strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

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Calendari/Seminari

Pubblicato da Davide su Maggio 4, 2008

È tipico - ti distrai un attimo e qualcosa di fondamentale ti sfugge.
Come

l’iniziativa sociale ed imprenditoriale di alcuni giovani universitari

che, citata da Speculum maius, non poteva che destare il mio interesse.
Finalmente alcuni studenti universitari hanno capito come funzionano le cose in un paese in cui le grazie muliebri hanno certamente più peso della cultura….


I Politologi dell’ateneo incriminato
si imbizzarriscono, e intanto vi passano l’ultimo video di Caparezza.

Ma non attacca:

«Quelli che criticano si ergono a moralizzatori. Ma noi riteniamo che un’iniziativa solare come quella del calendario sempre supportarto da un tema di valenza sociale (la buona alimentazione, ndr) sia più coinvolgente e interessante di un seminario a cui partecipano 20 persone»

Già.
Che brutto, fare i moralizzatori.
E poi chi se lo fila più, un seminario a cui partecipano venti persone.
Il mio ultimo seminario è stato cancellato perché vi partecipavano solo sei persone - non abbastanza per pagare le spese dell’aula. Ed io, scemo, a cercare di inventarmi un seminario alternativo, da piazzare da qualche parte in autunno, per rientrare della perdita
economica.

Il fatto è che, ai tempi miei, ammetto di aver sempre frequentato giovani donne che, alla proposta “Poseresti in bikini per un calendario…?” mi avrebbero sgranato i denti con un gancio destro, senza darmi il tempo di aggiungere “Con un tema di valenza sociale!”
E non pensiamo neanche a scatti libidinosi con grappolo d’uva d’ordinanza…

Ma i tempi cambiano.
Cambiano le priorità.
Se solo ci avessi pensato subito.
Sarebbe bastato un giro in università, avendo cura di appendersi al collo la Canon con un obiettivo lungo (come insegna Scott Kelby, se possiedi un tele, tutti ti considereranno un fotografo professionista) per proporre ad una manciata di studentesse con le idee chiare di posare variamente  discinte e provocanti per un calendario.
Un’idea che mi terrò buona per l’autunno, naturalmente.

Perché l’importante non sono i seminari a cui partecipano venti persone.
Perché tanto non servono a nulla, giusto?

Lo aveva capito John Brunner, col suo Tutti a Zanzibar, con il futuro popolato di sfinzie semianalfabete ma avvenenti e disponibili, quindi più che capaci di mantenersi e prosperare in una società che - ora che
ci penso - è maledettamente simile alla nostra.
John Brunner è morto troppo presto.

Il neofeudalesimo avanza.
L’importante è apparire il più possibile.
O, se si rimane dietro l’obiettivo, farci un bel po’ di quattrini,

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Intenti letterari

Pubblicato da Davide su Aprile 30, 2008

http://staff.xu.edu/~polt/typewriters/underwood5small.jpgE così mi sono di nuovo andato ad inguaiare.
Sul solito blog di Max Citi prima, e su Alia Evolution poi.
Ci vuole, ammettiamolo, una certa creatività.

Eppure, sembrava una buona idea, al momento - riconoscere un proprio programma di lavoro, un proprio manifesto stilistico, e metterlo per iscritto, pubblicamente.
Un manifesto di intenti.
Unalettera di marca.
Una buona idea, certo, geniale.
E tutti a dire, però, bella idea, bisognerebbe davvero farlo.
Salvo poi, alla comparsa del mio breve elenco di temi e direzioni in cui vorrei spingere la mia produzione narrativa, osservare tutti che uau, sono proprio in gamba, ma loro non ce la farebbero mai.

Il che naturalmente sono solo fanfaluche.
Come dimostrano post precedenti e successivi, chi scrive seriamente ha un’idea più o meno chiara di ciò che sta facendo - anche se poi ama parlarne come se non ne avesse.
È parte della mistica dell’autore, probabilmente.
Insieme con concetti come talento e ispirazione.

In questo periodo sto leggendo - molto a spizzichi e bocconi - un libro di esercizi per stimolare la creatività.
Se naturalmente non ho ancora idea di quanto efficaci questi siano, l’idea mi pare buona - la creatività non è una quantità assoluta donataci dalla Musa, ma piuttosto un muscolo che possiamo allenare, sovraffaticare, strappare…
Ecco, io ogni tanto ho dei crampi alla creatività.
In queste occasioni, rivedo la mia agenda.
E faccio dei massaggi per ripristinare il muscolo indolenzito.

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Gli oggetti nello specchietto retrovisore…

Pubblicato da Davide su Aprile 15, 2008

… possono apparire più vicini di quanto siano.

È una canzone di Jim Steinman, resa popolare da Meat Loaf.
Una delle migliori dell’accoppiata.
Qui vi beccate anche il video.

//www.fantasticfiction.co.uk/images/n0/n490.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Ma questo post non prende le mosse dalle parole di Jim Steinman, bensì da quelle di Massimo Citi (che novità, eh?)

Ho letto Foster mentre ero all’università. Facevo politica attivamente,
all’epoca. E leggevo un sacco di sf. Senza dirlo troppo in giro perché
leggere fantascienza nella sinistra (da ieri ritornata)
extraparlamentare non era considerato molto serio né politicamente
corretto. Si aveva da leggere storie di lotte di popolo e di riscatto
del proletariato oppresso.
Sospetto che questo genere di stupidità sia una delle ragioni del fallimento della sinistra italiana. O no?

Il Foster citato è Michael A. Foster, abile costruttore di space opera, autore del ciclo dei Ler (leggetelo! È uscito in omnibus nel 2006), sorta di anello di congiunzione fra, diciamo, Herbert e Banks, che meriterebbe un discorso a parte (magari la prossima puntata di Storia Naturale del Fantastico?)
Quindi, avrete capito, non intendo neanche parlare di Foster.

Il fatto interessante che ha fatto squillare i miei campanelli d’allarme è stato, nella frase di Citi appena citata (si, lo ammetto, sono un mucchio di risate… grazie, grazie), il riferimento alla politicia.

Non era né serio né politicamente corretto leggere fantascienza nella sinistra extraparlamentare.

Mi permetto di immaginare che non fosse considerato serio o politicamente corretto neanche nella destra extraparlamentare.

Né in qualsiasi altro gruppo politico.

O in qualsiasi altro ambito - a parte, forse, i circoli di fantascienza.
E lì comunque dovevate leggere una certa fantascienza.

La cosa mi incuriosisce, perché uno dei tratti più interessanti della fantascienza matura è il suo aspetto politico.
Sorvoliamo su Robert Heinlein che scrive il Manuale di Democrazia per Cittadini Preoccupati - ho detto fantascienza matura.
Immaginando società future, la fantascienza deve necessariamente immaginare interazioni sociali epolitiche adatte al futuro che descrive.
Nuove.
O vecchie ma in nuovi contesti.
Nella sua forma matura un romanzo di fantascienza costituisce un interessante esperimento di futuro possibile, la simulazione di una società a venire.

Perché non approfittare di questo patrimonio di dati?

Negli ultimi anni, la fantascienza europea si è caratterizzata per un taglio politico vivace e tutt’altro che banale - penso a Ian Banks, a Ken MacLeod, a China Mieville…
Ma era già politico il vecchio Moorcock, era politico Ballard.
Pierre Boulle (così non cito solo britanni) è radicalmente politico (e geniale) quando scrive Il Pianeta delle Scimmie. Che (nella versione originale col compianto Charlton Heston) è un film politico.
Considerate cosa sostiene e l’anno in cui è uscito…

E pochi anni addietro proprio un politico britannico ha esortato entrambi i partiti a “procurarsi un po’ di lettori di fantascienza”, come aiuto ad affrontare il nuovo millennio.

Quanto segue è stralciato da una intervista a Ken MacLeod

UK citizens, especially the young, seem to be increasingly disinterested in (and mistrustful of) politics as a system (as well as politicians as individuals). Why do you think this is so?

“TINA - There Is No Alternative. The major parties agree on the major issues, and even where they don’t, they compete for the swing voter and the centre ground. The political arguments we referred to a moment ago, about capitalism, the free market, and socialism, are dead. Dead partly in the same sense as Nietzsche’s ‘God is dead’, and dead partly in the sense of ‘dead as disco’. As for mass movement protest politics, the banners of the last two big mobilizations were: Stop the War, and Make Poverty History. Some disillusionment was inevitable.”

Ve lo immaginate Vespa che intervista Vittorio Catani o Lino Aldani per farsi spiegare i risultati delle recenti elezioni?
E sì che entrambi sarebbero probabilmente in grado di dargli degli spunti infinitamente più originali e seri di qualsiasi opinionista standard.
Però scrivono SF, e quindi non sono seri.

E qui viene una considerazione opposta ma ovvia.
I politici dovrebbero essere interessati alla fantascienza.
Poiché se il loro compito è stare al timone del paese mentre questo affronta quel mare sconosciuto che è il futuro, nella fantascienza migliore troverebbero probabilmente delle mappe utili.
Ma aparte Cofferati che era un fan di Philip Dick, non mi risultano altre frequentazioni fantascientifiche.
Leggono tutti i classici - o così dicono (ne dubito, visti i congiuntivi spesso ammazzati senza pietà).
Perché dire che si leggono i classici dà una certa aplomb, una certaimmagine di raffinata cultura.

Ma, ribadiamolo, non è solo un problema della politica.
È un problema di cultura.
La nostra cultura ha sempre più paura del futuro, ha sempre più nostalgia dei bei vecchi tempi, quando bastava avere un po’ di pazienza ed un eroe si sarebbe manifestato a risolvere tutto.
Non sorprende che sia un buon momento per un certo fantasy di dozzina.

Ma in realtà è tutto un guardare il mondo attraverso lo specchietto retrovisore di Jim Steinman, e gli oggetti che vi vediamo sembrano più vicini di quanto non siano.

La vita è un’altra cosa.
Non solo, come diceva una vecchia pubblicità (della Nike?) non è uno sport da spettatori.
La vita si svolgerà tutta nel futuro.

Forse sarebbe il caso di cominciare a informarsi….

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Exit poll

Pubblicato da Davide su Aprile 14, 2008

http://www.emich.edu/ois/statistics.gifÈ più forte di me.
Sento tutta ’sta gente che statisticola in TV, e mi vergogno di essere in qualche maniera coinvolto con gli studi statistici.

La statistica politica squalifica tutta la categoria, e rinforza l’immagine dello statistico come venditore di fumo.
Oltretutto asservito al potere.

Sarebbe così bello poter parlare di realtà e non di numeri essenzialmente a caso.

La cosa curiosa è che apparentemente nessuno applichi metodi bayesiani - il meglio, in una situazione del genere - e tutti continuino con la solita stupida analisi frequenzialista.
Strana gente.

Interrompiamo qui la discussione.
Vediamo cosa ci riserva la realtà - o una stretta approssimazione di questa.

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Hokusai copiava i fumetti

Pubblicato da Davide su Aprile 5, 2008

//www.mtmshow.com/casted9.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Mi sento vecchio.
Il fatto è che, vedete, io da ragazzino non mi perdevo un episodio di Lou Grant.
Ve lo ricordate?
La serie (del 1977!) sul capocronaca del Los Angeles Tribune, con i suoi giornalisti e fotografi a caccia di scoop…
Dice Wikipedia…

The format of the episodes generally consisted of Lou assigning Rossi and Billie to cover news stories, and the episodes revealed the problems of the people covered in the stories as well as the frustrations and challenges the reporters went through to get the stories. The series frequently delved into serious societal issues,
such as nuclear proliferation, mental illness, prostitution, and chemical waste, in addition to demonstrating coverage of breaking news stories, such as fires, earthquakes, and  accidents of all kind. The series also took serious examination of ethical questions in journalism, including plagiarism, checkbook journalism, entrapment of sources, staging news photos, and conflicts of interest that journalists encounter in their work. There were also glimpses into the personal lives of the Tribune staff.

Diavolo, uno vedeva Lou Grant e voleva fare il giornalista, mica storie.

http://www.infoturisti.com/images/usa/NY/Tsunami_by_hokusai_19th_century.jpgEcco, oggi, quando mi cascano in grembo cose pubblicate dalla stampa del tipo…

Con il brand «Planet Manga» da maggio il fumetto nipponico, che tanto ispirò Hokusai, approda, con la promozione di Vivalibri, per la prima volta in libreria.

… io a Lou Grant ci ripenso.
Ci sarà un suo equivalente negli uffici de La Stampa?
Uno che è come unpadre per i redattori ma che è anche capace di prenderli a calci in culo come meritano quando pubblicano simili idiozie?

O c’è semplicemente un tipo sciapo e stracco, che usa parole come “brand” e che chiama dal suo sottoscala qualche spaurito pubblicista e gli dice di mettere insieme un po’ di roba per quelli che Tuttolibri lo leggono ancora, se vuole gli accrediti per potersi iscrivere all’albo.
“Una marchetta per la Panini,” gli dice. “Facci quattro colonne, e mi raccomando, cita i fumetti di Ronaldinho Gaucho…”

Forse la seconda.

Se per lo meno uno la stampa non la pagasse denaro corrente.
Patacca per patacca, perché non ce lo lasciano pagare coi soldi del Monopoli?

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Andreste a cena con tutti i vostri personaggi?

Pubblicato da Davide su Marzo 29, 2008

Il titolo del post mi viene suggerito da un commento di Consolata Lanza sul blog di Silvia Treves.
Cose di sdonne, si sarebbe portati a dire, ma, l’idea, per chi scrive, è piuttosto divertente.

D’altra parte, già la buonanima di Robert Howard sosteneva di aver scritto le storie di Conan come se il Cimero fosse stato seduto al suo tavolo, a raccontargli disordinatamente le proprie esperienze.
E David Gerrold ammetteva che mai i suoi protagonisti avrebbero accettato di sedersi ad untavolo con lui - “se sapessero che sono io che li ho cacciati in tutti quei guai, cercherebbero di saltare il tavolo e tagliarmi la gola.” (o qualcosa del genere, cito a braccio)

Quindi

andreste a cena con tutti i vostri personaggi?

Forse no.
Non con tutti.

Le due patacche senza nome di Un Fil di Fumo (Alia 1), certo due uomini con un colossale bagaglio di esperienze sulle spalle, sarebbero troppo reticenti - hanno visto troppe cose orribili, hanno messo a tacere troppi segreti.
Si finirebbe a parlare del tempo, o di donne, o di politica - tutto pur di evitare ciò che non può essere detto.
Sarebbe una serata stressante all’estremo.

Lo sceriffo smobilitato di Tyrannosaurus Tex (Fata Morgana 9) è certo un tipo conviviale, ma davanti a “una bistecca alta due dita con una montagna di patate fritte” (cfr Kit Carson) si finirebbe anche qui a parlare di banalità.
Certo, si riuscisse a farlo scucire sulle sue esperienze durante la guerra…

Buran (Alia 3) ha troppi personaggi e nessuno mi rallegrerebbe particolarmente una serata al ristorante cinese o in pizzeria.
Tutti troppo preoccupati o malinconici.
Forse gli operai russi del progetto Buran sarebbero una buona compagine con la quale andare in gita (dopotutto finsero per anni di essere un coro - si canta, si sbevazza, si gavazza), ma a parte questo, il resto del cast è troppo distante dal mio mondo per potermi garantire una serata allegra e conviviale.

Anche ne Gli Anni del Tuono (Alia 4) ci sono troppi personaggi, e per lo più spiacevoli come lo sarebbe qualsiasi personaggio rinascimentale per noi cresciuti a cavallo fra ventesimo e ventunesimo secolo.
Scarsa igiene personale, opinioni politicamente scorrette, razzismo, magari anche una punta di fanatismo religioso… No, non credo proprio.
E poi che guazzabuglio di lingue!
Leonardo da Vinci ed Enrico Ottavo fanno una comparsate, ma ricadendo nella categoria personaggi storici, sono fuori concorso.

E il povero Capitano Severin, sorta di sorcio in trappola ne La Grande Mappa del Grande Impero (Freak Out Collection 2005), racconto che per ora solo i lettori giapponesi hanno avuto il (dubbio?) piacere di leggere, semplicemente non ha il tempo per fermarsi e cenare.

Ma con alcuni personaggi, si, cenerei volentieri.
Ho un debole, per i miei personaggi femminili…

Il colonnello Zhu di Ombre Elettriche (Alia 2) è una donna estremamente pericolosa, e probabilmente sottoscrive idee politiche che non condivido. Si presenterebbe probabilmente a cena in uniforme, e probabilmente lo considererei un fatto tranquillizzante. Zhu vestita da donna vorrebbe dire pericolo. Si potrebbe cenare da qualche parte sul Bund… discutendo di libri e di storia cinese. Faremmo probabilmente le ore piccole.
Poi lei si farebe venire a prendere da una macchina di servizio, e mi lascerebbe ad aspettare l’alba da solo sotto ai neon di Shanghai.

Bobbie Howard (Le Ragazze di Domani, LN n. 43) sarebbe fantastica.
Ci si troverebbe prima, probabilmente per un gelato e poi per un film con Erroll Flynn e David Niven, e poi una cena in un locale alla buona, di quelli dove si fermano i camionisti prima di affrontare la Sierra. Si parlerebe probabilmente molto di scrittura, di narrativa - come si imposta una outline, l’importanza della revisione - ma anche di storia locale, di aerei, di Weird Tales.
Potrei giocare a fare Heingway per impressionarla.
Naturalmente mi manderebbe in bianco - probabilmente preferendo una cosa veloce e scollaciata con la cameriera del ristorante.
Ma sarebbe una serata divertente.

E naturalmente adorerei passare una serata con l’Agente Dinkley (La Quarta Scimmietta, Fata Morgana 11). Dopotutto è una vita che la guardo da lontano, e lei sa benissimo di essere molto popolare fra i nerd.
Anche qui la serata comincerebbe presto - magari una cosa cinese veloce da Mr Chow e poi un locale jazz. Poi quel posto su a Mulholland dove le coppiette si imboscano e dove si vede tutta Los Angeles come una distesa di luci.
Con l’agente Dinkley probabilmente una possibilità ce l’avrei.
Ma d’altra parte, non coltiviamo tutti questa illusione da un sacco di tempo?

E per finire, certo, i personaggi reali.
Fuori concorso, si diceva. Cenerei con Leonardo o Enrico Tudor, con Dick Feynamn (32° Fahrenheit, Fata Morgana 8), con H.P. Lovecraft e Bob Howard (La Forma delel Cose a Venire, LN n.39)…?
Che domande.
Certo.
Ma non poso certo arrogarmi il merito di averli creati.

Restano a questo punto solo i personaggi de L’Ammazzasogni (Fata Morgana 10) e di Blooper (Alia 5?), personaggi coi quali ceno da anni, che conosco intimamente, in parte basati su vecchi amici, in partecostruiti con l’aiuto di vecchi amici, in parte riciclati da vecchie storie.
Da questa gente prenderei probabilmente una vacanza, per rinnovare il piacere di ritrovarsi, dopo.

Oh, e non cenerei col lupo de La Storia del Lupo (LN.45).
Non mi piace il sushi.

Quasi dimenticavo - ho già cenato col cast de La Notte della Nutria (Tutto il Nero del Piemonte), storia che non per nulla comincia in un MacDonald.
Mai più, grazie.

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Vita nel 2008

Pubblicato da Davide su Marzo 27, 2008

Sono le 8 del mattino di Martedì 18 novembre 2008, e ti aspetta un incontro di lavoro a 540 chilometri di distanza. Scivoli nel tuocoupé a cuscino d’aria, premi una sequenza di bottoni ed il computer nazionale del traffico annota la tua destinazione, determina l’attuale condizione di traffico, e segnalaalla tua auto di scivolare fuori dal garage. Avendo le mani libere, ti siedi più comodamente e cominci a leggere il giornale dl mattino - che viene inviato sullo schermo televisivo piatto sul cruscotto dell’automobile.
Schiacci un bottone e cambi pagina.
La macchina accelera a 270 chilometri all’ora in periferia, poi raggiunge i 450 nelle aree meno popolose, scivolando sulla plastica lucida della strada.
Superi una serie di città, la maggior parte coperte dalla loro nuova cupola che le mantiene uniformemente climatizzate per tutto l’anno.

http://davidszondy.com/future/car/curtis-wright%20bee%201960.jpgE qui fermiamoci.
Il sempre divertente blog di Modern Mechanix ristampa un articolo del 1968 nel quale si cercava di immaginare una giornata tipo da lì a 40 anni - nel 2008, appunto.

Io amo ed odio questo genere di cose.
Le amo, perché da appassionato di fantascienza, apprezzo lo sforzo d’immaginazione e di estrapolazione degli autori, sorrido a certe ingenuità, rimango piacevolmente sorpreso quando ci azzeccano.
E l’articolo di Modern Mechanix ci azzecca su parecchie cose.
A parte le TV a schermo piatto e l’accesso on-line alle notizie, nelle pagine successive troviamo una corretta stima della crescita demografica, la presenza di uncomputer in ogni casa (anche se non domoticamente integrato come quello previsto), le carte di credito e di debito, la diagnostica medica computerizzata…

http://www.spiritone.com/~brucem/things_come.jpgLi odio perché è troppo facile vedere quelle previsioni che non si sono avverate non per limiti tecnologici o economici, ma per scelte ben precise dei dirigenti politici.
C’è stato un momento - attorno al 1978 - in cui qualcuno ha deciso che certe cose non si sarebbero realizzate.
Lo sviluppo dello spazio nei punti lagrangiani.
La colonizzazione lunare.
La riduzione dellagiornata lavorativa senza ripercussioni negative sul reddito.
L’incremento delle attività culturali, l’allargamento dell’accesso all’istruzione avanzata per tutti.

Non è stata una cospirazione.
Abbiamo semplicemente votato delle persone che, per il nostro bene (o così si dovrebbe poter ipotizzare), hanno deciso che le cose non sarebbero cambiate troppo.

Certo, molte delle ipotesi presentate da Modern Mechanix sono impraticabili.
La più storta è certo quella delle cupole urbane, che sembra ipotizzare che svincolare completamente l’ambiente di vita delle persone dai cicli naturali sia una buona cosa - un’idea già propugnata da Wells nel suo Things to Come, con l’inno alle città sotterranee, climatizzate e illuminate artificialmente, per “liberare l’uomo dai capricci del clima”.
Una sciocchezza colossale.

Veicoli a cuscino d’aria alla velocità del suono su strade di plastica?
Improbabile.

Ma molte altre cose sono state semplicemente negate.

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Narrativa ed evoluzione.

Pubblicato da Davide su Febbraio 24, 2008

È cominciato con una breve citazione dal bel libro di Wood.
I modelli che usaimo per descrivere il mondo naturale e le nostre azioni in esso sono inefficaci perché non prendono in considerazione una gran parte della storia.
Esiste un eroe solitario, un unico malvagio colpevole di tutto.
Il resto - la strada percorsa per arrivare fin qui, il resto dell’umanità - è solo colore locale.

L’idea - sosteniamo - si applica perfettamente anche alla narrativa.
Troppa narrativa è sciapa perché al di fuori dell’eroe e del cattivo, del qui e ora, non considera nulla.
Segue dibattito.

E in coda al dibattito, Maria Grazia mi scrive…

Forse un po’ off topic rispetto alla “narrativa dell’immaginazione”, ma leggendo il tuo post mi sono venute in mente le parole di Alberto Salza in “Darwin fa parte della storia?”:

Misha Landau, nel 1991 ha fatto notare come le interpretazioni dell’evoluzione umana assumano la forma della favola, con un eroe in via di trasformazione (da rospo a principe, da scimmia ad angelo), una fatina buona (la teoria di Darwin di adattamento e selezione), un talismano (la stazione eretta o l’encefalizzazione, tra mille) e un lieto fine (Homo sapiens, noi), con tutti che vivono felici e contenti.

A guardarsi attorno, osservando come vivano oggi gli ultimi sapiens (l’evoluzione continua e pure a noi toccherà, prima o poi, l’estinzione, statene pur certi come lo siete della morte), la fine della Storia non pare poi così simile a un happy ending

.

E così torniamo dalla narrativa ai modelli.
Il cerchio si chiude.
La questione diventa complicata.

Proviamo a fare un giro largo.

Quindici anni or sono (mi sento vecchio) su un divano sperduto nelle Highlands scozzesi, in compagnia della più bella donna del mondo, discutemmo a lungo nella notte di come, di fatto, si può insegnare lo zen, si può praticare lo zen, ma non si può spiegare cosa sia lo zen.
Se spiego cos’è lo zen, non sto spiegando cosa sia lo zen - e per di più inganno chi si sciroppa la spiegazione, che crede di aver capito.
Nella bibliografia relativa alla filosofia zen che compilammo quella notte, quindi, avremo tre tipi di testo

  1. i libri dello zen (il Sutra del Loto, per dire)
  2. i libri zen (La Voce del Turbine, di Waletr Jon Williams, ad esempio)
  3. i libri sullo zen (Lo Zen di Alan J. Watts)

I libri dello zen mi permettono di comprendere quali precetti entrino nella filosofia zen, ma dovrò poi applicare questi precetti per vivere lo zen.
I libri zen mi permettono di sperimentare - più o meno approfonditamente - una esistenza zen attraverso la mediazione di una narrativa.
I libri sullo zen mi permettono di scomporre lo zen in elementi maneggevoli, ma mi relegano ad una posizione di turisrta - che visita, guarda, si stupisce, si costruisce una falsa immagine mentale ma in fondo non capisce in profondità. Sono diversi dai libri zen solo perché pretendono di essere perfettamente oggettivi, e quindi affermando di non ingannare, risultano più ingannevoli.

Io a venticinque anni le mie notti le passavo così.
Fatemi causa.

Il fatto è che, a ben guardare, tutto l’insegnamento, tutta la divulgazione sono narrativa e, in ultima analisi, inganno.
Spesso, molto spesso, il trucco dell’insegnante non è far capire allo studente, ma dargli l’impressione di aver capito.
Le parole ingannano.
Solo l’esperienza diretta insegna.
Molto steineriano, si dirà - ma va bene finché devo insegnare quale sia il ciclo di vita di un pero (per dire) molto meno quando devo trattare concetti come la genesi baryonica dell’universo, o anche più semplicemente (per me, che sono unpaleontologo) l’evoluzione della vita attraverso la selezione naturale.
La matematica dovrebbe essere il linguaggio neutro e non ingannevole che permette di descrivere -e quindi insegnare - la realtà per ciò che è, senza abbellimenti, licenze poetiche o divagazioni soggettive.
Ma anche la matematica ha i suoi limiti (Goedel) e, quando si rapporta al mondo reale, la complessità la porta a fare una brusca frenata.
Il mondo naturale è talmente complesso che per descriverlo matematicamente devo

  • considerarne solo una porzione minima (ma mi perdo tutto il resto - il discorso di Wood)
  • eseguire delle semplificazioni matematiche (idem)
  • passare alla statistica, e quindi non esprimere fatti, ma la mia personale misura della credibilità (la probabilità) del quadro che sto dipingendo.

O sacrifico la verità, o sacrifico la certezza.

Mi concedo qui un momento romantico.
Ciò che è realmente entusiasmante della scienza è proprio questo - che per quanto si appoggi a colossali semplificazioni, a modelli incompleti e a calcoli probabilistici, riesce comunque a darci un quadro dell’universo in cui viviamo che è solido, coerente e funziona.

Però…
1993.
Sono solo davanti a sessanta ragazzini di dieci-undici anni.
Devo parlar loro di evoluzione.
La suora (siamo in un istituto religioso) mi ha detto che parlare di evoluzione è ok, ma per cortesia evitiamo di menzionare l’evoluzione umana, che è troppo risqué.
Cosa faccio?

Racconto una storia.
La storia migliore che ho - l’unica che valga la pena di raccontare.
Se non posso raccontare la mia storia migliore, allora non scrivo, non spiego, non mi esibisco…
Per onestà intellettuale, cerco di ingannare questi ragazzi il meno possibile.
Per onestà e amore della materia cerco di fare in modo che in loro si risvegli abbastanza curiosità da andarsi a prendere i libri e scoprire da sé le parti che io ho glissato, ho modificato.
In modo da potersi costruire una propria storia, una propria narrativa, integrando le parti mancanti.
Perché - e qui arriviamo a Salza e Landau - anche io “posseggo” le teorie che conosco in forma di narrativa.

È per questo che dico che Salza e Landau hanno perfettamente ragione, ma sbagliano completamente.
Perché dal loro discorso - specie se stralciato così al volo su un blog - si potrebbe quasi evincere che ci sia qualcosa di meglio della narrativa.
Non c’è.
Ci sono solo storie migliori - quelle che tengono maggiormente conto dei processi, delle dinamiche, del quadro generale.
Quelle che hanno una prova.

È qui in fondo che noi esseri intelligenti divergiamo dai postmodernisti - i quali sostengono che tutto è narrativa, e tutte le narrative sono equivalenti.
Con buonapace dei cicli mitici degli indios Hovitos, che considerano il mal di denti l’effetto di un fulmine scagliato dal dio delle tempeste nella bocca del guerriero, io continuo a preferire un analgesico e un disinfettante a settantadue ore di digiuno, docce fredde e poi un bel tatuaggio rituale.

Però, scordiamoci i postmodernisti - siamo tutti narrativa.

Volete una prova?
Non posso darvi la mia notte su un divano sperduto nelle Highlands scozzesi, in compagnia della più bella donna del mondo.
Non ho campioni di divano, di notte primaverile o di bella donna.
Non ho una registrazione.
Non ho una documentazione fotografica.
Ho una storia.
Tutto il mio passato - che si aggiorna con ogni nuova lettera che compare sul mio schermo mentre scrivo questo - sopravvive solo come ricordo.
Come narrativa.
Noi siamo narrativa.

Volete un’altra prova?
Salza sbaglia.
Sbaglia perché segnala la biologia fra le scienze hard - probabilmente pensando alla biologia molecolare, che ha una forte espressione matematica (è come un linguaggio di programmazione) e tuttavia è essenzialmente statistica, e quindi altrettanto soft quanto la paleontologia.
Ma collocando la biologia fra le scienze hard, Salza dimostra qualcosa di fondamentale - dimostra di aver creduto alla narrativa dominante dei biologi molecolari.
Il che chiude, credo, in maniera elegante la questione.

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