Malinconia? Tristezza? Perplessità?
Pubblicato da Davide su Aprile 9, 2008
I traduttori anglosassone sembrano un po’ confusi su come tradurre il giapponese Yûutsu - che stando a Rikaychan (il plugin di Firefox) è semplicemente melancolia.
Ma la ragione è presto spiegara facendo qualche indagine.
Ma procediamo con ordine…
Ho appena finito di guardare un’edizione doppiata in inglese di Suzumiya Haruhi no Yūutsu - The Melancholy of Haruhi Suzumiya.
E sono assolutamente impressionato.
OK - ottima animazione, ma cosa vi aspettavate, siamo nel 2006 (a serie ha due anni).
Buona la regia, bello il montaggio - ma è un prodotto connesso ad una linea di grande successo, quindi non sorprende.
Ma c’è di più.
Di rado mi è capitato di trovare tante (buone) idee infilate in quattordici episodi di un cartone animato, e la cosa mi lascia con il desiderio di poter mettere le mani sui romanzi originali di Nagaru Tanigawa dai quali il cartone animato è tratto - e che hanno titoli come appunto La Malinconia di H.S., la Noia di H.S., la Perplessità di H.S.
Non pare che TokyoPop (o qualche altro meritorio editore anglosassone di traduzioni dal giapponese fatte come si deve) abbia ancora messo le mani su questo tesoro, e quindi urge rispolverare il giapponese - considerando dieci volumi, ad una pagina al mese, avrò di che leggere per il resto della mia vita…
E oltre.
Hmmm… potrei pagare…
No, non posso permettermelo.
Tocca ripassare il giapponese.
La serie di romanzi (e fumetti, amine, videogiochi…) incentrata sulle iniziative di una iperattiva “ragazza che non ha alcun interesse per le persone normali” (la Haruhi Suzumiya del titolo), traccia essenzialmente l’evolvere delle relazioni personali dei cinque protagonisti - l’iperattiva ragazza di cui sopra ed i suoi quattro più o meno involontari complici/vittime - e la loro interazione con la vita scolastica.
Cinque persone in una stanza fredda, con una pila di giochi di società, un computer rubato, una scaffalata di libri…
Il che suona dannatamente noioso vero?
Malinconico.
Triste.
E causerà forse qualche perplessità, a questo punto, il mio entusiasmo.
Il fatto è che una serie per ragazzi che citi senza far pause per prender fiato tanto Hyperion di Dan Symmons che Rosenkrantz & Guildenstern Sono Morti di Tom Stoppard, una serie di cartoni animati che accoppia teoria delle stringhe e teoria della cospirazione, universi tascabili e viaggi nel tempo, memetica e intelligenze aliene, tutto in quattordici episodi da meno di venticinque minuti, genera decisamente il mio entusiasmo, ed ha tutto il mio apprezzamento ed il mio rispetto.
Il fatto che ci riesca senza annoiare, con un commento musicale piacevole e con alcuni momenti di assoluta ilarità (cosa succede se si cambia la firma quantica alle molecole di una mazza da baseball?) senza mai scivolare nell’idiozia (fatto salvo un certo autocompiacimento nell’infilare la più polposa delle protagoniste in abiti imbarazzanti), è un ulteriore bonus.
Che bello deve essere, vivere la propria adolescenza dove c’è a disposizione, per leggere e passare il tempo, materiale di questa straordinaria qualità.
Perché avere accesso a intrattenimento intelligente neglia nni della formazione aiuta a diventare intelligenti.
Pubblicato su Cat Blog, fantascienza, film, fumetti, libri, musica | 11 Commenti »



















Teraku Takashi







Interessante discussione che da una settimana circa mi si è incastrata in fondo al cervelletto.
La prima che mi venga in mente è Neverness, di David Zindell.
Barando, si potrebbe dire che il Ciclo del Nuovo Sole di Gene Wolfe (in effetti un romanzo in quattro parti con un solo sequel) arrivi agli stessi risultati.
E chissà cosa ne è stato di Edward Bryant, che in Cynnabar creava un intero universo in una manciata di racconti interconnessi.
Complice un rivenditore di nicchia annidato fra le pieghe di Amazon.fr, mi è arrivata una decina di giorni or sono una copia a metà prezzo di Robot Ghosts & Wired Dreams, sontuoso volume della Minnesota University Press dedicato all’analisi della fantascienza giapponese, “dalle origini agli anime”, come dice il sottotitolo.
E qui fermiamoci.
Li odio perché è troppo facile vedere quelle previsioni che non si sono avverate non per limiti tecnologici o economici, ma per scelte ben precise dei dirigenti politici.
Si intitola Blooper, e ci sono buone probabilità che compaia nel quinto volume di
Metto quindi giù due righe, in memoria di un attore legato al mio passato.