Gatto in carriola
… o nei pressi di essa.

35° Centigradi, 85% di umidità.
Il Gatto Senza Nome (R) rende bene l’idea di come ci sentiamo tutti.

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Il Gatto Senza Nome (R) rende bene l’idea di come ci sentiamo tutti.

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Immaginiamo, per amor di discussione, che esista un contratto fra noi (i fruitori) e loro (i creatori).
Non importa a questo livello se si stia parlando di narrativa o pittura, teatro o musica.
E ammettiamo anche che, a seconda delle situazioni alcuni di noi potrebbero trovarsi di volta in volta da una parte o dall’altra di questa barriera noi/loro, ma per semplicità consideriamo un elementare contratto fra noi (i fruitori) e loro (i creatori).
Quali sono i termini del contratto?
Noi, i fruitori, ci impegnamo a… a cosa?
In cambio, loro, i creatori, si impegnano a fornire… cosa?
Prima di affermare sciocchezze sul valore di un lavoro o di una operazione artistica o commerciale, sarebbe necessario leggere con cura il contratto.
Ricordandoci che non necessariamente il contratto è lo stesso per tutti, in tutte le occasioni.

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Questo post è dedicato alla signorina – o signora – incrociata oggi attorno alle quattro meno un quarto su Corso Moncalieri, poco oltre il numero 18.
La vedete ritratta qui di fianco.
Presso il circolo degli Amici del Fiume, oggi, la Circoscrizione 8 aveva organizzato la prima edizione di San Giovanni Letterario, piccola vetrina per i piccoli editori torinesi.
Ed io stavo appunto recandomi colà – per dare manforte al contingente della CoopStudi e per intrattenere la folla sulle meraviglie dell’antologia Alia.
Portavo con me la mia macchina fotografica – mi dicono sia essenziale per scattare fotografie – ed avevo già colto alcune immagini della popolazione torinese in libertà in questa caldissima giornata di festa.
Inclusi non pochi ciclisti.
Visto mai che sulla quantità non salti fuori una di quelle foto che colgono quel qualcosa di inesprimibile a parole…
Beh.
La signorina mi arriva di fronte, io sollevo la macchina e scatto.
E madame, per tutta risposta, solleva con grande aplomb il medio della mano destra, con una bella unghia molto curata, aguzza e scarlatta.
Il che non mi pare rappresenti un saluto amichevole fra ciclisti.
Ed anzi, lo dice anche Yahoo Answers…
il dito vuol dire (scusa la volgarita’) vaffanculo…
Ohibò.
Ora, qui c’è qualcosa che mi sfugge.
Perché se la signorina non voleva essere fotografata – desiderio legittimo – le sarebbe bastato alzare una mano in segno di diniego.
O scrollare il capo.
O far scorreere dell’aria sulle proprie corde vocali ed articolare un “No!”.
Magari seguito da un “Per favore” (che sarebe comunque già chiedere troppo, considerando l’elemento).
Ma lasciarsi fotografare per poi invitare il fotografo ad andare, come si suol dire, affanculo?
Che senso ha?
Violazione della privacy?
Quale privacy, pedalando su uno dei corsi di più elevato traffico della città?
Emulazione delle superstar?
A che titolo?
O forse una primitiva paura di vedersi rubare l’anima dall’obiettivo – e conseguente gesto scaramantico.
Ma quale anima, madame?
POSTILLA: su consiglio di Gianneddu, che evidentemente ha a cuore la mia incolumità davanti alla legge, ho provveduto ad alterare le peraltro non definitissime fattezze della signora in bici.
Di fatto non dovrebbe esserci alcuna violazione di privacy nel fotografare unapersona che apertamente pedala per strada, ma qui in Italia tutti ormai si credono Brad Pitt…
Spero che i surfisti apprezzino la scelta del metodo di alterazione della foto.
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È bello trovare di tanto in tanto un pezzo di software che fa egregiamente il proprio lavoro.
Quando capita di inciamparci sopra per caso proprio mentre ci si dibatte con un roblema che quel particolare software riesce a risolvere in trenta secondi, è il caso di segnarselo.
E di comunicarlo agli amici.
Il problema: una coppia di DVD Zona 3 (Cina) illeggibili anche su DVD zone free.
La soluzione: XBMC, premiato nel 2006 dagli utenti di SourceForge come miglior software open source, ed ormai giunto alla versione 9.04.
Si tratta di un media center integrato, disponibile per Windows, Mac OS, Linux (Ubuntu come piattaforma di riferimento), e XBox. Disponibile anche in versione portable da caricare su un CD Live o su una chiave USB.
Cosa fa: macina qualsiasi file media gli si butti in pasto.
Filmati, audio, immagini – da hard disk, supporti mobili, LAN o in streaming dalla rete.
Stazioni radio internet tipo ShoutCast e stazioni TV tipo MythTV.
File CBZ e CBR contenenti fumetti digitali.
VCD, DVD, di qualsiasi zona di codifica, e immagini ISO dei medesimi. Anche zippate.
Può fare l’upscaling dei filmati per portarli alla massima risoluzione possibile.
Legge Feed in modalità feed reader.
Può reperire informazioni on-line – copertine di album, file da IMDB eccetera.
Difetti?
È un po’ pesante sulla RAM.
Però lo si installa, si prende il DVD Zona 3 illeggibile, lo si caccia nel lettore, e quello parte.
Bello liscio.
Altamente consigliato.
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Una occasionale concessione al cat blog…
Dicono che chi pratichi la fotografia si comporti nei confronti delle borse per macchine fotografiche come Imelda Marcos si comportava nei confronti delle scarpe.
Posso crederci.
Anche i costi, danazione, sono comparabili.
Una borsa Billingham – manifattura inglese, la Rolls Royce delle borse fotografiche, viaggia attorno ai 500 euro.
Io sono tirchio, e non vedo perché bruciare più di tanto per un hobby.
Però…
Ho cominciato, alcuni anni or sono, coun una borsa malandata che avevo da sempre.
Ci stava la reflex con lo zoom di default, ma ci ballonzolava dentro in maniera preoccupante, e l’imbottitura era un po’ troppo leggera.
Ora, di fatto, le moderne macchine fotografiche sono aggeggi piuttosto robusti – ma gran parte delle meccaniche più delicate sono a bordo dell’obiettivo, per garantirne le funzionalità autofocus.
Un paio di botte, e potrebbe succedere qualcosa di brutto.
Poi, approfittando di una svendita, ho acquistato nel 2004 una di quelle che vengono definite “borse corredo” – indistruttibile e inaffondabile, superimbottita, capace di contenere più corpi macchina, obiettivi e accessori di quanti mai ne possiederò.
Se ne sta seduta nel mio armadio, e la sposto una volta l’anno, quando d’estate mi trasferisco in campagna.
Bella, ma poco pratica.
Negli ultimi due anni, per motivi di praticità e per rieducarmi apensare da fotografo e non da accessorio di un computer (“Premere il pulsante… grazie”), ho fotografato prevalentemente usando solo il mio Canon EF 50/f1.8, il Thrifty Fifty – conveniente, robusto, leggero e di una luminosità sorprendente.
Per riporre in valigia o sotto al sedile dell’auto la macchina col suo tozzo 50mm, mi sono procurato una borsa pronto che pare un agnolotto di cotone impermeabile. Con la macchina chiusa lì dentro, potrei anche giocarci a pallone.
Ma ora, si prospetta una campagna fotografica un po’ più complicata, della durata di qualche mese, in terre (moderatamente) selvagge, ed il 50mm da solo non basta più.
Urge trovare una borsa sufficiente per un kit ridotto.
Ora, una borsa per le macchine fotografiche – un’affare che possa portare un corpo macchina, tre o quatro obiettivi, un flash e qualche accessorio – deve rispondere ad alcuni requisiti necessari.
Se la Billingham rimane eccelsa e irraggiungibile (inutile avere una borsa che costa di più del suo contenuto), la Domke produce dei cloni più che rispettabili dei modelli Billingham più popolari, per una frazione del prezzo.
E l’italiana Reporter produce validi cloni delle borse Domke.
Come capita quando si fotocopia una fotocopia, ci sono discrepanze minime, i materiali calano di qualità, ma il risultato rimane accettabile.
E i prezzi, se non sono proprio da mercato rionale, si addolciscono.
E proprio ieri, passando davanti ad una vetrina zeppa di cavalletti, cornici e borse fotografiche (quando si dice la coincidenza) mi capita di vedere uno dei famosi cloni Reporter/Overland, scontato di un solido 40% rispetto al cartellino del prezzo.
Perfetto!
La borsa in questione – color kaki e con una stravagante scritta sulla falda superiore, somiglia al tascapane che ho usato per molti anni all’università – ospita agevolmente un corpo macchina e due o tre ottiche extra, più il flash (esattamente ciò di cui ho bisogno), ha una tracolla larga e robusta, un sacco di tasche abbastanza ampie da contenere tutti gli extra, e magari anche una tavoletta di cioccolato e un paperback, oltre a biglietti di treno e bus.
Finiture in ottone.
Imbottitura estrema (ed estraibile, che è un bonus).
E costa pochissimo: a quanto pare qualche imbecille, “dando un’occhiata” in giro per il negozio, ha rimosso e intascato l’imbottitura anatomica mobile della tracolla; e poiché il grossista non ritira merce danneggiata a quel modo, il bravo negoziante mette in vendita la borsa “fallata” con un sostanzioso sconto.
E così sono entrato nel club degli emuli di Imelda Marcos.
Una volta a casa, cominciano le dolenti note – è vero che la borsa è omologata per una macchina con l’obiettivo montato più due o tre altre ottiche e un flash.
E io ci credo.![]()
Il problema è che l’interno, partizionato con quei “comodissimi” divisori imbottiti e dotati di bande di velcro, è stato progettato da Arno Rubik.
Per cui in prima battuta, ok, ci sta tutto.
Ma devo svuotare la borsa per tirar fuori la macchina fotografica.
Non và.
Secondo tentativo.
Ci sta tutto, ma l’attacco dell’obiettivo sostiene tutto il peso del corpo macchina.
Non va.
Terza prova.
Ci sta tutto, tranne il 70-300.
Quarto tentativo.
Il flash mi tocca tenerlo in tasca.
…
Ci sono volute due ore, e svariati tentativi con assetti diversi dei divisori e del contenuto.
Ma ora funziona, e sono un fotoamatore felice.
E oltretutto, possiedo un corredo tanto ridotto, che prima che io prenda a smaniare per una nuova borsa passeranno… settimane.

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Chi ancora dubitasse che regalare libri in formato elettronico fa vendere copie cartacee è invitatoa fare il seguente esperimento: andate su questa pagina di Amazon.com e scaricate una copia gratuita in .pdf di Water Run.
Sfogliatelo.
Leggetelo.
Se non vi verrà voglia di acquistarne una copia, consultate un medico – probabilmente siete morti.
Nella sua versione cartacea, Blue Planet Run: The Race to Provide Safe Drinking Water to the World è un massiccio volume fotografico di 240 pagine, curato da Rick Smolan – già di National Geographic – e Jennifer Erwitt.
Le fotografie sono incredibili.
I diagrammi belli avedersi, e molto chiari.
Ed i saggi di Diane Ackerman, Paul Hawken, Dean Kamen, Michael Malone, Bill McKibb, Jeffrey Rothfeder e Michael Specter sono agili, informativi.
L’introduzione è di Robert Redford.
Ma sono le foto, ad essere incredibili (l’ho già detto?)

Lo scopo del libro, così come della fondazione che lo ha prodotto. è sensbilizzare il pubblico rispetto ai problemi connessi col petrolio del ventunesimo secolo – l’acqua.

I miei rispetti al portalettere che ha sfidato stamani la tormenta per depositare nella mia cassetta delle lettere una copia in condizioni perfette di Photography at Night, la classica monografia di Richard Newman.
Curioso sincronismo, oltretutto, considerando che meno di otto ore or sono appollaiato, solo e tremante sul mio balcone ,a fotografare la neve alla luce dei lampioni e dei neon.
Il libro di Newman è considerato uno dei fondamentali sull’argomento della fotografia notturna.
Ma è un’edizione del 2003, ed è stato facile reperirne una copia nuova per meno di tre euro.
Né c’è di che sorprendersi.
Bello, ben scrito, zeppo di fotografie spettacolari, Photography at Night è un artefatto di un’altra epoca.
Ampio spazio è dedicato allo sviluppo.
Alle pellicole in biaco e nero.
Alle diapoditive.
Alla diversa resa di diversi supporti – molti dei quali stanno proprio in questi giorni andando fuori produzione.
L’autore dedica più spazio alla Polaroid che alle fotocamere digitali.
Si rimane sorpresi da come in soli cinque anni l’enfasi dei testi di fotografia si sia spostata tanto radicalmente.
Cinque anni.
È un altro tipo di velocità, quella delle innovazioni tecnologiche.
Il libro rimane interessante – una macchina a pellicola la posseggo ancora.
Ed offre n sacco di buoni spunti per spedizioni creative dopo il tramonto.
Ma pare davvero provenire da un altro secolo.
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