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Archivio per la categoria ‘libri usati’

Ebrei con la spada

9 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

È la storia di due avventurieri poco di buono, eroi malvolentieri, uno colossale ed armato d’ascia e l’altro magro, in abiti monocromatici, armato di un sottile fioretto.
Alleati loro malgrado, fratelli in armi, alla ricerca di un facile guadagno ed una buona serata in una taverna tranquilla fra una riluttante avventura e la successiva.
Squattrinati all’inizio, e squattrinati alla fine.
Perennemente immersi in un dialogo elegante, ironico, un continuo battibecco che maschera l’accordo completo che esiste fra loro davanti al pericolo.

Sembra Fritz Leiber, sembra Lankhmar, ma non lo è.
Non lo è affatto.

Michael Chabon, classe 1963, pluripremiato autore americano – autore del colossale Le Avventure di Kavalier e Clay (Premio Pulitzer 2001) e del recente  The Yiddish Policemen Union (Premio Hugo, Premio Nebula, Premio Sidewise) – da anni campa alla grande ammanendo ai lettori del New Yorker, che mai si abbasserebbero a leggere letteratura di genere, letteratura di genere, ma mascherata da “letteratura seria”.
I bempensanti gongolano, si grida al genio, le vecchie volpi si grattano il capo, perplesse.
In una curiosa (e incomprensibile) frase stralciata da un’intervista del 2005, Chabon ha sostenuto che per nessuno motivo la letteratura di genere non dovrebbe attrarre un “vero scrittore”.
Vero scrittore?
Mah!

Entertainment….means junk. [But] maybe the reason for the junkiness of so much of what pretends to entertain us is that we have accepted — indeed, we have helped to articulate — such a narrow, debased concept of entertainment….I’d like to believe that, because I read for entertainment, and I write to entertain. Period.

Wow!
Mica balle.

Con Gentlemen of the Road, il gioco di riciclaggio per i non appassionati di materiale usato, operato da Chabon si fa talmente scoperto che il romanzo potrebbe risultare addirittura illeggibile per il vecchio appassionato di letteratura di genere.
Amram e Zelikman sono una copia di Fafhrd e del Gray Mouser senza l’originalità di Leiber.
Per fare varietà, il gigantesco Amram è un nubiano (se volete, è Imaro, ma con un nome che richiama Amra – pseudonimo di Conan), mentre Zelikman è magrissimo pallido e filiforme (come Elric) anziché minuto e olivastro, e veste tutto di nero (come Solomon Kane) anziché di grigio (come il Mouser).
L’avventura si svolge in un medio oriente datato 950 e sostanzialmente evocato attraverso un lessico fitto di terminidesueti ed esotici, ma Chabon non manca di armare Zelikman di un fioretto ante-litteram, chiamato “Lancet” – lo stocco del Mouser si chiamava “Scalpel” – sempre di strumenti chirurgici si tratta.
Ma attenzione, c’è una grande idea geniale e favolosamente postmoderna – perché Amram e Zelikman (pausa drammatica) sono ebrei!
Tanto che iltitolo di lavoro del romanzo era Jews with Swords!
Ecchissenefrega, potrebbe sussurrare il lettore.

Originariamente pubblicato in quindici puntate (come i vecchi romanzi d’appendice) e dedicato a Michael Moorcock, acquistato per un centesimo da un amichevole rivenditore, il romanzo si apre in una locanda, con una rissa (quante partite a D&D abbiamo cominciato in quel modo?), che sfocia in un duello (come il primo incontro di Fafhrd e del Mouser) che poi si rivela una montatura (amen).
Il linguaggio è forbitissimo e molto raffinato.
Sembra Jack Vance.
Sembra Clark Ashton Smith.
Poi – siamo a pagina 20, più o meno – compare un arabo guercio, il viso contratto in un eterno sorriso beffardo (già visto in un romanzo di Cornwell nella serie di Sharpe e prima ancora in Flashman and the Mountain of Light).
E da qui avanti.
I due si addentrano nel Caucaso non diversamente da come il sergente Dravot e Peachy Peachum si addentrano nell’Afghanistan ne L’Uomo che Volle Farsi Re, con un piano preso di peso da Il Prigioniero di Zenda (o era forse Royal Flash?), ma non senza influenze da parte di Dumas (La Maschera di Ferro) e Howard (I Gioielli di Gwaluhur), per finire a cacciarsi in un intrigo politico stralciato dalle opere di Tabot Mundy.
Frattanto, lo spettro di Henry Rider Haggard sorride benevolo sull’intera faccenda – Amram si dice discendente della Regina di Saba.

E così via.
E prima che mi si accusi di malvagità, di capziosità, di “sì, vabbé, ma poi in fondo se guardi ogni storia la puoi far risalire ad un’altra…”, di essere un vecchio imbecille o un fan di Leiber, MacDonald-Fraser, Moorcock, Howard, Vance o Smith (tutto vero), Mundy o Rider-Haggard o Anthony Hope o Dumas (idem)…

To prepare for writing the novel (which for a few months had the working title Jews with Swords),Chabon researched the Khazars and “tried to let it all sink in.” He also re-read the historical romances of Alexandre Dumas, père, Fritz Leiber, George MacDonald Fraser, and Michael Moorcock, to whom the novel is dedicated.

Ed è un peccato.
Perché nel complesso, Gentlemen of the Road è un buon romanzo.
È breve ma zeppo di azione.
È ben scritto.
Si riesce addirittura a sorvolare sul fastidioso atteggiamento snob di Chabon, che sembra volerci rassicurare che ok, è una storia d’avventura, ma ha anche un grande valore letterario.
È divertente.
Ma sarebbe infinitamente più divertente se non avessimo già letto tutto almeno tre volte – nelle storie di Fritz leiber, nei romanzi di George MacDonald Fraser, e nei racconti di Al Borak (e intanti altri) scritti da Bob Howard.
Per chi non ha mai affrontato prima questi temi e questo stile, l’esperienza deve essere esilarante.
Per chi c’è già stato, si vedono gli ingranaggi, ed il senso di deja-vu si fa snervante.

Per chiudere, due parole sull’edizione Sceptre – che si presenta con una copertina cartonata verde, nera e oro che richiama i vecchi romanzi d’avventura degli anni ‘50, ed è arricchita dalle illustrazioni di Gary Gianni (già illustratore di Howard e di Mundy), che da sole valgono il prezzo di ammissione.

Il resto, è – per me – una specie di manuale.
Adventure for Dummies.

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Troppo Lovecraft, Poco Lovecraft

26 Settembre 2009 Davide 21 commenti

Scoperta sconcertante nel riordinare gli scaffali durante il trasloco.
Se è vero che posseggo copie multiple di molti, moltissimi racconti usciti dalla penna di Howard Phillips Lovecraft, tanto in italiano quanto in inglese, frutto di acquisti eterogenei negli anni dell’università, non posseggo una copia definitiva e completa in lingua originale dell’opera omnia del Gentiluomo di Providence.
Ho una moltitudine di Cose sulla Soglia.
Modelli di Pickman in comitive da dopolavoro ferorviario.
Nove (!!) copie de Il Richiamo di Cthulhu.
Altrettante de La Maschera di Innsmouth.
Tre strani casi di Charles Dexter Ward, quattro diverse gite Alle  Montagne della Follia.
Un arcobaleno di colori venuti dallo spazio, contrappuntati da altrettante ombre venute dal tempo
Quattro copie dell’Orrore Sovrannaturale in Letteratura.
Ma la minutaglia narrativa, collaborazioni, frammenti e ghost-writing per Houdini, ciò che rende completa la raccolta completa pubblicata in italiano da Mondadori (e in edizioni diverse da Fanucci e da Newton Compton), no.
Ce l’ho in italiano, ma non in inglese.

Progetto per l’inverno:
consolidare la collezione di testi lovecraftiani, eliminando il surplus attraverso regali, donazioni a enti pubblici, vendita a bancarellari, scambi alla pari.

La strategia è la seguente. necronomicon.jpg
Primo – si eliminano gran parte dei doppioni in italiano di pregio (amici con figlie adolescenti alle quali regalare un po’ di testi formativi non mancano); idem con i doppioni in inglese, piccoli paperback DelRey acquistati in momenti di debolezza, dubbie antologie curate da August Derleth…
Secondocolossale gratificazione personale: donare un fondo lovecraftiano ad una biblioteca locale.
Terzo – un osceno ed innominabile mercimonio di testi di antica sapienza scambiati con vile denaro in luoghi fuorimano, lontano dagli occhi dei curiosi.
Quarto – coi fondi ricavati attraverso il mercimonio, acquisire una copia di The Necronomicon, l’antologia-monstre di testi lovecraftiani curata da Stephen Jones (e non dal solito Joshi, per cambiare) e pubblicata da Gollancz sotto forma di massiccio volume di mille e rotte pagine, rilegato in pelle con effigie del Grande Cthulhu impressa in oro sulla copertina.
Quinto – la parte davvero divertente: si spulciano cataloghi e liste varie per raccattare al minor prezzo possibile i testi delle small-presses che ospitano la minutaglia mancante in lingua originale.

Intanto, sul comodino, contro gli attacchi di panico, teniamo i due volumi dell’Annotated H.P. Lovecraft, del solito S.T. Joshi. Solida antologia con l’essenziale, ampiamente annotato da Joshi e da Peter Cannon.

E poi, tanto per cambiare, invece di continuare semplicemente a leggere orrore lovecraftiano, ricominciare magari a scrivere orrore lovecraftiano.

E poi, magari, un film…

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Le Pesche Dorate di Samarcanda

20 Settembre 2009 Davide 6 commenti

The Golden Peaches of Samarkand, di Edward H, Schafer, menzionato en-passant da un amico versato nelle lettere classiche durante un vecchio scambio di mail, dopo breve indagine si è rivelato come un fondamentale pezzo mancante nella mia ormai piuttosto ricca collezione di dotti saggi relativi alla Via della Seta ed al traffico di uomini, merci ed idee fra Est ed Ovest nei tempi antichi, un interesse stimolato – bando alle pretese intellettualoidi – dall’aver letto troppe volte le Mille e Una Notte, ed aver giocato troppo a Prince of Persia e, quand’ero ancora utente Windows, a Silk Road.

Pubblicato nel ‘63 dall’Università della California, il volume è oggidì disponibile per una ventina di euro in ristampa (del ‘98) tramite il solito Amazon, ma una serie di considerazioni mi portano a cercarlo a meno.
C’è la tirchieria di fondo, naturalmente.
Poi, la soddisfazione di trovare a sei euro un libro che ne costa venti.
L’alibi pseudo-ecologico che riciclando libri usati limitiamo la necessità di tagliare alberi per afre altra carta.
Il vezzo pietoso di voler dare una casa aun volume vetusto che ha servito bene i suoi antichi padroni, ed ora viene scartato.
Il piacere di leggere nelle rughe e nelle imperfezioni del testo usato la sua storia, scoprendo annotazioni, monogrammi, firme e altre tracce dei precedenti proprietari.
E poi, visto il tema del volume in questione, il piacere di contrattare, di tirare sul prezzo, di scucire il buon affare.

Il lavoro di Schafer è infatti una lunga, dettagliata, coltissima disamina di tutte le importazioni “esotiche” dell’Impero T’ang, colossale stato cinese che per tre secoli si nutrì di pesche dorate di Samarcanda, appunto, si circondò di maghi e acrobati arabi, di schiave circasse, riempì i propri serragli di leopardi delle nevi tibetani e manguste indiane, importò coralli mediterranei, libri bizantini, vino dalla Palestina, spezie da Ceylon.
Il ritratto che se ne ricava è meraviglioso e sorprendente, altamente istruttivo.
Non si tratta del primo libro di questo genere sul mio scaffale, ma certo è il più approfondito, ed il più dettagliato.

Ci son voluti alcuni mesi, ma poi un contatto con un ex paracadutista acrobatico canadese che sta in Florida mi ha messo sulle tracce di una ristampa del ‘97 del volume, in condizioni eccellenti, per circa un sesto del prezzo di copertina.
Un terzo di quel che verserò andrà in beneficenza, aggiunge.
Perfetto.
L’attesa è stata lunga, ma premiata dalla soddisfazione di stringere ora fra le mani un volume perfetto, esposto al pubblico l’ultima volta il 14 ottobre 2002, mi dice la sbiaditissima etichetta del magazzino, quando il volume costava la bellezza di 30 dollari e 95 centesimi.

L’esperienza sarebbe stata certamente migliore, naturalmente, se qualche doganiere sospettoso, nel trovarsi fra le mani un pacchetto di carta gialla che pesa come un libro, ha le dimensioni di un libro e reca sulla busta la dicitura “Libro”, non fosse stato colto da un attacco di paranoia galoppante e, in preda al dubbio di quale pericoloso oggetto potesse contenere la busta, non si fosse lanciato in quella che dev’essere stata la più approfondita ispezione doganale del 2009.
Lacerata la busta, e poi rimessa insieme con un bell’elastico giallo, approfonditamente esaminato il libro, ammaccandone malamente un angolo, rispedito il tutto – busta aperta ed elastico compresi – con un sovrapprezzo di quasi sette euro – quel che mi tocca pagare per il fatto che il mio libro sia stato ispezionato, maltrattato e rispedito.
Già, perché aperta la busta, l’affrancatura debitamente pagata tramite il mio fornitore non vale più.
E mi tocca pagare la spedizione dalla dogana fino a casa mia.
E poiché il postino non ha tempo di suonarmi il campanello, mi tocca pure mettermi in marcia sotto alla pioggia per recuperare il malandato involto all’ufficio competente.

Ora stringo il volume nelle mie manine avide.
E mi domando cosa ne sarebbe stato dei vini libici, delle schiave circasse, delle manguste indiane, delle pesche dorate di Samarcanda, se mille anni or sono i T’ang si fossero serviti delle poste italiane.

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Langdon St.Ives

14 Settembre 2009 Davide Lascia un commento

Cosa ne è stato della mia originale copia de La Macchina di Lord Kelvin, Urania come tanti, acquistata anni addietro, durante il servizio militare?
Sarà rimasta nella piccola biblioteca del centralino del 53° Stormo?
O l’avrò prestata a qualcuno, che poi avrà pensato bene di tenersela?

Di sicuro qui in casa non c’è, o sarebbe ormai giuà venuta fuori durante il trasloco.
Quello ed Homunculus, pubblicato a suo tempo da Bompiani.
E invece, niente Blaylock nella processione di scatole che si stanno lentamente dirigendo verso il Monferrato.
Perduti, venduti, regalati…?
Tocca rimediare.

E così, dopo un paio di telefonate a numeri scritti sul retro di tovaglioli di autogrill, grazie ai buoni auspici di un amico di un amico che scrive poesie in falso alto elfico per le prime pagine dei romanzi fantasy del gruppo Mondadori, arrivo al vecchio montenegrino che sta giù al parco a dar da mangiare ai piccioni, e che dice che per una manciata di euro ed una cena da Mister Chow è in grado di recuperarmi una copia in perfette condizioni di The Adventures of Langdon St.Ives, hardback della Subterranean che riunisce due romanzi e quattro racconti dedicati alle imprese dello scienziato vittoriano del titolo – steampunk di quello buono, scritto con un occhio a Verne e l’altro a Wells, da uno degli autori più capricciosi e originali della sua generazione.

“A good deal of controversy arose late in the last century over what has been referred to by the more livid newspapers as ‘The Horror in St. James Park’ or ‘The Ape-box Affair’….”

Tutto il Blaylock di cui avevo bisogno – e mi hanno appena pagato un lavoro. Esaurito anche presso l’editore – la solita tiratura limitata della Sub. Press.
Illustrato.
Impossibile resistere.
Un altro volume per lo scaffale speciale – quello su cui si allineano i testi da collezione, gli introvabili, i volumi semplicemente troppo strani o vecchi o aggressivi per essere lasciati in aria libera.
È in momenti come questi che si prova quasi una punta di invidia per quegli spiriti semplici che riescono ad accontentarsi di un file spiaccicato sullo schermo, stoccato su un hard-disk USB, privo di peso, privo di carattere…

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Pensare la casa

12 Settembre 2009 Davide Lascia un commento

[Questo post compare in parallelo sul mio blog personale e sul mio blog campagnolo]

La più bella donna del mondo (definizione non trattabile – voi trovatevi la vostra, io la mia l’ho trovata da tempo) sosteneva che Qualsiasi cosa si può imparare da un buon libro.
Che sarà banale, ma forse andrebbe ribadito più spesso.
Il trasloco è nella sua fase di picco – ed è come cercare di spostare il mare con un mestolo bucato.
Impossibile ormai definire dove sia finito cosa, impossibile pianificare qualsiasi cosa che vada oltre le dodici ore. Le casse si impilano, i mobili si spostano solo per tornare al posto in cui erano prima, ogni proposta per guadagnare un paio di metri quadrati viene accolta con un secco No del genitore (che ci tiene a ribadireche quella in campagna è casa sua) o, nella migliore delle ipotesi, richiede un lavoro di seduzione da odalisca delle Mille e una Notte.
Sostanzialmente, bisogna convincere il padrone di casa che la nostra idea cassata ieri, oggi è essenzialmente una sua idea, e che a noi non è che piaccia granché.
Ci verrà imposta in capo ad una settimana.
E così i mobili continuano ad inseguirsi tra una stanza e l’altra, e la prospettiva di dover spostare un’ultimo carico di scatioloni pieni di libri e vestiti sotto la pioggia di ottobre si fa sempre più probabile.

In questo marasma, spendo un centesimo e ordino The Essential House Book, edizione 1994, di Terence Conran, pubblicato da Conran Octopus.http://ecx.images-amazon.com/images/I/41N4TP7G4ML._SL500_AA240_.jpg
Il centesimo meglio speso di questa stagione.
E divento immediatamente fan di Conran.
Il volume è un colossale rilegato rigido con le dimensioni di una tavola da surf, stampato a colori su carta patinata, 272 pagine zeppe di fotografie e di idee.

Una nota antropologica: l’edizione più recente del testo di Conran costa 30 sterline su Amazon.uk ma, paradossalmente, l’edizione vecchia di quindici anni è più adatta ad essere utilizzata ed applicata in una realtà italiana contemporanea; la nuova edizione, pur mantenendo gran parte del materiale inalterato, include infatti riferimenti a possibilità (le sovvenzioni statali per i pannelli solari, ad esempio, la disponibilità di kit da ristrutturazione tutto incluso) che in Italia sono ancora un miraggio o, se esistono, sono rese impraticabili da incastellature burocratiche, contratti capestro e semplice boicottaggio di fatto.
Ragionare col cervello inglese del 1994 ci evita per lo meno illusioni e disillusioni.

Lo scopo del volume è quello di delineare le basi minime del design di interni e della progettazione per coloro che vogliono progettare la propria casa.
Da come reperire i fondi per fare i lavori necessari alla scelta più opportuna di come organizzare la cucina, passando per le diverseopzioni di materiali, colori, allestimenti, fino al capitolo sul troubleshooting (come proteggersi da incendi e infiltrazioni di umidità, come migliorare la resa termica…) il volume è semplicemente geniale.
E se le grandi idee meravigliose illustrate dalle fotografie sono entusiasmanti ma sostanzialmente impraticabili durante un trasloco (toccherebbe spostare le pareti di casa), sono le piccole idee non banali (sarebbe bastato pensarci subito) che sono davvero impagabili.
Gli angoli morti scompaiono, lo spazio si moltiplica.
Ancora più importante, il lavoro di Conran definisce un modo di vedere e pensare lo spazio abitativo che, una volta facilmente acquisito, porta alla generazione spontanea di nuove idee, di soluzioni ad hoc per gli spazi che abbiamo a disposizione.
Senza abbattere le pareti, senza ridisegnare lo scheletro dell’abitazione.
È vero, alcune soluzioni semplicissime richiedono un certo coraggio – trasformare uno sgabuzzino in libreria o un pianerottolo in postazione da lavoro con scrivania e internet si scontrano con la nozione basilare e – siamo portati a pensare – tutta piemontese, che la casa di campagna debba essere tetra, scomoda, artificiosamente rustica e sostanzialmente indurre all’espiazione fisica dei peccati compiuti in città.
Ma l’aver dedicato un paio di sere a leggere i capitoli salienti ha già portato ad una moltiplicazione delle possibilità.
Il volume di Conran non ci aiuterà a rallentare la corsa dei mobili da una stanza all’altra, ma è molto probabile che, quando si fermeranno, si trovino nella miglior posizione possibile.
E non è poco.
Ora si tratta solo di convincere il padrone di casa…

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Proibito in Francia

5 Settembre 2009 Davide 2 commenti

I personaggi dei romanzi per bene hanno una psicologia.
I personaggi dei romanzi pulp hanno un soprannome.
E i personaggi dei romanzi di Matthew Reilly hanno tutti almeno due soprannomi.
Reilly scrive pulp.
E lo scrive benissimo.
Talmente bene, che in Francia pare che i suoi romanzi siano condannati in eterno a non essere tradotti.

In realtà si tratta probabilmente di un fraintendimento.
Australiano, giovane, laureato in legge, con un solido catalogo di narrativa leggera come una piuma ma assolutamente divertente, Reilly da sempre tributa ai nostri vicini d’oltralpe quello che è nel mondo della letteratura pulp il massimo tributo di simpatia e rispetto.
E perciò dipinge tutti i francesi come dei forsennati infidi ed assetati di sangue, vigliacchi e voltagabbana, irrimediabilmente cattivi, pronti a tutto, senza speranza di redenzione alcuna.
E cosa c’è di meglio di essere un cattivo in un romanzo popolare?

E popolare, Reilly, lo è conpletamente – popolarissimo nel suo paese, molto popolare nel mondo anglosassone, addirittura tradotto in Italia (da Nord).
Ne leggo meraviglie sul blog di Ron Fortier

Reilly’s writing is totally reminiscent of the best of the old pulp scribes. His books are short, lean and simply the purest form of pulp writing on the market today. He doesn’t waste a single sentence, let alone a page, on telling us the characters’ thoughts, emotions, backgrounds or anything else for that matter that stands in the way of the action. Reading his stuff is like eating the leanest hamburger you’ve ever had. It’s not steak by any means, but it’s damn good regardless.

SevenAncient.jpge mi procuro per un centesimo l’hardback usato ma più che dignitoso di Seven Ancient Wonders, publicato nel 2005 da MacMillan ed uscito anche da noi a suo tempo, da TEA, come Le Sette Prove.
E confermo parola per parola il giudizio di Fortier – giù giù fino all’hamburger.
Reilly è un eccellente esempio di economia narrativa.
Narrativa, badate – non grande letteratura.
Con le sue mappe, i suoi testi in geroglifico stretto e in cuneiforme, i suoi stralci di cronaca alessandrina, con un cattivo italiano (ovviamente spalleggiato da truppe francesi) che si chiama Del Piero ed abbastanza gadget ad alta tecnologia da attrezzarci un parco divertimenti, Seven Ancient Wonders è puro intrattenimento.
Niente infodump, niente perdite di tempo o dialoghi inutili, niente sofisticherie – ma una notevole sofisticazione nel gestire il testo, ed una buona capacità nell’identificare ciò che fa piacere al pubblico.
Meno ponderoso di Clive Cussler, infinitamente più intelligente di Dan Brown (che probabilmente di notte si addormenta piangente ed ubriaco sulle pagine del più recente lavoro di Reilly), senza le insicurezze e le compensazioni di Michael Crichton, questo è l’equivalente di una serata spesa a guardare film di serie B, ma bello, o una cena veloce con un hamburger, appunto.
Però cucinato benissimo.

Fatto abbastanza interessante, Reilly ha esordito con un romanzo autoprodotto – che dopo un modesto successo è stato adottato e ristampato da una major.
Per alcuni, evidentemente, funziona.

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Funghi e batteri

19 Agosto 2009 Davide Lascia un commento

…sono la causa di quelle brutte chiazze scure sulle pagine dei libri vecchi.http://www.powells.com/images/blog/rbr/20070802/Mold_damp.jpg
Stando al Volume numero 7 della Encyclopedia of Library and Information Science, i funghi proliferano allegramente in un range di temperature che va dallo 0 ai 55° Centigradi – fatto che spiega per quale motivo vi potreste ritrovare con delle muffe in frigorifero.
L’umidità naturalmente aiuta – e sopra al 90% praticamente garantisce l’esplosione di una bella colonia di fungosità lovecraftiane fra le pagine dei nostri preziosi volumi della Arkham House.

La luce non ha poi tutta questa importanza per i funghi, ma può accelerare il deterioramento per fattori fisici o per azione batterica:

Light accelerates deterioration of library and archival materials. It leads to weakening and embrittlement of cellulose fibers and can cause paper to bleach, yellow, or darken. It also causes media and dyes to fade or change color, altering the legibility and/or appearance of documents, photographs, art works, and bindings. Any exposure to light, even for a brief time, is damaging, and the damage is cumulative and irreversible.

Ansiogeno, eh?

Il fatto che l’umidità costituisca un fattore critico ci fornisce d’altra parte una garanzia – che al di sotto del 70% di umidità difficilmente avremo una crescita fungale.
Una bassa umidità abbassa oltretutto la temperatura critica – mantenendo la nostra biblioteca fra il 30% ed il 50% di umidità, potremo regolare la temperatura ben al di sotto dei 50° C ed essere ancora ragionevolmente tranquilli.

The scientific research that has been done to date shows clearly that lower temperatures and lower relative humidities (down to about 30%, below which other problems such as brittleness occur) are much better for paper-based materials. This is because the chemical reactions that drive deterioration proceed much more slowly at lower temperatures and humidities.

Il range di umidità è oltretutto dinamico – le qualità igroscopiche della carta fanno sì che questa possa assorbire e rilasciare l’umidità in eccesso, senza subire per questo danni o alterazioni permanenti.
In questo senso, davvero, i libri sono vivi e respirano.

Suggerimenti, quindi
 . non farsi troppi problemi per i libri stoccati in casa
 . nel caso sussista il dubbio, procurarsi un igrometro (facilmente reperibile in un negozio per fumatori di sigari)
 . nel caso che l’igrometro ci dia notizie ferali, investire in un buon deumidificatore

[immagine dal blog di PowellsBooks.com]

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Aspettando il drago

13 Agosto 2009 Davide Lascia un commento

La biblioteca pubblica di Cedar Rapids, Iowa, ha deciso di liberarsi di una copia di The Last Hot Time, di John M. Ford.http://www.fantasticfiction.co.uk/images/n4/n24702.jpg
Il volume – un bel rilegato rigido Tor del 2000 – è stato prima amorevolmente foderato con una di quelle doppie fodere di plastica che usano le biblioteche americane, e che probabilmente fermano anche le coltellate. È stato timbrato, schedato, posto su uno scaffale.
Nessuno lo ha chiesto in prestito, stando alla scheda appiccicata all’interno.
E ora lo hanno dato via.
Ho esitato forse trenta secondi, prima di prenderlo.
E compiango i poveri cittadini di Cedar Rapids, che si sono persi questo gioiello.
O magari, chissà, Cedar Rapids è una città illuminata, e c’è una copia di questo romanzo in ogni casa,
Di questo, e di The Dragon Waiting.
Già.
Puro fantasy.

Come fantasy è il contenuto del volume – ambientato in una Chicago parallela (e molto anni ‘80) in cui la magia funziona e tutto ciò che potremmo aspettarci, c’è.
Promette un sano divertimento fin dalla copertina, e nasconde fra le proprie pagine più di una positiva sorpresa.

John M. Ford (1958-2006), nonostante un World Fantasy Award e un Philip K. Dick Award, non è particolarmente conosciuto – ed è un peccato.
Rispettato probabilmente più dai colleghi che dai lettori, Ford era specializzato in romanzi nei quali l’interesse per dove stiamo andando era spesso rimpiazzato dall’interesse per da dove veniamo.
Romanzi ambientati nel futuro e tesi a cercare il legame fra il passato e il presente.
Poeta (famoso il suo poema 110, dedicato all’attentato alle Torri Gemelle) e critico, oltre che narratore, Ford si occupò anche di giochi di ruolo, e collaborò alla stesura di alcuni dei migliori manuali di GURPS e di Paranoia!, oltre a contribuire al gioco FASA dedicato a Star Trek, creando dal nulla la storia, la cultura e la mistica dei Klingon.

US First printing coverBollato come esperto di Klingon (attenzione, questo molto prima che ci fossero dizionari di lingua klingon, o anche solo gli episodi di ST:TNG), Ford riuscì a piazzare alla Paramount il primo romanzo del ciclo di Star Trek imperniato sugli eterni rivali dei nostri eroi.
The Final Reflection, pubblicato nel 1984, è probabilmente il singolo più importante lavoro mai pubblicato come tie-in per una serie televisiva; gran parte di ciò che oggi è considerato canonico dagli appassionati di Star Trek, relativamente ai Klingon, è una semplificazione e banalizzazione di ciò che Ford mise in quel suo romanzo.
La Paramount non mancò quindi di cassare completamente il sequel proposto da Ford, cestinandolo senza pietà.
E Ford si vendicò pubblicando – con la benedizione della casa produttrice (il che la dice lunga sull’acume dei dirigenti Paramount) – How Much for Just the Planet, un romanzo costruito come un musical, con tanto di battaglia a torte in faccia.
E poi non scrisse mai più nulla nell’universo di Star Trek.

The Final reflection da solo sarebbe bastato a giustificare la fama e il rispetto di cui godeva Ford.
Ma l’autore americano non si limitò ad un paio di romanzi e qualche manuale di gioco.
Pubblicò anche The Web of Angels, un cyberpunk scritto quattro anni prima che il genere cyberpunk venisse inventato.http://www.sfsite.com/grx/orion/dwlg.jpg
E The Dragon Waiting – a masque of time, un’ucronia ambientata in un rinascimento parallelo nel quale l’impero bizantino non è mai caduto, la religione cristiana non ha mai preso il sopravvento. Intrighi di corte, vendette, battaglie campali, un omicidio a camera chiusa, l’ascesa di Riccardo Terzo col suo corteggio di riferimenti shakespeariani, e l’attesa per il risveglio di Artù, ultima speranza dei resti dell’impero d’occidente di arginare l’avanzata bizantina.

Eclectically blending elements of folklore, literature and historical inquiry — Celtic myth, Arthurian Romance, and speculation upon events surrounding the ascension of Richard III — with chronicled events and figures such as Lorenzo di Medici, the Sforzas, Margaret of Anjou, and the backdrop of the War of the Roses, Ford creates a conspiratorial stew of fantasy and history in which the lines between become wonderfully blurred. Written with a deft and clever hand, the text is leavened with fascinating historical anecdote as well as more contemporary commentary disguised within a factual as well as fantastical garb. Magic is at once imagined and tied to its recorded precedents, both inventive and totally believable.

Il tutto senza una riga di infodump, senza un paragrafo di sbrodolamenti in Alto Elfico, senza una sbavatura, con un linguaggio piano, quasi giornalistico.
Bello.
Coinvolgente.
Da leggere e rileggere.
L’ideale modello sul quale ogni ucronia dovrebbe basarsi(1).

Letto The Dragon Waiting, lo ammetto, mi sono messo in caccia, alla ricerca di qualsiasi cosa avesse sulla copertina il nome di John M. Ford.
Ricerca lunga e convoluta.
Ma finora sempre più che ricompensata dai tesori recuperati.

(1) – colpevole, vostro onore, lo ammetto, colpevole!

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