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Archivio per la categoria ‘noir’

Antologie – le cinque migliori

6 Settembre 2009 Davide 9 commenti

The making of a great compilation tape, like breaking up, is hard to do and takes ages longer than it might seem. You gotta kick off with a killer, to grab attention. Then you got to take it up a notch, but you don’t wanna blow your wad, so then you got to cool it off a notch. There are a lot of rules.

Questo post è causato dalla tagliente recensione all’antologia  Bad Prisma (Mondadori) postata da IguanaJo.
Andatevela a leggere, poi tornate qui che riprendiamo il discorso…

Fatto?
Bene.

Invecchiando, i racconti stanno soppiantando i romanzi nelle mie preferenze di lettore di genere.
Soprattutto per l’horror, un bel volumone, una ricca antologia di racconti di autori diversi (se fossero dello stesso autore dovrei parlare di raccolta) mi attira probabilmente di più di un romanzone.
Con le debite eccezioni, certo.
Dev’essere perché, invecchiando, l’attention span si accorcia (un po’ si diventa rincoppati, capite…), ed anche il tempo per leggere diminuisce.
E poi, le antologie sono uno strumento eccellente per scoprire nuovi autori, da esplorare poi con più calma.

A mio parere, le parole chiave per una buona antologia sono solo tre:
rispetto – per il genere, per gli autori coinvolti, per il pubblico
coraggio – di staccarsi dalla massa e tentare qualcosa di nuovo e diverso anziché scimiottare chi è venuto prima
coerenza – una volta intrapresa una certa strada, la si segue fino alle sue logiche conseguenze.

Sembra facile.

Quindi, veniamo alle cinque migliori antologie che mi sia mai capitato di leggere.
Regole di campo – niente in cui io abbia scritto o che io abbia curato, tradotto o prefatto/postfatto (uno straccio di senso della vergogna ce l’ho ancora).
Niente Mammoth Book of [inserite il genere o il soggetto che preferite], anche se la maggior parte sono assolutamente eccellenti. Niente Isaac Asimov presents the Best Science Fiction of [metteteci l'anno che volete] perché sarebeb troppo facile.
Niente di curato da Richard Dalby, o dovrei solo citare libri suoi.
E naturalmente Dangerous Visions di Harlan Ellison è fuori concorso.

Aggiungo poi che questi sono i titoli che io preferisco – e se non includo i vostri preferiti non è perché io vi odi o vi disprezzi, ma perché voi ed io abbiamo magari solo gusti diversi.
Segnalatemi le vostre preferenze nei commenti, e facciamoci quattro chiacchiere.

E poi, via, cinque titoli, non in un ordine particolare….

The Disciples of Cthulhu (DAW, 1976/Chaosium 1996)
Una delle prime e probabilmente la migliore antologia di narrativa lovecraftiana. La prima edizione ha la copertina di Karel Thole come bonus, ed è curata da P. Berglund; la versione Chaosium, curata da Bob Price,  differisce per un paio di titoli ma rimane di altissimo livello.
Grande qualità della scrittura, ampio spettro di voci (e non solo repliche e pastiche della prosa del Gentiluomo di Providence) mano editoriale ferma ma pressocché invisibile.
La sola presenza di “The Tugging” di Ramsey Campbell, “The Horror from the Depths” di Leiber e “Darkness, My Name is” di Eddy Bertin rende il volume indispensabile.
Per il resto, la qualità è ottima.
L’antologia non è “originale” – nel senso che non include solo raconti scritti ad hoc.
book cover of   Gaslight and Ghosts   by  Jo Fletcher and   Stephen Jones
Gaslight & Ghosts (Robinson, 1988)
Uno dei pezzi della mia collezione al quale sono più affezionato – il volume venne prodotto in occasione della World Fantasy Convention di Londra, nel 1988, e curato da Stephen Jones e Jo Fletcher.
È una antologia originale che include racconti e articoli scritti ad hoc di James Herbert, Neil Gaiman, Terry Pratchett, Brian Aldiss, Clive Barker, Ramsey Campbell, Karl Edward Wagner, Lisa Tuttle, Robert Holdstock, Brian Lumley, Ian Watson, R Chetwynd Hayes, Peter Tremayne, Kim Newman.
I partecipanti alla convention avrebbero avuto l’occasione di farsi autografare il volume da tutti gli artisti coinvolti (e i volumi di quesdto genere hanno un valore spaventoso).
Variamente illustrato e solidamente rilegato, il volume appare assolutamente indistruttibile (ed è bene che sia così).
Il solo racconto di Karl Edward Wagner vale il prezzo di ammissione. L’antologia che mi ha fatto scoprire James Herbert e Kim Newman. Era oltretutto la prima volta che mi capitava fra le mani una antologia che riunisse narrativa e saggistica…

The New Nature of the Catastrophe (Millenium, 1993/Orion, 1997)tnnotc_orion97.jpg
Antologia fortemente anomala, come anomalo è ilprotagonista delle storie – primo personaggio di dominio pubblico nel panorama del fantasticocontemporaneo.
Il volume ristampa tutti i racconti di Michael Moorcock che hanno per protagonista Jerry Cornelius, più racconti di Jerry Cornelius scritti da una varietà di autori – M. John Harrison, Norman Spinrad, Simon Ings, Langdon Jones, Hilary Bailey, Brian Aldiss e molti altri.
John Clute contribuisce con un articolo – ma ci sono anche fumetti (purtroppo tagliati dalla versione paperback, ma sostituiti con un inedito), ed uno stralcio di canzone.
I racconti di Jerry Cornelius sono in generale più accessibili dei romanzi, ed i contributi al ciclo da parte di altri autori rendono il mondo fratale dell’assassino inglese ancora più perturbante e difficile da definire.

Futurs antérieurs – 15 récits de littérature steampunk
(Fleuve Noir, 1999)http://holmesandco.free.fr/images/couvertures/9782265065345.jpg
Esattamente dieci anni prima che gli americani martellassero il mercato con non una ma due antologie dedicate allo steampunk e che il genere diventasse mainstream, i francesi  uscivano con questa massiccia antologia originale che allinea quindici autori popolarissimi in Francia e pressocché sconosciuti in qualsiasi altro luogo del pianeta.
Suggestioni verniane, elementi mutuati da Burroughs, e un sacco – ma proprio un sacco – di idee nuove e mai più sentite, per quindici storie (tutte illustrate) molto letterarie e sperimentali, appartenenti ad un genere ancora in fasce, che non era ancora codificato ed era appannaggio di pochi.
Se questa antologia avesse avuto la meritata diffusione internazionale, quello che oggi chiamiamo steampunk sarebbe probabilmente molto diverso, e probabilmente più eccitante.
Il primo libro che io abbia letto in francese, acquistato alla Fnac di Nizza durante una vacanza. Ormai introvabile anche su eBay, o così mi dicono – peccato.
Una lettura necessaria per poter dire “sono stato steampunk prima di te” a tutti i ragazzini arroganti che pensano di saperla lunga.
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Raymond Chandler’s Philip Marlowe, A Centennial Celebration
(1988, Knopf/1999, ibooks)
Antologia di storie scritte ad hoc per celebrare il centenario della nascita di Raymond Chandler, la prima di questo genere in un panorama letterario ancora piuttosto ingessato.
22 giallisti scrivono altrettanti racconti con Marlowe come protagonista, riuscendo a portare il proprio stile ed i propri temi tipici nelle atmosfere e nel linguaggio chandleriano.
L’antologia è rispettosissima dell’opera di Chandler, e si suddivide per periodi storici, mostrandoci Marlowe in momenti diversi della sua carriera.
Fra gli autori notevoli, Max Allan Collins, John Lutz, Stuart Kaminsky, Robert Crais, Eric van Lustbader, James Grady, Sarah Peretsky, Paco Ignacio Taibo II.
Robert B. Parker funge da editor.
Assolutamente eccellente, non sfigura affatto a fianco dei volumi del Maestro.

E un outsider (e che outsider!)…

I quattro volumoni pubblicati da Fanucci a metà anni ‘90 a titolo Weird Tales, parte della collana Enciclopedia della Fantascienza.http://www.fantascienza.com/catalogo/Cov/04/04117.jpg
Operazione insolita e non perfettamente riuscita ma comunque memorabile.
I primi due volumi – Weird TalesAncora Weird Tales – remixano i due omologhi curati da Peter Haining per Sphere Books, allineando una selezione peraltro valida di racconti tratti dalla storica rivista Pulp. I due volumi conclusivi – Sempre Weird Tales e Di Nuovo Weird Tales – sono invece farina del sacco dello staff editoriale di Fanucci capitanato da Gianni Pilo, assemblati alla svelta ma con competenza per dare ancora e di più ai lettori affamati di Weird Tales (Fanucci avrebbe finito per pubblicare anche 24 volumetti di racconti presi da WT).
Il risultato è notevole e – se si sorvola sull’idea barbina di affiancare autori italiani contemporanei ai vecchi leoni di Weird Tales, e la qualità della stampa a volte incerta – i quattro tomi rappresentano una solida campionatura del genere di cose normalmente pubblicate dalla rivista che fece da casa a Howard, Lovecraft, Smith e molti altri.
I quattro volumi sono illustrati (riproduzioni di copertine e di immagini interne) e con ampie annotazioni.
La dimostrazione che si può mungere spudoratamente il pubblico pur dandogli in pasto materiale di ottima qualità.

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Scottature

13 Luglio 2009 Davide 5 commenti

Avrei voluto intitolare questo post “Il peggior libro letto negli ultimi trent’anni”, ma sarebbe stato dargli troppa importanza.
Ho citato en-passant Bimbos of the Death Sun sul blog di Fulvio Gatti.
Poiché mi rendo conto che si trattadi una citazione quantomai criptica, passo ora a spiegarla.
Il volume – comparso nell’ormai lontano 1988 – si trova ancora, usato, su Amazon.com per un centesimo di dollaro, e vale la pena di possederne una copia, visto che nelle 224 pagine del volumetto, l’autrice Sharyn McCrumb (oggi rispettata giallista nel mercato dei paperback) riesce a mettere tutti i possibili errori che un narratore potrebbe commettere.
E ci ha pure vinto un premio Edgar.

Ipoteticamente un romanzo poliziesco, Bimbos è ambientato ad una convention di appassionati di fantascienza e fantasy.
Qui, uno sprovveduto ingegnere informatico che ha pubblicato un romanzo di fantascienza sotto pseudonimo si ritrova ad indagare, con l’aiuto di un’amica, sull’omicidio di un odiosissimo ospite d’onore in odore di plagio. Per risolvere il caso, verrà organizzata una partita di Dungeons & Dragons nella quale il colpevole sarà obbligato a rivelarsi.

Che buttata lì così non sarebbe neanche male, come idea, no?
Peccato che sorgano due problemi terminali, probabilmente legati strettamente l’uno all’altro.
Primo problema, l’autrice decide di fare di questo romanzo un romanzo umoristico.
Secondo problema, l’autrice ha palesemente un conto aperto con il fandom (nella prefazione ammette che l’ex-marito era un wargamer).

Ecco allora che il romanzo si popola di tutti i cliché noti a chi frequenta l’ambiente:

  • i fan di fantascienza e fantasy, tutti monoliticamente quattr’occhi brutti, sporchi, sovrappeso, brufolosi e con i denti storti; ed ovviamente vergini
  • le ragazze, tutte uniformemente gotiche obese e prepotenti, che cercano disperatamente una gratificazione sessuale di qualsiasi genere
  • gli scrittori di fantascienza tutti semi-illetterati, perseguitati dalla vergogna,  che invidiano profondamente “i veri scrittori”
  • i giocatori di ruolo completamente alienati
  • i wargamer fascistoidi e militaristi, con un’ossessione quasi sessuale per le armi
  • i collezionisti avidi e infantili
  • gli informatici incapaci di comprendere le emozioni umane e impacciati se allontanati dal loro hardware.

Sulla galleria di personaggi francamente turpi – e in ultima analisi indistinti, poiché tutti uguali -  giganteggia solo la protagonista femminile, Marion, palesemente una idealizzazione dell’autrice medesima: capitata per caso alla convention, Marion è docente di letterature comparate, naturalmente strafiga, elegantissima e con una vita sociale gratificante e intensa – a differenza (già, ve l’aspettavate, eh?) di tutti quegli sfigati che leggono fantascienza.
A pagina tre già ci pare odiosa.
Dopo cento pagine ci domandiamo perché il killer non abbia ammazzato lei.

La caratterizzazione pietosa sarebbe già di per se un peccato inammissibile.
Il protagonista maschile, il tipo in camicia di flanella che arrossisce se una donna gli rivolge la parola e pensa in termini di baud e bitrate, si chiama James Owen Mega – ma pubblica SF con lo pseudonimo di Jay Omega.
Sottile, eh?
Il fatto che il protagonista abbia un nome scemo è probabilmente una delle ragioni per cui il romanzo, decorato da un premio importante e pubblicato da un editore specializzato in lunghe serie, ebbe un solo sequel.

Ma le cose si complicano ulteriormente quando andiamo a leggere col cervello acceso la storia della McCrumb.
Che confonde hardware e software, ripetutamente, e non ha chiaramenteidea di come funzioni un computer.
Che sembra convinta che per giocare a D&D ci si debba mettere in costume, e consultare la biblioteca per capire da quale opera sia tratta la trama che si sta giocando.
Che sembra convinta che esista un rapporto causale diretto fra obesità e passione per il fantastico (dimagrite, e comincerete a leggere “vera letteratura”).
Che confonde il folk (genere musicale mainstream) con il filk (genere musicale parodistico, esclusivo del fandom).

La scrittura è trasandata – personaggi che mai si sono visti prima si chiamano per nome, altri devono essere convinti con lunghi spiegoni della validità dell’ipotesi che loro per primi hanno presentato.
Il punto di vista sbandiera, e spesso non si capisce attraverso gli occhi di chi noi si stia assistendo ad una scena.

E non riesce a far ridere.
La McCrumb ci prova, ma c’è troppa amarezza, nelle sue battute, troppo astio represso troppo a lungo, per poter dare vita a dell’autentico umorismo.
Il risultato è stato definito da alcuni lettori benevoli come “bitter and nasty”.
È qui che mi ricollego al post sul blog di Fulvio, per ribadire che la parodia è impossibile senza una conoscenza ed una passione profonde per l’oggetto dellanostra parodia.

Anche l’idea che dà il titolo al libro alla fine cortocircuita – J.O. Mega ha scritto un romanzo di hard SF su un fenomeno magnetico che ha scoperto lavorando sui computer (!), e che legherebbe le macchie solari a certi malfunzionamenti dell’hardware (!!!), si è poi visto pubblicare il romanzo con il titolo Bimbos of the Death Sun da un editore in cerca di facili vendite.
Fra le altre cose, quindi, la McCrumb pare convinta che la fantascienza sia un modo per contrabbandare al pubblico scoperte scientifiche troppo marginali per meritare una pubblicazione accademica.
Siamo appena in fondo al primo capitolo.
Da qui in poi, è tutta discesa.
In capo a due pagine, l’identità dell’omicida ci verrà “telefonata” dalla narrazione.
E resteremo soli, con l’amarezza di una donna alla quale il marito, presumibilmente, ha preferito i soldatini di piombo.

C’è qualcosa di buono in questo libro, a parte la sua involontaria natura didattica?
Probabilmente che si legge in fretta.
E che poi, ributtato in rete, potrebbe fruttarvi un centesimo.
Che è infinitamente di più di quel che vale.

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Gabriel Hunt

1 Giugno 2009 Davide 4 commenti

È nota e documentata la mia simpatia per il genere pulp.
Non quello di Tarantino, quello delle vecchie riviste.
Avventura.
Thriller.
Poliziesco hard boiled.
Fantastico in tutte le salse.

Dopo aver fondato la Hard Case Crime, piccola ma agguerritissima casa editrice specializzata in thriller hard-boiled (pubblica sia novità che ristampe di introvabili), Charles Ardai, uno dei pochi ad essere uscito indenne dal disastro della web-economy, lancia ora la serie di romanzi di azione/avventura dedicati alle imprese di Gabriel Hunt – muscolare esploratore ed avventuriero sempre pronto a cacciarsi in una nuova avventura.

Si tratta di narrativa popolare al suo livello più basilare – un eroe non troppo complicato, un mistero sufficientemente eccentrico, uno sfondo storico ben documentato, un paio di location esotiche, 226 pagine belle tirate, senza momenti di stanca, senza troppe elucubrazioni.
La prosa non riserva grandi sorprese, ed è quanto di più lineare e diretto si possa immaginare.
Chi legge Hunt non si aspetta un capolavoro della letteratura d’immaginazione o il Grande Romanzo Americano, ma semplicemente un sano intrattenimento per un paio d’ore.
E le aspettative sono abbondantemente soddisfatte.
Pubblicati tutti sotto lo pseudonimo di Gabriel Hunt, i romanzi della serie sono affidati ad autori ben collaudati.
Il primo titolo – Hunt at the Well of Eternity – scaturisce dalla penna di James Reasoner, titolato autore di divulgazione storica e di narrativa poliziesca e western, ed è un competente lavoro d’intrattenimento, non privo di una certa ironia.
I prossimi titoli vedranno allavoro Ray Benson (già autore dei nuovi romanzi di 007, nel bene e nel male), Christa Faust (autrice horror e thriller con alcuni premi all’attivo), David J, Schow (Il Corvo, Nightmare) e svariati altri.

Si tratta chiaramente di narrativa fatta in batteria – Ardai ha creato probabilmente una “Bibbia” della serie, con le regole che gli autori dovranno seguire e due liste – una di elementi che non possono mancaree l’altra di elementi da evitare – e poi avrà dato mano più o meno libera ai suoi complici.
Eppure, se da una parte il lettore rabbrividisce all’idea di narrativa fatta in catena di montaggio, dall’altra è vero che scrivere all’interno di una struttura rigida, con limiti ben demarcati, può essere il tipo di sfida che tira fuori il meglio di un narratore.

Ora mi si dirà che Dumas era meglio, certo.
Salgari.
Burroughs.
Sabatini.
E vorrei anche vedere!
Indubbiamente questa è la versione light – ma ben venga, in questi tempi di magra, la versione light; perché non si può cenare tutte le sere nel miglior ristorante della città, e a volte è bene aggiustarsi con due uova al tegamino fattein casa.
I romanzi di Gabriel Hunt sono basso intrattenimento, e come tali vengono venduti.
L’importante è che i romanzi di Hunt non diventino l’unica lettura, l’unica offerta del mercato.
Cosa che tuttavia nel panorama anglosassone – già affollato da molte altre serie – non pò accadere.
In quello nostrano…
Ma quando mai lo tradurranno da noi, Gabriel Hunt?

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Nero in francese senza parole

6 Maggio 2009 Davide Lascia un commento

Uno strascico molto personale della faccenda del noir, e non solo…

Anche, un personale ringraziamento ad alcuni frequentatori assidui e intelligenti di questo blog – voi sapete chi siete.

E per Enzo Baranelli, che credo apprezzerà, perché ama la buona musica, ed ha appena piazzato sul suo blog un post perfetto ed essenziale nella sua semplicità.
Andate a leggerlo.

Ciascuno di noi vede una diversa sfumatura del nero.

Ma ora chiudiamo gli occhi ed ascoltiamo la musica…

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Nero in francese

28 Aprile 2009 Davide 8 commenti

Si è finiti a parlare di noir, sul blog di Elvezio Sciallis.
La provocazione è stata un lungo e ben documentato articolo sul (New) Southern Gothic – l’orrore e il fantasy urbano ambientato fra le brume e gli acquitrini del sud degli Stati Uniti.
Le parentesi sono mie, perché credo che – letterariamente se non filmicamente – il gotico meridionale abbia antenati piuttosto antichi.
New Southern Gothic.
Louisiana, Florida…
New Orleans, certo, ma anche e soprattutto Savannah, per salire sù fino alla Baltimora di Homicide – Life on the Streets, la più sudista delle città del nord – che si schierò dalla parte del grigio durante la guerra di secessione, popolata di schiavisti ed abolizionisti in uguale misura.
Non starò qui ad espandere sulla natura del New Southern Gothic.
Leggete l’articolo di Malpertuis.
Ma è partendo da quell’articolo che si è finiti a parlare di noir.

Mi piace il noir.

E così…
Pork chop express.
Fuori piove, la città dorme…

Noir è il nome che i critici francesi diedero al lavoro fatto da registi tedeschi nell’America a cavallo del Secondo Conflitto mondiale.
Cocktail pericoloso – Francia, Germania, America.
Cos’è, di fatto, il noir….
Scordatevi per un attimo il martellamento mediatico, che ha voluto chiamare noir tutto il poliziesco, dal Commissario Rex all’Ispettore Derrik passando per il Tenente Colombo, da Sherlock Holmes all’Ispettore Gadgett, dando dignità di auteur a squallidi pennivendoli, popolando le nostre librerie di investigatori privati di dozzina e fammes fatales d’accatto.
Il noir, quello vero, quello di cui parliamo noi che parliamo poco di noir, perché il silenzio a volte dice di più delle chiacchiere della stampa… il noir, dicevamo, ha delle regole.
Non delle semplici regole.
Non delle simpatiche regole.
Ma delle regole inflessibili.
Cito dal fondamentale A Girl and a Gun, di David N. Meyer, leggendaria piccola guida per il collezionista di noir in DVD…

Nessuna buona azione andrà impunita.
Un semplice atto di gentilezza è la garanzia per il disastro – il principio è “ognun per sé e Dio per tutti”, ma forse Dio non esiste.

Un atteggiamento ironico e distaccato è l’unico rifugio.
Il protagonista del noir finge che gli eventi non lo tocchino – ci scherza sù, reprimendo i propri reali sentimenti. Rinunciare al distacco ironico è un primo passo verso il disastro (vedi punto precedente).

Il crimine non paga, ma la vita normale è una camicia di forza esistenziale/esperienziale.
Ciò che spinge l’individuo al crimine è la letale banalità della vita di tutti i giorni. Qualsiasi cambiamento, anche il più letale, è preferibile alla mediocrità infinita di un lavoro dalle nove alle cinque.

Il carattere determina il destino.
Non si sfugge alla propria vera natura – chi è vittima morirà vittima, per quanto abbia cercato di sollevarsi al di sopra della massa.
E la nostra vera natura la scopriamo ovviamente nel peggior momento possibile.

Anche se l’amore può sembrare l’unico aspetto della vita umana che garantisca una redenzione, non è così.
Non c’è amore che non venga tradito.

Le vuote gratificazioni contano qualcosa.
Denaro, violenza, vendetta o sesso a buon mercato causano una momentanea esilarazione, ma hanno un prezzo. Chi è disposto a pagare il prezzo rimane libero – ma diventa schiavo dei propri desideri.

L’alienazione è l’unica regola.
Il protagonista del noir è alienato dalla società, da se stesso, e da tutto ciò che lo circonda.
Si sente fuori posto.
E magari gli piace.

Questo, contenutisticamente.
Formalmente, il noir cinematografico deve il suo look alla sensibilità surrealista importata dalla Germania oltre che, probabilmente, a scelte circostanziali strettamente dettate da questioni di budget.
Molto film noir è B movie – girato di notte in teatri di posa occupati durante il giorno da produzioni più importanti, illuminato con due soli proiettori, con la necessità di tenere le persiane abbassate in ogni stanza per evitare che si veda fuori il set dei film con Tom Mix illuminato dalla luna, con le ombre disposte ad arte per mascherare l’arredamento inadeguato.
L’arte di arrangiarsi dei cineasti dell’epoca d’oro di Hollywood e le scelte di regia e montaggio di autori informati dalla scuola di Murnau e compagni si combinano per creare un mondo fatto di uffici male illuminati, night club fumosi, strade lavate dalla pioggia, automobili ferme sul ciglio di strade poco battute.http://www.overlookpress.com/cover/NoirStyleSm.JPG
Ci sono prop immancabili in un buon noir.
Lo specchio, ad esempio, continuo riferimento allo sdoppiamento che molti protagonisti del noir vivono.
L’orologio, a indicare il trascorrere inesorabile del tempo, che fugge.
Silver & Ursini, che sul noir hanno pubblicato migliaia di pagine, hanno creato con The Noir Style l’archivio definitivo di tutti gli elementi visuali del genere – dall’abbigliamento femminile ai corridoi in penombra.

È qui che con un minimo di onestà intellettuale non si può negare che il noir non sia una istanza del fantastico.
Un cupissimo fantasy urbano, ambientato in un mondo nel quale il sole non sorge mai, se non per i corrotti, nel quale la pioggia è martellante, nel quale tutte le luci sono crudeli nella loro freddezza, nel loro delineare le sagome umane che si inseguono sullo schermo.
Un mondo nel quale le donne sono tutte bellissime e corrotte o corruttibili, o irraggiungibili nella loro purezza, al di là di quello specchio deformante che è la realtà.
Un mondo nel quale tutto ha un prezzo, e pochi se lo possono permettere.
Moltissimo noir è, di fatto, un incubo.
Un incubo nel quale le promesse del dopoguerra sono gravate, distorte e corrotte dall’incombere della Bomba come male assoluto, annichilimento totale – come osserva acutamente il poeta Nicholas Christopher nel suo classico studio Somewhere in the Night: Film Noir and the American City.
Come nell’orrore narrato da Fritz Leiber (Fantasma di Fumo, La Ragazza dagli Occhi Famelici, Ombre del Male) la città ha generato i suoi mostri, i suoi spettri – plasmati della sostanza della città, sospinti da vibrazioni Freudiane.
Il noir – quello vero, non quello che vi spacciano ora i nostri editori furbetti – è una lunga seduta psicanalitica che tenta di sviscerare gli orrori nell’inconscio dell’america del dopoguerra.
I critici francesi lo vedono, ne riconoscono una unità stilistica – probabilmente non cercata e non voluta – e gli trovano una eccellente etichetta.
Noir.
Black in francese.

Una volta codificato dalla critica, ma forse ancor prima, una volta penetrato nel linguaggio cinematografico degli studios, il noir diventa anche una modalità – posso girare dei western noir (Johnny Guitar), delle commedie sofisticate noir (Il Grande Sonno, di Hawks), il noir esotico (The Shanghai Gesture, To Have and to Have Not), il noir filosofico (The Razor’s Edge), la fantascienza noir (Blade Runner, Dark City), la farsa noir (La Famiglia Addams, serie TV).
Mi basta applicare le regole al nuovo setting.

Esiste poi un noir francese – costruito a partire dalle codifiche americane ma adattato al carattere nazionale della Francia deglia anni ‘50-’60, e che è forse meno onirico, meno fantastico.

review-becker.jpgCon gli anni ‘60 e ‘70, mentre in Europa il colossale Lino Ventura si scava una nicchia permanente come avatara del noir francese, il noir americano avvizzisce e muore negli Stati Uniti – ma la sua estetica è percolata abbondantemente in una quantità di prodotti diversi – primo fra tutti l’orrore meno selvaggiamente aggressivo e più telefonato.
The Haunting, di Robert Wise (scordatevi il remake di De Bont, per pietà) è un eccellente noir a tema spiritico, e costituisce un template che un buon regista alle prime armi farebbe bene a tenere decisamente presente per un’opera prima.
Ma anche nei film citati nell’articolo di Malpertuis – che non sono popolati di cadaveri sbrindellati e vampire discinte, ma insinuano la paura con l’atmosfera, e il ritratto di quello che è un mondo fantastico – il putrido sud del Southern Gothic, appunto.
C’è molto noir – e molto Southern Gothic – in quel Wild Wild West (Will Smith astenersi, grazie), serie televisiva che è anche un fondamentale proto-steampunk – tutti gli episodi si intitolano “Night of…”, e molti sono popolati di spettri della Secessione, nani grotteschi, creature surreali e dame del Sud…

Ricompare, il noir, negli anni ‘80.
Neon colorati che si riflettono sull’asfalto bagnato.
Donne in abiti oltraggiosi.
Locali di infimo ordine.
E il crimine.
Il mondo della finanza rampante e predace.
La difficoltà crescente di distinguere i manager dai criminali.
Il generale senso di disillusione.
Lo chiamano neo-noir, grazie al cielo, e non noirpunk o qalche altra simile baggianata.
Sono gli anni della Nuova Guerra Fredda, gli anni di Reagan e Thatcher.
La Bomba torna a incombere, ad esacerbare le promesse positiviste della decade precedente – con l’uomo nello spazio, le stazioni sottomarine, il futuro così brillante che dobbiamo metterci i Ray Ban.
Capricorn One – noir sui generis che avvierà le teorie cospirative sul mancato allunaggio dell’Apollo – esce nel 1978 gettando una ombra lunga sulla più grande impresa compiuta dall’uomo.
Una nuova generazione di reduci disillusi torna a battere le strade dell’America in cerca della verità e della giustizia per venticinque dollari al giorno più le spese.
Una volta tornavano dal Pacifico o dall’Europa liberata, ora tornano dal Vietnam.
Diverso il modulo, uguale l’intensità dell’alienazione.
Il delirante RepoMan ridefinisce il genere sbeffeggiandolo – e citandolo abbondantissimamente – creando un’America così generica che i prodotti commerciali (esiste qualcosa di più americano?) hanno etichette indefinite.
E quanto noir c’era in First Blood di David Morrell che i produttori di Rambo decisero di cassare, capovolgendo l’intero messaggio della narrativa!

E così arriviamo ad oggi – e ad una critica che definisce noir tutto ciò che non riescono a definire pulp.
Ma non fatemi ridere.
Concedetevi dieci minuti di consapevolezza, e fate un giro in videoteca.
Ciascuno di noi ha i suoi preferiti.
Io vi consiglio The Big Heat, con Glenn Ford, un Lee Marvin cattivissimo e deviato ed una splendida, splendida Gloria Grahame.
Night and the Ciy, con Richard Widmark nei panni del topo in trappola e una Jane Tierney dalla bellezza glaciale (l’abbraccio fotografato qui a fianco basta da solo a definire due alienazioni contigue), curioso noir americano ambientato a Londra, costruito sul doppio straniamento del protagonista, personaggio marginale e sacrificabile.
Kiss Me Deadly, da un romanzaccio di Mickey Spillane, delirante e incomprensibile, surreale e patologico nella sua rappresentazione della meschinità umana.
E poi se riuscite a trovarlo, High Sierra, con Bogart e Ida Lupino – una crime story che sembra un westren, girata nei luoghi del western; una storia in cui tutto è corruttibile, e strane premonizioni garantiscono una dimensione fantastica al racconto.
Anche se il trailer lascia molto a desiderare…

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Autori alla gogna

23 Aprile 2009 Davide Lascia un commento

Ricevo la notizia e la giro con piacere al mondo.
http://massimosoumare.files.wordpress.com/2009/02/fatamorgana-12-small.jpg
Lunedì 18 Maggio 2009, alle ore 18, presso la libreria Shaharazad di Via Madama Cristina 41 (Torino) si terrà la presentazione del dodicesimo volume dell’antologia Fata Morgana, CS Libri.

Per chi se la fosse persa, Fata Morgana è l’antologia annuale e trasversale di CS Libri – annuale perché esce una volta all’anno, trasversale perché non si fa scrupolo di pubblicare fianco a fianco narrativa di genere e mainstream, pulp e minimalismo, transavanguardia e metanarrativa.
Insomma, basta che sia valido, Fata Morgana lo pubblica.

Recentemente il volume 12 è stato calorosamente accolto in Cina.
La sera di lunedì 18 maggio cercheremo di scoprire perché.

Sono tutti invitati, per poter osservare gli autori nel loro ambiente naturale (o in una riproduzione artificiale del medesimo), rivolgere loro domande imbarazzanti e in generale farsi quattro risate.

Siateci!

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Aiutate chi si affanna

20 Aprile 2009 Davide 2 commenti

Chiamata alle armi sul sito Malpertuis.
yog-sothothStando ad Elvezio Sciallis, osservatore attento del fenomeno, un’ondata di orrore da pochi soldi si prepara ad abbattersi su di noi, complice la popolarità del genere nei momenti di crisi, alcuni recenti successi di botteghino al cinema e in libreria, e la tendenza a riciclarsi di certi nomi “ad elevata persistenza” nel nostro panorama letterario popolare.

Li conoscete: hanno fatto i giallisti di professione, cavoli, il noir, ragazzi, era la lente attraverso cui sbirciare e riflettere sui cambiamenti della realtà, wow!
Alcuni hanno bazzicato anche nella fantascienza, certi, chissà, si scopriranno anche grandi cantori del fantasy. Figurarsi se, non appena annuseranno il potenziale, non spergiureranno che l’horror è sempre stato il loro genere, che loro “sono nati horror”, capite?

Il rischio, come davanti a tutte le inflazioni, è che il pattume nasconda ciò che di buono è stato fatto e viene fatto nel nostro paese.

E sforneranno un immane mare di cazzate, di romanzi di merda scopiazzati e ispirati dalla generale idea che hanno loro di horror.
Andrà già bene se questi mercenari avranno letto due robe di King e due di Lovecrat. I più audaci, madò, avranno anche letto Barker…

Se il fantastico nel nostro paese è polverizzato e spalmato su un amplissimo spettro, diviso da faziosità e parrochialismi, odi privati e pubblici e la solita, insopportabile abitudine italiana di etichettare politicamente tutto – per cui “non darò spazio all’antologia curata da XXXXXX nel mio programma radiofonico, perché XXXXXX è un comunista/fascista/anarchico/vegetariano/tifoso della Provercelli
Se il fantastico italiano soffre di tutti questi vizi, dicevamo, l’orrore sovrannaturale, che del fantastico è provincia, non naviga in acque migliori.

Ma davanti all’avanzare della marea nera, è forse il caso di mettere da parte certe sciocchezze e organizzarsi.

Arona, leggerete domani, pone l’accento sulla mancanza di unione, di coesione, di collaborazione e interscambio fra autori, editori, fan, siti e chi più ne ha più ne metta.
Manchiamo di una scena.

Amen.

Invito tutti i miei lettori a fare un salto sul sito di Malpertuis, e dare un’occhiata al nucleo che Elvezio ha creato, ed attorno al quale qualcosa di solito potrebbe sorgere.

Una pagina, listata nel menù generale qui a destra, che raccolga i link più importanti nel campo dell’horror italico. Mettendo da parte sia ogni considerazione utilitaristica (un link in cambio di un link) sia ogni mia valutazione qualitativa sull’operato di alcuni siti e persone. Questo non andrà a modificare la mia sezione link vera e propria, ovviamente.

Se potete, contribuite.
Magari non domani, ma nei prossimi giorni, o mesi.

Negli Stati Uniti, la Horror Writers Association è nata su premesse ben più labili.
Ora resta solo da vedere se i frequentatori del fantastico, e dell’orrore in particolare, nel nostro paese sono degli intelligenti creatori e fruitori di arte e intrattenimento, o la solita accozzaglia di patetici minchioni isolazionisti.

La palla è in campo.
Tocca giocare.

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Tutta Colpa di Poe?

14 Novembre 2008 Davide 3 commenti

Questo è un post strano, con un sacco di parenti.
nasce infatti da una lunga chiacchierata fatta stamani con l’amico Massimo Soumaré, da un recente post del blog di Elvezio Sciallis, dalla necessità di mettere insieme qualcosa di dignitoso per il prossimo LN alla voce “Storia Naturale del Fantastico”, da una generale insoddisfazione verso l’editoria nostrana – che ora può usare la crisi come alibi, ma latita in effetti da decenni.

Per dare fuoco alle polveri, stralciamo un brano dal post incriminato di Sciallis

Il resto dell’Europa ci mangia gli spaghetti horror in testa e noi stiamo ancora a masturbarci fra fan di Dario Argento e a tremare di emozione ogni volta che Bava o qualche inetto del genere filma l’ennesima cazzata.
[...]
E non è, ahimè, questione di mancanza di fondi, di ingerenza dei produttori televisivi che
cercano altri prodotti e tante altre belle scuse.
È semplicemente questione di una terribile mancanza di idee che parte dal basso e inevitabilmente si riverbera ovunque.
Non abbiamo uno straccio di scrittore degno di nota nel campo, i
cortometraggi sfornati dal nostro circuito indipendente fanno letteralmente schifo rispetto a quelli di troppi altri Paesi, abbiamo una critica che non ha le basi culturali per poter parlare di cinema horror, le riviste specializzate fanno o hanno fatto ridere i polli…

Una visione piuttosto drastica e radicale.
Corretta?
A grandi linee credo di sì.
Non frequento tanto assiduamente il cinema dell’orrore da poter elaborare la tesi di Sciallis, ma una panoramica della carta stampata sembra indicare una situazione simile.
Francesi, tedeschi e spagnoli – per non parlare sempre dei soliti anglosassoni – ci surclassano come produzione orrifica letteraria, tanto per quantità quanto, ahimé, per qualità.
E non è che la qualità in Italia manchi del tutto – semplicemente chi è bravo stenta ad emergere.

Storia vecchia, si dirà.
Ma di recente una nuova tendenza è emersa con una certa prepotenza – tanti, tantissimi, sono i giallisti chesi riciclanocome fornitori diletteratura orrifica.
Spesso con effetti meno che felici, e risultati di vendita spaventosi – come una major nazionale ha scoperto con una recente antologia di “fantastico” affidata a scrittori che normalmente si fiscalizzano come giallisti, o – tutta da ridere – autori di noir.

Non bastano nomi zeppi di consonanti alla Lovecraft, località e personaggi con nomi che terminano in -aen alla celtica, una motosega, una maschera da hockey o una lapide nella nebbia per fare dell’orrore.
Non basta aver visto un paio di vecchi film Hammer per conoscere i meccanismi del genere.
E tuttavia queste persone, e coloro che commissionano loro i racconti, mostrano – al di là della solita questione degli amici degli amici e del nepotismo – una evidente convinzione: che scrivere narrativa orrifica sia facile, e che chiunque sia in grado di mettere in piedi un impianto poliziesco decente sarà anche in grado di scrivere una buona storia di paura.

Il che ovviamente è una baggianata.http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/2/27/Edgar_Allan_Poe_2.jpg/479px-Edgar_Allan_Poe_2.jpg

La colpa dello svarione va forse ricercata nella buonanima di Edgar Allan Poe, padre putativo tanto del genere orrifico quanto di quello poliziesco. Un osservatore superficiale potrebeb sentirsi autorizzato a credere che una storia dell’orrore sia in fondo solo un giallo nel quale l’assassino ha una origine edei mezzi sovrannaturali.

Ed a peggiorare la faccenda ci si mettono i critici cinematografici stranieri, che daanni usano “Giallo” per indicare l’orrore cinematografico prodotto dall’Argento dei tempi migliori o da Mario Bava.

Il problema è che, ovviamente, giallo, nero ed orrore, seppure apparentati, hanno meccaniche differenti, differenti antenati letterari, giocano su effetti differenti.
Basterebbe considerare come il poliziesco sia il genere della razionalità assoluta, e compararlo all’irruzione dell’irrazionale nella realtà che caratterizza tanto horror per vedere che stiamoparlando di treni diversi, su diversi binari, diretti in paesi differenti.

Qui, naturalmente, il buon Massimo Soumaré mi fa notare che i”suoi” giapponesi sono capaci di passare da un genere all’altro senza scombinare le carte, e lo stesso potrei dire di autori di altre nazionalità, e anche di pochi italiani che ho il piacere di leggere e conoscere (ed alcuni dei quali compaiono sulla ormai famigerata “Antologia che non voleva morire”).
In realtà non c’è nulla di strano.
Si tratta semplicemente di autori, mi si passi il termine, maturi.
Autori che non sottovalutano né il pubblico, né il genere.
Autori che – come l’ultimo dei fanboys – sanno quasi istintivamente che Auguste Dupin e Roderik Usher, pur nati dalla stessa penna, camminano in lande diverse, parlando lingue diverse, e non si potranno mai incontrare.

Non così gli improvvisatori, ansiosi di allargarsi ad una nuova nicchia o di compiacere l’editore che scuce la grana in barba al pubblico (credono loro) di pecoroni.
I risultati, ahimé, si vedono.

Un film perduto

5 Ottobre 2008 Davide 4 commenti

Così non li fanno più.
O forse non li hanno mai fatti.

Nelle mie peregrinazioni in cerca di un pezzo di cinema diverso dal solito e che non manchi di rispetto alla mia intelligenza, sono capitato su Zen Noir, girato da Marc Rosenbush nel 2004, pellicola che ha spazzolato una quantità di premi in un certo numero di festival del cinema indipendente, e che nessuno si è mai sognato di distribuire nelle nostre sale (o almeno così mi pare).

Considerando che il titolo da solo riunsce due dei miei (troppi) interessi extracurricolari, era destino che prima o poi finissi seduto davanti ad un televisore a guardare questo film.
E mi rallegra annunciare che non sono stati 71 minuti buttati.
Anzi.

La trama in breve: chi ha ucciso l’uomo dal capo rasato che suonava la campana?
Un detective “alla Marlowe” indaga su un misterioso omicidio in un tempio zen.
Riuscirà il nostro eroe a superare le proprie angosce esistenziali ed arisolvere il caso, considerando che già interrogare i sospetti è un’impresa apparentemente impossibile?

Il film è girato in digitale (in 12 giorni di riprese) fra scenografie ingannevolmente spoglie, con un uso sottile del colore.
Gli attori sono sconosciuti ed azzeccatissimi – dalla faccia stralunata del detective alla sinuosità della femme fatale dalla testa rasata, al misterioso monaco delle arance, sarebbe difficile immaginare qualcun’altro sulla scena.
La musica talvolta è invadente – specie sui voice-over del protagonista – ma miscela bene il jazz strascicato del noir e le suggestioni orientali, e contribuisce a rendere il prodotto, nella sua assoluta semplicità, qualcosa di superiore alla somma delle proprie parti.

È un peccato che il film non sia disponibile nelle nostre videoteche.
Così come è unpeccato che lo sceneggiatore, regista e produttore Marc Rosenbush non abbia apparentemente prodotto nient’altro per lo schermo (salvo due video-lettere presenti sul suo myspace), dedicandosi soprattutto al teatro.

Per i più curiosi, qui c’è il trailer…

Uno sporco mondo

20 Settembre 2008 Davide Lascia un commento

È con una punta di tristezza che apprendiamo che Greg Stolze (classe 1970), leggendario creatore di giochi e paladino delle forme alternative di retribuzione per gli autori, ha deciso di lasciare l’attività di freelancer.
L’uomo che ci ha dato – fra le altre cose – Unknown Armies, Godlike e l’eccellente Nemesis si muove verso altri lidi, e possiamo solo aspettare e vedere cosa ci proporrà in futuro.

Prima di lasciare il mondo dei battitori liberi, comunque, Stolze ha prodotto uno dei suoi lavori più interessanti – disponibile come .pdf o a stampa tramite il solito Lulu.com.
A Dirty World è un gioco che simula situazioni ed atmosfere del film noir, e ci riesce egregiamente.
Costruito su una completa ristrutturazione del One Roll Engine che sta alla base di gran parte dei lavori di Greg Stolze in campo ludico, il meccanismo di gioco è semplice, rapido, tutt’altro che banale.
Fedele alla sua pratica di autore/editore totale, Greg Stolze non ha solo sviluppato il gioco ma ne ha curato l’editing e la grafica, producendo un volumetto piacevole, che gioca sull’apparente contraddizione di potersi divertire giocando una storia cupa e disperata come vuole la tradizione del genere.

Con un cartellino del prezzo superiore ai 15 euro (inclusa la spedizione)per il volume a stampa, le 70 pagine di A Dirty World possono sembrare piuttosto costose – ma in media un gioco tradizionale viaggia ormai sui 40 euro, spesso senza possedere la qualità ed i contenuti di questo libricino.
Duro e problematico, basato su una filosofia ben precisa e impegnativa, A Dirty World si innesta nel filone di giochi resi possibili dall’innalzamento dell’età media dei giocatori di ruolo.
Poco adatto – probabilmente – ad una banda di quindicenni, potrebbe costituire una buona alternativa alle partite settimanali di una squadra di trentenni.
Eccellente.