Archivio

Archivio per la categoria ‘fantasy’

Magnus per Natale

23 Novembre 2009 Davide 2 commenti

In un uggioso pomeriggio del 199… io ed un mio buon amico che ora vive molto lontano ci rifugiammo in una libreria del centro per sfuggire all’umidità e dare un’occhiata a cosa ci offrisse il mercato.
L’occhio ci cadde su un volume nero sulla copertina rigida del quale spiccavano le lettere del titolo, Le Ceneri del Resuscitato.
Un fumetto di Magnus.
Ora, all’epoca noi non si era fini estimatori di fumetti, ma semplici lettori.
Per noi Magnus significava La Compagnia della Forca, Alan Ford, Lo Sconosciuto.
OK, sapevamo di Kriminal e di Satanik, ma quel volume in particolare richiamava incontinenze molto più inquietanti – sesso, violenza, cannibalismo…
Ma non fu esattamente quello, a prenderci in contropiede.
No, fu il fatto che il mio amico ricordava con una certa sicurezza di aver ritrovato una versione infinitamente più squallida – editorialmente parlando – e antica di quel ridicolo pornazzo fumettistico, presso la caserma romana dove aveva dapoco finito di svolgere il servizio militare.
Era un lato di Magnus che non conoscevamo.
http://www.pandistribuzione.it/image/image_gallery?img_id=2174239&t=1256200311790
Ora, la Lizard pone sul mercato un volume – fresco fresco per il mercato natalizio – che espande ed approfondisce il lato oscuro (ma neanche poi tanto oscuro) della carriera artistica di Roberto Raviola, in arte Magnus.
Si intitola Magnus Erotico e Fantastico, ed è un sontuosissimo volume da 250 pagine che raccoglie le opere dell’artista dal 1980 allaprima metà degli anni ‘90.
C’è Milady nel 3000, ci sono Le 110 Pillole, ci sono Le Femmine Incantate
Ci sono un sacco di cose che ho già.
Ma ci sono anche delle perle scomparse da tempo, inclusa una succosa biografia dell’autore (naturalmente a fumetti).

È interessante lo stretto legame in Magnus di fantastico ed erotismo, così come è straordinario il levello di dettaglio delle tavole, con i richiami ai classici del fumetto (Flash Gordon primo fra tutti) e lo strano vezzo di adattare antiche opere letterarie cinesi.

Chissà, qualcuno riuscirà persino a sentirsi offeso, dalla cura anatomica di certi amplessi, dall’oscenità di certe trovate.
Per tutti gli altri, questo rimane un pezzo imperdibile per una biblioteca che del fantastico voglia davvero esplorare ogni aspetto.

In un panorama dominato da giganti, Magnus è stato il più grande.

Powered by ScribeFire.

Categories: fantascienza, fantasy, fumetti Tag:

Ombre del tempo

21 Novembre 2009 Davide Lascia un commento

Si diceva ieri con Massimo Citi che noi leggiamo solo gli Urania che fanno schifo.
Quelli belli, ce li perdiamo tutti, sistematicamente.
Sarà perché, tanto per me quanto per Massimo, Urania è ormai un acquisto da stazione, o da capolinea dell’autobus.
Si prospetta una lunga percorrenza sui mezzi pubblici?
Allora compro un Urania, anche se magari ho già un altro libro in tasca.
È un vizio, un’abitudine, al punto che se Trenitalia e le varie compagnie di trasporti locali facessero un contratto con Mondadori, e mi rifilassero un vecchio Urania con ogni biglietto acquistato, la troverei una piacevole commodità.
Certo, ci sono dei brutti effetti collaterali – tipo questa specie di certezza statistica che, se acquistato al volo in stazione, l’Urania si rivelerà
a . una ristampa di qualcosa di già letto
b . il bellissimo terzo tomo di un romanzo ripartito in sette volumetti
c . una ciofeca inesprimibile

È subordinando la mia frequentazione di Urania alle stazioni ed alle fermate d’autobus che sono riuscito a perdermi sistematicamente i volumi 1432, 1455, 1465, 1486 ed il supplemento numero 27 al 1509.
Ed è con rammarico che me ne rendo conto ora, mentre leggo con gran piacere una copia in condizioni eccellenti di Mother Aegypt, https://www.nightshadebooks.com/secure/images/products/20_large.jpgdell’americana Kage Baker – già insegnante di lingua elisabettinana, classe 1952, forse l’autrice più vicina, per tematiche, stile e per la miscela di umorismo e compassione, al miglior Leiber d’antan.
E questo non è un complimento che io faccia alla leggera.
Della Baker avevo già letto Anvil of the World, piacevole fantasy revisionista molto intelligente, costruito sul più semplice degli inganni e molto, molto soddisfacente.
Mother Aegypt raccoglie tre racconti ambientati nello stesso universo di Anvil, più altre storie sfuse, un paio connesse a quel ciclo della Compagnia le cui uscite in Urania mi sono così colpevolmente sfuggite.
Storie complesse, ciniche e sostanziose, imperniate sui viaggi nel tempo, e su ciò che si può ottenere – in termini di potere, e guadagni – controllando il flusso degli eventi.
Grandi storie, superbamente scritte.
Ma io me le sono perse – perché in quei giorni, evidentemente, non viaggiavo in treno o in autobus.
Il che significa che dovrò rimediare – e poiché i libri di Kage Baker meritano di essere riletti, e conservati a lungo, farò in modo di raccattare le edizioni di lusso in lingua inglese.
Le si trova allo stesso prezzo di vecchi Urania usati, sono stampate su carta migliore, e permettono di apprezzare in originale la prosa misurata, controllatissima, infinitamente letteraria della scrittrice.

Se Karl Schroeder rimane la mia scommessa vincente per ciò che riguarda il futuro della hard-sf e dell’avventura spaziale, Kage Baker sembra essere la nuova promessa per ciò che riguarda i viaggi nel tempo e un certo fantasy lontano dalle tediose terre degli elfi.

Powered by ScribeFire.

TV dei ragazzi

18 Novembre 2009 Davide 5 commenti

Finalmente un programma edificante per i nostri giovanissimi…

Powered by ScribeFire.

All’ultimo minuto

13 Novembre 2009 Davide 2 commenti

http://files.splinder.com/cb2740f0152f4b76e526914365aef80c.jpegUn momento di affrettata autopromozione…

Domani, dalle 10 alle 12, presso la Biblioteca Shahrazaddi Corso Marconi, a Torino, si terrà l’incontro “Genio e follie della letteratura fantastica”, a cura di Davide Mana (ooops!) e Silvia Treves.

L’ingresso è libero.

Se il titolo dell’incontro è allegramente generico, il menù dei possibili argomenti da presentare al pubblico è certamente vasto e multiforme.
Sarà una buona occasione per parlare di fantastico in Italia.
E di altre creature semimitiche.

Partecipate numerosi.

(ed ora via, a tracciare la mappa mentale della presentazione)

Powered by ScribeFire.

Pianeta Rosso

17 Ottobre 2009 Davide 2 commenti

È ben nota e documentta la mia predilazione per Savage Worlds, il sistema di gioco della Pinnacle Entertainment.
Un quaderno zeppo di meccaniche generiche ideali per gestire giochi d’azione e d’avventura, dal western-horror di Deadlands all’avventuroso Solomon Kane, passando per infinite variazioni più o meno pulp fatte in casa, farcite di dinosauri, pirati, dirigibili…
Se il prodotto fatto in casa ha dalla sua i vantaggi del costo bassissimo e dell’estrema flessibilità, i prodotti commerciali finora pubblicati si caratterizzano per una veste sontuosissima ed un cartellino del prezzo piuttosto elevato.
E fra i prodotti commerciali, ecco che un rivenditore fin troppo amichevole mi fa vedere ma non toccare Savage Mars, manuale burroughsiano per Savage Worlds.

Adamant Entertainment’s long-awaited roleplaying game of planetary romance!
Mars -a n ancient, dying, but not yet dead world, a world where a vast canal network reaches from pole to pole, bringing water and life to vast and fantastic cities. A world where albino apes run a vast empire in the last surviving jungle, a world where warrior tribes of Green Martians raid the outlying cities of the canal dwellers, a world where,
in places dark and quiet and forgotten beneath the surface, ancient and terrible intellects plan dark and dire deeds. It is a world of sky-corsairs, of duels with blade and blaster, of vile plots, fantastic inventions, daring rescues, arena battles, and spectacular stunts. It
is a world where ancient cities can be discovered and their lost treasures plundered, a world where a trek across the dry sea bottoms can yield amazing discoveries, where terrible monsters roam the rocky wastes. It is the Mars of pulp fiction and Saturday morning serials. It is now yours.

Resistere alle tentazioni?
Io?

Savage Mars mi costa 19 euro – non un prezzo da capogiro, quasi dieci euro in meno del prezzo ufficiale, il cartaceo al prezzo del pdf (cercate in rete – qualche offerta affine troverete).Savage Mars
Il volume è un bel rilegato rigido con una copertina suggestiva, 190 pagine stampate su carta patinata.
La prima delusione arriva quasi subito – un breve testo in scatola sulla pagina dei credits mi dice che questo gioco non è basato su alcun romanzo specifico, che sia di dominio pubblico o coperto da copyright.
E basta fare un rapido salto nella sezione del bestiario per rendersene conto – non c’è l’ulsio, il leggendario topocane a sei zampe dei romanzi di E.R. Burroughs, non c’è il calot…
Considerando che attualmente Disney accampa diritti sull’opera marziana di Burroughs, la prudenza degli autori è comprensibile.
E ad una rapida lettura, la delusione lascia posto ad un certo apprezzamento.
Tenendosi alla larga dal copyright burroughsiano, gli autori si sono riservati uno spazio di manovra abbastanza ampio da poter includere elementi mutuati da tutta la letteratura avventurosa improntata al Planetary Romance – dal vecchio Gullivar Jones alle fredde menti aliene ed ai tripodi di H.G. Wells, alle città in rovina di Otis Adalbert Kline, di Michael Moorcock, di Lin Carter…
Manca forse solo un riferimento alle storie di Lyon Sprague De Camp ambientate sul Pianeta Krishna – ma quegli elementi sono facili da inserire, e l’ironia decampiana sarà quasi naturale per giocatori che si trovino a confrontarsi con guerrieri verdi e zannuti, scimmie imperialiste e principesse discinte ed ovipare.

Nel complesso, il manuale non è spiacevole, anchese una certa impressione di leggerezza dei contenuti permane.
Non manca nulla, naturalmente – ci sono i plugin per far girare Savage Worlds in ambiente marziano, ci sono le liste di equipaggiamento ed un’ampia trattazione della storia e geografia del pianeta morente; c’è un buon capitolo sulle navi volanti (accessorio indispensabile per i corsari dei cieli),  ci sono suggerimenti sui diversi tipi di personaggio e cinque o sei differenti razze fra le quali scegliere.
C’è un generatore di avventure generiche molto pulp e piuttosto divertente, ci sono un paio di avventure lunghe e complesse a sufficienza per intrattenere anche una squadra abbastanza scafata.
Ci sono brevi brani di narrativa per inquadrare l’ambientazione – un paio scritti da Jess Nevins, esperto riconosciuto di narrativa popolare.
Ma il senso di vuoto è lì comunque.
L’organizzazione risente del fatto che questo sia un prodotto originariamente sviluppato per un diverso sistema (una variante del D20) e poi adattato – il passaggio al più leggero motore di Savage Worlds rende inutili molte tabelle e molti elenchi di Feats e specializzazioni, l’assenza dei quali si percepisce. Il solo capitolo sulle professioni disponibili si riduce a due pagine – mentre ne doveva coprire almeno tre volte tante nell’edizione D20.

La grafica è abbondante ma piuttosto diseguale – e se alcune tavole ricordano (nel bene e nel male) le illustrazioni interne deile vecchie riviste d’avventura, un paio sono abbastanza bruttarelle.
Ma il vero crimine è l’assenza di un indice analitico e, soprattutto, di una scheda del personaggio.
Vero, si possono utilizzare schede generiche (ne esiste una quantità in rete), ma non svilupparne una ad hoc è una grande occasione perduta.

Nel complesso quindi un supplemento valido ma non indispensabile, che meritava forse una trattazione più approfondita ed un supporto grafico migliore.
Rimane giocabilissimo – ma tocca lavorarci.
Per rendergli completamente giustizia è meglio avere sottomano i tre vecchi Pulp Toolkit della Pinnacle (imminente pare, l’uscita in cartaceo), e un po’ di materiale autarchico (o rubato ad altri giochi) per rendere il brodo un po’ più saporito.
E armarsi di pazienza e software opportuni, per disegnare una nostra scheda del personaggio.

Powered by ScribeFire.

Howard Phillips Pratchett

12 Ottobre 2009 Davide 14 commenti

Un postino proveniente – probabilmente – da Innsmouth, mi ha lasciato venerdì mattina nella cassetta per le lettere della mia nuova residenza campagnola, l’ambita copia di Studi Lovecraftiani n. 11 e due dita di acqua salmastra – che nelle 24 ore successive si è aperta la strada attraverso l’imballo ma non è riuscite a danneggiare sostanzialmente il volume, che recuperato sabato mattina mi ha garantito una piacevole lettura nella lunga notte astigiana.

Poco potrei da aggiungere sulla qualità della rivista a ciò che ho già anticipato alcuni giorni or sono.
E sorvolo per ora sulla questione dei copyright lovecraftiani – salvo esortare gli interessati a procurarsi una copia della rivista e così dell’illuminante articolo di C.J. Carr.

Mi dilungo invece – e con gran piacere – sul pezzo di Umberto Sisia dedicato all’intersezione di H.P. Lovecraft e Terry Pratchett.http://mhpbooks.com/mobylives/wp-content/uploads/2009/01/profterryduck2-thumb.jpg
Dimensioni Sotterranee: Lovecraft e il Mondo Disco è uno dei migliori lavori che abbia letto su Pratchett, e probabilmente – non vorrei sbagliare – il primo serio lavoro critico sul fantasista britannico e sulla sua opera.
Dopo che traduttori disorientati (non tutti, non sempre, grazie al cielo) ne hanno maciullato la prosa e dopo che editori obnubilati l’hanno presentato come narrativa per ragazzi, finalmente mette mano all apagina qualcuno che capisce Pratchett!!
Serio ma non serioso, divertente e chiaramente divertito, l’articolo si concentra su un unico tema – vale a dire quegli elementi che Pratchett mutua da H.P. Lovecraft, normalmente con intenti parodistici ma di solito mantenendo una profondità di significati tale da giustificare anche questa istanza l’accusa rivolta a Pratchett, di essere un perpetratore di letteratura.
Ricco di stralci dall’opera di Pratchett, l’articolo sottolinea come alla base della parodia lovecraftiana operata dall’autore inglese vi sia una profonda conoscenza e comprensione delle tematiche e del sentire lovecraftiano.
Non quindi una vuota scatiola ornata di nomi polisillabici impronunciabili, ma rielaborazione in chiave forse più cinicamente razionalista di una cosmologia complessa.
Facendo ciò, Sisia non solo produce il primo serio lavoro su Pratchett, ma ribadisce – con buonapace degli snob – la centralità culturale di H.P. Lovecraft nel ventunesimo secolo.

Mica male, eh?
Un difetto?
Uno solo – e non è colpa di Sisia (o di Studi Lovecraftiani): appoggiandosi alle edizioni italiane, l’autore deve utilizzare i nomi indigesti che i traduttori hanno imposto ai personaggi – a cominciare dal povero Rincewind (ammetto di aver sempre trovato “Squotivento” semplicemente orribile).
Minuzie.
Eccellente articolo in eccellente rivista.
Ne vogliamo ancora.
Ne vogliamo di più.

Powered by ScribeFire.

Ebrei con la spada

9 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

È la storia di due avventurieri poco di buono, eroi malvolentieri, uno colossale ed armato d’ascia e l’altro magro, in abiti monocromatici, armato di un sottile fioretto.
Alleati loro malgrado, fratelli in armi, alla ricerca di un facile guadagno ed una buona serata in una taverna tranquilla fra una riluttante avventura e la successiva.
Squattrinati all’inizio, e squattrinati alla fine.
Perennemente immersi in un dialogo elegante, ironico, un continuo battibecco che maschera l’accordo completo che esiste fra loro davanti al pericolo.

Sembra Fritz Leiber, sembra Lankhmar, ma non lo è.
Non lo è affatto.

Michael Chabon, classe 1963, pluripremiato autore americano – autore del colossale Le Avventure di Kavalier e Clay (Premio Pulitzer 2001) e del recente  The Yiddish Policemen Union (Premio Hugo, Premio Nebula, Premio Sidewise) – da anni campa alla grande ammanendo ai lettori del New Yorker, che mai si abbasserebbero a leggere letteratura di genere, letteratura di genere, ma mascherata da “letteratura seria”.
I bempensanti gongolano, si grida al genio, le vecchie volpi si grattano il capo, perplesse.
In una curiosa (e incomprensibile) frase stralciata da un’intervista del 2005, Chabon ha sostenuto che per nessuno motivo la letteratura di genere non dovrebbe attrarre un “vero scrittore”.
Vero scrittore?
Mah!

Entertainment….means junk. [But] maybe the reason for the junkiness of so much of what pretends to entertain us is that we have accepted — indeed, we have helped to articulate — such a narrow, debased concept of entertainment….I’d like to believe that, because I read for entertainment, and I write to entertain. Period.

Wow!
Mica balle.

Con Gentlemen of the Road, il gioco di riciclaggio per i non appassionati di materiale usato, operato da Chabon si fa talmente scoperto che il romanzo potrebbe risultare addirittura illeggibile per il vecchio appassionato di letteratura di genere.
Amram e Zelikman sono una copia di Fafhrd e del Gray Mouser senza l’originalità di Leiber.
Per fare varietà, il gigantesco Amram è un nubiano (se volete, è Imaro, ma con un nome che richiama Amra – pseudonimo di Conan), mentre Zelikman è magrissimo pallido e filiforme (come Elric) anziché minuto e olivastro, e veste tutto di nero (come Solomon Kane) anziché di grigio (come il Mouser).
L’avventura si svolge in un medio oriente datato 950 e sostanzialmente evocato attraverso un lessico fitto di terminidesueti ed esotici, ma Chabon non manca di armare Zelikman di un fioretto ante-litteram, chiamato “Lancet” – lo stocco del Mouser si chiamava “Scalpel” – sempre di strumenti chirurgici si tratta.
Ma attenzione, c’è una grande idea geniale e favolosamente postmoderna – perché Amram e Zelikman (pausa drammatica) sono ebrei!
Tanto che iltitolo di lavoro del romanzo era Jews with Swords!
Ecchissenefrega, potrebbe sussurrare il lettore.

Originariamente pubblicato in quindici puntate (come i vecchi romanzi d’appendice) e dedicato a Michael Moorcock, acquistato per un centesimo da un amichevole rivenditore, il romanzo si apre in una locanda, con una rissa (quante partite a D&D abbiamo cominciato in quel modo?), che sfocia in un duello (come il primo incontro di Fafhrd e del Mouser) che poi si rivela una montatura (amen).
Il linguaggio è forbitissimo e molto raffinato.
Sembra Jack Vance.
Sembra Clark Ashton Smith.
Poi – siamo a pagina 20, più o meno – compare un arabo guercio, il viso contratto in un eterno sorriso beffardo (già visto in un romanzo di Cornwell nella serie di Sharpe e prima ancora in Flashman and the Mountain of Light).
E da qui avanti.
I due si addentrano nel Caucaso non diversamente da come il sergente Dravot e Peachy Peachum si addentrano nell’Afghanistan ne L’Uomo che Volle Farsi Re, con un piano preso di peso da Il Prigioniero di Zenda (o era forse Royal Flash?), ma non senza influenze da parte di Dumas (La Maschera di Ferro) e Howard (I Gioielli di Gwaluhur), per finire a cacciarsi in un intrigo politico stralciato dalle opere di Tabot Mundy.
Frattanto, lo spettro di Henry Rider Haggard sorride benevolo sull’intera faccenda – Amram si dice discendente della Regina di Saba.

E così via.
E prima che mi si accusi di malvagità, di capziosità, di “sì, vabbé, ma poi in fondo se guardi ogni storia la puoi far risalire ad un’altra…”, di essere un vecchio imbecille o un fan di Leiber, MacDonald-Fraser, Moorcock, Howard, Vance o Smith (tutto vero), Mundy o Rider-Haggard o Anthony Hope o Dumas (idem)…

To prepare for writing the novel (which for a few months had the working title Jews with Swords),Chabon researched the Khazars and “tried to let it all sink in.” He also re-read the historical romances of Alexandre Dumas, père, Fritz Leiber, George MacDonald Fraser, and Michael Moorcock, to whom the novel is dedicated.

Ed è un peccato.
Perché nel complesso, Gentlemen of the Road è un buon romanzo.
È breve ma zeppo di azione.
È ben scritto.
Si riesce addirittura a sorvolare sul fastidioso atteggiamento snob di Chabon, che sembra volerci rassicurare che ok, è una storia d’avventura, ma ha anche un grande valore letterario.
È divertente.
Ma sarebbe infinitamente più divertente se non avessimo già letto tutto almeno tre volte – nelle storie di Fritz leiber, nei romanzi di George MacDonald Fraser, e nei racconti di Al Borak (e intanti altri) scritti da Bob Howard.
Per chi non ha mai affrontato prima questi temi e questo stile, l’esperienza deve essere esilarante.
Per chi c’è già stato, si vedono gli ingranaggi, ed il senso di deja-vu si fa snervante.

Per chiudere, due parole sull’edizione Sceptre – che si presenta con una copertina cartonata verde, nera e oro che richiama i vecchi romanzi d’avventura degli anni ‘50, ed è arricchita dalle illustrazioni di Gary Gianni (già illustratore di Howard e di Mundy), che da sole valgono il prezzo di ammissione.

Il resto, è – per me – una specie di manuale.
Adventure for Dummies.

Powered by ScribeFire.

Ritorno ad Argan

7 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

Avrei voluto avere Hugh Cook sul prossimo Alia.
Intendevo contattarlo e chiedergli il permesso di tradurre il suo racconto Invasion of the Chickens.
Oppure chissà, magari The Triumph of Japanese English, in onore del mio socio e traduttore in quest’impresa.
Autore prolificissimo, Cook ha sul suo sito Zenvirus un campionario straordinariamente ampio e variato di narrativa breve.

Avrei voluto, ma non è stato possibile.
Lo scrittore inglese che mi ha fatto in assoluto più ridere con un suo romanzo è scomparso quasi esattamente un anno fa, l’8 novembre 2008.
Aveva solo 52 anni, dannazione.
Da anni residente in Giappone, Cook combatteva da alcuni anni contro un cancro al cervello, una battaglia dettagliatamente documentata nel suo ultimo lavoro, Cancer Patient.

Ma la scrittura garantisce una briciola di immortalità.
Oggi scopro con piacere che il romanzo che più mi ha fatto ridere nella mia vita di appassionato di fantascienza (sì, più di Terry Pratchett) sarà ristampato dai ragazzi della Paizo.com con l’anno che viene.
Si tratta di The Walrus and the Warwolf - e voi non l’avete letto.
Un peccato al quale si può rimediare facilmente.

Paizo ristampa The Walrus and the Warwolf nella sua collana Planet Stories – risolvendo l’antica questione che colò a picco il lavoro di Cook tanti anni or sono.
È fantasy?
È fantascienza?
Di sicuro, l’autore aveva progettato tre cicli di venti romanzi ciascuno, ma la risposta del pubblico alla pubblicazione dei primi dieci fu talmente scarsa e confusa che l’editore decise di abortire il progetto.
I lettori non sapevano come prenderla…
Davvero quello che compare nel secondo romanzo è un CD-ROM?
E dovrebbe far ridere l’idea di urlare “Gnomi!” e metter mano alla balestra alla comparsa di un aspirapolvere automatico?
In un periodo in cui il fantasy si andava ad incuneare in interminabili e seriosissime saghe fatte con lo stampo, zeppe di nomi fintoceltici ed elfi armati di arco e frecce, Hugh Cook era troppo avanti.
Peccato, perché Le Cronache di un’Epoca Oscura, il ciclo di dieci romanzi sopravvissuti, mostra una quantità di caratteristiche originali.
Prima fra tutte, la cronologia – anziché procedere da un romanzo all’altro, gli eventi dei dieci volumi sono contemporanei, e narrati di volta in volta attraverso il punto di vista di un differente personaggio.
Questo permette all’autore un ampio relativismo morale – per cui l’eroe di un romanzo compare come cattivo nel romanzo successivo e come comprimario fra altri tre.
Quando gli eventi si incrociano (quando cioè la stessascena compare in differenti romanzi) il contrasto è di solito piuttosto comico. Stralciamo l’esempio preso da Wikipedia…

“Watashi’s private torture chamber was a soundproof room containing a narrow wooden bench, which bore an ominous number of russet stains, and many ugly implements of iron. Drake did his thinking – and fast. Clearly posing as an innocent peddlar was not going to save him.” – The Walrus and the Warwolf, p.352.

“… Douay was gagged and taken to an abandoned store room. Over the last three days, this had been converted into a horror house. Many ugly implements of iron had been gathered together; a torture bench had been installed; and Jarl had slaughtered a chicken in the room to make sure it was suitably blood-bespattered.” – The Wicked and the Witless, p. 303.

Gran parte dei protagonisti di Cook sono cialtroni, mentitori o dissimulatori.
Mentre l’antica alleanza fra guerrieri e stregoni si sfalda e le orde del caos invadono il continente di Argan (questa è la premessa per tutte le storie pubblicate), ciascuno cerca di salvare la pelle, magari guadagnandoci qualcosa, o ricavando potere e prestigio dalla credulità altrui.
E forse Argan non è un mondo fatato, ma una terra post-atomica invasa dagli alieni.

Di sicuro ci sono astronavi alla deriva sull’oceano, antichi artefatti tecnologici (come la Leva Tettonica, capace di inabissare il continente abbastanza a lungo da affogare tutti i mostri), e stupidissimi riferimenti alla nostra cultura ed alla nostra civiltà – il sindacato illegale i cui scioperi paralizzano le truppe imperiali si chiama “Legione”… “perché siamo molti”.

A questo si aggiunge una feroce scorrettezza politica…

At different times, the novels portray or allude to murder, bestiality, female genital cutting, cannibalism, racism, sexism, speciesism, abortion, masturbation, mutation, incest, inbreeding, constipation, assassination, gambling, drunkenness, brawling, diarrhoea, capitalism, leprosy, castration, slavery, evolution, patricide, regicide, venereal disease, forgery, treason, dwarf tossing, torture, orgies, incontinence, suicide, disembowelment, capital and corporal punishment, drug use, religious fraud, bribery, blackmail, animal cruelty, disfigurement, infanticide, the caste system, democratic revolutionary movements, rape, theft, genocide, transvestitism, premature ejaculation, prostitution, piracy, and polygamy.

Di tutti i personaggi di Hugh Cook, il più colossale rimane Drake Douay, protagonista di The Walrus and the Warwolf – che si macchia di tutti i crimini e le scorrettezze citati qui sopra salvo forse l’evoluzione, e ne esce profumato come un giglio.
O quasi.
Ladro, truffatore, pirata, simbolo del male assoluto per una intera religione creata dal suo ex datore di lavoro, sordido mentitore, Drake Douay ha il dubbio privilegio di esere il protagonista dell’unico romanzo della serie che copra l’intera cronologia degli eventi – dalla guerra fra stregoni e guerrieri all’attivazione della Leva Tettonica.

La miglior cura che sia mai esistita per l’overdose da tolkienoidi e fantasy d’accatto.
Il mondo descritto da Cook viene condannato alla distruzione da individui onesti e santimoniosi, e salvato dai pirati.

Hugh Cook era un grande, ed il suo libro migliore sta per tornare.

Powered by ScribeFire.