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Archivio per la categoria ‘libri’

Visitate il Regno Yamatai!

25 Novembre 2009 Davide 7 commenti

Gli appartenenti alla mia generazione ricorderanno certamente la vecchia serie di cartoni animati incentrata sulle imprese di Jeeg, storica serie d’animazione giapponese (all’epoca non sapevamo ancora che si chiamavano “anime”) nella quale un tizio che sembrava Little Tony si tramutava in un robottone per debellare le orde del Regno Yamatai agli ordini della popputissima regina Himika.

La versione revisionista dei fatti esposta dalla bionda nel filmato qui sopra rimane piuttosto discutibile.

Fortunatamente, per chi oggi volesse conoscere i fatti reali relativi al Regno Yamatai, consultando tanto le fonti cinesi originali quanto una summa aggiornata delle principali scuole archeologiche, non sarebbe più necessario più affidarsi a caroni animati e fumetti.
È infatti finalmente disponibile presso le migliori librerie (online – ad esempio il solito Amazon), il polposissimo Japan in Five Ancient Chinese Chronicles: Wo, the Land of Yamatai and Queen Himiko, dotto studio di Massimo Soumaré sull’argomento, pubblicato dalla Kurodahan Press.
Come dicono quelli che se ne intendono…

Japan in Five Ancient Chinese Chronicles is a stimulating and valuable investigation into the earliest periods of Japanese recorded history. Archaeological finds from Japanese tombs can be better understood by combining Japanese historical resources such as the Kojiki and the Nihonshoki with precise dating of the Chinese dynastic histories. Massimo Soumaré’s original research sheds new light on formerly obscure aspects of intercultural exchange, and contributes to our knowledge of the whole of Eastern Asia.

E ancora…

Although there are many works covering important dates and discussing how various cultural and other elements entered Japan, until now there has never been a comprehensive study of how the Japanese (the “Wo”) were viewed by the Chinese in ancient times. Independent Italian scholar Massimo Soumaré corrects this imbalance with Japan in Five Ancient Chinese Chronicles.

Non un libro sui cartoni animati, quindi, ma un serio studio storico, unico nel suo genere per molti versi, molto ben documentato e riccamente illustrato, che riproduce anche le fonti originali.
Non ci troverete robottoni d’acciaio o altra lega, o magli perforanti.
Ma tutto il resto c’è.
La Regina Himiko ed i suoi consiglieri.
Il Regno Yamatai.
I misteriosi reperti archeologici.
Le tombe a tumulo.
La Campana di Bronzo.
Gli antichi rituali.

A quaranta dollari per trecentocinquanta pagine, il volume non è proprio a buon mercato.
Ma d’altra parte, non ci sono serie alternative, e il volume vale fino all’ultimo centesimo speso per procurarselo.
Scritto con un taglio divulgativo, e diretto a tutti coloro che abbiano un interesse per la storia antica o per l’Estremo Oriente, il volume non dovrebbe spaventare i lettori “non specialisti”.

Sì, lo so, è in inglese.
Ma si tratta di un inglese meravigliosamente leggibile, mirabilmente tradotto con cura e attenzione dall’originale italiano che mai da noi vide le stampe.
Credetemi.
Vale ogni centesimo.

NOTE:
1) sì, l’ho tradotto io.
2) perché è in inglese e non in italiano? Chiedetelo ai vostri amici editori…
3) perché da noi si chiamava Himika mentre storicamente era Himiko? Probabilmente i traduttori del cartone animato temevano che, con un nome in -o, i giovani virgutlti nazionali potessero pensare che la popputa biondazza armata d’ascia fosse un travestito…

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Ombre del tempo

21 Novembre 2009 Davide Lascia un commento

Si diceva ieri con Massimo Citi che noi leggiamo solo gli Urania che fanno schifo.
Quelli belli, ce li perdiamo tutti, sistematicamente.
Sarà perché, tanto per me quanto per Massimo, Urania è ormai un acquisto da stazione, o da capolinea dell’autobus.
Si prospetta una lunga percorrenza sui mezzi pubblici?
Allora compro un Urania, anche se magari ho già un altro libro in tasca.
È un vizio, un’abitudine, al punto che se Trenitalia e le varie compagnie di trasporti locali facessero un contratto con Mondadori, e mi rifilassero un vecchio Urania con ogni biglietto acquistato, la troverei una piacevole commodità.
Certo, ci sono dei brutti effetti collaterali – tipo questa specie di certezza statistica che, se acquistato al volo in stazione, l’Urania si rivelerà
a . una ristampa di qualcosa di già letto
b . il bellissimo terzo tomo di un romanzo ripartito in sette volumetti
c . una ciofeca inesprimibile

È subordinando la mia frequentazione di Urania alle stazioni ed alle fermate d’autobus che sono riuscito a perdermi sistematicamente i volumi 1432, 1455, 1465, 1486 ed il supplemento numero 27 al 1509.
Ed è con rammarico che me ne rendo conto ora, mentre leggo con gran piacere una copia in condizioni eccellenti di Mother Aegypt, https://www.nightshadebooks.com/secure/images/products/20_large.jpgdell’americana Kage Baker – già insegnante di lingua elisabettinana, classe 1952, forse l’autrice più vicina, per tematiche, stile e per la miscela di umorismo e compassione, al miglior Leiber d’antan.
E questo non è un complimento che io faccia alla leggera.
Della Baker avevo già letto Anvil of the World, piacevole fantasy revisionista molto intelligente, costruito sul più semplice degli inganni e molto, molto soddisfacente.
Mother Aegypt raccoglie tre racconti ambientati nello stesso universo di Anvil, più altre storie sfuse, un paio connesse a quel ciclo della Compagnia le cui uscite in Urania mi sono così colpevolmente sfuggite.
Storie complesse, ciniche e sostanziose, imperniate sui viaggi nel tempo, e su ciò che si può ottenere – in termini di potere, e guadagni – controllando il flusso degli eventi.
Grandi storie, superbamente scritte.
Ma io me le sono perse – perché in quei giorni, evidentemente, non viaggiavo in treno o in autobus.
Il che significa che dovrò rimediare – e poiché i libri di Kage Baker meritano di essere riletti, e conservati a lungo, farò in modo di raccattare le edizioni di lusso in lingua inglese.
Le si trova allo stesso prezzo di vecchi Urania usati, sono stampate su carta migliore, e permettono di apprezzare in originale la prosa misurata, controllatissima, infinitamente letteraria della scrittrice.

Se Karl Schroeder rimane la mia scommessa vincente per ciò che riguarda il futuro della hard-sf e dell’avventura spaziale, Kage Baker sembra essere la nuova promessa per ciò che riguarda i viaggi nel tempo e un certo fantasy lontano dalle tediose terre degli elfi.

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Outliers

8 Novembre 2009 Davide 4 commenti

Ho letto il libro di Malcolm Gladwell, Fuoriclasse – edizione Mondadori dell’originale Outliers – in due pomeriggi.http://www.deastore.com/covers/978/880/459/batch3/9788804593782.jpg
È un buon libro, divertente e ben scritto, e lo si legge volentieri.
L’ho preso per interesse professionale – quello di outlier è un concetto essenziale per la statistica – ed ho scoperto invece che i motivi di interesseprofessionale erano altri.
Gladwell, che di professione fa il giornalista scientifico, delinea infatti una serie di approcci empirici a quella che potremmo chiamare l’ecologia del successo.

Esiste il genio?
Esiste il talento innato?
Quanto contano le doti innate dell’individuo nella sua personale storia di successo?
Si tratta di casi unici?
C’è qualcosa nei geni di Bill Gates che lo ha reso un imprenditore di succeso?
E se si tratta di qualcosa di genetico, come spiegare i Beatles, che erano in quattro, e non certo parenti?

La conclusione alla quale giunge Gladwell, supportata da fior di prove, è che iltalento è una gran cosa, ma contano di più le condizioni di contorno – l’ambiente di vita, il livello culturale dei genitori, la cultura di appartenenza.
Ci piace pensare alle grandi storie di successo come a dei fenomeni unici ed irripetibili, eventi che dimostrano l’incomprensibile, ineguagliabile superiorità di taluni.
Ma l’appartenere ad una società di mangiatori di riso, piuttosto che ad una di mangiatori di grano, sembra essere più importato del bacio della Fortuna o della benedizione della Fata Madrina.
La data di nascita conta più dei geni – e non è una questione di oroscopo.

In un colpo di coda imprevedibile, Gladwell si lascia poi alle spalle le storie di uomini famosi e di imprese improbabili, di partite ad hockey e disastri aerei, per spostare la propria attenzione sulla logica conseguenza delle proprie osservazioni.
Se l’ambiente è tanto importante per il successo, se davvero la differenza fra “ragazzi prodigio” e “falliti” è il modo in cui – per motivi essenzialmente di censo – trascorrono le vacanze negli anni delle scuole elementari, allora cosa stiamo facendo per dare a tutti i ragazzi le migliori opportunità possibili, senza fare discriminazioni?

Le ultime 100 pagine del libro andrebbero inculcate a scudisciate alla nostra classe politica, e andrebbero lette e metabolizzate dai nostri insegnanti ed amministratori scolastici.
Che tuttavia continuano a pensare, probabilmente, che Fuoriclasse sia un gioco a premi televisivo…

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Il gatto di nessuno

14 Ottobre 2009 Davide 2 commenti

Prosegue lo sbaraccamento di casa, e da un vecchio scaffale recupero un libro regalato, quasi quindici anni or sono, a mia mamma.http://www.ilgattonero.it/sito_gn_in_costr_i001b08.jpg
Si trattadi un pamphlet di 52 pagine, pubblicato nella collana Felinamente & C nel 1995.
Il Gatto di Nessuno, di Donatella Capuano.
Sottotitolo, Manuale per le Gattare.
Scritto da una veterinaria e documentatissimo nonostante il basso conteggio di pagine, il volumino contiene tutto il necessario per coloro che desiderino prendersi cura dei gatti urbani.
C’è una sezione sull’alimentazione, un’ampia sezione sul pronto soccorso, sul controllo delle nascite, dettagli sulla legislazione vigente.
Chiaro, conciso.

Il volume verrà buono.
Ho discusso altrove di gatti campagnoli, sottolineando come in campagna il gatto, animale utile, se la passi leggermente meglio che in città.
Ma anche in campagna non mancano i comportamenti inspiegabili – cacciatori che sparano ai gatti per il gusto di vederli saltar via, vecchi zappaterra rincoppati che inseguono le povere bestie con bastoni ed altri attrezzi per scacciare o uccidere quei “magiapane a tradimento”.
Mai dubitare della stupidità e dell’ignoranza altrui.
Quelli che una volta erano gatti di tutti stanno per trasformarsi anche in campagna in gatti di nessuno.
Avere aportata di mano un manuale mi fornisce un certo senso di rassicurazione.

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Howard Phillips Pratchett

12 Ottobre 2009 Davide 14 commenti

Un postino proveniente – probabilmente – da Innsmouth, mi ha lasciato venerdì mattina nella cassetta per le lettere della mia nuova residenza campagnola, l’ambita copia di Studi Lovecraftiani n. 11 e due dita di acqua salmastra – che nelle 24 ore successive si è aperta la strada attraverso l’imballo ma non è riuscite a danneggiare sostanzialmente il volume, che recuperato sabato mattina mi ha garantito una piacevole lettura nella lunga notte astigiana.

Poco potrei da aggiungere sulla qualità della rivista a ciò che ho già anticipato alcuni giorni or sono.
E sorvolo per ora sulla questione dei copyright lovecraftiani – salvo esortare gli interessati a procurarsi una copia della rivista e così dell’illuminante articolo di C.J. Carr.

Mi dilungo invece – e con gran piacere – sul pezzo di Umberto Sisia dedicato all’intersezione di H.P. Lovecraft e Terry Pratchett.http://mhpbooks.com/mobylives/wp-content/uploads/2009/01/profterryduck2-thumb.jpg
Dimensioni Sotterranee: Lovecraft e il Mondo Disco è uno dei migliori lavori che abbia letto su Pratchett, e probabilmente – non vorrei sbagliare – il primo serio lavoro critico sul fantasista britannico e sulla sua opera.
Dopo che traduttori disorientati (non tutti, non sempre, grazie al cielo) ne hanno maciullato la prosa e dopo che editori obnubilati l’hanno presentato come narrativa per ragazzi, finalmente mette mano all apagina qualcuno che capisce Pratchett!!
Serio ma non serioso, divertente e chiaramente divertito, l’articolo si concentra su un unico tema – vale a dire quegli elementi che Pratchett mutua da H.P. Lovecraft, normalmente con intenti parodistici ma di solito mantenendo una profondità di significati tale da giustificare anche questa istanza l’accusa rivolta a Pratchett, di essere un perpetratore di letteratura.
Ricco di stralci dall’opera di Pratchett, l’articolo sottolinea come alla base della parodia lovecraftiana operata dall’autore inglese vi sia una profonda conoscenza e comprensione delle tematiche e del sentire lovecraftiano.
Non quindi una vuota scatiola ornata di nomi polisillabici impronunciabili, ma rielaborazione in chiave forse più cinicamente razionalista di una cosmologia complessa.
Facendo ciò, Sisia non solo produce il primo serio lavoro su Pratchett, ma ribadisce – con buonapace degli snob – la centralità culturale di H.P. Lovecraft nel ventunesimo secolo.

Mica male, eh?
Un difetto?
Uno solo – e non è colpa di Sisia (o di Studi Lovecraftiani): appoggiandosi alle edizioni italiane, l’autore deve utilizzare i nomi indigesti che i traduttori hanno imposto ai personaggi – a cominciare dal povero Rincewind (ammetto di aver sempre trovato “Squotivento” semplicemente orribile).
Minuzie.
Eccellente articolo in eccellente rivista.
Ne vogliamo ancora.
Ne vogliamo di più.

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Ebrei con la spada

9 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

È la storia di due avventurieri poco di buono, eroi malvolentieri, uno colossale ed armato d’ascia e l’altro magro, in abiti monocromatici, armato di un sottile fioretto.
Alleati loro malgrado, fratelli in armi, alla ricerca di un facile guadagno ed una buona serata in una taverna tranquilla fra una riluttante avventura e la successiva.
Squattrinati all’inizio, e squattrinati alla fine.
Perennemente immersi in un dialogo elegante, ironico, un continuo battibecco che maschera l’accordo completo che esiste fra loro davanti al pericolo.

Sembra Fritz Leiber, sembra Lankhmar, ma non lo è.
Non lo è affatto.

Michael Chabon, classe 1963, pluripremiato autore americano – autore del colossale Le Avventure di Kavalier e Clay (Premio Pulitzer 2001) e del recente  The Yiddish Policemen Union (Premio Hugo, Premio Nebula, Premio Sidewise) – da anni campa alla grande ammanendo ai lettori del New Yorker, che mai si abbasserebbero a leggere letteratura di genere, letteratura di genere, ma mascherata da “letteratura seria”.
I bempensanti gongolano, si grida al genio, le vecchie volpi si grattano il capo, perplesse.
In una curiosa (e incomprensibile) frase stralciata da un’intervista del 2005, Chabon ha sostenuto che per nessuno motivo la letteratura di genere non dovrebbe attrarre un “vero scrittore”.
Vero scrittore?
Mah!

Entertainment….means junk. [But] maybe the reason for the junkiness of so much of what pretends to entertain us is that we have accepted — indeed, we have helped to articulate — such a narrow, debased concept of entertainment….I’d like to believe that, because I read for entertainment, and I write to entertain. Period.

Wow!
Mica balle.

Con Gentlemen of the Road, il gioco di riciclaggio per i non appassionati di materiale usato, operato da Chabon si fa talmente scoperto che il romanzo potrebbe risultare addirittura illeggibile per il vecchio appassionato di letteratura di genere.
Amram e Zelikman sono una copia di Fafhrd e del Gray Mouser senza l’originalità di Leiber.
Per fare varietà, il gigantesco Amram è un nubiano (se volete, è Imaro, ma con un nome che richiama Amra – pseudonimo di Conan), mentre Zelikman è magrissimo pallido e filiforme (come Elric) anziché minuto e olivastro, e veste tutto di nero (come Solomon Kane) anziché di grigio (come il Mouser).
L’avventura si svolge in un medio oriente datato 950 e sostanzialmente evocato attraverso un lessico fitto di terminidesueti ed esotici, ma Chabon non manca di armare Zelikman di un fioretto ante-litteram, chiamato “Lancet” – lo stocco del Mouser si chiamava “Scalpel” – sempre di strumenti chirurgici si tratta.
Ma attenzione, c’è una grande idea geniale e favolosamente postmoderna – perché Amram e Zelikman (pausa drammatica) sono ebrei!
Tanto che iltitolo di lavoro del romanzo era Jews with Swords!
Ecchissenefrega, potrebbe sussurrare il lettore.

Originariamente pubblicato in quindici puntate (come i vecchi romanzi d’appendice) e dedicato a Michael Moorcock, acquistato per un centesimo da un amichevole rivenditore, il romanzo si apre in una locanda, con una rissa (quante partite a D&D abbiamo cominciato in quel modo?), che sfocia in un duello (come il primo incontro di Fafhrd e del Mouser) che poi si rivela una montatura (amen).
Il linguaggio è forbitissimo e molto raffinato.
Sembra Jack Vance.
Sembra Clark Ashton Smith.
Poi – siamo a pagina 20, più o meno – compare un arabo guercio, il viso contratto in un eterno sorriso beffardo (già visto in un romanzo di Cornwell nella serie di Sharpe e prima ancora in Flashman and the Mountain of Light).
E da qui avanti.
I due si addentrano nel Caucaso non diversamente da come il sergente Dravot e Peachy Peachum si addentrano nell’Afghanistan ne L’Uomo che Volle Farsi Re, con un piano preso di peso da Il Prigioniero di Zenda (o era forse Royal Flash?), ma non senza influenze da parte di Dumas (La Maschera di Ferro) e Howard (I Gioielli di Gwaluhur), per finire a cacciarsi in un intrigo politico stralciato dalle opere di Tabot Mundy.
Frattanto, lo spettro di Henry Rider Haggard sorride benevolo sull’intera faccenda – Amram si dice discendente della Regina di Saba.

E così via.
E prima che mi si accusi di malvagità, di capziosità, di “sì, vabbé, ma poi in fondo se guardi ogni storia la puoi far risalire ad un’altra…”, di essere un vecchio imbecille o un fan di Leiber, MacDonald-Fraser, Moorcock, Howard, Vance o Smith (tutto vero), Mundy o Rider-Haggard o Anthony Hope o Dumas (idem)…

To prepare for writing the novel (which for a few months had the working title Jews with Swords),Chabon researched the Khazars and “tried to let it all sink in.” He also re-read the historical romances of Alexandre Dumas, père, Fritz Leiber, George MacDonald Fraser, and Michael Moorcock, to whom the novel is dedicated.

Ed è un peccato.
Perché nel complesso, Gentlemen of the Road è un buon romanzo.
È breve ma zeppo di azione.
È ben scritto.
Si riesce addirittura a sorvolare sul fastidioso atteggiamento snob di Chabon, che sembra volerci rassicurare che ok, è una storia d’avventura, ma ha anche un grande valore letterario.
È divertente.
Ma sarebbe infinitamente più divertente se non avessimo già letto tutto almeno tre volte – nelle storie di Fritz leiber, nei romanzi di George MacDonald Fraser, e nei racconti di Al Borak (e intanti altri) scritti da Bob Howard.
Per chi non ha mai affrontato prima questi temi e questo stile, l’esperienza deve essere esilarante.
Per chi c’è già stato, si vedono gli ingranaggi, ed il senso di deja-vu si fa snervante.

Per chiudere, due parole sull’edizione Sceptre – che si presenta con una copertina cartonata verde, nera e oro che richiama i vecchi romanzi d’avventura degli anni ‘50, ed è arricchita dalle illustrazioni di Gary Gianni (già illustratore di Howard e di Mundy), che da sole valgono il prezzo di ammissione.

Il resto, è – per me – una specie di manuale.
Adventure for Dummies.

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Ritorno ad Argan

7 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

Avrei voluto avere Hugh Cook sul prossimo Alia.
Intendevo contattarlo e chiedergli il permesso di tradurre il suo racconto Invasion of the Chickens.
Oppure chissà, magari The Triumph of Japanese English, in onore del mio socio e traduttore in quest’impresa.
Autore prolificissimo, Cook ha sul suo sito Zenvirus un campionario straordinariamente ampio e variato di narrativa breve.

Avrei voluto, ma non è stato possibile.
Lo scrittore inglese che mi ha fatto in assoluto più ridere con un suo romanzo è scomparso quasi esattamente un anno fa, l’8 novembre 2008.
Aveva solo 52 anni, dannazione.
Da anni residente in Giappone, Cook combatteva da alcuni anni contro un cancro al cervello, una battaglia dettagliatamente documentata nel suo ultimo lavoro, Cancer Patient.

Ma la scrittura garantisce una briciola di immortalità.
Oggi scopro con piacere che il romanzo che più mi ha fatto ridere nella mia vita di appassionato di fantascienza (sì, più di Terry Pratchett) sarà ristampato dai ragazzi della Paizo.com con l’anno che viene.
Si tratta di The Walrus and the Warwolf - e voi non l’avete letto.
Un peccato al quale si può rimediare facilmente.

Paizo ristampa The Walrus and the Warwolf nella sua collana Planet Stories – risolvendo l’antica questione che colò a picco il lavoro di Cook tanti anni or sono.
È fantasy?
È fantascienza?
Di sicuro, l’autore aveva progettato tre cicli di venti romanzi ciascuno, ma la risposta del pubblico alla pubblicazione dei primi dieci fu talmente scarsa e confusa che l’editore decise di abortire il progetto.
I lettori non sapevano come prenderla…
Davvero quello che compare nel secondo romanzo è un CD-ROM?
E dovrebbe far ridere l’idea di urlare “Gnomi!” e metter mano alla balestra alla comparsa di un aspirapolvere automatico?
In un periodo in cui il fantasy si andava ad incuneare in interminabili e seriosissime saghe fatte con lo stampo, zeppe di nomi fintoceltici ed elfi armati di arco e frecce, Hugh Cook era troppo avanti.
Peccato, perché Le Cronache di un’Epoca Oscura, il ciclo di dieci romanzi sopravvissuti, mostra una quantità di caratteristiche originali.
Prima fra tutte, la cronologia – anziché procedere da un romanzo all’altro, gli eventi dei dieci volumi sono contemporanei, e narrati di volta in volta attraverso il punto di vista di un differente personaggio.
Questo permette all’autore un ampio relativismo morale – per cui l’eroe di un romanzo compare come cattivo nel romanzo successivo e come comprimario fra altri tre.
Quando gli eventi si incrociano (quando cioè la stessascena compare in differenti romanzi) il contrasto è di solito piuttosto comico. Stralciamo l’esempio preso da Wikipedia…

“Watashi’s private torture chamber was a soundproof room containing a narrow wooden bench, which bore an ominous number of russet stains, and many ugly implements of iron. Drake did his thinking – and fast. Clearly posing as an innocent peddlar was not going to save him.” – The Walrus and the Warwolf, p.352.

“… Douay was gagged and taken to an abandoned store room. Over the last three days, this had been converted into a horror house. Many ugly implements of iron had been gathered together; a torture bench had been installed; and Jarl had slaughtered a chicken in the room to make sure it was suitably blood-bespattered.” – The Wicked and the Witless, p. 303.

Gran parte dei protagonisti di Cook sono cialtroni, mentitori o dissimulatori.
Mentre l’antica alleanza fra guerrieri e stregoni si sfalda e le orde del caos invadono il continente di Argan (questa è la premessa per tutte le storie pubblicate), ciascuno cerca di salvare la pelle, magari guadagnandoci qualcosa, o ricavando potere e prestigio dalla credulità altrui.
E forse Argan non è un mondo fatato, ma una terra post-atomica invasa dagli alieni.

Di sicuro ci sono astronavi alla deriva sull’oceano, antichi artefatti tecnologici (come la Leva Tettonica, capace di inabissare il continente abbastanza a lungo da affogare tutti i mostri), e stupidissimi riferimenti alla nostra cultura ed alla nostra civiltà – il sindacato illegale i cui scioperi paralizzano le truppe imperiali si chiama “Legione”… “perché siamo molti”.

A questo si aggiunge una feroce scorrettezza politica…

At different times, the novels portray or allude to murder, bestiality, female genital cutting, cannibalism, racism, sexism, speciesism, abortion, masturbation, mutation, incest, inbreeding, constipation, assassination, gambling, drunkenness, brawling, diarrhoea, capitalism, leprosy, castration, slavery, evolution, patricide, regicide, venereal disease, forgery, treason, dwarf tossing, torture, orgies, incontinence, suicide, disembowelment, capital and corporal punishment, drug use, religious fraud, bribery, blackmail, animal cruelty, disfigurement, infanticide, the caste system, democratic revolutionary movements, rape, theft, genocide, transvestitism, premature ejaculation, prostitution, piracy, and polygamy.

Di tutti i personaggi di Hugh Cook, il più colossale rimane Drake Douay, protagonista di The Walrus and the Warwolf – che si macchia di tutti i crimini e le scorrettezze citati qui sopra salvo forse l’evoluzione, e ne esce profumato come un giglio.
O quasi.
Ladro, truffatore, pirata, simbolo del male assoluto per una intera religione creata dal suo ex datore di lavoro, sordido mentitore, Drake Douay ha il dubbio privilegio di esere il protagonista dell’unico romanzo della serie che copra l’intera cronologia degli eventi – dalla guerra fra stregoni e guerrieri all’attivazione della Leva Tettonica.

La miglior cura che sia mai esistita per l’overdose da tolkienoidi e fantasy d’accatto.
Il mondo descritto da Cook viene condannato alla distruzione da individui onesti e santimoniosi, e salvato dai pirati.

Hugh Cook era un grande, ed il suo libro migliore sta per tornare.

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Un sospiro di sollievo.

6 Ottobre 2009 Davide 3 commenti

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/db/Galileo_Galilei.jpg[questo è un caso di instant-blogging]

Scopro con estremo piacere e non poco sollievo che Piergiorgio Odifreddi ha appena pubblicato un libro su Galileo Galilei – giusto in tempo per il quadricentenario.

Il sollievo deriva dal fatto che il “matematico impertinente” sia passato ad impicciarsi degli affari degli astronomi e degli astrofisici, e dalla conseguente speranza che, passato il centenario darwiniano, torni a lasciare ai paleontologi ed ai biologi lo studio dell’evoluzione.

Sul fatto che lasci in pace i preti ci sono invece poche speranze – fingersi Richard Dawkins evidentemente gli piace.

Vediamo di non pensarci.
Un po’ di musica: Indigo Girls, Galileo.
Live.
Jackson Browne fa la terza voce.

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Studi Lovecraftiani 11

4 Ottobre 2009 Davide 10 commenti

Annuncio con un certo ritardo ma con estremo piacere l’uscita dell’undicesimo volume della rivista Studi Lovecraftiani, benemerita iniziativa dell’amico Pietro Guarriello, che da anni si adopera per dare alle attività dei lovecratiani nazionali una dignità che vada al di là della baruffa da forum o dello snobismo da collezionisti.
Per chi se la fosse persa, Studi Lovecraftiani non è una fanzinella da scantinato, fotocopiata su carta da pizza e zeppa di sbrodolamenti da fanboy, ma una rivista a pieno titolo, curata nella presentazione e – soprattutto – nei contenuti, che affianca ad articoli di elevatissima qualità prodotti da appassionati italiani, lavori di note autorità nazionali e internazionali (S.T. Joshi, tanto per dirne uno) e traduzioni di quei testi di HPL e dei suoi corrispondenti ed epigoni che sono normalmente difficilissimi da reperie e molto più interessanti di certe ristampe croniche offerte dall’editoria mainstream.

Insomma, un centinaio di pagine abbondanti, stampate su carta buona, pubblicate con cadenza aperiodica, farcite fin quasi a scoppiare di testi di elevatissima qualità, e di saggi critici che – se talvolta non pienamente condivisibili e meritevoli di ampio dibattito – dimostrano senza ombra di dubbio la maturità della comunità lovecraftiana in italia.
Niente “Cthulhu è più forte di Naruto.”
Niente “Non ho mai letto Lovecraft ma credo che i Miti siano una figata, dove trovo il costume?”
Niente “Pincopallino non capisce Dagon perché è un comunista.”
Niente rumore di fondo, niente opinionismo, niente espertitudine.
Solo un condensato di contenuti di altissima qualità per un discorso critico sull’opera di uno degli autori più sottovalutati ed influenti del ventesimo secolo.
Dodici euro maledettamente ben spesi.

Di tutto rispetto, quindi, come sempre, l’indice del numero 11 (126 pagine):

- “Il simbolismo della maschera in Lovecraft”, di Renzo Giorgetti
- “Gli oscuri oceani dei copyright: Un’indagine sullo stato dei diritti d’autore dell’opera di H.P.L.”, di Chris J. Karr
- “Dimensioni sotterranee: Lovecraft e il Mondo Disco”, di Umberto Sisia
- “Lovecraft saggista”, di S. T. Joshi
- “Chi è David Curwen? Un altro nesso occulto tra Lovecraft e Kenneth Grant”, di Giulio Dello Buono
- “H. P. Lovecraft, il visionario del Chaos”, di Roberto Negrini
- “Venere e l’opinione pubblica”, di H. P. Lovecraft
- “La verità su Marte!”, di H. P. Lovecraft
- “Lovecraft, Eliade, e gli archetipi lovecraftiani”, di Leonardo Ambasciano

E se il pezzo sul simbolismo della maschera si preannuncia gustoso, ammetto di attendere con impazienza di leggere il saggio sul copyright delle opere del maestro (argomento sul quale, nel nostro paese, si innescò a suo tempo una baruffa sostanzialmente imbarazzante) ed ancora di più il pezzo sul legame fra Lovecraft e Pratchett – idea assolutamente geniale, per un argomento finora criminalmente trascurato.
E poi il pezzo del Gentiluomo di Providence su Marte, che va a collidere con uno dei miei tanti, troppi progetti per il futuro.
Meraviglioso.

In paesi meno illuminati del nostro, iniziative come Studi Lovecraftiani sono sponsorizzate da istituti universitari, e curate da personaggi che, indegni di allacciare i calzari a Pietro Guarriello, godono di una cattedra e magari di un incarico di editor da parte di qualche grossa casa editrice.
In Italia, la circolazione di Studi Lovecraftiani sembra rimanere una faccenda da carbonari.

Per questo ne parlo in ritardo, ma ne parlo.
Leggete Studi Lovecraftiani.
Fate circolare la voce.

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Il controllo della natura

3 Ottobre 2009 Davide 2 commenti

[questo post compare in contemporanea sul mio blog di campagna]

Paese meraviglioso, l’Italia.
Piove.
La gente muore.
Si parla di fatalità.

Qui a Castelnuovo Belbo (sì, oggi sono in modalità country), provincia di Asti, area sismica soggetta a frequenti alluvioni, qualcuno – non ho ancora appurato chi – si è venduto una collina, una camionata alla volta.
In Regione Crivelletto, non lontano dal cimitero.
Le sabbie gialle stratificate che costituiscono/costituivano il montarozzo sono state sbancate con una pala meccanica e vendute come inerti.
Gli effetti dello sbancamento in atto – siamo a circa metà del lavoro – non hanno tardato a farsi sentire: basta un temporale perché la strada comunale (già di per se ripidissima) non si copra di un sottile ed infido strato di sabbia sciolta.
E i movimenti di massa lungo ciò che resta del pendio non scherzano, per lo meno a giudicare dal paio di pali della luce si sono spezzati come stuzzicadenti.
Pali in calcestruzzo.

Eppure i lavori proseguono.
I camion continuano a portar via sabbia.
E qualcuno avrà certamente dato dei permessi, valutato le conseguenze.
Magari anche comprato dei nuovi pali in calcestruzzo.

Il problema è che, con tutta la buona volontà, non sappiamo come cambierà la dinamica del paesaggio quando al posto di una collina ci sarà un bassopiano sabbioso con le impronte dei pneumatici dell’ultimo giro di camion.
Già l’idea che il paesaggio possa essere dinamico sfugge a gran parte degli osservatori – in fondo la collina è sempre stata lì, non è mai cambiata, è poi solo un mucchio di sabbia in attesa di essere messo sul mercato.
Allo stesso modo sfugge la scala delle energie in gioco.
In fondo sono poche camionate di sabbia.
In fondo è solo un po’ di pioggia.
Ecchéssaràmai.

E su tutto va poi a spalmarsi la confusione – criminale – fra possesso e controllo.
La collina è mia, ne faccio quello che voglio.
Cosa potrà mai capitare?

A differenza di ciò che credono – per motivi affini – gli ignoranti e gli scientisti d’accatto, il controllo della natura non ricade fra le capacità della nostra civiltà.
Per quanto la nozione possa offendere taluni, le crisi ambientali capitano.
E spesso tutto ciò che possiamo fare è prenderne atto.
La natura è complicata, governata da una quantità spesso difficilmente determinabile di variabili, i rapporti fra le quali non sono chiari quanto piacerebbe a chi si è letto un paio di libri di fisica e guardando un paesaggio di colline crede di vedere il meccanismo di un orologio.

John Mcphee, un giornalista americano dal quale ho imparato più geologia di quanta ne abbia imparata da tanti docenti di geologia, pubblicò anni addietro un volume intitolato The Control of Nature, che per motivi imponderabili finì nel catalogo Adelphi (Il controllo della natura, 1989).
Si tratta di tre saggi basati su tre esempi reali di tentativi di fare l’impossibile – regimentare il corso di un fiume, bloccare una colata lavica, gestire degli incendi boschivi cronici in un paesaggio naturalmente franoso.
Costa meno di venti euro ed è sul mercato da vent’anni.
Non conosco molti colleghi che lo abbiano letto.
Credo che latiti criminalmente da consigli comunali e studi tecnici.

E in fondo perché documentarsi su queste cose?
A noi basta la fatalità.

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