s’avvaleva di regole, ma sensibilità artistica per rendere i suoi monologhi al meglio, così un narratore di prosa diletta il suo pubblico… ma la profondità psicologica che in teatro, nel buio, puoi riconoscere all”essere non essere’, è paragonabile per intensità ad una sfida di Conan con un gigante dei ghiacci… potremmo dire che Conan colga l’aspetto della stessa scena, dello stesso atto, sotto una luce diversa. Un problema interiore nel fantasy si può rendere formalmente così, con uno scontro… ma la valenza e l’importanza è la medesima, e forse pure l’intento: entrambe le cose vogliono dire che l’uomo è sttopressione, lotta ad una sfida insostenibile, che forse lo vincerà… Entrambi ci parlano della caducità della vita, e di come la vita colga in fallo la creatura, proponendogli sfide al di sopra delle sue possibiltà.

    Che tutto ciò sia aleatorio e non disciplinato, mentre lo può e lo deve essere la prosa (come se la prosa fosse un campo del tutto differente da quello del teatro o della poesia) lo trovo esagerato.
    Poi ovviamente qui ti sarà d’influenza l’autore preferito: i miei, non si sono mai -fortunatamente- avvalsi di manuali per rendere migliore la propria scrittura, che proprio per questo è spigliata, diretta e onirica.
    Tolkien, Ende, Borges, Calvino e tanti altri degli autori che leggo, non hanno mai aperto simili consigli pratici, e io credo l’abbiano anche prudentemente rifuggiti.
    Se invece ami King, Follet, ecc., il discorso cambia. Io non solo non li amo, ma vi vedo incarnati molti difetti…

  52. La “riflessione alta, filosofica” non fa necessariamente di uno scrittore un filosofo (c’è davvero bisogno di specificare queste cose?).
    Certo, al cuore di ogni opera stanno sempre e comunque gli stessi temi, ciò che cambia è solo il modo di affrontarli, ma non è differenza da poco (se si vuole sviluppare un discorso critico sarebbe il caso di tenere nella dovuta considerazione questa differenza). Tutto ciò non ha nulla a che vedere con ciò che si ama o non si ama.
    Sul fatto che Calvino non abbia “mai aperto simili consigli pratici”, ti consiglio “I libri degli altri”, dove Calvino si prestava a far da editor (con numerosissimi consigli pratici) ai suoi compagni di casa editrice.
    Ciò detto, ti saluto e ti auguro il meglio.

  53. ? Non ho capito: il fatto che un amante dell’arte con la a maiuscola, scevro di consigli manualistici, si permetta di dar consigli ai propri colleghi (evviva il gruppo einaudi di tutti i ’60), non ti sembra sufficiente per trarre conclusioni simili alle mie…?
    Va bene: ti auguro il meglio anhc’io, buona domenica…

  54. Credo che qui la confusione che si sia creata stia nel credere che io sia amante dell’arte non disciplinata: questi consigli di Calvino, sono consigli di un editor… ma caspita, sarei il primo sostenitore d’un degno ritorno della figura dell’editor (ma bello acculturato e intriso d’arte, beninteso). Ritengo però che non si possa fare l’editor a distanza, con consigli ‘pratici’ per la propria opera…
    L’editor è un ‘angelo custode’ dello scrittore: lo affianca direi anche nella parte creatiiva, lo incentiva a mettere a fuoco cose poco chiare, ma le sue competenze sono profonde, e di squisitissimo lettore…
    Non si può dare una matrice e dire regolatevi: ogni libro ha sue esigenze, molto più che dei figli col padre.

  55. -La “riflessione alta, filosofica” non fa necessariamente di uno scrittore un filosofo (c’è davvero bisogno di specificare queste cose?).

    In merito a questo, c’è da specificarlo se lo additi in una sfera che non è proprio la sua: trovo che la ‘carne al fuoco’ di Dante esuli anche del tutto dalla sfera filosofica; è anzitutto un’avventura, e in qualità di Narratore, il suo lavoro ha messo all’opera miriadi di pittori, incisori e disegnatori, nel tempo.
    Ciò basta a dire che è un Narratore; non m’è chiaro il tuo passaggio, perché dire di lui filosofo e degl’altri dei fabbricatori di storie (come se lui non abbia dato compimento alla storia delle storie).
    Per me è strano…

  56. -C’è una differenza tra l’esprimersi, tra il vomitare la propria interiorità nella più completa anarchia solo perché si sente il bisogno di farlo, e il cercare un punto di contatto con gli altri. Con il comunicare.

    …ma davvero non pensi che sia piuttosto l’opposto…? Guarda che scrivere non è mica come essere dei guru invasati, degli antichi sciamani in preda a un delirio egocentrico… c’è già sufficiente razionalità, nel momento in cui un’idea prende forma; caspita, non saresti di fronte ad una macchina da scrivere, se così non fosse… Se lo sei, vuol dire che hai colto il dinamismo estetico che l’idea richiedeva… e per il quale si suda e s’attende anche una vita. Ciò non basta per fare d’un artista una persona ponderata e disciplinata…? Io credo di sì.
    Se invece tale maturazione si formalizza con l’ausilio di regole, spesso v’è il rischio di trovare per la medesima un corpo estraneo, e che dunque si debba ricominciare da capo, a meno che non c’aggradi la condizione di non perfetti accontentati della propria cosa…

    Scusami, ma direi che fosse degno depurare alcuni fraintendimenti. Però credo che questo sia il più comune che un amante di manuali gamberettiani possa riconoscere a chi non li raccoglie.

  57. -La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.

    Ovviamente qui Tolkien sottintende a delle doti proprie della ragione, e d’una ragione che è in collaborazione con un talento legato al fantastico… vuole cioè distruggere un senso comune: quello che l’artista sia una sorta di medium delle proprie opere, separato dalle verità della ragione e del mondo che lo circonda. Tutt’all’opposto: egli è un attento osservatore della realtà, e il suo atto si risolve nella volontà di manipolarla, spesso per scoprire veli che la ottenebrano e confondono… C’è sin troppa lucidità, in questo esercizio. L’artista sa bene quello che fa, tant’è che si parla di uno scirttore passato alla storia come il suo più attento lettore (esempio che ovviamente seguo attentamente).

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