strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

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Gemma Bovery

Pubblicato da Davide su Aprile 25, 2008

E così stanno per trasformare Madame Bovary in un poliziesco.
Cosa che suscita la perplessità di alcuni, l’ironia di altri.
Ma non era forse già accaduto?

In un certo senso si - al volgere del secolo, l’inglese Posy Simmonds, già vignettista per The Guardian aveva pubblicato una graphic novel intitolata Gemma Bovery - aggiornando all’inglese la tragica storia di Flaubert.
In tavole fortemente influenzate dalla scuola di Eisner - vignette che si fondono l’una nell’altra, che si alternano a passaggi in prosa, a stralci di diario e ritagli di giornale, nel volume della Simmonds si dipana la tragica storia di Gemma Bovery, giovane moglie - in seconde nozze - del povero Charlie Bovery.
Nevrotica, sostanzialmente un animale urbano trasferito a forza nella campagna della Normandia dove Charlie spera di avviare una attività come antiquario, Gemma è infelice, annoiata, frustrata, spaventata.
Odia i francesi.
Odia le francesi - tutti cloni di Stephanie di Monaco, più snelle di lei, più eleganti.
Odia il clima, la cucina, la lingua.
Odia il fatto che Charlie si sia in fondo sistemato e stia bene in questo posto.
Odia il fatto che i soldi scarseggino.
Una relazione col giovane Hervé de Bressigny, fatuo e inaffidabile, ricco giovinastro imparentato con la nobiltà locale segnerà il destino della poveretta.
Il tutto, narrato in flashback da Jubert, panettiere con l’hobby della letteratura e narratore inaffidabile - quanto infatti la storia che ci viene raccontatat è stata distorta, filtrata dal fatto che il romantico panettiere vi ravvisi una somiglianza col romanzo di Flaubert?
È stata tutta una faccenda molto meno romantica, molto meno tragica, forse addirittura un po’ ridicola?

Un lavoro notevole, quello della Simmonds, che riesce a riscrivere una storia già nota senza mai cadere nella semplice ripetizione, e che dimostra un occhio impietoso su certe pose ed atteggiamenti di una certa media borghesia intellettuale che forse una volta era solo inglese, ma che ormai è diffusa a livello planetario.
E ci mette pure un tocco di giallo: come è morta davvero Gemma Bovery?

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Malinconia? Tristezza? Perplessità?

Pubblicato da Davide su Aprile 9, 2008

I traduttori anglosassone sembrano un po’ confusi su come tradurre il giapponese Yûutsu - che stando a Rikaychan (il plugin di Firefox) è semplicemente melancolia.
Ma la ragione è presto spiegara facendo qualche indagine.
Ma procediamo con ordine…

http://i168.photobucket.com/albums/u184/SharonMustLive/haruhi2222.gifHo appena finito di guardare un’edizione doppiata in inglese di Suzumiya Haruhi no Yūutsu - The Melancholy of Haruhi Suzumiya.
E sono assolutamente impressionato.

OK - ottima animazione, ma cosa vi aspettavate, siamo nel 2006 (a serie ha due anni).
Buona la regia, bello il montaggio - ma è un prodotto connesso ad una linea di grande successo, quindi non sorprende.
Ma c’è di più.

Di rado mi è capitato di trovare tante (buone) idee infilate in quattordici episodi di un cartone animato, e la cosa mi lascia con il desiderio di poter mettere le mani sui romanzi originali di Nagaru Tanigawa dai quali il cartone animato è tratto - e che hanno titoli come appunto La Malinconia di H.S., la Noia di H.S., la Perplessità di H.S.
Non pare che TokyoPop (o qualche altro meritorio editore anglosassone di traduzioni dal giapponese fatte come si deve) abbia ancora messo le mani su questo tesoro, e quindi urge rispolverare il giapponese - considerando dieci volumi, ad una pagina al mese, avrò di che leggere per il resto della mia vita…
E oltre.

http://forevergeek.com/images/suzumiyaharuhi.jpgHmmm… potrei pagare…
No, non posso permettermelo.
Tocca ripassare il giapponese.

La serie di romanzi (e fumetti, amine, videogiochi…) incentrata sulle iniziative di una iperattiva “ragazza che non ha alcun interesse per le persone normali” (la Haruhi Suzumiya del titolo), traccia essenzialmente l’evolvere delle relazioni personali dei cinque protagonisti - l’iperattiva ragazza di cui sopra ed i suoi quattro più o meno involontari complici/vittime - e la loro interazione con la vita scolastica.
Cinque persone in una stanza fredda, con una pila di giochi di società, un computer rubato, una scaffalata di libri…
Il che suona dannatamente noioso vero?
Malinconico.
Triste.
E causerà forse qualche perplessità, a questo punto, il mio entusiasmo.

Il fatto è che una serie per ragazzi che citi senza far pause per prender fiato tanto Hyperion di Dan Symmons che Rosenkrantz & Guildenstern Sono Morti di Tom Stoppard, una serie di cartoni animati che accoppia teoria delle stringhe e teoria della cospirazione, universi tascabili e viaggi nel tempo, memetica e intelligenze aliene, tutto in quattordici episodi da meno di venticinque minuti, genera decisamente il mio entusiasmo, ed ha tutto il mio apprezzamento ed il mio rispetto.

Il fatto che ci riesca senza annoiare, con un commento musicale piacevole e con alcuni momenti di assoluta ilarità (cosa succede se si cambia la firma quantica alle molecole di una mazza da baseball?) senza mai scivolare nell’idiozia (fatto salvo un certo autocompiacimento nell’infilare la più polposa delle protagoniste in abiti imbarazzanti), è un ulteriore bonus.

Che bello deve essere, vivere la propria adolescenza dove c’è a disposizione, per leggere e passare il tempo, materiale di questa straordinaria qualità.
Perché avere accesso a intrattenimento intelligente neglia nni della formazione aiuta a diventare intelligenti.

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Hokusai copiava i fumetti

Pubblicato da Davide su Aprile 5, 2008

//www.mtmshow.com/casted9.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Mi sento vecchio.
Il fatto è che, vedete, io da ragazzino non mi perdevo un episodio di Lou Grant.
Ve lo ricordate?
La serie (del 1977!) sul capocronaca del Los Angeles Tribune, con i suoi giornalisti e fotografi a caccia di scoop…
Dice Wikipedia…

The format of the episodes generally consisted of Lou assigning Rossi and Billie to cover news stories, and the episodes revealed the problems of the people covered in the stories as well as the frustrations and challenges the reporters went through to get the stories. The series frequently delved into serious societal issues,
such as nuclear proliferation, mental illness, prostitution, and chemical waste, in addition to demonstrating coverage of breaking news stories, such as fires, earthquakes, and  accidents of all kind. The series also took serious examination of ethical questions in journalism, including plagiarism, checkbook journalism, entrapment of sources, staging news photos, and conflicts of interest that journalists encounter in their work. There were also glimpses into the personal lives of the Tribune staff.

Diavolo, uno vedeva Lou Grant e voleva fare il giornalista, mica storie.

http://www.infoturisti.com/images/usa/NY/Tsunami_by_hokusai_19th_century.jpgEcco, oggi, quando mi cascano in grembo cose pubblicate dalla stampa del tipo…

Con il brand «Planet Manga» da maggio il fumetto nipponico, che tanto ispirò Hokusai, approda, con la promozione di Vivalibri, per la prima volta in libreria.

… io a Lou Grant ci ripenso.
Ci sarà un suo equivalente negli uffici de La Stampa?
Uno che è come unpadre per i redattori ma che è anche capace di prenderli a calci in culo come meritano quando pubblicano simili idiozie?

O c’è semplicemente un tipo sciapo e stracco, che usa parole come “brand” e che chiama dal suo sottoscala qualche spaurito pubblicista e gli dice di mettere insieme un po’ di roba per quelli che Tuttolibri lo leggono ancora, se vuole gli accrediti per potersi iscrivere all’albo.
“Una marchetta per la Panini,” gli dice. “Facci quattro colonne, e mi raccomando, cita i fumetti di Ronaldinho Gaucho…”

Forse la seconda.

Se per lo meno uno la stampa non la pagasse denaro corrente.
Patacca per patacca, perché non ce lo lasciano pagare coi soldi del Monopoli?

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Robot Ghosts & Wired Dreams

Pubblicato da Davide su Aprile 2, 2008

http://ecx.images-amazon.com/images/I/51kgelt33NL._AA240_.jpgComplice un rivenditore di nicchia annidato fra le pieghe di Amazon.fr, mi è arrivata una decina di giorni or sono una copia a metà prezzo di Robot Ghosts & Wired Dreams, sontuoso volume della Minnesota University Press dedicato all’analisi della fantascienza giapponese, “dalle origini agli anime”, come dice il sottotitolo.
Un lavoro colossale, per i curatori - Christopher Bolton, Istvan Csicsery-Ronay Jr. e Takayuki Tatsumi - che hanno raccolto un certo numero di articoli già pubblicati ma di difficile reperimento per il lettore non specialista, vi hanno aggiunto una manciata di nuovi testi di alto livello, ed hanno così creato un volume divertente, per quanto di una densità elevatissima.
I temi sono molto vari - da una panoramica storica sul fantastico giapponese ad analisi sociologiche, scientifiche e psicologiche di temi e argomenti di alcune serie animate storiche, le loro influenze, le reazioni generate nel pubblico…

Da leggere con calma, per digerire la mole di informazioni riversata su di noi da ciascun autore, il volume solleva alcune interessanti questioni sul panorama italiano.

In primis, naturalmente, l’idea di un volume sui cartoni animati giapponesi pubblicato da una casa editrice universitaria già stravolge le nostre aspettative.
Se la qualità degli articoli giustifica la scelta della Minnesota University, dall’altra proprio la qualità degli articoli rappresenta una seconda drastica deviazione da ciò che normalmente ci offre il nostro panorama nazionale.

Curiosamente, l’iperattivo panorama dei fan italiani non è riuscito finora a produrre nulla che si possa avvicinare a Robot Ghosts.
Di rado ciò che è stato pubblicato appartiene al fandom o ne è un’espressione.
C’è il vecchio Mazinga Nostalgia, di Marco Pellitteri, già esperto di fumetti e autore di un successivo Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell’effimero fra pedagogia e globalizzazione; ci sono una dozzina di volumi di introduzione al fumetto o al cartone animato giapponese, spesso zeppi di banalità, luoghi comuni ed errori fattuali, ma che - anche in assenza di falle colossali - non c’è nulla che si avvicini ad una analisi approfondita, che rintracci le radici dei generi e ne approfondisca i temi.
Nessun saggio che alla fine non tradisca un certo imbarazzo dell’autore, che sì, in effetti si sta occupando di cartoni giapponesi, ma non può fare a meno di sentirsi un po’ superiore e un po’ sprecato in questo ruolo.

D’altra parte, la vasta cultura otaku nostrana, attivissima quando si tratta di mettersi in maschera o accapigliarsi, non ha finora prodotto nulla di serio, nulla che non siano articoli d’opinione (privi di ricerca, privi di approfondimento) o interminabili diatribe on-line per determinare se Goku sia o meno più forte di Kenshiro…
Quante temi sul fumetto e sull’animazione sono state effettivamente proposte nelle università?
Quante discusse?
E di queste, quante pubblicate?

Ricordiamo un vecchio amico, grande estimatore di Hayao Miyazaky, ed eternamente impegnato - almeno dal 1992 - nella stesura di un dotto articolo sull’opus del pluripremiato regista giapponese.
Non sappiamo, onestamente, se l’articolo sia mai uscito.
Ma dal 1999, esiste il definitivo Hayao Miyazaki, Master of Japanese Animation, di Helen McCarthy - che non è perfetto, ma c’è.

Impossibile sfuggire all’impressione fortissima che ancora una volta i fan siano cretini.

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Dave Stevens

Pubblicato da Davide su Marzo 15, 2008

Il mio finesettimana comincia con una notizia spiacevole - il dieci di marzo scorso è scomparso Dave Stevens, fumettista ed illustratore americano, giàstoryboarder per I Predatori dell’Arca Perduta e giustamente famoso per aver creato The Rocketeer.

L’artista aveva appena 52 anni, e da molti anni combatteva contro la leucemia - che lo aveva indotto a ridurre la produzione.

The Rocketeer fu uno dei titoli che mi fecero tornare a leggere fumetti alcuni anni or sono, dopo che l’incontro/scontro con le prime frange dei mangamaniaci mi avevano fatto perdere interesse per l’argomento.

Per chi se la fosse persa, The Rocketeer è una serie retrò ispirata ai serial pulp degli anni ‘30 e ‘40, nella quale un giovane aviatore si ritrova sul groppone (letteralmente) lo zaino-jet progettato da Howard Hughes - una tecnologia che fa gola a molti.
Nel secondo volume della serie fa pure una comparsata The Shadow.
Dalla serie a fumetti vene anche tratto un film Disney, nel 1985.
Quello che avrebbe potuto essere il primo di una serie ebbe però una distribuzione debole e una risposta di pubblico scarsa.
Lo ricordiamo - oltre che per alcune notevoli riprese aeree, per una splendida Jennifer Connelly in un ruolo ispirato - graficamente, a Betty Page

Al momento della morte, Stevens stava lavorando ad una retrospettiva della propria produzione grafica.
Oltre ad aver inventato il “look” della LucasArts successivamente sviluppato da Adam Hughes, Stevens viene anche ricordato per varie collaborazioni con Hanna & Barbera e per aver contribuito al production design di Thriller, di Michael Jackson.
L?illustratrice Laura Molina, che con lui ebbe una relazione, usò Stevens come modello per la serie di dipint surreali “Naked Dave”.

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Prigionieri della Gravità

Pubblicato da Davide su Novembre 6, 2007

Immaginate un programma televisivo.
Settimanale.
Della durata di mezz’ora.
Prodotto a costi bassissimi.

Immaginate che un programma del genere si occupi esclusivamente del fantastico e dell’immaginario - fantascienza, fantasy, horror, film, romanzi, fumetti…

Immaginate che ogni episodio sia dedicatoa un tema: i vampiri, le collaborazioni fra autori, Marte, il cyberpunk, le fiabe, religione, sesso, sovrappopolazione, supereroi…

Immaginate che questo ipotetico programma sia interamente costruito con interviste: a Jack Vance, Ray Bradbury, Martin R.R. Green, Charles De Lint, Stephen King, Anne Rice, Kim Stanley Robinson, William Gibson, Will Eisner, Alan Moore, James Cameron, David Cronemberg…

Immaginate che duri 139 episodi.
Per dire, dall’agosto del 1989 all’aprile del 1994.

Immaginate che una cosa del genere l’abbia fatta la televisione dell’Ontario.

Se non avete ancora cominciato a maledire la RAI, Mediaset e tutti coloro che si sono occupati di trasmissioni in Italia dai tempi di Marconi in poi, allora date un’occhiata qui…

http://www.youtube.com/watch?v=-deHrvY2b08

Sono i titoli di testa.
Perché l’hanno fatto.

361298778 a1359781e2 oPrisoners of Gravity viene ancora oggi - a quindici anni di distanza - considerato il miglior programma sul fantastico mai prodotto per la TV.

La premessa - un fan del fantastico, preoccupato dalla situazione politica degli anni ‘80, si costruisce un razzo in garage e tenta di fuggire dalla Terra, ma finisce incastrato su un satellite da telecomunicazioni, dal quale trasmette settimanalmente il suo programma “sovversivo” - è abbasanza demente da essere divertente, e la qualità degli interventi è assolutamente superlativa.
Scrittori e artisti che parlano del proprio lavoro - senza assumere atteggioamenti messianici.
Si può chiedere di più?

Beh, si - si potrebbe chiedere che un programma del genere venga caricato in rete.
E da qualche mese gli appassionati stanno mettendo on-line, su YouTube, gli episodi migliori della serie.

Andate su YouTube, cercate Prisoners of Gravity e godetevi gli episodi su Tolkien, sui fan del fantastico e sulla tecnologia.
Altri - si spera, dovrebbero venire in futuro.

Il canale specifico è questo - http://youtube.com/profile?user=Teddog3000

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Nuova storia completata

Pubblicato da Davide su Settembre 17, 2007

Terminato il canonico periodo di decantazione, la notte passata ho chiuso un racconto che da circa un anno mi perseguitava.
Ora tocca solo trovargli una casa.

Scritto di getto in una sola serata nell’inverno 2005-2006, dopo un lungo scambio di mail con alcuni amici oltreoceano, il testo venne perduto in fase di salvataggio a causa di un crash di Windows.
Successivi tentativi di riscrivere la storia sortirono effetti grotteschi.

Perciò, mi sono rimesso a tavolino ed ho cercato di ricostruire in maniera tecnica ciò che avevo scritto in maniera istintiva.
Un eccellente esercizio del quale avrei fatto volentieri a meno.

SuethIl racconto si intitola Quattro Colori, ed è ambientato a LA.
La città di LA esiste nelle Dreamlands di Lovecraft, dove l’ha collocata lo scrittore californiano Mark McFadden: una Los Angeles onirica, luogo in cui i moderni miti mediatici che infestano i sogni del ventesimo secolo possono fare la propria vita.

La mia storia esplora i miei quartieri di LA, ed è legata al mondo del fumetto ed alla storia evolutiva dei supereroi.
Ma non solo.

Il lavoro di ricerca svolto per riuscire a riscrivere il racconto mi ha intanto lasciato con un interessante mistero - com’è che in rete nn si trovano più disegni originali della prima Sue Richards, quella di Jack Kirby?
Perché è sparita la Ragazza Invisibile?

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Alice

Pubblicato da Davide su Aprile 4, 2007

Ci sono cose che si possono fare solo a fumetti.
Il medium è flessibile, ben adatto alla complessità, e letterariamente maturo.
Peccato che la maggioranza degli osservatori non se ne vogliano rendere conto.
Il fumetto rimane “roba da ragazzi”.

Un esempio di questa superficialità è il fatto che ancora oggi ci siano persone che consigliano un fumetto in lingua straniera a chi ne stia iniziando lo studio.
L’idea, certo, è che dove le parole sconosciute non arrivano, suppliranno le immagini.
Ma senza contare che, in un buon fumetto, di solito il linguaggio è condensato, tronco, vicino al parlato ed allo slang, ridotto al minimo.
Ben lo ha scoperto chi sperava di “spazzolare” un po’ di giapponese leggendo manga.

aliceUno dei pochi grandissimi che stiano facendo del fumetto l’uso che merita è l’inglese Bryan Talbot.
Nel colossale Alice in Sunderland, l’autore dell’indispensabile Le Avventure di Luther Arkwright esplora tutte le interconessioni storiche, culturali e ideali percorribili partendo da Alice nel Paese delle Meraviglie.
Storia, musica, teatro, una carrellata di vittoriani d’ecezione, una quantità di fatti e fattoidi, la natura del tempo e dello spazio, un paio di succosi adattamenti shakespeariani, una guida turistica a Sunderland….
Il libro di Talbot è tutto questo, e oltre.

Siamo ad un milione di anni luce da Tex, in un universo radicalmente diverso da quello di Topolino.

Sottotitolato “An Entertainment”, Alice in Sunderland è un racconto, è un saggio, è una piccola enciclopedia, è un esempio concreto delle teorie che descrive, un modo nuovo di raccontare.

E’ rilegato rigido, pesa quasi due chili e per ora esiste solo in inglese.

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