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Archivio per la categoria ‘freelancing’

Venti giorni di fuoco

19 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

5fireclubs.jpgLe prossime settimane vedranno degli aggiornamenti discontinui di queste pagine.
Siamo nelle fasi conclusive del trasloco (finalmente!) e la casa deve essere vuota entro il 27 del mese.
Peccato che il 26 del mese io sia ad Urbino, per tenere il corso di statistica multivariata per le scienze naturali e ambientali, cinque giorni, otto ore al giorno.
A complicare le cose c’è poi il fatto che la sera del 27, lo stesso giorno in cui dovrei liberare casa, parte anche il nuovo corso di Cultura Taoista presso il centroriente di Torino.
E quello, o lo sposto, o mi tocca tenerlo in telepresenza (è un corso serale, potrei farlo in coda alle otto ore di statistica di Urbino, se l’albergo mi garantisse una connessione veloce… Tao-by-Web)
Scherzi a parte, l’avvio del corso di Taoismo slitta – spero – alla settimana successiva.
Il che significa che avrò tutte le giornate del primo e del due novembre per riprendermi dalla fatica del corso e della trasferta urbinensi, in una casa nella campagna del Monferrato che non è ancora la mia e che sarà ingombra di casse, valige ed imballi diversi, e poi via… treno più tram per la prima serata al Centroriente.

E cosa dovrei volere di più?
Gli autori del prossimo Alia da contattare e tradurre?
L’ultimo capitolo del mio libro di statistica da finire?
Due racconti in macchina da completare?
Un numero imprecisato di traduzioni commerciali ed accademiche?
I potenziali sponsor delle Mostre di Grafica Giapponese da blandire?
Le conferenze da preparare?
La possibilità – scarsa, fortunatamente – di un black-out della rete per alcuni giorni in attesa dell’allacciamento?

Saranno giorni interessanti.
Poi stramazzo.

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Strane vibrazioni

16 Ottobre 2009 Davide 9 commenti

Mi dicono che tutto va bene.
Che la crisi non c’era, è passata, che ne usciremo benissimo.
Meglio dei francesi, meglio degli spagnoli.
Mi dicono che – nonostante il martellante richiamo alla Patria ed al Popolo Sovrano – non siamo sul ciglio di una drastica sterzata populista e autoritaria.
Mi dicono che va tutto benissimo.
C’è persino il Digitale Terrestre.

Due giorni or sono un mio buon amico – freelancer di successo – si è visto cancellare il corrente incarico da un committente storico, dopo oltre dieci anni di collaborazioni.
Nessuna possibilità di futuri contratti in quella direzione.
La rescissione dei rapporti è avvenuta con una telefonata.
Il motivo – il modo in cui il mio amico si veste al di fuori dell’ambito lavorativo.

E ache se non ce ne dovrebbe essere ragione vorrei far notare che il mio amico – rispettatissimo professionista – non è né un nudista radicale, né un cross-dresser, né una drag queen, né un cosplayer nel tempo libero.
Non si veste insomma né da donna, né da Pokemon, non indossa sacchi neri come poncho né un barile sorretto da un’unica bretella.
Semplicemente non porta giacca e cravatta nel weekend o dopo l’orario di lavoro.

Stamani, intanto, per la prima volta, il mio postino mi ha chiesto di firmare per un plico ricevuto da oltr’alpe.
Era perplesso quanto me.
Il plico conteneva mappe del Medio Oriente e dei paesi arabi.
Devo preoccuparmi?

E pochi minuti fa, dopo una lunga assenza, ho provato a riconnettermi a Pandora, per sentire un po’ di musica e testare un nuovo frontend programmato da un amico.

Dear Pandora Visitor,

We are deeply, deeply sorry to say that due to licensing constraints, we can no longer allow access to Pandora for listeners located outside of the U.S. We will continue to work diligently to realize the vision of a truly global Pandora, but for the time being we are required to restrict its use. We are very sad to have to do this, but there is no other alternative.

We believe that you are in Italy (your IP address appears to be xx.xx.xxx.xxx). If you believe we have made a mistake, we apologize and ask that you please contact us at [...]

If you are a paid subscriber, please contact us at [...] and we will issue a pro-rated refund to the credit card you used to sign up.
[...]
We share your disappointment and greatly appreciate your understanding.

Sono tre eventi non connessi, ma che mi lasciano addosso un’impressione pessima.
Ma mi dicono che va tutto benissimo.
Continuate a sorridere.
Non sono i fulmini della tempesta in arrivo.
Sono i lampi dei flash.

[fotografia www.uwec.edu]

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Sempre più difficile

28 Settembre 2009 Davide Lascia un commento

Domanda – cosa è più difficile che gestire due corsi, che partono lo stesso giorno, in due posti a 500 chilometri l’uno dall’altro?
Semplice – farlo con metà della casa a Torino e metà in provincia d’Asti.
E l’automobile bloccata da un guasto inspiegabile.

A fine mese partono il corso di Statistica dell’Università di Urbino e il corso di Cultura Taoista presso il Centroriente di Torino.
Le slide sono quasi pronte, i programmi definiti, lo spirito è vispo.
Peccato che io debba essere dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio a Urbino e dalle 7 alle 10 di sera a Torino, lo stesso giorno, per le rispettive prime lezioni.
E di nuovo a Urbino per la seconda il mattino successivo.
E tutti i testi di riferimento per entrambi i corsi sono inscatolati e stoccati da qualche parte, fra Torino ed Asti.

Ah, la vita del freelancer.

Ora mi si deve solo guastare il computer…

Intanto sabato, si avvia la Mostra di Grafica Giapponese a Mondovì.

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Curriculum Vitae 2, il ritorno

9 Settembre 2009 Davide 10 commenti

Come ogni settembre, metto mano al curriculum.
Che ormai, dopo quasi due decenni di rimaneggiamenti, remixaggi, ripuliture, addenda ed effetti speciali, filtrato dall’esperienza e dagli standard del Curriculum Vitae Europeo, è diventato una cosa molto diversa dal semplice listato col quale uscii dal liceo ed entrai all’università.
Mi viene da pensare che i cambiamenti della mia vita, delle mie competenze, delle mie esperienze lavorative, costituiscano solo una minima parte dei cambiamenti registrati dal curriculum.
In realtà, il mio curriculum ha subito una lenta evoluzione in risposta all’inasprirsi dell’ambiente nel quale si trova a competere.
È diventato più agile, più cattivo, molto più sbrigativo.
In un paio di casi è stato più avanti del richiesto – battuto a macchina quando lo volevano in corsivo (per passarlo al grafologo, probabilmente), in formato elettronico quando lo volevano in cartaceo (per accenderci la stufa, probabilmente).
Si è adattato alla rete.
Si è differenziato, speciando in un curriculum scientifico, uno letterario/traduttorale, uno da jack-of-all-trades.
Ha pure sviluppato un marcato dimorfismo, comparendo sia in italiano che in inglese.

E fa un po’ ridere pensare che in fondo il serio ed ingessato responsabile del personale che maneggerà il mio prossimo curriculum non si troverà a giudicare le mie capacità, ma la mai abilità nel formattare le informazioni in maniera accattivante, abbastanza per spingerlo a passarmi al livello successivo.
D’altra parte, se fossi io ad interessargli, e non la mia capacità di conformarmi ad uno standard, ci incontreremmo per bere un chinotto e fare quattro chiacchiere.

Ben vengano allora, in questa corsa agli armamenti curricolari, i suggerimenti di Excelle per svecchiare il nostro CV.

Il vostro CV è irrimediabilmente vecchio se

Punto 1 . lo avete martellato per farlo stare in una pagina.
Dopotutto, quella del curriculum in una pagina è una di quelle sciocchezze che andrebbero punite con la fustigazione; dopotutto, è impensabile che un un quarantenne con varie esperienze alle spalle possa riassumere la propria vita professionale nello stesso spazio di cui ha bisogno un ventenne con la laurea triennale.
Facciamola breve ma non esageriamo.
lo ribadisco:  chi ci chiede il CV in una pagina dovrebbe venire frustato

C’è un rovescio della medaglia, naturalmente: tradizionalmente il cretino che deve decidere se darvi una possibilità non legge il CV, si limita a cestinare qualsiasi cosa sia sopra le tre pagine – o la pagina singola, a seconda di quanto voglia sentirsi maschio alfa nel guardarsi allo specchio nei bagni.
Per certe cose non c’è nulla da fare – fino a che i dirigenti non si renderanno conto che affidano la selezione del personale a frustrati e fenomeni da baraccone, le cose non cambieranno.
Ma considerando chi siede ai vertici dirigenziali…

Punto 2 – fate un elenco dei vostri obiettivi.
Chissà perché alla voce motivazioni nessuno scrive mai “guadagnare onestamente abbastanza quattrini da poter condurre una vita dignitosa e magari togliermi uno sfizio ogni tanto”.
No, guai, dire che volete lavorare per vivere sta malissimo!
Dovete dire che intendete lavorare per “accrescere la vostra esperienza”, “partecipare a progetti dinamici ed innovativi” bla bla bla
Si da per scontato che voi desideriate il lavoro per ottenere una remunerazione.
Perché allora non dare anche per scontato che voi desideriate un lavoro qualificante e conforme alla vostra professionalità?
Via, tagliare…
Al limite, usiamo la lettera d’accompagnamento (sperando che la leggano).

Punto 3 – promettete “Referenze disponibili a richiesta”
Perché, altrimenti?
Se te le chiedo non me le dai?
Buonissimo il consiglio di Excelle – facciamoci una lista dettagliata e teniamocela per gli stadi successivi della selezione.

Punto 4 – spedire il CV in formato Word.
Usate un pdf.

Punto 5 – fornire la lista dei lavori precedenti in ordine cronologico.
A meno che non siate proprio alle primissime armi, o che non stiate cercando di vendervi come spia industriale (“ho lavorato per Tizio, Caio e Sempronio, e posso raccontarvi tutto delle loro sezioni Ricerca & Sviluppo”), la lista dei lavori è fuori luogo.
Molto molto meglio una lista delle competenze – specificando magari quando e come le abbiamo conseguite, e fornendo quante più informazioni quantitative possibili.

Ed ecco fatto.
Il CV è svecchiato, e pronto a tornare in pista per un altro anno di scontri in puro stile Rollerball.

Il resto, naturalmente, dipenderà dal grafologo…

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E-reader – possibilità e probabilità

29 Agosto 2009 Davide 10 commenti

Scippo con piacere un bel filmato dal blog di Cyberluke, ben sapendo che interesserà alcuni dei miei visitatori abituali, abbinato ad un tranquillo pork chop express del weekend.
Tanto per cambiare, si parla di editoria cartacea ed elettronica.
E di un breve film di fantascienza

[non potete lamentarvi, è bilingue]

Facciamo qualche considerazione volante.
Tutte le tecnologie mostrate nel filmato sono attualmente disponibili sul mercato – ed in effetti ne ho una quantità caricate sul mio netbook, e ne ho parlato in passato: Squeak + Sophie per l’editoria partecipativa e multimediale, Giver per la condivisione di file su rete locale, Scribus per la produzione di testi tradizionali…

Il vero oggetto del futuro è casomai il supporto hardware, snello, piacevole, robusto.  E soprattutto dotato di una carica illimitata (batterie solari nella copertina?) ed una memoria di dimensioni ragguardevoli.
[Uno dei modelli presentati somiglia in maniera sospetta ad un iPhone, ma sorvoleremo su questo dettaglio.]
Un oggetto di questo genere costerebbe uno sproposito.
Forse.
Se l’esperienza fatta con il progetto One Laptop per Child ha qualche valore, possiamo essere certi che il prototipo di una simile macchina costerebbe uno sterminio, ma poi entrando in produzione a grandi volumi, i prezzi si abbasserebbero in breve tempo; come diceva Nicholas Negroponte, quando si apre la discussione con “Ce ne servono centomila pezzi entro due anni”, anche la Lenovo viene a miti consigli.
Anche qui, le tecnologie esistono, si tratta solo di combinarle nella maniera più efficiente ed economica.

Risolto il problema hardware, essendo pressocché inesistente o comunque secondario il problema software, restano due grandi scogli.
I contenuti e l’utenza.

Partiamo con l’utenza – io credo che l’immagine più rivoluzionaria mostrata dal film qui sopra sia quella dell’autore che ha il controllo assoluto della propria opera, la completa, la manda all’editor, e dopo una settimana è pronta per lo scarico.
E lui riesce anche a campare più che degnamente (per quanto in una casa arredata all’IKEA), ed a concedersi qualche svago.
Io dubito fortemente che gli editori – certi editori soprattutto – rinuncerebbero con tanta simpatia al proprio controllo sull’opera dell’autore.
Ciò che infatti è sottointeso nel filmato è una marginalizzazione della figura dell’editore – a centro scena ci sono l’autore, l’editor, l’illustratore, il libraio.
Che è poi abbastanza normale.
Potremmo immaginare una sorta di coworking – analogico o digitale – fra autori, traduttori, editor ed artisti, tutti freelance, tutti partecipi per quote proporzionali ai guadagni del progetto, che si appoggiano ad una rete di librai e micropresses POD su scala nazionale o internazionale, sulla base di accordi chiari ed univoci.
Si sposterebbero e si venderebbero solo elettroni.
Cessando di essere centrale la figura dell’editore, e quella altrettanto essenziale del distributore (allo stato attuale, per lo meno in italia, normalmente due facce della stessa azienda), scompaiono naturalmente anche i loro introiti.
Crediamo davvero che sia possibile?

L’idea è meravigliosa – poiché immagina testi di alta qualità a bassissimo costo in formato elettronico, e piccole tirature a stampa gestite dai librai, e il grosso del costo dei volumi che finisce nelle tasche di autori, artisti, editor, librai…
Crediamo davvero che le case editrici favorirebbero una simile situazione?

Certo, è possibile immaginare una soluzione radicale – la diffusione degli e-reader che porta all’estinzione degli editori, poiché autori e artisti potrebbero a quel punto scavalcarli a pié pari.
Crediamo davvero che le case editrici accetterebbero di scomparire senza combattere?

E qui entra in gioco un’altra faccenda pelosa – la componente legale e burocratica della fruizione letteraria.
Considerando che la SIAE storce il naso se ordino dischi di artisti giapponesi direttamente dal Giappone (perché qui comunque non li troverei) – e vorrebbe davvero che io acquistassi i bollini SIAE e mettessi in regola la mia collezione – come reagirebbe al fatto che io vada a scaricare un testo in fiammingo a Bruges, e poi ne ordini una stampata (tradotta nella mia lingua) qui sotto casa?
C’è un confine di mezzo – uno che l’unificazione europea non ha cancellato.
E consderando che non posso – per una convoluta ma piuttosto facile da capire faccenda legale tutta nostrana- mettere in piedi una mia radio via web, come potrei diventare editore di me stesso e vedere salvaguardati i miei diritti?
Ed a questo punto, considerata la forte commistione fra editoria e politica, come
possiamo immaginare evolverebbe il panorama legale nel momento in cui dovesse sorgere una tecnologia in grado di scalzare e di fatto uccidere gli editori, o obbligarli ad una radicale ristrutturazione della propria attività?

Il problema di fondo, quindi, parrebbe non essere né di natura tecnologica, né di natura culturale (si noti che il filmato non postula l’estinzione del cartaceo, solo un riassestamento della fruizione), bensì di natura strettamente economica e, per riflesso, politica.
Per lo meno nelle fasi iniziali – diciamo per la prima generazione – l’utenza verrebbe probabilmente ostacolata da politiche miranti a mantenere i prezzi dei lettori elevati, ed a dare tempo all’editoria tradizionale di operare una transizione pilotata e non traumatica verso nuove strutture che mantengano tuttavia attivi i monopoli preesistenti.

Insomma, agli editori piacerebbe moltissimo poter continuare a vendere elettroni invece di carta, allo stesso prezzo, e continuando ad intascarsi la stessa fetta.
E se sostengono il contrario, mentono.

E quanto ai contenuti.
Il filmato mostra l’efficacia di un mezzo come l’e-reader del futuro per la fruizione di manuali, guide, o come piattaforma per la compilazione di testi e dispense.
Questo parrebbe in linea con la vecchia idea di Guy Kawasaki, secondo il quale l’e-reader sarebbe ideale per avere sempre sottomano una copia aggiornata e consultabile interattivamente del Chicago Manual of Style – un’idea ripresa da Seth Godin quando si dichiarava favorevole al Kindle a patto che Amazon ci caricasse sopra i suoi libri gratis.
Sarebbe davvero l’e-reader la piattaforma ideale per leggere romanzi e poesie?
Beh, si dirà, nel momento in cui non dovessero esserci alternative…
Ma se le alternative esistessero?
Anche qui, credo che il primo, principale impiego dell’e-reader – a parte lo sfoggio come status symbol da parte di quelli che devono sempre avere l’ultimo gadget prima di tutti gli altri – sarebbe in campo didattico e professionale.
Ciò giustificherebbe i prezzi alti.
La letteratura verrebbe dopo.
Grossi blocchi editoriali permettendo.

Quindi, dovendo rispondere alla domanda espressa dal titolo del filmato qui sopra…
Sul fatto che sia possibile non ci sono dubbi.
Sul fatto che sia probabile – credo sarà una corsa in salita.

Non confondiamoci – mi piace il futuro mostrato dal film, e vorrei già esserci.
Come dicevo, potremmo già esserci tutti.
Se non ci siamo, la colpa non è né di chi scrive, né di chi legge.

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Lavorare gratis

17 Agosto 2009 Davide 4 commenti

Brutta cosa parlare di soldi durante le ferie.freelance-777790.jpg
Però capita.
Il giovane – e oseremmo dire ingenuo, se non avesse avuto in fondo una buona idea – Charlie Hoehn ha pubblicato un e-book attraverso SlideShare, che varrebbe per lo meno la pena di leggere e di discutere.
La tesi di Charlie è riassumibile come segue:

  • l’università non prepara al mondo del lavoro
  • il mondo del lavoro valuta l’esperienza più dei pezzi di carta
  • i neo-laureati si vedono offrire lavori non qualificanti per una miseria
  • allora tanto vale lavorare gratis con un occhio al curriculum

La tesi è meno barbina di quanto non si possa immaginare.
E se in effetti l’ipotesi di lavorare gratis come stile di vita è improponibile, il mantenersi aperti a lavori bassamente o per nulla retribuiti al fine di costruire un curriculum valido non è poi così male.

L’idea è quella di cominciare a lavorare gratis per costruirsi un credito presso aziende che, favorevolmente impressionate dalla nostra performance, ci tengano presenti per futuri lavori retribuiti.
Per cominciare, vogliamo solo il credito di aver fatto il lavoro.
Una menzione ufficiale, una lettera, un modulo compilato.

È chiaro a questo punto che ciò che noi offriamo all’azienda dovrà essere quanto più unico e individuale possibile – in modo da azzerare la concorrenza.
A questo livello, il nostro approccio è il classico “la prima dose è gratis” che ha fatto la fortuna di molti imprenditori indipendenti.
Se ci dovessimo limitare ad offrire qualcosa di ampiamente disponibile sul mercato (penso alle traduzioni dall’inglsese, ambito lavorativo ormai devastato dall’afflusso di dilettanti pronti a lavorare gratis), sarebbe facile per il nostro interlocutore-azienda rivolgersi a qualcun’altro nel momento in cui le nostre tariffe dovessero crescere al di sopra dello zero.
E che il curriculum, il credito e la fiducia si dannino.

Esiste davvero la possibilità che il progetto di Charlie si risolva in qualcosa di più di una boutade?
Io credo di sì.
Non ovunque e non per tutti, ma per certe occupazioni strettamente connesse alla creatività ed all’ingegno, potrebbe essere uno strumento in più nella cassetta degli attrezzi.
Poco adatto forse ad un ultraquarantenne – che il suo portafoglio di clienti e contatti dovrebbe già averlo (pure restando interessato ad ampliarlo) – ma da tener presente per i neolaureati e laureandi.
In fondo, è come uno stage in azienda, con il vantaggio che l’azienda ce la cerchiamo noi.
E costa dannatamente di meno di un master.

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Brainstorming col contagocce

6 Agosto 2009 Davide 4 commenti

Ancora mappe mentali, in quello che – nato come un interesse extracurricolare – sembra sul punto di diventare un’altra voce del mio curriculum professionale.

È nota e documentata la mia lealtà verso Freemind (del quale incombe la versione 0.9.0) come software di mappatura mentale, secondo solo al buon vecchio blocco da disegno con le matite colorate (lo strumento che sto usando per il mio ripasso dello spagnolo).
Mi viene fatto notare, tuttavia, che sia Freemind che la sua ben più analogica contropartecartacea possono causare qualche problema quando il progetto deve essere condiviso e fondato sulla collaborazione.
Meglio i tool 2.0, mi dicono.
Meglio le web applications.
Meglio i programmi di mappatura mentale on-line.

Mind-mapping e collaborazione, naturalmente, significa brain-storming.
Non più mappe personali ad uso e consumo del mappatore, ma unelemento sostanziale nel corso di sviluppo di un progetto.
Sarebbe difficile – e sbagliato – affrontare il lavoro in solitaria ed il lavoro collaborativo con lo stesso atteggiamento, e mantenendo gli stessi scopi.
Le mappe mentali sono strumenti potenti, ma se si sbaglia approccio, si finisce col perdersi.

E come mi viene fatto notare, ormai collaborazione significa collaborazione online.
Ora, sono naturalmente aperto all’innovazione e pronto ad abbracciare l’idea di produttività nella nube che il web 2.0 sembra promettere, ma mi rimangono dei dubbi.
Non posso dimenticare che in capo ad un mese scarso sarò in un posto dove ADSL significherà 7 mega nominali – di fatto forse 4.
Non posso fare a meno di pensare a tutte le occasioni in cui potrò avere voglia di dare una botta al mio lavoro senza connettermi alla rete.
E da vecchio giocatore di Trinity ricordo fin troppo bene Mungu Kuwasha, detto Backlash.
Quindi, ok il web 2.0, ma voglio una copia dei file sul mio hard disk.

La risposta potrebbe essere DropMind, programma di mindmapping e collaborazione on-line disponibile sia come web-application che come software da scaricare ed installare sull’hard disk.

Capace di comunicare con altri software (inclusi Freemind e Mind Manager) e dotato di una interfaccia in stile WinVista, Dropmind è potente e piacevole – mantiene i tradizionali collegamenti curvilinei fra settori della mappa e permette di inserire icone o caricare immagini personalizzate.
È pure dotato di una modalità chat (versione on-line) per discutere di ciò che si sta facendo coi collaboratori mentre lo si fa, e di una modalità presentazione per sbattere i risultati del nostro lavoro in faccia al pubblico pagante.

L’uso e la registrazione della versione desktop sono gratuiti per scopi non commerciali, mentre per la versione web – unica nota dolente – la registrazione dà diritto solamente a 15 giorni di prova gratuiti.

Carta e matita rimangono fondamentali ed insostituibili.
Ma avere uno strumento in più a portatadi manopuò sempre tornar utile, prima o poi.
Certo, la proliferazione di software di mappatura mentale – tutti più o meno variazioni minime su un tema comune – se da una parte lascia presagire un imminente ingresso di questa tecnica nell’uso comune, dall’altra sembra indicare un vicolo cieco nello sviluppo di supporti informatici.
In particolare, nessuno apparentemente ha ancora proposto un tool per la mappatura mentale tridimensionale.
Che sullo schermo del computer risulterebbe più facile che su carta, ed avrebbe notevoli potenzialità.

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Nomadismo digitale

29 Luglio 2009 Davide 6 commenti

Si discuteva con il mio amico Fulvio, alcuni giorni or sono, sulle gioie della vita in campagna.
Vicini primitivi.
Ambiente pettegolo.
Dieci chilometri dal più vicino posto in cui si serve un mai tai decente.
La rete certificata a sette mega che di fatto viaggia a quattro.
Però, e non è una cosa da poco, se mi gira prendo il portatile, vado a sedermi in un prato e lavoro lì all’ombra di un albero anziché in un cubicolo che sa di PVC e di aria riciclata dal condizionatore.

Se il telelavoro è diventato in fretta una realtà nel resto del mondo, in Italia l’idea si è presto incagliata in una serie di commissioni ministeriali che, a metà anni ‘90, valutarono l’ipotesi e conclusero che non si adattava al carattere “solare” degli italiani.
L’immagine del telecommuter chiuso in casa, solo, smutandatissimo e mal rasato, che martella sul PC connesso alla linea telefonica mentre si ingozza di schifezze, è stata più volte usata come spauracchio – meglio blindarsi in un centralino in qualche seminterrato, meglio qualsiasi altra forma di abbrutimento che tuttavia conceda uno straccio di vita sociale, piuttosto che l’isolamento del telelavoro.
Ora, tuttavia, WiFi e Web 2.0 hanno sovvertito le regole.
Al punto che se ne è accorto persino il Washington Post

Gruber and Consalvo are digital nomads. They work — clad in shorts, T-shirts and sandals — wherever they find a wireless Web connection to reach their colleagues via instant messaging, Twitter, Facebook, e-mail and occasionally by voice on their iPhones or Skype. As digital nomads, experts say, they represent a natural evolution in teleworking. The Internet let millions of wired people work from home; now, with widespread WiFi, many have cut the wires and left home (or the dreary office) to work where they please — and especially around other people, even total strangers.

Possiamo portarci il posto di lavoro dove ci pare.
Nel cortile di casa.
Nel prato, sulla collina.
In una crescente quantità di luoghi che offrono la connessione wifi gratuita.
La vita sociale è salva.
La produttività non viene intaccata.
E il panorama è vario e piacevole, sempre in accordo con i nostri gusti e stati d’animo del momento.

Non si tratta più di lavorare da casa.
O di portare il nostro portatile e la nostra esperienza in un ufficio temporaneo messo in piedi dall’azienda che ci ha ingaggiati per i prossimi due mesi.
Si tratta di decidere dove lavorare, mantenere contatti via telefono e web, e fare a meno di una infrastruttura che sia più pesante e complessa di ciò che possiamo portare con noi.

Il concetto di nomade digitale mi è più simpatico di quello di immigrato o nativo digitale, anche perché non si tratta di qualcosa che ti capita su base anagrafica, ma perché è qualcosa che scegli.
Ed inoltre dimostra la vecchia massima cyberpunk che la strada ha il suo uso per le tecnologie, e per le idee.
Il concetto di “digital nomad” venne infatti memeticamente introdotto alcuni anni addietro dai ragazzi del marketing di  una nota azienda produttrice di computer portatili, come parte della campagna di lancio del loro ultimo modello di laptop.
L’idea, lo slogan, è stato tuttavia rapidamente appropriato dalla comunità, che ha trovato le proprie dinamiche, ha adattato ai propri scopi i siti pubblicitari (come ad esempio digitalnomads.com), creando aree di discussione con gli strumenti disponibili (come bigthink), di fatto trasformando in sponsor quelli che erano all’origine i fautori di una campagna di marketing.

Come nota il Washington Post, il cybernomadismo sta portando alla definizione di tribù – non semplicemente sulla base del lavoro svolto, ma sulla base dei luoghi di aggregazione, delle modalità di connessione, degli strumenti utilizzati.

In Italia, il fenomeno pare avviarsi lentamente, più lentamente che altrove – pochi luoghi in cui accedere gratuitamente alla rete on the road, troppe password, troppi posti dove non ci si può fermare per più di una mezz’ora senza che il gestore non cominci a guardarci con una certa impazienza.
Troppo costoso spostarsi da una regione all’altra in treno o in aereo.
Ed il rischio sempre presente che qualcuno decida di rubarci il PC.
Ma la potenzialità esiste.

E poi, non è detto che si debba necessariamente lavorare con il computer – un cellulare, una matita ed un quaderno sono – per certi lavori – la piattaforma minima necessaria.
È così, no, che secondo la leggenda la Rawlings ha scritto i propri romanzi, standosene seduta in un pub…?

Qualcosa si sta muovendo.
Letteralmente.
E promette un futuro divertente.
Bisognerà approfondire.

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