strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

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il piacere che la mente prova quando conta senza accorgersene

Bellowhead

Pubblicato da Davide su Maggio 11, 2008

Era un po’ che non facevo un post sulla musica.

BurlesqueBurlesque
, dei Bellowhead, è un disco acquistato “per provare”, sulla base di un impulso istintivo, forte del principio “se poi non mi piace lo regalo a qualcuno”.
E invece no.
O meglio, si - ne regalerò un paio di copie per prossimi compleanni o festeggiamenti diversi.
Però la mia copia me la tengo stretta, e intanto la suono finoa consumarla.

I Bellowhead si fiscalizzano come “English World Music”, mentre il marketing li colloca nel più semplice ambito del folk.
Di fatto, il line-up con strumenti a fiato, archi e percussioni raccogliticce potrebbe suggerire somiglianze con le varie band di musica hunza-hunza connesse a Emir Kusturica, ma il paragone regge solo fino ad un certo punto.
Più corretto forse considerarli un gruppo d’avanguardia sperimentale, che si diverte a riproporre vecchie canzoni dei marinai, ballate napoleoniche, brani tradizionali.
Esecuzioni impeccabili di arrangiamenti molto originali.

Chi ricorda la vecchia Albion Band o - ancora prima - gli Steeleye Span, potrebbe ritrovarci qualcosa - una unità d’intenti piuttosto che di stile, la voglia di riammodernare vecchie perle musicali per proporle ad un pubblico contemporaneo.
Siamo in un nuovo secolo, ed i paragoni lasciano il tempo che trovano.
La musica, tuttavia, è grande.

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Malinconia? Tristezza? Perplessità?

Pubblicato da Davide su Aprile 9, 2008

I traduttori anglosassone sembrano un po’ confusi su come tradurre il giapponese Yûutsu - che stando a Rikaychan (il plugin di Firefox) è semplicemente melancolia.
Ma la ragione è presto spiegara facendo qualche indagine.
Ma procediamo con ordine…

http://i168.photobucket.com/albums/u184/SharonMustLive/haruhi2222.gifHo appena finito di guardare un’edizione doppiata in inglese di Suzumiya Haruhi no Yūutsu - The Melancholy of Haruhi Suzumiya.
E sono assolutamente impressionato.

OK - ottima animazione, ma cosa vi aspettavate, siamo nel 2006 (a serie ha due anni).
Buona la regia, bello il montaggio - ma è un prodotto connesso ad una linea di grande successo, quindi non sorprende.
Ma c’è di più.

Di rado mi è capitato di trovare tante (buone) idee infilate in quattordici episodi di un cartone animato, e la cosa mi lascia con il desiderio di poter mettere le mani sui romanzi originali di Nagaru Tanigawa dai quali il cartone animato è tratto - e che hanno titoli come appunto La Malinconia di H.S., la Noia di H.S., la Perplessità di H.S.
Non pare che TokyoPop (o qualche altro meritorio editore anglosassone di traduzioni dal giapponese fatte come si deve) abbia ancora messo le mani su questo tesoro, e quindi urge rispolverare il giapponese - considerando dieci volumi, ad una pagina al mese, avrò di che leggere per il resto della mia vita…
E oltre.

http://forevergeek.com/images/suzumiyaharuhi.jpgHmmm… potrei pagare…
No, non posso permettermelo.
Tocca ripassare il giapponese.

La serie di romanzi (e fumetti, amine, videogiochi…) incentrata sulle iniziative di una iperattiva “ragazza che non ha alcun interesse per le persone normali” (la Haruhi Suzumiya del titolo), traccia essenzialmente l’evolvere delle relazioni personali dei cinque protagonisti - l’iperattiva ragazza di cui sopra ed i suoi quattro più o meno involontari complici/vittime - e la loro interazione con la vita scolastica.
Cinque persone in una stanza fredda, con una pila di giochi di società, un computer rubato, una scaffalata di libri…
Il che suona dannatamente noioso vero?
Malinconico.
Triste.
E causerà forse qualche perplessità, a questo punto, il mio entusiasmo.

Il fatto è che una serie per ragazzi che citi senza far pause per prender fiato tanto Hyperion di Dan Symmons che Rosenkrantz & Guildenstern Sono Morti di Tom Stoppard, una serie di cartoni animati che accoppia teoria delle stringhe e teoria della cospirazione, universi tascabili e viaggi nel tempo, memetica e intelligenze aliene, tutto in quattordici episodi da meno di venticinque minuti, genera decisamente il mio entusiasmo, ed ha tutto il mio apprezzamento ed il mio rispetto.

Il fatto che ci riesca senza annoiare, con un commento musicale piacevole e con alcuni momenti di assoluta ilarità (cosa succede se si cambia la firma quantica alle molecole di una mazza da baseball?) senza mai scivolare nell’idiozia (fatto salvo un certo autocompiacimento nell’infilare la più polposa delle protagoniste in abiti imbarazzanti), è un ulteriore bonus.

Che bello deve essere, vivere la propria adolescenza dove c’è a disposizione, per leggere e passare il tempo, materiale di questa straordinaria qualità.
Perché avere accesso a intrattenimento intelligente neglia nni della formazione aiuta a diventare intelligenti.

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Caterina

Pubblicato da Davide su Marzo 24, 2008

Dopo il silenzio del giorno di Pasqua, un po’ di musica per Pasquetta.

Uno degli aspetti più divertenti dell’essersi appassionati fin da ragazzini alle incisioni più misteriose ritrovate negli anfratti più bui del negozio di dischi è che, proseguendo su questa strada, ci si ritrova a sentirsi un po’ come Indiana Jones.
Si ritrovano tesori perduti da tempo, si incespica su strane cospirazioni del silenzio, e se i nostri amici ci riservano occhiate spente e commenti sferzanti, la musica da sola è spesso una ricompensa più che soddisfacente.

In Las VegasConsiderate ad esempio Caterina Valente.
Artista italiana nata a Parigi.
Performer, sarebbe l’etichetta più corretta.
Un catalogo di 1500 brani incisi in dodici lingue (sei parlate fluentemente).
Recita a fianco di Vittorio De Sica.
Lavora in TV con Dean Martin e Danny Kaye negli Stati Uniti.
Un suo show viene usato per lanciare il secondo canale RAI nel 1961.
Duetta con Chet Baker, Louis Armstrong, Buddy Rich, Ella Fitzgerald.
Lavora con Count Basie, Tommy Dorsey e Woody Herman.
In italia duetta com Mina facendole fare la figura della dignitosa seconda voce.
Il suo album più recente è del 2001.
Senza contare i bootleg, le raccolte (colossali cofanettoni da otto-nove CD), le ristampe filologiche.

Eppure, stranamente, appare completamente rimossa dal nostro panorama musicale.
I tedeschi la idolatrano.
I francesi vendono i suoi dischi a peso d’oro.
In America è schedata fra le dieci migliori voci del jazz.
Da noi se la ricordano in pochi.
Pochissimi.

Io ammetto di essere arrivato tardi a Caterina Valente, complice questo disco: Sweet Beat - the Legendary ’60s Pop Sessions.

La track list:

  1. We can Work it Out
  2. You’ve Got Your Troubles
  3. Fascinathing Rhythm
  4. Music to Watch Girls By
  5. Ol’ Man River
  6. San Francisco
  7. Blueberry Hill
  8. Don’t Sleep in the Subway
  9. C’Est Si Bon
  10. Waterloo Sunset
  11. Terrible Feeling
  12. I Dig Rock and Roll Music
  13. Happy Together

Si, c’è Waterloo Sunset.
Ne devo avere una dozzina di versioni diverse, e l’ho sentita fare da un sacco di gente.
Da Ray Davies, naturalmente, da Billy Bragg e da David Bowie.
Caterina non ha nulla da invidiare a nessuno di loro.

Inutile dire che i prossimi mesi vedranno la comparsa di molti altri dischi della signora Valente sul mio scaffale, vicino all’ampia sezione dedicata ad Anita O’Day.

Ma io parlo, e voi non ci credete.
Allora beccatevi questa…

http://it.youtube.com/watch?v=iijMp1f-ssg

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Eddi Reader

Pubblicato da Davide su Marzo 17, 2008

Post finesettimanale in ritardo.
Ho menzionato Eddi Reader in un commento ad un post su di un altro blog - che complicazione - e mi è venuta voglia di riascoltarla.
Cominciando col vecchio album - rigorosamente su vinile - dei Fairground Attraction, gruppo scoperto un paio di decenni fa.

http://it.youtube.com/watch?v=_OWzDP5cnE0

Quel disco rimane una delle mie scelte primarie per i giorni di pioggia.

Da allora la Reader ha fatto molta strada, ha ricevuto un cavalierato, ha inciso un fondamentale album con le canzoni di Robert Burns.

http://it.youtube.com/watch?v=oUs-5dHFksw

Ha partecipato alle conferenze TED.

Nel corso degli anni l’ho vista classificare in un sacco di modi diversi - cantante folk, cantante neotradizionale, cantante pop.
Sarà colpa della chitarra acustica, che spesso disorienta i critici.

Mi sono ritrovato a parlare di lei facendo un discorso sulla microcelebrità.
L’idea che non sia necessario avere milioni di fan per riuscire a vivere, e bene, della propria arte.
Eddie Reader non è certo un’artista popolare - ma ha una platea di ascoltatori fedeli e attenti, che non si lasciano scappare le sue uscite, incluse le frequenti incisioni quasi in tempo reale delle sue uscite dal vivo.
Mille fan che spendano per un artista 100 euro all’anno ciascuno,portano nelle tasche dell’artista 100.000 euro.
Molto meno, ovviamente, se l’artista non autoproduce le proprie uscite.
Ma per un artista autoprodotto, 1000 fan nell’epoca di internet non sono poi molti.

Al di là delle considerazioni economico-sociologiche, la voce di Eddi Reader è splendida.
Le sue canzoni sonos pesso malinconiche, e possono risultare un po’ troppo in un pomeriggio ventoso di primavera.
Però è piacevole, per un po’, lasciarsi cullare da Dame Eddi Reader e dalle sue canzoni.
Consigliato, l’album Candyfloss & Medicine.

http://it.youtube.com/watch?v=QyDc-MxB9Rs

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Nippon no Rock Band

Pubblicato da Davide su Marzo 7, 2008

Finesettimana.
È un po’ che non parlo di musica.

Nel giugno 2005, i Southern all Stars, storico gruppo giapponese (anche noti come SAS o Sazan All Stars), ripresentarono sul mercato, in 44 CD rimasterizzati, i loro 44 singoli - da Katte ni Simbad,che molti avevano considerato una canzoncina-gadget, una cosa stile Elio & le Storie Tese, a Itoshi no Eri, che era stata rifatta da Ray Charles, fino al nuovo singolo Tsunami, che ad oggi ha venduto tre milioni di copie.
Come risultato, fino all’autunno successivo, la Top 50 giapponese venne presa in ostaggio dai SAS - con una media di trenta titoli su quarantaquatto costantemente in classifica, una settimana dopo l’altra.
Alla faccia del marketing.

Il fatto è che non era solo marketing - i SAS sono dannatamente in gamba.
Suonano benissimo canzoni straordinariamente orecchiabili.
E dopo trent’anni esatti dal loro esordio, questi “ragazzi” sono ancora la band numero uno nella classifica delle cento band migliori del Giappone compilata da HMV - che i dischi li vende.
Sorprendente, considerando il loro esordio…

http://it.youtube.com/watch?v=DJFOexoVSQ8

L’estate passata, li ho scoperti proprio attraverso la loro riedizione di singoli e il front-man della band, Kuwata Keisuke, è entrato immediatamente nel mio piccolo olimpo privato di idoli - là con Donald Fagen & Walter Becker, Bill Elliot, Ray Davies.
Multistrumentista (chitarra, basso, batteria e tastiere), cantante, autore, regista cinematografico e compositore di colonne sonore, Kuwata è cresciuto a Chigasaki, una cittadina di mare (e forse per questo ha compostotante canzoni sull’oceano), coltivando una passione malsana ma condivisibilissima per Lowell George e i Little Feat.

Ecco ad esempio la sua versione del classico Dixie Chicken

http://it.youtube.com/watch?v=juBsUdIw1GQ

Nei dischi dei SAS. Kuwata ha toccato tutti i generi, con brani sospesi fra blues e rock classico, alternati a cover di Pink Floyd, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, The Band, Deep Purple, Sam Cooke.
E qui ve lo beccate che rifà Donald Fagen - I.G.Y.
Due dei miei idoli al prezzo di uno.
Grandissimo.

http://it.youtube.com/watch?v=66eys6qv6-o

Un asso nel soffiare i riff alla concorrenza, con una voce riconoscibilissima (pochi mesi prima di darsi alla carriera di rockettaro, aveva vinto il premio Yamaha come miglior vocalist), spesso censurato per i testi espliciti (inclusa una canzone in cui figurava - orrore - la parola “motel”) e le copertine zeppe di donnine, Kuwata ha anche una solida carriera da solista, ed un numero di gruppi collaterali, inclusa la Kuwata Band.
Con la quale ha inciso appunto Nippon no Rock Band.
Tutto in inglese.
Del 1986.
Appena uscito in un colossale remaster.
Ed ora a quanto pare Kuwat-san ha iniziato a pubblicare raccolte di standard jazz.

Ma noi chiudiamno con Highway Star dei Deep Purple, che piacerà al mio amico Fabrizio…

http://it.youtube.com/watch?v=b-ZxlxTvjI8

Inarrivabile.

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Rex Bob Lowenstein È Vivo!

Pubblicato da Davide su Gennaio 30, 2008

Nei meravigliosi anni ‘80, Mark Germino, poeta diventato cantautore, scrisse una canzone su un tale che si chiamava Rex Bob Lowenstein.
Un DJ in una piccola radio locale (W.A.N.T.) Rex Bob è uno specialista nel dare alla gente ciò che la gente vuole…

He lives for his job and he accepts his pay
You can call and request ‘Lay Lady Lay’
He’ll play Stanley Jordan, The ‘Dead and Little Feat
And he’ll even play the band from the college down the street

And his name is Rex Bob Lowenstein
He’s forty-seven, goin’ on sixteen
His request line’s open, but he’ll tell you where to go
If you’re dumb enough to ask him why he plays Hank Snow

Rex Bob è un piccolo eroe locale, uno che contribuisce alla comunità con l’unico mezzo a sua disposizione…

Well, he tries to keep his talkin’ to a minimum
He’s a Democrat, he’s a Republican
He’s an ad man with a great voice, say some
But when he spins those records he’s neither one

He’ll talk to the truckers on the interstate strip
The housewife and the car dealership
And when his second wife left him for a paper millionaire
He cried unashamedly right on the air

And his name is Rex Bob Lowenstein
He’s forty-seven, goin’ on sixteen
His request line’s open but he makes no bones
About why he plays Madonna after George Jones

Ma le cose si mettono male, perché le case discografiche hanno un’idea migliore - fornire una playlist definita (con i pezzi che devono vendere) e pagare la stazione radiofonica per il disturbo.
Si chiama Payola, una pratica fortemente immorale - fino agli anni ‘80, quando divenne la regola (vi siete mai chiesti perché con 50 video prodotti ogni mese, Mtv passi sempre i soliti 12?).

Now, one day a man in a pinstriped suit
Took the owner of the station to a restaurant booth
His pitch was simple, “you’ll increase your sales
“If you only play the song list we send in the mail.”

He guaranteed a larger audience
Less confusion and higher points
“But your drive-time jock won’t get to do his thing.
“Hey he’s not half bad, tell me, what’s his name?”

Well his name is Rex Bob Lowenstein
He’s frequently heard, but he’s seldom seen
His formula’s simple and his format’s big
“I just play anything, you call and tell me what you dig.”

La cosa, ovviamente, a Rex Bob non piace.

Now Rex Bob David Saul Lowenstein
Quit his job a week later, but before he’d leave
He locked and bolted the control room door
And played smash or trash till they cuffed him on the floor

Beh, da ieri Rex Bob Lowenstein non è più solo una canzone.
Infastidito dai cambiamenti arbitrari imposti alla sua playlist, il DJ texano Paul Webster Feinstein si è introdotto negli studi della sua stazione radio (K.O.O.P.), ha cosparso le apparecchiature di benzina ed ha dato fuoco a tutto l’ambaradan.

After discovering that changes were made to his playlist for an overnight slot, Internet broadcaster Paul Webster Feinstein set fire to Austin community radio station 91.7 KOOP, where he was a volunteer. According to the Associated Press, the blaze, which took place on January 5, caused $300,000 of damage to the studios. If convicted, Feinstein, 24, faces two to 20 years in jail and a fine of $10,000.

La vita imita l’arte?

Well they drug him into court and the judge said, “Rex
“I’ve got to lock you up, for what I’m not sure yet.
“But your boss here says he thinks you’re wrapped too tight.
“But, by the way thanks for playing ‘Moon River’ last night”

And his name is Rex Bob Lowenstein
He’s a flaming bell inside a tambourine
He could play it all if he was just set free
Just to find what the people WANT

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RPM 2008

Pubblicato da Davide su Gennaio 27, 2008

Era un po’ che non facevo un post a tema musicale.
male, molto male.

RPM Challenge 2008 è una sfida - incidere un album (della musica che vi pare, del genere che vi pare - 10 canzoni o 35 minuti di musica) in 29 giorni, durante il mese di febbraio (fortunati, quest’anno è bisestile, c’è un giorno in più).
Produrlo sul serio, in hardcopy ma senza appoggiarsi all’industria discografica tradizionale.
E poi uploadarlo sul sito della sfida, dove verrà reso disponibile gratis al pubblico attraverso un jukebox online.

This is the challenge: record an album in 29 days, just because you can.
Don’t wait for inspiration - taking action puts you in a position to get inspired. You’ll stumble across ideas you would have never come up with otherwise, and maybe only because you were trying to meet a day’s quota of (song)writing. Show up and get something done, and invest in yourself and each other.

Per i più curiosi, esistono una pagina di YouTube con un po’ di filmati

http://it.youtube.com/rpmchallenge

E appunto il Jukebox streaming, con 850 album completi, svariate migliaia di brani proposti per la sfida dell’anno passato.
Si va dal funk al grunge passando per metal e new wave, e se parecchio del materiale non mancherà di farvi sanguinare le gengive, l’offerta media resta migliore di quella di Mtv.

Fra poco più di un mese, vedremo invece i risultati della sfida di quest’anno.

Al momento hanno aderito 814 band.

I cinici non mancheranno di farci notare che si tratta della solita iniziativa pubblicitaria (l’iniziativa è sponsorizzata dalla rivista The Wire) e che si tratta di alcune centinaia di sfigati che mettono on-line gratis musica per la quale nessuno comunque pagherebbe, e che tutta ’sta faccenda della collaborazione on-line, della società agalmica, del “se lo fate loro verranno” è una fregatura per i gonzi, la SIAE esiste per difendere la qualità della musica e niente di buono verrà mai da queste baracconate.
Un po’ come nulla di buono è venuto da iniziative tipo scendere dagli alberi ed acquisire la postura eretta.
E l’avevano detto, loro.
Fatto, nulla.
Ma detto, sì.

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Aeroplani e Astronavi

Pubblicato da Davide su Gennaio 13, 2008

Ho appena finito di leggere, con non poco divertimento, Got a Revolution, la definitiva biografia dei Jefferson Airplane/Jefferson Starship scritta una decina di anni or sono da Jeff Tamarkin.
Zeppa di aneddoti, brani d’intervista e osservazioni critiche, mi ha fatto venire voglia di tirar fuori i vinili e riascoltarmeli tutti, uno dopo l’altro, in sequenza - partendo da Surrealistic Pillow del 1967 (essendo un fan di Grace Slick non posseggo il precedente Takes Off) fino ad arrivare a Jefferson Airplane del 1989 (con la sua brutta canzoncina sul panda)…

Poi ci ho ripensato.
Soprattutto perché per ascoltare in sequenza i diciassette album ci vorrebbero quasi tredici ore, che diventerebbero oltre il doppio aggiungendo anche le uscite soliste di Grace Slick e Paul Kantner, la KBC Band, la Planet Earth Rock’n'Roll Orchestra in tutte le sue forme, e i peraltro deteriori album degli Starship (quelli senza Jefferson nel nome, e Paul Kantner nel line-up).
Quasi due giorni mettendoci anche i live ed i best-of.

Ho perciò fatto una selezione - tre o quattro ore di musica - cominciando a metà, proprio come la prima volta.
Acquistai Earth, dei Jefferson Starship, per provare a vedere com’era, cinque o sei anni dopo la sua uscita (1978).
Non conoscevo la band - che in Italia non ha mai avuto un grandissimo seguito - né avevo idea di che genere di musica facessero.
Ma si chiamavano “astronave” ed avevano un disco intitolato “Terra” - quindi non potevano essere male.
E in effetti non erano male - anche se la canzone ispirata allo skate-board me la sarei risparmiata.
Ah, beata gioventù - chi mai si sarebbe immaginato che da lì a diec’anni mi sarei ritrovato a scoprire su Mtv personaggi che si fiscalizzano “skater professionista”.

Dopo Earth, un balzo nel passato con Surrealistic Pillow, il disco del 1967 dei Jefferson Airplane in cui debutta Grace Slick, una voce straordinaria.
Alcuni brani - i classici Somebody to Love e White Rabbit - sono inflazionati, resi triti da decine di passaggi in decine di film e documentari sulla guerra del Vietnam, ma l’abum nel suo insieme è incredibilmente vivo e attuale - non dimostra certo i quarant’anni suonati che ha.

Poi di nuovo in avanti, con Red Octopus, seconda uscita dei Jefferson Starship, 1975, definito “inascoltabile” da Rolling Stone all’epoca, inconcepibilmente.

Poi After Bathing at Baxter’s, strano e sperimentale, col suoridicolo aereoplano in copertina, ancora del 1967, undisco che all’epoca mi fece dubitare fortemente dela mia saggezza nell’ascoltare questa gente.

Poi Dreams, disco solista di Grace Slick, prodotto levigato e maturo degli anni ‘80, e KBC Band, dell’86, bello tirato, Kantner Balin e Casady mai così affiatati, e la copertina con il testo delle canzoni scritto in piccolo, a caratteri neri, su un fondo rosso che mi manda la vista a pallino tutte le volte (ma come non leggersi i testi?)

E per chiudere Planet Earth Rock’nRoll Orchestra, del 1983 ma acquistato per lo meno nel 90 - il disco candidato al premio Hugo che finalmente mantenne per me la promessa di coniugare musica e fantascienza che Earth mi aveva suggerito anni prima.

Un modo diverso per passare una domenica pomeriggio.

Per chi se li fosse persi…

http://it.youtube.com/watch?v=urjmxO66mS8

The House at Pooneil Corners, live da un tetto di New York, 1968.
Molto prima dei Beatles…

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