Archivio
Non moriremo in silenzio
Mi chiedono di girare al pubblico questo testo e mi pare una cosa buona.
Si tratta del discorso di apertura del “Climate Vulnerabile Forum”, durante il quale lenazioni maggiormente minacciate dall’attuale cambiamento climatico si sono riunite per fare il punto della situazione e chiedere azioni realistiche per mitigare le conseguenze dei fenomeni in atto.
Il testo è del presidente delle Maldive, Mohammed Nasheed.
Noi ci siamo riuniti qui perché rappresentiamo le nazioni che più di tutte potrebbero subire gli effetti negativi del cambiamento del clima. Alcuni preferirebbero che noi soffrissimo in silenzio, ma oggi abbiamo deciso di parlare
I membri del G8, i paesi ricchi, si sono impegnati in limitare l’aumento della temperatura globale a non più di 2 gradi centigrada. Eppure, si sono rifiutati di impegnarsi per gli obiettivi del carbonio.
Due gradi significa perdere la barriera corallina. Due gradi e scioglieremmo la Groenlandia. Due gradi ed il mio paese non sopravviverebbe.
Come Presidente non posso accettare tutto questo. Come persona non posso accettare tutto questo.
Non posso credere che sia troppo tardi, e che non possiamo fare nulla. A Copenaghen avremo il nostro appuntamento con il destino. Andiamo lì con un piano migliore.
Dopo tutto, non è il carbonio che vogliamo, ma lo sviluppo. Non è il carbone che vogliamo, ma l’energia elettrica. Non è l’olio che vogliamo, ma il trasporto. Le tecnologie a basso contenuto carbonio esistono ora, per fornire tutti i prodotti e servizi di cui abbiamo bisogno: facciamo in modo in cui l’obiettivo sia usarle. A mio avviso, i paesi che si preoccupano di rinvigorire le proprie economie oggi, saranno i vincitori di domani.
Al momento ogni paese arriva ai negoziati cercando di mantenere le sue proprie emissioni più alto possibile. Non si assumono mai degli impegni, a meno che lo faccia qualcun altro prima.
Questa è la logica del manicomio, una ricetta per il suicidio collettivo.
Noi non vogliamo un patto globale suicida. E non firmeremo un patto globale suicida, a Copenhagen o altrove. Così oggi, invito alcune delle nazioni più vulnerabili del mondo per creare e firmare un patto globale di sopravvivenza.
Discorso antipatico, ma significativo.
Le richieste di azioni ad elevato impatto per mitigare la crisi climatica si scontrano di solito con una politica “prudente” da parte di quelle nazoni che credono di avere meno da perdere (ehm… noi)…
Ad esempio, quando i paesi africani si sono alzati durante i negoziati sul clima a Barcellona ed hanno chiesto ai paesi ricchi di impegnarsi per gli obiettivi forti per il clima, i governi europei hanno esercitato su di loro una pressione enorme per fare marcia indietro, così tanto che il presidente del blocco africano è stato costretta a lasciare i negoziati.
La situazione è già abbastanza complicata.
E apparentemente la politica persiste nell’offrirci le soluzioni di ieri ai problemi di domani.

Powered by ScribeFire.
Focaccia e Berlucchi
Oggi – per la prima volta nella mia vita, che io ricordi – ho investito una parte dei miei sudati risparmi per acquistare una bottiglia di spumante Berlucchi, con la quale festeggiare questa sera, con un paio di amici, l’ottimo risultato del concorso per il dottorato a Urbino.
Notoriamente io non bevo mai… vino, e quindi la scelta è stata soprattutto una scelta di etichetta, di popolarità del marchio.
Trionfo del marketing.
Memetica al lavoro.
Poi, non ho saputo resistere, mi son comprato un euro dell’eccellente focaccia che si produce in una certa panetteria di Nizza Monferrato.
Ottima.
Ecco, credo che questa contrapposizione descriva abbastanza bene come mi sento all’idea di tre anni solidi di ricerca pagata presso un ateneo prestigioso, al fianco di ricercatori eccellenti.
Sono stato troppo a lungo uno schifoso freelancer per riuscire a trascendere la focaccia, per abbandonarmi allo spumante.
Sono stato troppo a lungo un cybernomade, un indirizzo e-mail, un’apparizione fugace ai congressi, per riuscire adesso ad adattarmi con facilità al new deal.
E credo – spero – che questo mio ipotetico handicap possa in qualche modo mutarsi in un vantaggio, offrendomi la possibilità di portare un atteggiamento mentale diverso all’interno del gruppo di lavoro, una prospettiva diversa.
Ci sarà da lavorare sodo.
E non si tratterà solo (e qui prevengo un ovvio intervento – vero Elvezio?) di contare animali morti microscopici, ma di sviluppare e proporre soluzioni pratiche per rendere più facile la transizione verso un futuro con meno petrolio, e con un certo numero di problemi climatici e ambientali.
Ecco, ci sarà da lavorare sodo, ma mi viene offerta l’opportunità di essere parte della soluzione, non parte del problema.
È più di quanto potrei chiedere, ma è il minimo che potrei accettare.
Ora devo solo cercarmi un microscopio di seconda mano…

Powered by ScribeFire.
Blog Action Day – Infinitamente idioti
Vorrei fare un post per cercare di spiegare come i problemi ambientali attuali siano frutto di un approccio culturale, di una educazione, sbagliati, e non semplicemente del motore a scoppio o della pesca a strascico.
Sottolineare la connessione fra una certa cattiva educazione in toto e la situazione del nostro pianeta.
Oggi è il Blog Action Day.
A voi cinici bastardi là fuori naturalmente non interessa – voi siete troppo maledettamente blasé per preoccuparvi del fatto che lascerete ai vostri figli un mondo talmente malandato da non trovarci neppure più un cerino per accendersi il lumino sulla tomba.
Forza, ammettetelo, voi siete dannatamente superiori, e la sapete molto, molto più lunga di tutti gli altri.
Tanto per cominciare, quale che sia l’oggetto del contendere – il cambiamento climatico, la desertificazione di aree un tempo fertili, la diffusione a latitudini atipiche di malattie e parassiti che un tempo si trovavano solo nei libri di Salgari, il fatto che l’acqua potabile scarseggi sempre più e la poca che resta sia di proprietà privata di alcuni individui assolutamente spiacevoli, il fatto che ciò che avete mangiato oggi apranzo e vi hanno venduto per manzo fosse semplicemente “bovino adulto” e ci sono al mondo un sacco di bovini che voi non riconoscereste come tali neanche se vi inseguissero ma che avete mangiato con regolartità negli ultimi dieci anni scambiandoli per vacche, il fatto che nel tempo che avete impiegato a leggere questa pagina ed arrivare fin qui sia morto di stenti un neonato, e che nel tempo che impiegherete ad arrivare in fondo a questo post si sarà estinta una specie, animale o vegetale, che non conoscete, non avete mai visto e che dato il livello di educazione che la vostra scuola vi ha garantito, comunque, non riuscireste neppure ad immaginare…
Quale che sia l’oggetto del contendere, dicevamo, voi conoscete almeno una persona che ritiene certe cose importanti e che a voi sta clamorosamente antipatica, e quindi per riflesso, se lui dice bianco, voi dovete dire nero.
E quindi se Al Gore dice salviamo i pinguini, voi dovete assolutamente ordinare una seconda porzione di pinguino alla provenzale, anche se di fondo il pinguino alla provenzale vi fa abbastanza schifo, e le porzioni sono comunque piccole, ma che diavolo, piuttosto che fare come Al Gore… e che sia ben cotto, il pinguino!
Poi, naturalmente, c’è il fatto che molte delle prove riguardo alla progressiva degenerazione del sistema ambientale arrivano da scienziati e studiosi.
Ed a voi l’hanno inculcata nel cervellino fin da piccoli, l’equazione studioso = minchione.
Voi da ragazzini quelli che studiavano troppo li incantonavate, in gruppo, e li riempivate di botte.
Li sfottevate.
Poi copiavate i loro compiti o vi facevate passare i loro appunti, ma solo perché voi eravate talmente meglio che le cose che facevano quei fessi non le sapevate fare.
Voi giocavate bene a pallone.
E siete cresciuti con questa specie di crepa nel cervello, per cui non accettate l’idea che qualcuno possa dire a voi come stanno andando le cose, e cosa fare per frenare prima di schiantars sul muro.
Voi siete troppo in gamba per la vostra stessa sopravvivenza.
A meno che non foste voi quelli che venivano picchiati e dileggiati, e a questo punto state pensando che crepino, e posso capirvi, anche se non vi posso dare ragione.
E poi c’è la questione del perché devo cambiare io le mie abitudini se [qui metteteci il nome di chi vi pare, o la categoria cretina, fra le molte categorie cretine nelle quali suddividete la realtà, che più vi aggrada] non lo fa?
Perché la colpa è sempre degli altri.
Anche questo lo avete imparato fin da piccoli, e vi ha permesso di trovarvi una vita da due lire nella quale nascondervi dalla cosa che di più in assoluto vi terrorizza: la Responsabilità.
Una cosa che vi fa a tal punto paura che l’avete rimossa, e se io vi chiedessi cosa vi terrorizza mi direste i ragni, i clown, Satana, le suore… qualsiasi cosa pur di non pensare alla Responsabilità.
Ed a questo punto c’è un imbecille là fuori che sta per chiedere “Se siamo davvero così, perché perdi tempo a scrivere questo post?”
Perchè oggi è il Blog Action Day.
Ed io mi sono impegnato a scrivere un post sull’ambiente.
E per mantenere il mio impegno, ora che ho la vostra completa attenzione, vi spiegherò qualcosa che i vostri padri non avevano capito.
Ciò che i vostri padri… inostri padri, non avevano capito, è che l’infinito non esiste.
No, ok, vedo i matematici imbizzarrirsi, ma state calmi e lasciatemi continuare.
L’infinito come ce lo hanno presentanto non è una cosa di questo mondo.
Non starò qui a discutere di materia barionica, universi aperti, universi chiusi, cicli Big Bang-Big Crunch, e quanto disti da noi il margine dell’universo conosciuto.
Quelle sono cose da astrofisici.
Restiamo nell’ambito del quotidiano.
Non esistono orologi a carica infinita.
Non esistono fenomeni che non abbiano fine.
Ma ai nostri padri è stata raccontata un’altra storia.
È stato raccontato loro che il petrolio col quale produrre materie plastiche e col quale alimentare motori a scoppio non sarebbe mai finito.
Ed è stato raccontato loro che anche se i gas prodotti da quei motori a scoppio e da moltissimi altri processi industriali sono insalubri, e velenosi, il problema non esiste, perché l’atmosfera, essendo infinita, avrebbe potuto contenere una quantità infinita di schifezze.
Come il mare.
Dal quale avremo comunque potuto ricavare una quantità infinita di pesce.
Come l’acqua potabile, con la quale avremmo potuto riempire infinite piscine, per sempre.
E l’economia, fondata su principi apparentemente scientifici, ci garantiva una crescita infinita – un futuro in cui tutti sarebbero diventati sempre più ricchi, per sempre.
Con sempre più canali televisivi, e sempre meno decisioni da prendere.
Ricordate cosa dicevamo della Responsabilità?
E quelli che glielo raccontavano ci credevano loro stessi.
Oggi i dati ci dicono che qualcosa non ha funzionato.
I pesci più appetibili stanno scomparendo – ed alle donne in stato interessante si consiglia non più di una piccola scatola di tonno alla settimana (se proprio non possono farne a meno) in consideraazione del mercurio contenuto nelle carni definite commestibili.
Il mare è una pattumiera.
Come l’atmosfera – ed i casi di asma crescono senza dar segno di rallentamento.
Da ragazzi avete giocato con giocattoli di plastica velenosa, che rilasciava idrocarburi aromatici volatili cancerogeni – proprio come i colori che usavate per disegnare nelle vostre scuole fatte di eternit.
E oggi temete che i vostri figli possano subire le conseguenze negative dei cartoni giapponesi o di internet!
Ma non preoccupatevi del cancro – quello, se vi deve venire, verrà probabilmente perché siete stati troppo a lungo seduti troppo vicini al televisore.
O per il fatto che avete mangiato scambiandolo per manzo quello che era un povero bovino africano zeppo di roba chimica.
Intanto la buona notizia è che il petrolio sta finendo.
La cattiva notizia è che sul petrolio abbiamo fondato la nostra civiltà.
Abbiamo operato per quasi un secolo come se non ci fossero limiti.
E paradossalmente, operando come se il futuro non avesse importanza, come se non ci fosse futuro, siamo arrivati al punto in cui per noi il futuro sembra davvero non esserci più.
Sarebbe il caso di cominciare a darsi da fare.
E qui sento qualcuno là fuori che dice, mbeh, stronzo, tanto lo hai detto tu che tutto deve finire, no?
E poi ride.
Perché tutto questo sermone vi annoia.
Perché voi siete troppo fighi per sopravvivere.
E allora il sermone finisce qui.
Quando tornate a casa stasera, date una carezza ai vostri bambini.
E pregate di essere ancora così fighi – oppure di essere già morti – quando loro avranno delle domande da farvi.
Oggi è il Blog Action Day.
Ed a voi non potrebbe fregarvene di meno.

Powered by ScribeFire.
Il controllo della natura
[questo post compare in contemporanea sul mio blog di campagna]
Paese meraviglioso, l’Italia.
Piove.
La gente muore.
Si parla di fatalità.
Qui a Castelnuovo Belbo (sì, oggi sono in modalità country), provincia di Asti, area sismica soggetta a frequenti alluvioni, qualcuno – non ho ancora appurato chi – si è venduto una collina, una camionata alla volta.
In Regione Crivelletto, non lontano dal cimitero.
Le sabbie gialle stratificate che costituiscono/costituivano il montarozzo sono state sbancate con una pala meccanica e vendute come inerti.
Gli effetti dello sbancamento in atto – siamo a circa metà del lavoro – non hanno tardato a farsi sentire: basta un temporale perché la strada comunale (già di per se ripidissima) non si copra di un sottile ed infido strato di sabbia sciolta.
E i movimenti di massa lungo ciò che resta del pendio non scherzano, per lo meno a giudicare dal paio di pali della luce si sono spezzati come stuzzicadenti.
Pali in calcestruzzo.
Eppure i lavori proseguono.
I camion continuano a portar via sabbia.
E qualcuno avrà certamente dato dei permessi, valutato le conseguenze.
Magari anche comprato dei nuovi pali in calcestruzzo.
Il problema è che, con tutta la buona volontà, non sappiamo come cambierà la dinamica del paesaggio quando al posto di una collina ci sarà un bassopiano sabbioso con le impronte dei pneumatici dell’ultimo giro di camion.
Già l’idea che il paesaggio possa essere dinamico sfugge a gran parte degli osservatori – in fondo la collina è sempre stata lì, non è mai cambiata, è poi solo un mucchio di sabbia in attesa di essere messo sul mercato.
Allo stesso modo sfugge la scala delle energie in gioco.
In fondo sono poche camionate di sabbia.
In fondo è solo un po’ di pioggia.
Ecchéssaràmai.
E su tutto va poi a spalmarsi la confusione – criminale – fra possesso e controllo.
La collina è mia, ne faccio quello che voglio.
Cosa potrà mai capitare?
A differenza di ciò che credono – per motivi affini – gli ignoranti e gli scientisti d’accatto, il controllo della natura non ricade fra le capacità della nostra civiltà.
Per quanto la nozione possa offendere taluni, le crisi ambientali capitano.
E spesso tutto ciò che possiamo fare è prenderne atto.
La natura è complicata, governata da una quantità spesso difficilmente determinabile di variabili, i rapporti fra le quali non sono chiari quanto piacerebbe a chi si è letto un paio di libri di fisica e guardando un paesaggio di colline crede di vedere il meccanismo di un orologio.

John Mcphee, un giornalista americano dal quale ho imparato più geologia di quanta ne abbia imparata da tanti docenti di geologia, pubblicò anni addietro un volume intitolato The Control of Nature, che per motivi imponderabili finì nel catalogo Adelphi (Il controllo della natura, 1989).
Si tratta di tre saggi basati su tre esempi reali di tentativi di fare l’impossibile – regimentare il corso di un fiume, bloccare una colata lavica, gestire degli incendi boschivi cronici in un paesaggio naturalmente franoso.
Costa meno di venti euro ed è sul mercato da vent’anni.
Non conosco molti colleghi che lo abbiano letto.
Credo che latiti criminalmente da consigli comunali e studi tecnici.
E in fondo perché documentarsi su queste cose?
A noi basta la fatalità.

Powered by ScribeFire.
Questa è la realtà
Fra poco tutti i canali scompariranno dal mio video come se fosse stata buttata un’atomica nel mio giardino.
Non mi importa.
Non sopporto più i media nazionali.
La realtà è un’altra cosa.
Come questo…

Instant blogging update: sono le 18:30 e RAI3 sta passando un servizio live (Alberto Angela e Fabrizio Frizzi presentano) su progetti affini a quello discusso nel filmato, e sviluppati da liceali italiani; bello vedere che i nostri liceali sono allo stesso livello di un quattordicenne autodidatta del Malawi, e con solo sette anni di ritardo.
Powered by ScribeFire.
Pausa pubblicitaria
Li affumicano e poi se li mangiano
I lemuri del Madagascar.
Circolano ormai da qualche giorno le immagini dei lemuri arrostiti che in alcune località del Madagascar vengono comunemente serviti nei ristoranti.
Per chi se lo fosse scordato, i lemuri coronati del Madagascar sono considerati specie in pericolo, cpsì come i lemuri dorati, dalla legislazione ambientale internazionale.
Gli allegri animalini non costituiscono una minaccia alle colture e rappresentano un importante elemento nell’ecosistema dell’isola.
Purtroppo, a quanto pare, sanno di pollo.
E vanno alla grande sia presso i locali che fra i turisti.
Dr. Russ Mittermeier, president of CI, said, “What is happening to the biodiversity of Madagascar is truly appalling, and the slaughter for these delightful, gentle, and unique animals is simply unacceptable. And it is not for subsistence, but rather to serve what is certainly a “luxury” market in restaurants of larger towns in the region.” Mittermeier went on to say that an entire population could be destroyed within weeks!
L’assalto alla biodiversità del Madagascar è stato recentemente denunciato da Conservation International, ed ha condotto all’arresto di quindici persone.
I bracconieri, apparentemente, stanno approfittando della situazione politicamente frizzante in cui versa il Madagascar per sfuggire all’arresto.
Ed è ancora possibile ordinare un paio di lemuri brasati in parecchie località malgasce.









Commenti Recenti