strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

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il posto in cui viviamo

Earth Day

Pubblicato da Davide su Aprile 22, 2008

Secondo Earth Day dell’anno - ce ne sono due, organizzati da gruppi differenti.
L’altro è stato il 20 di Marzo.
Oggi, c’è quello più popolare.

L’idea è di sensibilizzare la popolazione del pianeta nei confronti dei problemi climatici, in modo da avviare una azione dal basso che porti i governi ad adottare tutte quelle procedure che posanoprolungare la vita della nostra specie su questo pianeta.

Ridurre i gas serra.
Evitare di privatizzare l’acqua piovana.
Eliminare una volta per tutte i sacchetti diplastica.

Perché le cose, nonostante ciò che possono sostenere i disinformati, non vanno bene.
Il clima è erratico.
Perdiamo una specie animale ogni cinquanta secondi.
La nostra economia è strettamente legata a tecnologie superatedipendenti da una risorsa non rinnovabile ed in via di esaurimento…

Se volessimo cambiare le cose davvero, avremmo un sacco dicose da fare.

Vale la solita considerazione.
Se non siete parte della soluzione, siete parte del problema.

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Il Mondo Senza di Noi

Pubblicato da Davide su Marzo 23, 2008

Una buona lettura per questo silenziosissimo giorno di Pasqua.
Alan Weisman si pone una domanda semplice - cosa succederebbe se domattina l’umanità scomparisse?
Un virus, naturale o ingegnerato, una nannotecnologia sfuggita al controllo…
Immaginiamo di scomparire.
Cosa succederebbe, dopo?

http://futuroprossimo.blogosfere.it/images/mondosenzanoi.jpg(lo schema tradotto è preso da http://futuroprossimo.blogosfere.it)

Il quadro - costruito col supporto di un gran numero di specialisti e ampiamente documentato - non è dei migliori: gran parte di ciò che creiamo persiste grazie alla nostra costante manutenzione, e non sopravviverebbe a lungo in nostra assenza.
Sul versante positivo, molti dei nostri effetti collaterali più negativi verrebbero riassorbiti abbastanza alla svelta dal sistema Terra.
Solo 50 anni per ripulire l’acqua dai nitrati (forse un po’ ottimistico).
Solo 500 anni per vedere il riformarsi delle barriere coralline (per lo meno in embrione).
Ma nessuno a goderne la bellezza.
Intanto, mentre enumera scomparse e ricomparse, Weisman traccia una storia dell’impatto umano sul pianeta - da quando siamo diventati una Forza della Natura capace di fare ciò che solo i vulcani in passato facevano.
L’autore non esprime giudizi, ma fornisce molto cibo per il pensiero.Ben scritto, ben tradotto, poco costoso (neanche quindici euro), tascabile, Il Mondo Senza di Noi è un eccellente esempio di divulgazione scientifica, una lettura veloce ma non “leggera”.
Lo pubblica Einaudi Stile Libero, con una misteriosa etichetta Extra.

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On the rocks

Pubblicato da Davide su Marzo 19, 2008

I soliti scienziati malvagi ed ignoranti, animati da un misto di arroganza, insipienza e crudele desiderio di rovinarci il weekend pasquale, segnalano che mai come nel 2007 la copertura di ghiaccio dell’Oceano Antartico è stata ridotta.
Utilizzando fotografie e grafici colorati coi quali si illudono di poter convincere la popolazione dell’imminenza di una crisi ambientale, questi sedicenti ricercatori hanno messo in luce che non solo come la calotta polare abbia raggiunto nel 2007 la sua minima estensione, ma anche come sia ormai composta in prevalenza da ghiaccio antico, che per sue caratteristiche chimiche risulta più resistente allo scioglimento.
La percentuale di ghiaccio giovane (meno di due anni) è scesa dal 60% al 30% in vent’anni.
I ciarlatani vorrebbero farci credere che la riduzione della superficie ghiacciata possa avere effetti globali - riducendo l’albedo del nostro pianeta (poiché l’acqua di mare è più assorbente del ghiaccio rispetto ai raggi solari).

Il ritiro dei ghiacci è stato giustamente salutato con un brindisi da svariati gruppi industriali in Canada e nella ex Unione Sovietica - poiché la scomparsa di tutto quel ghiaccio inutile apre allo strip-mining aree un tempo inaccessibili.

Frattanto, le menti più acute del web raccomandano di affrontare l’ennesima nota allarmista col solito metodo:

mani pressate sulle orecchie
occhi chiusi
urlare a pieni polmoni “Tanto non ci credo!

    E vedrete che passerà tutto.

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    Ritorno al futuro

    Pubblicato da Davide su Marzo 18, 2008

    Pochi sanno che, fra le due guerre, circolavano sulle strade americane svariate migliaia di auto elettriche.
    L’informazione è stata accuratamente rimossa, e solo di recente è riemersa nell’eccellente documentario Who Killed the Electric Car?
    Ora, in una scoperta manovra pubblicitaria, la Detroit Electric, una consociata Americano-Cinese, si prepara a rimettere sul mercato, in tiratura limitata, appunto, la Detroit Electric, un’autovettura a batteria popolare negli USA per una trentina d’anni prima del secondo conflitto mondiale, e la prima, tra le altre cose, ad utilizzare un vetro curvo per il parabrezza.

    Nel 1910 ne venivano sfornate 2000 l’anno.
    All’origine, la Detrot Electric - un’azienda con oltre mille dipendenti - vene schiacciata dalla politica di ribassodei prezzi della Ford e dal crash del 29.
    L’auto non superava i cinquanta all’ora, con una velocità di crociera di trenta, e poteva percorrere con una carica dai 120 ai 200 chilometri - l’ideale per l’attività cittadina.
    John D. Rockefeller ne possedeva una.
    E Henry Ford anche (la guidava sua moglie).
    E ovviamente Thomas Edison.
    Nonostante l’azienda fosse andata in bancarotta nel 1939 le Detroit Electric rimasero sul mercato almeno fino al 1942.

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    La crisi invisibile (dormendo nella casa in fiamme)

    Pubblicato da Davide su Marzo 18, 2008

    Su questo blog non dovrei parlare di bottega - ma avendo cancellato gli altri, mi rimane solo questo.
    E poi, parlare del futuro, per chi si fiscalizza (anche) come scrittoredi fantascienza, non è poi così off-topic.
    E poi, il titolo qui sopra dice strategie evolutive.
    Quindi, vediamo…

    Constatato che la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone, posso tranquillamente concordare che sia davvero in atto, aspetterò che passi.

    E così ho incontrato un’altra persona che davanti all’ipotesi di una vasta crisi ecologica in atto a scala planetaria, risponde con una spallucciata ed una frase furbetta.
    Una persona intelligente, badate bene, ben argomentata e con buone letture alle spalle.
    Certo, esprime opinioni estremamente sciocche

    Io non vedo nessuna “crisi ecologica”, una “crisi ecologica” è il meteorite che ammazza tutti quanti, non se sale la temperatura di un paio di gradi (sempre sia vero).

    ma così facendo non fa che allinearsi con una quantità di persone là fuori.
    Tutte persone per bene, col cuore al posto giusto, persone intelligenti e spesso ben argomentate.
    Che non credono alla crisi ecologica in atto.
    Che non la vedono.

    E questa cosa mi lascia di sale, perché io su queste cose ci sto lavorando da un decennio.
    I dati sono indiscutibili.
    Non si tratta di “credere” - come non si crede alla gravità, ma se ne accetta la realtà sulla base dei dati, così dovrebbe essere per la crisi in corso.
    Ma loro no, loro non la vedono.

    Mettiamo un po’ d’ordine.
    I sistemi naturali su questo pianeta (e presumibilmente sugli altri) seguono una ciclicità che può essere schematicamente rappresentata da quattro fasi molto generali, convenzionalmente indicate come, in successione
    1 - crescita e sviluppo (fase r)
    2 - stabilità e conservazione (fase K)
    3 - collasso (fase omega)
    4 - riorganizzazione (fase alpha).
    E poi si ricomincia.

    Questo ciclo è indipendente dallo spazio e dal tempo - nel senso che posso applicarli al mio acquario di casa o all’oceano Atlantico.
    Per quanto la complessità di ciascuna fase cresca, e le scale temporali e spaziali considerate siano diversissime, alla fine potrò sempre riportare gli eventi a queste quattro fasi.

    Il discorso della scala è importante, perché sulla scala lavora la nostra percezione.
    Mi sarà molto facile capire che i duecento grammi di sale iodato che ho versato nei cento litri di acqua dell’acquario abbiano ammazzato tutti i pesci rossi in due ore.
    Mi sarà molto meno facile osservare come l’accumulo di inquinanti attraverso decenni abbia intaccato le catene alimentari dell’Atlantico settentrionale.
    Ciò che però ci aiuta è che possiamo scomporre gli eventi maggiori (per alloro scala troppo grandi per essere percepiti a colpo d’occhio) in cicli minori in essi annidati.
    L’accumulo di inquinanti per decenni nell’Atlantico intacca intere catene alimentari, ma è in fondo la risultante di tanti piccoli accumuli locali, su tempi molto più brevi, che hanno intaccato catene alimentari o ecologie locali.
    Per fare un altro esempio, una variazione di temperatura di un paio di gradi può influire sulla riproiduzione di alcuni organismi, modificando localmente la catena alimentare e, sulla lunga distanza, inducendo una riorganizzazione su scala molto più vasta, come per un effetto domino.

    E ancora…
    Una petroliera che si schianta sulla costa Bretone, insomma, se è vero che a breve termine stravolge “solo” l’ecosistema costiero di quella regione, a lungo termine contribuisce a stravolgere gli equilibrii ecologici dell’intero Atlantico.
    Ma noi vediamo solo la petroliera, e la solita foto del cormorano inzaccherato, e dopo un paio di giorni la nostra attenzione è stata attratta da altro.
    Vediamo gli attivisti di Greenpeace che puliscono la scogliera con gli spazzolini da denti e quando, fra due anni, qualcuno ci dirà che la costa Bretone è comunque morta, ci torneranno in mente, e ci diremo che quei fessi si danno un sacco di arie ma non concludono nulla.

    Una seconda importante caratteristica dei cicli annidati sopra descritti è che capitano.
    Sono parte integrante del funzionamento del motore della Terra.
    Noi non possiamo controllarli o pilotarli.
    Ma, paradossalmente, possiamo variarne l’intensità e la scala.
    In altre parole, qualsiasi tentativo di controllo probabilmente, ci scoppierà in faccia.
    Ed a maggior ragione, qualsiasi interferenza non ponderata, ci scoppierà in faccia.
    L’unica soluzione è accettare il flusso dell’energia, assecondandolo.
    Molto taoista.
    È per questo che, se da una parte la civiltà occidentale del ventesimo secolo è probabilmente almeno parzialmente responsabile della crisi in corso, dall’altra c’è ben poco che possiamo fare per riportare le cose allo stato iniziale. Le promesse di certi eco-politici sono vuote.
    Possiamo però fare i passi necessari per adeguarci al cambiamento in atto - questo è la “crisi”, un passaggio da uno stato stabile ad uno di riorganizzazione - cercando di minimizzare i danni.

    Interrompere certi atteggiamenti (riversare idrocarburi in mare o anidride carbonica nell’atmosfera, ad esempio), non riporterà quindi le cose alla normalità.
    Ma potrebbe evitare che la crisi sia così acuta da non lasciarci spazio per adattarci.

    E, qui viene il bello, il sistema dei cicli appena descritto si applica anche alle attività umane in rapporto ai cambiamenti climatici.

    Ma era già accaduto prima, diranno alcuni.
    Vero, sacrosanto - obiezione perfettamente legittima.
    Il ciclo è continuo e inarrestabile, e lo è stato per milioni di anni, miliardi.
    E ce la siamo cavata! Voglio dire, glaciazioni, vulcani, catastrofi ambientali…
    Certo - ma eravamo duecento milioni, su questo pianeta, non settemiliardi.
    Era facile trovare una scappatoia per un pugnodi disperati.
    E vincereuna volta alla roulette non significa che si vincerà sempre.

    Ma, e qui comincia tutto un altro tipo di problema, c’è quella fetta della popolazione che sembra convinta che

    la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone

    Chi sarà a pensarla così?
    Probabilmente non quelle trentamila famiglie europee che hanno perduto un congiunto nell’ondata di caldo anomala dell’estate del 2003.
    Probabilmente non le 139 famiglie californiane che hanno subito la stessa perdita, per lo stesso motivo, nel 2006.
    Per costoro, si spera, gli effetti del riscaldamento globale non sono solo un numero.

    Ma naturalmente, c’era chi, nell’estate del 2003 aveva un condizionatore, un barattolo di gelato ed una fontana in cui tuffarsi con gli amici.

    E certo opinione forte sul cambiamento climatico potrebbero averla gli abitanti del Darfur, se solo la guerra lasciasse loro il tempo di pensare a qualcosa di diverso della sussistenza.
    Perché se le piogge non si fossero ridotte drasticamente e la desertificazione non fosse avanzata, le tribù settentrionali di pastori non si sarebbero dovute spostare a sud in cerca di pascoli, trovandosi a contendere i territori con i loro originari occupanti.
    E questa guerra ha altre ripercussioni - come la gran quantità di persone in fuga, che intasano le economie e i territori degli stati confinanti, in una sequenza di anelli sempre più ampi, fino alle panchine della stazione della nostra città…

    Ma naturalmente ci sono persone per cui Darfur è una famosa marca di caramelle.
    Ed anche ammesso che possa essere un paese, è un paese dannatamente lontano, dove la guerra l’hanno sempre fatta.
    E gli extracomunitari comunque qui noi non ce li vogliamo.

    E i cinquecento milioni di uomini e donne lungo il corso del Gange, che con la riduzione progressiva dei giacciai Himalayani, vedono le risorse di acqua potabile diminuire progressivamente, cosa ne penseranno del fatto che la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone?

    Ma certo, anche quello è qualcosa di lontano, nello spazio e nel tempo.
    E poi, non si sono sempre lamentati, nel delta del Gange, in Bangladesh, delle inondazioni?

    L’elenco potrebbe continuare a lungo.
    Di gente morta per via della crisi ecologica.
    Di esperienze, e di possibilità, perdute per via del cambiamento in atto.
    Si tratta di un mosaico, di un puzzle di tessere interconnesse, di minuscoli cicli locali che vanno a combinarsi in un unico ciclo avasta scala di cambiamento e riorganizzazione.
    La riorganizzazione è in corso, e tocca tutti.
    E tocca anche voi, sicuri nella vostra casetta col vostro condizionatore d’aria e la vostra scorta d’acqua potabile.
    Le bollete di luce e gas aumentano, fare il pieno alla macchina costa caro.
    Nel vostro freezer ci sono filetti di merluzzo che in realtà sono di merluzzide (diciamo un cugino di bassa qualità del merluzzo - il merlano, ad esempio) perché la pesca intensiva e l’acidificazione della acque oceaniche hanno portato il merluzzo sull’orlo dell’estinzione.
    La legge non impone ancora di distinguere tra merluzzi e merluzzidi, e Capitan Findus continua perciò a gabbarvi, ma credetemi, quello che mangiate non è merluzzo-merluzzo.
    L’articolo originale è ormai una rarità - e voi non potreste permettervelo.
    Ma voi state tranquilli, perché la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone.

    Bello sognare, eh?

    E in fondo è meglio, no?
    Nessun problema, nessuna responsabilità.
    È questo il ragionamento vincente, giusto?
    Non c’è, non esiste, non sta avvenendo e non avverrà mai, ed anche se fosse, non è a causa nostra, noi non sapevamo nulla ed eravamo in buona fede.
    Sono gli scienziati, che da cinquant’anni ne parlano e non ci hanno fatto nulla.
    È colpa loro, di quelli a cui non abbiamo mai dato retta ed ai quali abbiamno tagliato i fondi, se tutto sta andando all’inferno in un secchio..
    Oppure è colpa dei politici, di quei politici che noi abbiamo eletto e che non hanno fatto nulla di ciò che noi comunque non gli abbiamo mai chiesto.
    Oppure… oppure è comunque colpa di qualcun’altro.
    Noi stavamo solo dormendo, mentre la casa andava in fiamme.

    Davvero, come sostengono alcuni, se non sei parte della soluzione sei parte del problema.
    È troppo tardi per frenare?
    Non lo sappiamo.
    Ma provarci non è certo un crimine.
    Meglio che continuare a dormire, mentre la casa va a fuoco.

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    Il futuro

    Pubblicato da Davide su Marzo 3, 2008

    C’è certamente qualcosa nell’aria.
    E mentre la discussione prosegue (speriamo) senza vittime, Slate pubblica un articolo sull’architettura delle biblioteche del ventunesimo secolo.

    What sort of public library does the “digital world” of Google, Wikipedia, and Kindle require?

    Alcuni degli esempi fotografati sono notevolissimi.
    Al momento la mia prefernza va alla biblioteca pubblica di Seattle (la slide numero 6).

    Il futuro promette bene.
    Anche s ec’è chi, come Richard Watson, che ha creato una timeline delle estinzioni, e prevede la scomparsa delle biblioteche entro il 2019.
    L’elenco di Dowson dà da pensare.
    Di prossima scomparsa…

    2009: Riparare gli oggetti
    2014: Perdersi
    2016: Andare in pensione
    2019: Le biblioteche
    2020: Il Copyright
    2022: I Blog, l’Ortografia, le Maldive
    2030: Le chiavi
    2033: Le monetine
    2036: I veicoli a benzina
    2037: I Ghiacciai
    2038: Il silenzio e la tranquillità
    2049: I giornali in forma fisica e Google
    Oltre il 2050: La bruttezza, le Nazioni Unite e la MOrte

    Ahimé, questo è il frutto di una mentalità che vede il futuro come sequenza di eventi ineluttabili sulla base del cammino percorso fin qui.
    Ho parecchi libri che giocano allo stesso gioco - e perdono tutti (dove sono le stazioni orbitali, Gerard?!)
    Beata ingenuità.
    Dick Watson, poverino, non considera ad esempio che in Italia, la pensione è già scomparsa da un paio d’anni. Restano solo alcuni pensionati relitti.
    Idem per l’ortografia.
    Si scorda che le Nazioni Unite non se le è mai filate nessuno.
    E che se i motori a benzina scomparissero prima, magari ci salveremmo le Maldive e un po’ di ghiacciai.

    Quanto alla morte… beh, il Break-even Point di Clarke è nel 2010.

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    I Quattro Avvocati dell’Apocalisse

    Pubblicato da Davide su Febbraio 28, 2008

    Beh, sei, in effetti.

    Doveva succedere.
    E non poteva succedere che negli Stati Uniti - paese che ha fatto della causa legale una forma standardizzata di interazione sociale, e dove la class action fa paura per davvero.

    A rivolgersi ad uno studio legale (beh, sei, in effetti) sono stati questa volta i rappresentanti del Consiglio della Tribù dei Kivalina, una comunità nativa americana che fa base a Kivalina, Alaska.

    La CNN riporta la notizia…

    The city of Kivalina and a federally recognized tribe, the Alaska Native village of Kivalina, sued Exxon Mobil Corporation, eight other oil companies, 14 power companies and one coal company in a lawsuit filed in federal court in San Francisc

    Le aziende citate in giudizio sono co-responsabili della immissione in atmosfera dei gas serra il cui effetto sta mettendo in pericolo la comunità di Kivalina.
    Lo scioglimento precoce e esteso dei ghiacciai intacca infatti significativamente le attività degli inuit…

    Sea ice traditionally protected the community, whose economy is based in part on salmon fishing plus subsistence hunting of whale, seal, walrus, and caribou. But sea ice that forms later and melts sooner because of higher temperatures has left the community unprotected from fall and winter storm waves and surges that lash coastal communities.

    L’unica alternativa all’estinzione per questa gente è emigrare in massa - con uncosto stimato di 400 milioni di dollari.
    E qualcuno dovrà pagare.

    La cosa è stata presa in mano da due organizzazioni non-profit e, appunto, sei studi legali, e pare che la battaglia - se ci sarà - sarà tale da entrare nei libri di storia…
    Possibile che dove non sono arrivati gli assaltatori verdi di Greenpeace e migliaia di dimostranti possa arrivare un’azione legale con uno strascico miliardario ai danni delle maggiori industrie petrolifere ed energetiche occidentali?
    Non ci sarebbe da stupirsi.

    The other oil companies named were BP PLC, BP American, BP Products North America, Chevron, Chevron USA, ConocoPhillips, Royal Dutch Shell PLC and Shell Oil.

    Also named were Peabody Energy, a major coal producer, and power companies AES, American Electric Power, American Electric Power Services, DTE Energy, Duke Energy, Dynegy Holdings, Edison International, MidAmerican Energy Holdings, Mirant Corp., NRG Energy, Pinnacle West Capital, Reliant Energy, The Southern Co. and Xcel Energy.

    L’accusa comprende - oltre a un generico “disturbo della quiete”, anche una “cospirazione per disinformare il pubblico sulle reali cause ed effetti dell riscaldamento globale”.

    La Exxon al momento sta emettendo dei suoni generici di autodifesa (tipo “noi vogliamo bene all’ambiente…”).
    La causa sarà di competenza di una corte californiana - altro fatto che lascia presagire il peggio per le aziende coinvolte.

    Noi aspettiamo sviluppi, sventolando la bandierina della tribù Kivalina.

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    Un libro usato

    Pubblicato da Davide su Febbraio 7, 2008

    … un altro.
    Mi è costato la bellezza di otto dolalri, incluse le spese di spedizione.
    Poco, considerato che è un rilegato rigido da biblioteca - ancora con la sovracoperta plastificata antiproiettile che usano negli USA, il numero di codice (Z-265-320), la tasca per la tessera dei prestiti.
    Preso in prestito sette volte, dal 1981 al 1997.
    Biblioteca del Junior College di Pensacola.

    Si intitola 2081 - A Hopeful View of the Human Future.
    Lo ha scritto Gerard K. O’Neill.
    Quello di The High Frontier.
    L’uomo che ha progettato le colonie spaziali nei punti lagrangiani che, dal 1994, avrebbero dovuto orbitare la Terra.
    Solo che i soldi ce li siamo spesi per fare lo Scudo Stellare.
    Oggi, le colonie O’Neil le troviamo solo in Gundam.

    2081 è un libro importante, figlio dei primi capitoli di The High Frontier.
    Là, O’Neill passava rapidamente in rassegna le cose a venire dei trent’anni successivi - l’aumento della popolazione, il crollo delle fonti energetiche tradizionali, i problemi ambientali.
    Qui, l’autore ricapitola l’intera faccenda, passa in rassegna quegli autori che prima di lui si sono provati a prevedere il futuro, identifica i cinque settori nevralgici dello sviluppo tecnologico (computer, automazione, colonizzazione spaziale, energia e comunicazioni), delinea probabili linee di sviluppo, immagina il mondo del 2081.
    En passant, prevede gli sviluppi di internet, della rete cellulare, del telelavoro e della telepresenza, e dozzine di altri piccoli trionfi tecnologici degli ultimi vent’anni.
    Certo, è una visione tecnocratica - e se non si è concretizzata, è perché fattori umani non fattorizzati quali il nazionalismo, la paura e l’intolleranza hanno interferito.
    Ma è una visione importante.

    Abbiamo una responsabilità che va oltre la mera curiosità nell’apprendere tutto ciò che possiamo sul futuro, perchè dvremo scegliere quelle azioni che non solo assicureranno la sopravvivenza dell’umanità, ma ne miglioreranno le condizioni[...] Combattere per la giusta causa potrà darci una sensazione di virtù, ma non guadagneremo nulla sollecitando azioni che non hanno alcuna probabilità realistica di avverarsi.

    In un mondo perfetto, libri come questi verrebbero letti nelle scuole.
    Qui ed ora, li reperiamo per otto dollari, di seconda mano, su internet.
    Possiamo ricavarne un segnale piuttosto preciso.

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