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Archivio per la categoria ‘pork chop express’

Rimbambiti a puntate

27 Novembre 2009 Davide 11 commenti

Discussioni varie nelle ultime serate,e pork chop express di conseguenza.

Da dove comincio?
Un paio di sere or sono ho partecipato ad un evento culturale piuttosto pubblicizzato.
Si sarebbe chiacchierato di libri.
Si incontrano gli autori, gli editor, i traduttori, i semplici lettori assidui, i semplici presenzialisti, quelli che bighellonano per le strade del centro sotto le feste.
Si anticipava una sala gremita.http://img2.allposters.com/images/LLCPOD/DiscoGold.jpg
Risultato netto -. quattro persone, che prontamente riparano in un pub poco lontano, non appena il moderatore viene colto da una laringite galoppante e cancella l’evento sui due piedi.
Il deserto.
Non la prima volta che capita, in meno di una settimana.
Inquietante.

Dove saranno, ci si domanda – e non per la prima volta in sette giorni – gli attesi partecipanti all’evento?
Tutti assopiti al calduccio nelle rispettive baite, in attesa di affrontare le piste la mattina successiva?
Tutti in disco, a sbattersi al suono degli ultimi successi fino al sorgere del sole?
A disfarsi di mojito nel Quadrilatero Romano?

Io che notoriamente faccio una vita ritirata in fondo alla campagna, posso solo avanzare delle ipotesi alimentate da ciò che mi si racconta della vita frenetca dei cittadini…
No, mi dicono, la risposta è più semplice – sono a casa ad abbioccarsi davanti alla televisione.

Arrivano le birre e la pinta di gazzosa.
Forse ispirati dalla disponibilità di libagioni, i più mondani del nostro manipolo di coraggiosi mi fanno notare come, negli ultimi due anni, la vita si sia in un certo senso assopita.
Fino a due anni or sono, si usciva anche tre sere la settimana.
Nulla di stravagante – una serata al pub a bere e chiacchierare, un gelato nella bellastagione, quattro passi, magari un film il lunedì sera, che costa meno.
Ora si esce molto meno.
La crisi?
No, dicono.
Sono i gruppi di amici che si stanno sfaldando.
Saltano le vecchie cricche.
Persino alcune squadre di giocatori di ruolo si sono dissolte.
L’invito non è più “Vediamoci al solito posto, poi andiamo a farci una birra e a parlar male di Tolkien”, ma “Vieni a casa mia, ci beviamo qualcosa e guardiamo un paio di episodi di <inserire qui la serie che si preferisce>”.

Sono i telefilm.
Difficile interagire con i colleghi se non si è aggiornati sugli sviluppi di Weeds.
Difficile entrare nella chiacchierata fra amici la sera se non si è a conoscenza di cosa ci si debba aspettare dalla prossima stagione di Supernatural.
Senza un bel pacco di DVD di Dr House, The Mentalist o The L Word, senza Scrubs o Lost o Stargate (ma perché non traducono più i titoli?!), da poter scambiare, duplicare, contrattare si è tagliati fuori.
Ci vediamo domani sera così io ti do la quarta stagione di Battlestar Galactica e tu mi passi i due film di Babylon Five e i primi cinque episodi dell’ultima stagione di Sex and the City

Ora, c’è stato un tempo in cui lamentavamo l’inaccessibilità dei nostri telefilm preferiti.
La labilità della memoria, l’impossibilità di avere una copia de Il Prigioniero, o di Arsenio Lupin, o di Belfagor.
Alcuni trafficavano con scatoloni zeppi di videocassette.
Oggi quei titoli sono disponibili.
Li ho qui sul mio scaffale.
E se Georges Descriers rimane assolutamente straordinario nei panni del ladro gentiluono, i telefilm della vecchia serie richiedono una pazienza alla quale non siamo più abituati.
Belfagor, che mi causò notti insonni durante l’infanzia non mi terrorizza più – ne apprezzo altri aspetti, ma è lento, e verboso.
Lo stesso posso dire per Il Segno del Comando, altra pietra miliare del mio immaginario televisivo della giovinezza, oggi irrimediabilmente lento e noioso.
Solo Il Prigioniero è invecchiato bene.

Si tratta di pezzetti del mio passato.http://www.splashmovies.de/images/dvd_video_cover/2005b/jason_king_cover_klein.jpg
Credo che in futuro mi procurerò i DVD di Jason King – semplicemente perché ricordo con divertimento il personaggio ma non saprei delineare neppure molto alla larga la trama di un singolo episodio.
Sono curioso – e mi aspetto il peggio
Ma… Procurarmi tutti i DVD di Numb3rs?
Per quanto io abbia amato la serie, e me ne sia perso una fetta per impegni e sostanzialmente perché ho una vita al di fuori della TV, non significa che io senta il bisogno di possedere, scambiare, dibattere, sezionare e citare a memoria gli episodi del serial.
Ma conosco persone che lo fanno.

Guardano solo telefilm.
Parlano solo di telefilm.
Duplicano, scambiano, condividono solo telefilm.

E mi viene forte il dubbio – conoscendo e stimando queste persone – che con i telefilm e con il demenziale terrestre si sia riusciti a rincoppare l’ultima fetta di pubblico ancora vigile.
Dopo quelli che vivono di reality show.
Dopo quelli che vivono di partite di calcio.
Dopo quelli che vivono di documentari sull’Impero Romano, le Piramidi, i templari, i Maya e i leoni del Serengeti…

Spegnete la televisione.
Staccate la spina, accendete la luce, e cominciate a leggere un libro.

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Difensori dell’orticello

26 Novembre 2009 Davide 6 commenti

Si avvicina il Natale, siamo tutti più buoni.
Apriamo dunque questo pork chop express con una citazione che in un sol colpo coinvolge due blog (e due blogger) che rispetto moltissimo…

Proprio pochi minuti fa, tornato dal lavoro, stavo leggendo un post di Iguana Jo, su L’uomo che fissava le capre (film che mi ha divertito molto, btw) e il post si intitola “La gentilezza è rivoluzionaria”.

Ecco, ritengo che il momento preciso in cui questo sito è cambiato e ha cominciato a ingranare una marcia che mi piace molto è proprio quando alla fermezza, alla critica feroce e a certa irriverenza verso metodi e schermi abituali ho innestato (o perlomeno, ci provo) pazienza e gentilezza, cercando di rispondere sempre a tutti senza offendere.
Mi ha dato ottimi risultati, che prima non avevo e intendo continuare su questo binario.

Io vorrei partire da questo per fare un discorso un po’ diverso.

Negli ultimi mesi ho visto emergere sulla rete un comportamento che già mi aveva profondamente scosso quando lo avevo scoperto ad annidarsi fra i corridoi e le aule dell’accademia.
L’atteggiamento in questione, che viene spesso definito tattica della terra bruciata, si può agevolmente riassumere con le parole di un famoso docente universitario italiano:

Se qualcuno pubblica nel mio ambito di studio, io ho il dovere di distruggerlo.

Agghiacciante, eh?http://www.best-norman-rockwell-art.com/images/1921-06-04-The-Country-Gentleman-Norman-Rockwell-cover-Bully-Before-no-logo-400-Digimarc.jpg
E invece si tratta di una semplice procedura.

  1. Si definisce l’ambito all’interno del quale si desidera essere riconosciuti come autorità.
  2. Si delimita un perimetro e vi si pianta la propria bandiera – con pubblicazioni, conferenze pubbliche, un blog, una presenza martellante su forum…
  3. Ed a questo punto si attacca senza riserve e senza pietà chiunque abbia l’ardire di occuparsi dello stesso argomento.

Anche quelli che dicono di pensarla come noi.
Soprattutto quelli che dicono di pensarla come noi.
E affinché non ci siano dubbi: il docente citato qui sopra, stava parlando dei suoi ex studenti, gente che aveva aiutato (??) a laurearsi.

In campo accademico, questo atteggiamento è certamente co-responsabile dell’estesa necrosi che interessa il tessuto della ricerca nazionale: quando le autorità sono impegnate a silurare la concorrenza, quando pubblicazione significa umiliazione e dileggio, se il gatekeeping garantito dai processi di referaggio si trasforma in una forma di bullismo, non possiamo stupirci se le cose vanno come vanno.

Ora mi si dirà che mi son svegliato tardi, e che da tempo un simile atteggiamento è presente e vivacemente attivo nella blogsfera.
Posso crederci.
Di sicuro, ne ho avute alcune dimostrazione in tempi recenti e recentissimi.
L’impegno è a difendere il proprio orticello, sempre e comunque, spendendo per delegittimare “la concorrenza” energie che sarebbero meglio spese ad ampliare l’ambito di interesse, ad arricchire costruttivamente la discussione.
Lo scopo ultimo è quello di emergere come figura di culto all’interno di una sfera di adoratori, raccolti attorno al nostro personale solipsismo.
Quanto di più intellettualmente sterile si possa immaginare.

Eppure, vi diranno, cosa c’è di più importante del’apparire, dell’essere al centro dell’attenzione, dell’avere un sacco di lettori, di abbonati al feed, di adoratori…
Dopotutto, chi gestisce un blog, desidera essere letto.
Chiunque scriva, indipendentemente dal supporto, lo fa per essere letto.
Ma ciò significa forse che chiunque scriva un blog è implicitamente in competizione con tutti gli altri blogger?
E, ammesso che sia così, la competizione non può assumere alcuna altra forma se non quella della tattica della terra bruciata?

Il post citato in apertura sembrerebbe indicare che esiste una possibile alternativa che, fatta salva la competizione (per il tempo, per l’attenzione, per l’apprezzamento dei surfisti) lascia aperta la porta alla collaborazione ed alla crescita.
Questo, oppure Elvezio Sciallis ed Iguana Jo sono ormai soltanto due vecchi pantofolai caramellosi farciti di retorica da due lire, troppo in là con gli anni per il rock’n'roll.
Io preferisco credere alla prima.
E proverò ad operare secondo regole affini, se non proprio uguali – perché fa bene all’anima, oltre che alla blogsfera.

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Epocale

9 Novembre 2009 Davide 4 commenti

David Hasselhoff sostiene di essere stato lui, il responsabile.http://ecx.images-amazon.com/images/I/41Q1Z1VR9EL._SL500_AA240_.jpg
Circa un mese dopo la caduta del Muro, vedete, il buon David si arrampicò su un mozzicone di laterizio e intonò una canzone intitolata Looking for Freedom.
Che pare fosse parecchio popolare in entrambe le Germanie – un chiaro sintomo delle cose a venire(*).
O appena avvenute, considerando che Hasselhoff cantò la canzone dal Muro dopo la caduta del medesimo.
Comunque, lui dice di essere stato responsabile.
E vorrebbe una propria foto nel Museo del Muro, a Checkpoint Charlie.

Pork chop express, quindi, a tema storico.

Io francamente non ricordo dove mi trovassi o cosa stessi facendo la notte in cui cadde il Muro di Berlino.
Strano.
Ricordo dov’ero quando Neil Armstrong camminò sulla Luna – ero seduto sul pavimento del soggiorno a casa con i miei.
Ricordo dov’ero al momento dell’esplosione del Challenger – ero a casa di un compagno di scuola.
Ricordo dov’ero quando esplose la centrale di Cernobyl – ero a Ginevra.
E ricordo dov’ero quando crollò la prima delle due torri del World Trade Center – ero nella pasticceria Comba, a comprare la torta per il compleanno di mio fratello.
Ma della caduta del Muro… niente.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/5/58/BerlinGame.JPG
Per me, credo di averlo già detto, Berlino sarà sempre quella della guerra fredda, dei romanzi di Len Deighton, dell’agente Palmer, di Bernie Samson…
Grigia, piovosa, infestata di uomini in impermeabile.
La Berlino di oggi, quella dove mio fratello ha amici ed amiche, quella colorata e colorita, multietnica e a misura di giovane è troppo lontana dalle mie percezioni, dalle mie esperienze mediatiche.

Ne stano parlando – della caduta del Muro – in TV e per radio, con toni che mi insospettiscono.
Il 9 novembre 1989 cadde il Muro, ed il mondo non fu più lo stesso.
Indiscutibile.
Ma, meglio?
Discutiamone.

La caduta del Muro non portò pace e felicità al pianeta più di quanto avesse fatto in passato la caduta di Atlantide, della Torre di Babele o dell’Impero Romano.
Anzi – potremmo essere malvagi e revisionisti e sottolineare come la caduta del Muro abbia aperto un ventennio di diffusa, generalizzata e inesauribile guerra a bassa e media intensità.
Niente di globale, certo, niente di termonucleare.
Ma certo non perché ne manchi la volontà.
Guerre e sommosse popolari?
Ci sono.
Crisi economica rampante?
C’è.
Povertà inimmaginabile?
Presente e in buon ordine.
Epidemie?
Garantite.
La feroce, sistematica, spudorata sopraffazione dell’uomo sull’uomo?
Vorrete scherzare…

Ecco che il mondo, nella sua totalità, sembra arrivato finalmente dove da qualche anno mi trovo io a star seduto – e celebriamo con entusiasmo un evento che preannunciava grandi cose che poi non sono accadute.
Siamo stati tutti un po’ traditi.

Tenere in piedi il Muro avrebbe reso il mondo migliore?
Ne dubito.
La società, così come la storia, la fanno gli uomini, non le opere in muratura.http://static.rateyourmusic.com/album_images/760806211a5a7f51acfabd481d3a2f98/493716.jpg

(*) Ritengo un ben peggior presagio delle cose a venire il fatto che negli stessi anni la canzone più popolare in Unione Sovietica fosse Rasputin dei Boney M.
Nessuno ha mai approfondito questo legame fra storia ed hit parade, credo.
E dire che l’idea che la storia la facciano le canzoni l’ho sentita, la prima volta, da Leonard Cohen…

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Melancolia notturna

24 Ottobre 2009 Davide 9 commenti

Questo è uno strano post.
Strano a sufficienza da comparire su tutti i miei blog.
Chi frequenta strategie evolutive può classificarlo come pork chop express.
Chi frequenta Fra le Province riconoscerà in esso il compimento di qualcosa di previsto e preventivato.
Ed i lettori di Buji Zen spero avranno pazienza per questo sproloquio non richiesto.

Il fatto è che mi sento strano.
Oggi, dopo lunghe settimane durante le quali il tempo è parso accelerare, durante le quali il nervosismo è cresciuto e la pazienza si è fatta sempre più scarsa… oggi, dicevo, è l’ultimo giorno che io trascorro in questa casa.
La casa nella quale ho vissuto per quarantadue anni abbondanti.
Qui sono nato.
Qui sono cresciuto.
Qui ho giocato.
Ho studiato.
Ho lavorato.
Qui si sono concentrati tutti i piccoli e grandi drammi, i piccoli e grandi trionfi della mia vita fino ad oggi.
Fra queste pareti è morta mia madre.

Ed ora mi appresto a mettere ciò che resta della mia vita in una valigia, e ad andarmene.
E la faccenda della valigia non è metaforica, badate bene.
Domattina lascerò questa casa e mi sposterò ad Urbino, dove per una settimana parlerò di statistica a gente più intelligente di me (non è poi così difficile) e quindi, alla vigilia di Halloween, farò ritorno a casa.
Ma non a questa casa.
La valigia non è metaforica, quindi, è una robusta sacca da quaranta litri sulla quale intratterrò il pubblico in futuro.

Ed il distacco così netto e senza strascichi – senza il tempo di abituarmi all’idea, di saluatre ogni camera, ricordare ogni quadro ora rappresentato sulle pareti da un rettangolo chiaro, mi fa sentire strano.
Quanto c’è di me fra questi muri?
Quanto rischia di restare qui?
Io sono io, e quanto di me è costituito dalle cose che ho portato via, verso quell’altra casa?
E c’è qualche elemento che rimane indietro, che si perde nella corsa?
Le memorie svaniscono, le case vengono affittate ad altri.

Ho paura, perché è come se la mia vita dovesse finire – invece finisce solo una fase, giusto?
Giusto?

Ora, la vecchia faccenda dell’attaccamento è sempre la stessa – l’attaccamento porta dolore, non ci dobbiamo affezionare a beni materiali che hanno, a ben guardare, solo il significato che noi diamo loro.
O per dirla nella maniera ellittica degli orientali, Anche se è mezzanotte, l’alba è qui; anche se viene l’alba, è notte.
Bisogna lasciarsi alle spalle ciò che è, di fatto, un vincolo che ci trattiene lontano dall’illuminazione – capire che con questi oggetti o senza questi oggetti siamo comunque la stessa cosa.
Ma io mi sento ben poco illuminato, questa notte.
Ed è stato anche detto, dopotutto, Non essere parte di qualcosa significa essere niente.
Un bel match, fra Dogen e John Donne.

E questa specie di strana situazione per cui domani me ne andrò e non tornerò più mi riempie di malinconia, e di nostalgia per cose e persone che non vedo da anni – ma anche per persone che frequento da tempo e che continuerò a frequentare, l’unica differenza una maggior percorrenza in chilometri fra dove siedono loro e dove siedo io.
Una strana nostalgia senza scopo, di quelle che non si possono ammansire cercando vecchi amici su Facebook.

Chissà – forse è la sensazione che descriveva Douglas Adams, quando parlava del grido che ogni forma di vita davanti ad una crisi lancia verso il luogo in cui è nata.
Oppure sono semplicemente io che sono diventato troppo vecchio per questo genere di cose.
Almeno stanotte.
Ad attendere l’alba del primo giorno del resto della mia vita.

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Categories: Cat Blog, pork chop express Tag:

Blog Action Day – Infinitamente idioti

15 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

Vorrei fare un post per cercare di spiegare come i problemi ambientali attuali siano frutto di un approccio culturale, di una educazione, sbagliati, e non semplicemente del motore a scoppio o della pesca a strascico.
Sottolineare la connessione fra una certa cattiva educazione in toto e la situazione del nostro pianeta.

Oggi è il Blog Action Day.
A voi cinici bastardi là fuori naturalmente non interessa – voi siete troppo maledettamente blasé per preoccuparvi del fatto che lascerete ai vostri figli un mondo talmente malandato da non trovarci neppure più un cerino per accendersi il lumino sulla tomba.
Forza, ammettetelo, voi siete dannatamente superiori, e la sapete molto, molto più lunga di tutti gli altri.
Tanto per cominciare, quale che sia l’oggetto del contendere – il cambiamento climatico, la desertificazione di aree un tempo fertili, la diffusione a latitudini atipiche di malattie e parassiti che un tempo si trovavano solo nei libri di Salgari, il fatto che l’acqua potabile scarseggi sempre più e la poca che resta sia di proprietà privata di alcuni individui assolutamente spiacevoli, il fatto che ciò che avete mangiato oggi apranzo e vi hanno venduto per manzo fosse semplicemente “bovino adulto” e ci sono al mondo un sacco di bovini che voi non riconoscereste come tali neanche se vi inseguissero ma che avete mangiato con regolartità negli ultimi dieci anni scambiandoli per vacche, il fatto che nel tempo che avete impiegato a leggere questa pagina ed arrivare fin qui sia morto di stenti un neonato, e che nel tempo che impiegherete ad arrivare in fondo a questo post si sarà estinta una specie, animale o vegetale, che non conoscete, non avete mai visto e che dato il livello di educazione che la vostra scuola vi ha garantito, comunque, non riuscireste neppure ad immaginare…
Quale che sia l’oggetto del contendere, dicevamo, voi conoscete almeno una persona che ritiene certe cose importanti e che a voi sta clamorosamente antipatica, e quindi per riflesso, se lui dice bianco, voi dovete dire nero.
E quindi se Al Gore dice salviamo i pinguini, voi dovete assolutamente ordinare una seconda porzione di pinguino alla provenzale, anche se di fondo il pinguino alla provenzale vi fa abbastanza schifo, e le porzioni sono comunque piccole, ma che diavolo, piuttosto che fare come Al Gore… e che sia ben cotto, il pinguino!

Poi, naturalmente, c’è il fatto che molte delle prove riguardo alla progressiva degenerazione del sistema ambientale arrivano da scienziati e studiosi.
Ed a voi l’hanno inculcata nel cervellino fin da piccoli, l’equazione studioso = minchione.
Voi da ragazzini quelli che studiavano troppo li incantonavate, in gruppo, e li riempivate di botte.
Li sfottevate.
Poi copiavate i loro compiti o vi facevate passare i loro appunti, ma solo perché voi eravate talmente meglio che le cose che facevano quei fessi non le sapevate fare.
Voi giocavate bene a pallone.
E siete cresciuti con questa specie di crepa nel cervello, per cui non accettate l’idea che qualcuno possa dire a voi come stanno andando le cose, e cosa fare per frenare prima di schiantars sul muro.
Voi siete troppo in gamba per la vostra stessa sopravvivenza.

A meno che non foste voi quelli che venivano picchiati e dileggiati, e a questo punto state pensando che crepino, e posso capirvi, anche se non vi posso dare ragione.

E poi c’è la questione del perché devo cambiare io le mie abitudini se [qui metteteci il nome di chi vi pare, o la categoria cretina, fra le molte categorie cretine nelle quali suddividete la realtà, che più vi aggrada] non lo fa?
Perché la colpa è sempre degli altri.
Anche questo lo avete imparato fin da piccoli, e vi ha permesso di trovarvi una vita da due lire nella quale nascondervi dalla cosa che di più in assoluto vi terrorizza: la Responsabilità.
Una cosa che vi fa a tal punto paura che l’avete rimossa, e se io vi chiedessi cosa vi terrorizza mi direste i ragni, i clown, Satana, le suore… qualsiasi cosa pur di non pensare alla Responsabilità.

Ed a questo punto c’è un imbecille là fuori che sta per chiedere “Se siamo davvero così, perché perdi tempo a scrivere questo post?”
Perchè oggi è il Blog Action Day.
Ed io mi sono impegnato a scrivere un post sull’ambiente.
E per mantenere il mio impegno, ora che ho la vostra completa attenzione, vi spiegherò qualcosa che i vostri padri non avevano capito.

Ciò che i vostri padri… inostri padri, non avevano capito, è che l’infinito non esiste.
No, ok, vedo i matematici imbizzarrirsi, ma state calmi e lasciatemi continuare.
L’infinito come ce lo hanno presentanto non è una cosa di questo mondo.
Non starò qui a discutere di materia barionica, universi aperti, universi chiusi, cicli Big Bang-Big Crunch, e quanto disti da noi il margine dell’universo conosciuto.
Quelle sono cose da astrofisici.
Restiamo nell’ambito del quotidiano.
Non esistono orologi a carica infinita.
Non esistono fenomeni che non abbiano fine.
Ma ai nostri padri è stata raccontata un’altra storia.
È stato raccontato loro che il petrolio col quale produrre materie plastiche e col quale alimentare motori a scoppio non sarebbe mai finito.
Ed è stato raccontato loro che anche se i gas prodotti da quei motori a scoppio e da moltissimi altri processi industriali sono insalubri, e velenosi, il problema non esiste, perché l’atmosfera, essendo infinita, avrebbe potuto contenere una quantità infinita di schifezze.
Come il mare.
Dal quale avremo comunque potuto ricavare una quantità infinita di pesce.
Come l’acqua potabile, con la quale avremmo potuto riempire infinite piscine, per sempre.
E l’economia, fondata su principi  apparentemente scientifici, ci garantiva una crescita infinita – un futuro in cui tutti sarebbero diventati sempre più ricchi, per sempre.
Con sempre più canali televisivi, e sempre meno decisioni da prendere.
Ricordate cosa dicevamo della Responsabilità?

E quelli che glielo raccontavano ci credevano loro stessi.

Oggi i dati ci dicono che qualcosa non ha funzionato.
I pesci più appetibili stanno scomparendo – ed alle donne in stato interessante si consiglia non più di una piccola scatola di tonno alla settimana (se proprio non possono farne a meno) in consideraazione del mercurio contenuto nelle carni definite commestibili.
Il mare è una pattumiera.
Come l’atmosfera – ed i casi di asma crescono senza dar segno di rallentamento.
Da ragazzi avete giocato con giocattoli di plastica velenosa, che rilasciava idrocarburi aromatici volatili cancerogeni – proprio come i colori che usavate per disegnare nelle vostre scuole fatte di eternit.
E oggi temete che i vostri figli possano subire le conseguenze negative dei cartoni giapponesi o di internet!
Ma non preoccupatevi del cancro – quello, se vi deve venire, verrà probabilmente perché siete stati troppo a lungo seduti troppo vicini al televisore.
O per il fatto che avete mangiato scambiandolo per manzo quello che era un povero bovino africano zeppo di roba chimica.

Intanto la buona notizia è che il petrolio sta finendo.
La cattiva notizia è che sul petrolio abbiamo fondato la nostra civiltà.

Abbiamo operato per quasi un secolo come se non ci fossero limiti.
E paradossalmente, operando come se il futuro non avesse importanza, come se non ci fosse futuro, siamo arrivati al punto in cui per noi il futuro sembra davvero non esserci più.
Sarebbe il caso di cominciare a darsi da fare.

E qui sento qualcuno là fuori che dice, mbeh, stronzo, tanto lo hai detto tu che tutto deve finire, no?
E poi ride.
Perché tutto questo sermone vi annoia.
Perché voi siete troppo fighi per sopravvivere.

E allora il sermone finisce qui.
Quando tornate a casa stasera, date una carezza ai vostri bambini.
E pregate di essere ancora così fighi – oppure di essere già morti – quando loro avranno delle domande da farvi.

Oggi è il Blog Action Day.
Ed a voi non potrebbe fregarvene di meno.

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Immaginazione & Società

8 Ottobre 2009 Davide 5 commenti

È un amaro pork chop express, quello di stanotte.
Tutto comincia da un post sul blog di M. John Harrison, che porta al blog Africa is a Country, ed al post Is Africa Ready for Science Fiction?, che a sua vlta prende le mosse dal blog della scrittrice Nnedi Okorafor.
Il succo della faccenda – lentamente ma inesorabilmente il mercato della fantascienza in Africa si sta espandendo.
Un gruppo di autori in diversi stati africani può già allineare una discreta bibliografia…

Ghanaian author Kojo Laing has a collection of short stories and a novels respectively titled, Big Bishop Roko and the Alter Gangsters and Woman of the Aeroplanes. Congolese author Emmanuel Boundzeki Dongala has a short story called “Jazz and Palm Wine” (the anthology it appears in is also called Jazz and Palm Wine). In South Africa, science fiction is really percolating; The South African literary journal, Chimurenga, recently had an African science fiction themed issue.

… e poi naturalmente c’è la faccenda di District 9 e tutto il resto.

DSCF2002_uRibadiamolo per chiarezza – non si tratta semplicemente di un gran numero di cittadini africani che improvvisamente cominciano a comperare ristampe di Clarke o di Asimov, ma della nascita di quella che potremmo definire una scuola africana della fantascienza.
Il che è un buon segno, direi.
Un ottimo segno, se consideriamo che segnali affini mi indicano che qualcosa di simile sta accadendo in Cina, a Taiwan, a Singapore…

Da una parte, come appassionato del genere, sono della ferma convinto che ilsorgere di nuove voci garantisca nuove idee e sano divertimento per tutti.
E poi c’è la questione del futuro.
Scrivere fantascienza significa porsi in posizione critica nei confronti del presente e del futuro che da questo presente potrebbe scaturire (o, in alcuni casi – come con lo steampunk – nei confronti del passato che è stato e del presente che avrebbe potuto essere).
Non significa solo scrivere storielle sceme con gli ometti verdi, ma guardare avanti.
L’uomo non può fare ciò che non riesce ad immaginare – la fantascienza è un segnale positivo.

Esistono naturalmente dei limiti alla crescita della neonata fantascienza africana.
La necessità di adattare certe idee e certe situazioni al pubblico africano – alla sua sensibilità, alla sua cultura…

It’ll be hard to make people afraid of a future where computers take over the world when they can’t manage to keep the computers on their desk running. These are very western stories. On the other hand, classic science fiction, like space exploration stories, would probably work better…assuming it was adapted for the audience.

Interessante il riferimento all’avventura spaziale – che pare vada forte anche in Cina.

E poi c’è un problema che non può che strapparmi un sorriso molto molto amaro.

In the piece Okorafor also notes that one major reason African science fiction won’t grow has to do with what the publishing industry considers “literature.”

Già – il fatto che l’establishment culturale non consideri la fantascienza letteratura seria è il grosso problema, il grosso freno allo sviluppo.
Vi ricorda qualcosa?
Vi ricorda forse un paese dove a tenere accesi i computer non abbiamo problemi, ma dove per la fantascienza (soprattutto la fantascienza scritta) sembra diventare più piccola ogni giorno?

E qui, come una colossale ciliegina di neutronio sulla nostra torta, cala la considerazione di uno dei frequentatori del blog di harrison…

It seems to me that interest in science fiction is a sign of a forward-thinking, imaginative society. If we ever see a large science fiction market in Africa, that may be a sign that Africa has turned a corner, psychologically, since scifi is so often aspirational.

Una società ricca di immaginazione, che ha svoltato l’angolo.
Da quanto tempo è, che non vi sentite più così?

[immagine da morguefile]

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Darwin, banane, serpenti, nazisti…

25 Settembre 2009 Davide 2 commenti

Scopro attraverso il sempre dilettevole blog di David Brin una di quelle notizie che da sole riescono a rovinarmi la giornata…
Pork chop express?
Potete scommetterci.

Il 19 novembre 2009, Kirk Cameron e Ray Comfort distribuiranno 50.000 copie de L’Origine della Specie di Charles Darwin nelle università degli Stati Uniti. Con un piccolo extra – ciascun volume conterrà infatti una prefazione di una cinquantina di pagine nella quale viene spiegato in dettaglio come la teoria di Darwin non sia mai stata provata, e come il lavoro di Darwin abbia ispirato il Nazismo e l’Olocausto.

Kirk Cameron, per chi se lo fosse perso, era uno dei protagonisti della sit-com Genitori in Blue Jeans, oltre ad aver recitato in una quantità di film anni ‘80 nella parte dell’adolescente furbetto di turno; messa da parte la carriera artistica, Cameron si è convertito alla fede battista, diventando ministro di culto e fervente propugnatore delle teorie creazioniste.

Ray Comfort, l’originario sostenitore della teoria che basti la banana a dimostrare che Dio ha creato il mondo in sette giorni e che l’Evoluzione è una panzana, è un avengelizzatore d’assalto neozelandese ed autore di bestseller (ammettetelo… questa da solo non sarei mai riuscito ad inventarmela) che da alcuni anni è calato sugli Stati Uniti come uno sparviero, catechizzando le folle attraverso una trasmissione televisiva, The Way of the Master (che non è, nonostante il titolo, una serie sulle arti marziali) – della quale Kirk Cameron è protagonista e regista.
Hanno anche un canale dedicato su YouTube…

Eh?
Convinti?

The Way of the Master (perché continua a venirmi inmente David Carradine?) è anche il nome della particolare varietà di cristianesimo fondamentalista che Comfort offre ai suoi seguaci.
Comfort, le cui conferenze viaggiano sui 10.000 dollari a botta (ma lui dice di dare i quattrini in beneficienza) è anche l’uomo che ha accusato Amazon.com di essere parte di una vasta cospirazione atea, dopo che alcuni suoi testi (tutti bestseller) sono risultati molto popolari presso i lettori atei di Amazon, che tuttavia li schedano come “umorismo”.

Detto ciò sui perpetretori dell’Operazione Darwin del 19/11 prossimo, solo due rapide notarelle – qualora fossero necessarie – sulle ipotesi presentate nella loro prefazione a L’Origine della Specie…

Che l’evoluzione attraverso la selezione naturale non sia ancora stata provata è una balla.
Abbiamo i fossili.
Abbiamo le osservazioni naturalistiche.
Abbiamo le sequenze genetiche.
Al momento, non esiste un modello che spieghi tutte queste osservazioni e che sia migliore della teoria dell’evoluzione attraverso la selezione naturale.
Si tratta dell’unico modello, in altre parole, che renda conto razionalmente di tutte le osservazioni, e che permetta di fare delle previsioni che poi siano verificate nei fatti.

Sul fatto che i Nazisti abbiano tratto ispirazione dal libro di Darwin, a parte l’osservazione lapidaria e definitiva di David Brin…

The Nazis burned Darwin’s Origin of Species!

… resta da osservare che le teorie di Darwin negano sostanzialmente le basi della teoria nazista.
E a ben guardare, il nazismo ha più i tratti di una fede, che non di una filosofia basata sul materialismo.

L’ipotesi generalmente avanzata dai fondamentalisti, che una cultura atea e fondata sul pensiero scientifico o illuminista induca un progressivo ed inesorabile decadimento morale (ponendo quindi Dio – o la sua Chiesa… una delle sue chiese… – nella posizione di garante della morale), è disattesa dai dati statistici relativi agli ultimi 4000 anni.
O per essere brevi e scortesi, finora nessun “illuminista” si è scagliato con aerei contro grattacieli, o ha convertito a fil di spada un intero continente.

Resta il fatto che l’ex idolo dele adolescenti anni ‘80 ed il suo compare kiwi metteranno in circolazione 50.000 volumi sostanzialmente “drogati”.
Resta da capire dove trovino i quattrini per certe cose.
Ma se esistono gruppi disposti a pagare 10.000 dollari Ray Comfort per assistere ad una delle sue conferenze sulla banana creazionista, evidentemente tutto è possibile.

Quanto al promo qui sopra, alla storia dell’aereo che precipita, e della bestia velenosa che vuole azzannarvi la mano…

Amen.

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La mia croce sull’altra collina

22 Settembre 2009 Davide 5 commenti

Prendo l’avvio dal più recente post di Elvezio Sciallis su Malpertuis – come ho fatto spesso in passato, e come spero di poter tornare a fare in un prossimo futuro – e da un paio di frasi in particolare (l’editing è mio per motivi di spazio – voi leggetevi il post per intero).

Dovendo gestire in modo diverso il mio tempo in Rete e fuori dalla Rete ho semplicemente tagliato qualsiasi lettura in italiano.
[...]  non leggo più nessun sito italiano e da fine giugno non tocco libri di genere pubblicati nello Stivale.

Ed è purificante e rilassante.

Altrove, come già detto, critica, pubblico e autori, sia in campo cinematografico che letterario, hanno un rapporto totalmente diverso e (ovviamente a mio avviso) ben più sano della schizopatologia nostrana [...]
Per l’ultima volta: all’estero escono antologie e romanzi horror STUPENDI che costano la metà e anche meno rispetto a quelli italiani, datevi una mossa con il dannato inglese.

Non posso che sottoscrivere.
Si pubblicano in lingua inglese anche eccellente fantascienza, ottimo fantasy, polizieschi originalissimi, grande aventura, fantastici libri di cucina, impareggiabili saggi storici e la divulgazione scientifica ha certamente una marcia in più.
Si pubblica anche ciarpame?
Certo, a carrettate.
Ma non è di questo che intendo parlare.
Il fatto è che le parole di Elvezio rieccheggiano quelle sentite da più parti negli ultimi mesi, da parte di amici e conoscenti che lentamente e silenziosamente se ne stanno andando dal genere così come il genere viene vissuto in Italia.
E non solo rifornendo le proprie biblioteche e videoteche all’estero, ma trasferendo verso altri lidi – reali o virtuali – le proprie attività.
Alcuni hanno trovato da pubblicare in Francia, o nei paesi anglosassoni.
Altri semplicemente hanno deciso di non etichettare più il proprio lavoro come “fantastico”, considerando ormai l’etichetta compromessa irrimediabilmente nel nostro paese.
Altri ancora si ostinano a pubblicare libri – saggistica, divulgazione, critica – pur sapendo che non verranno letti, o che se veranno letti non usciranno da un circolo molto ristretto… “invece di scriverlo potrei telefonartelo”.

Non si tratta di GAFIA – queste persone non stanno abbandonando il genere.
Stanno abbandonando il milieu nazionale.
I lettori passano all’inglese.
Gli autori passano a Interzone, a Weird Tales, a Sybil’s Garage.
I critici recensiscono le nuove uscite della Tor.
I piccoli editori valutano seriamente l’idea di chiudere.
Stanchi di essere sempre e solo “gli altri”, nelle parole di un’amica disgustata, stanno uscendo dalla palude.
O se preferite un’altra metafora, ciascuno a modo suo, essendo questa ormai troppo affollata ed esclusiva, stiamo portando la nostra croce su un’altra collina.

Il danno al genere, nel nostro paese, che deriverà da questa lenta trasmigrazione, non può essere minimizzato in alcun modo.
Indubbiamente, è bene tributare il dovuto rispetto a chi, nelle pur malandate condizioni del mercato nazionale, continua a tener duro ed a fare il proprio lavoro, a portare avanti la propria passione.
Ma senza dimenticarsi degli altri e della loro lenta marcia oltre confine.
Ad andarsene non sono – come vorrebbero alcuni – i falliti, quelli che non ce l’hanno fatta, i soggetti passivi, pieni di invidia e livore, di una ipotetica selezione naturale nella quale i più adatti hanno trionfato.
Si tratta di una lenta, inesorabile perdita di voci critiche e di voci atipiche all’interno del panorama.
Si tratta di un lento, inesorabile cedere il campo ad una critica fatta di post su blog tutti uguali (a volte addirittura in modo sospetto) e tutti ugualmente entusiasti a prescindere, ad una narrativa obbligata ad omologarsi per poter “uscire”.
Si tratta di una definitiva legittimazione – per astensione – di un ambito nel quale la reazione offesa o stizzita è la risposta standard a qualsiasi giudizio negativo, nel quale la serrata unilaterale e l’indifferenza ostentata sono la risposta standard a qualsiasi nuova iniziativa che non provenga dall’interno del nostro circolo, nel quale solo quelli che la pensano sempre e comunque come noi hanno talento e meritano spazio.

E come tutti gli impoverimenti ecologici, anche la lenta migrazione degli altri, rappresenta l’anticamera dell’estinzione.
Perché dove si andranno a cercare le voci originali quando la moda narrativa cambierà e le ragazzine che ora trainano il mercato non vorranno più una ennesima fantasia di stupro col vampiro, ma pretenderanno una storia diversa?
Riuscirà il mercato a crescere nella sua offerta col crescere dell’età media dei lettori?
O ci si rassegnerà a perderli dopo i diciotto anni, affidandoli alla TV, e contando sul bacino costituito dalle nuove generazioni?
E se le nuove generazioni dovessero volere qualcosa di nuovo?
Basterà nascondersi dietro ad un nuovo pseudonimo e fagocitare una nuova formula?
Basterà poter contare sull’amico editor presso la famosa casa editrice, per pagare l’affitto?
O non sarebbe meglio avere a disposizione una pluralità di voci, di stili, di idee, di contenitori?
E chi penserà a mantenere vivo l’interesse del pubblico adolescenziale quando gli adolescenti – come spesso capita – cresceranno, e chiederanno narrative più complesse, critica che non sia solo esegesi testuale ossessiva, un rapporto lettore-autore o lettore-editore che non sia solo genuflessione ed adorazione incondizionata?

Ma forse qui abbiamo toccato un tasto dolente.
Forse non si desidera alcuna crescita del pubblico oltre il livello adolescenziale.
Non si desidera alcuna seria critica al di là di ciò che si può tranquillamente delegittimare.
Non si desidera alcuna evoluzione, alcuna crescita, alcun mutamento.

Forse, chi dovrebbe davvero aver paura del fatto che così tanti se ne stiano andando, ha molta più paura che costoro possano tornare.

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Due per uno

16 Settembre 2009 Davide 2 commenti

Un chiaro segno che stai invecchiando?
Quando la colonna sonora della tua adolescenza viene venduta a due per uno per meno di otto euro a botta nei grandi magazzini.
Se poi sei davvero vecchio, la colonna sonora della tua adolescenza viene venduta a due per uno per meno di otto euro a botta nei grandi magazzini, ed i ragazzini neanche se la filano.
Un breve pork chop express molto personale, in questa fredda notte di pioggia…

Mi trovavo in un grande magazzino per cercare delle ciabatte con surge protector per potenziare e in parte riformare l’impianto elettrico della casa di campagna.
Trovate le ciabatte, si fa un giro fra gli scaffali.
Un’occhiata alle fotocamere digitali, un’occhiata ai forni a microonde.
Un’occhiata ai giochi per Playstation – tutti uguali e tutti troppo cari – un’occhiata ai dischi.
E così mi imbatto in una povera custodia di cartone che contiene due CD – Crime of the Century e Crisis, What Crisis?, dei Supertramp.
Io ci sono cresciuto, con questi dischi.
Ho i vinili, imbustati con cura e suonati fin quasi a consumarsi.
Ricordo i testi a memoria.
E adesso la Universal – che evidentemente ha rilevato il catalogo A&M, o almeno parte di esso – li vende nella collana 2 for 1, a meno di otto euro.
Crime ha l’età di mio fratello, Crisis un paio d’anni di meno.
Io ci sono cresciuto, con questi dischi.

Ascoltati per la prima volta su cassetta, durante il secondo anno di liceo, e poi su vinile, per anni a seguire, prima sul vecchio stereo di famiglia e poi sul mio stereo, il Technics acquistato con risparmi sanguinosi in quarta liceo.
No Duran Duran, no Vasco, grazie, no Righeira.

E adesso eccoli qui.
Niente testi, niente credits, niente immagini se non la copertina, delle dimensioni di un francobollo.
Solo i CD, imbustati in cartoncino leggero.
Se voglio conoscere i credits dettagliati, dice una nota scritta da gnomi nani col morbo di Parkinson e leggibile solo con la lente d’ingrandimento, sono pregato di scrivere alla Universal.
Ma io, naturalmente, i testi li ricordo a memoria, e i credits anche.
Io ci sono cresciuto, con questi dischi.

Se li ho presi?
Per meno di otto euro?
Certo che li ho presi.
E ci ho messo un secondo 2 for 1, con Brothers in Arms e On Every Street, dei Dire Straits.
Così la smetto di consumare i vinili.
Io ci sono cresciuto, con questi dischi.

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Come essere barboni di successo

13 Settembre 2009 Davide 3 commenti

Riprendiamo alcune idee da un post dell’idiosincratico The Art of Manliness, che a sua volta riprende e riassume un articolo comparso sulla rivista Esquire nel 1937.
Intitolato Manuale del Barbone, il pezzo su Esquire venne scritto da un anonimo che, nel pieno della Grande Depressione, aveva scelto di diventare un vagabondo – aveva mollato tutto e si era avviato sulla strada, raffinando le proprie capacità fino al punto di riuscire – o così sosteneva – a vivere dignitosamente da barbone, facendo tre pasti al giorno e dormendo comodo ogni notte.
Ora, recessione che và, recessione che viene… ecco i consigli dell’esperto.

Tenetevi puliti.
È difficile elemosinare quando sì è fisicamente reppellenti; difficilmente ci saranno lavori occasionali disponibili per un lurido straccione. Le stazioni di servizio mettono a disposizione tutto il necessario per tenersi puliti e in ordine.

Tenetevi alla larga dalle città.
Questa è talmente bella che la che la traduciamo integralmente:

La gente che vive in città ha affogato la propria umanità. Penso che la ragione di ciò sia la sicurezza rispetto agli elementi, poiché la famiglia che è sicura di avere cibo e riparo scorda facilmente le necessità degli altri esseri umani e pensa vagamente a opere misericordiose organizzate… La famiglia che vive in una fattoria, d’altra parte, sa cheuna carenza di sole o di pioggia può intaccare il suo benessere, sa che la casa che ha costruito dev’essere una cittadella contro il freddo e la tempesta; perciò la loro umanità si manifesta più rapidamente nelle loro parole e nei loro gesti. Non voglio dire con ciò che non sia possibile “tampinare” i cittadini con successo, ma è più difficile e solo fra i poveri avrete una discreta speranza di ricevere ospitalità.

Evitate gli intermediari.
Implorare personalmente è la cosa migliore, si mantiene il rapporto individuale.  Molto spesso avere qualcuno che perora il vostro caso può farvi ottenere risultati peggiori di quelli che avreste ottenuto mendicando da soli.

Viaggiate sulle strade e non sui treni.
È più facile ottenere un passaggio su un’automobile che saltare di straforo su un treno merci – che oltretutto è sporco, e più pericoloso.
Oltretutto, chiedendo passaggi si fanno due chiacchiere, e si possono scoprire opportunità di lavoro a giornata.

Parlate chiaro.
Inutile fingere umiltà o strisciare. Rivolgersi agli uomini chiamandoli “Signore” è sufficiente.
Le donne vanno trattate con cortesia e galanteria.

Evitate l’iperbole.
Non mangio da due giorni è poco credibile, o potrebbe altrimenti intimorire il vostro interlocutore.

Che fare per il minimo necessario: tabacco, abbigliamento e birra.
Pochi vi rifiutano una sigaretta se  la chiedete cortesemente.
Attacar discorso e dimostrare di avere delle storie interessanti da raccontare è un buon modo per farsi invitare a sedere in un bar e farsi offrire una birra. Ricordare che i baristi all’ora della chiusura tendono ad essere più amichevoli.
I vestiti sono la parte più complicata – ma è sempre possibile scroccare qualcosa spiegando che siete nuovi in città, che state per andare a parlare con delle persone per un lavoro, e che con una camicia pulita fareste un’impressione migliore.

Non dormite in carceri o dormitori di dubbia fama.
Raggiungete una fattoria prima che faccia buio e chiedete al fattore di farvi dormire nel fienile.
Qualora dovesse rifiutare, chiedetegli dei giornali, raggiungete un prato di vostro gusto, accendete un fuoco, aspettate che si esaurisca, spargete le braci, copritele con della terra, usate il tuttocome letto caldo, con i giornali come coperte. È buona cosa avere sempre un poncho (può servire da coperta, da tenda e da impermeabile).
Oppure rivolgetevi ad un garagista e chioedetegli se vi lascia dormire in una delle auto nella sua rimessa.

Resta forte il dubbio che l’anonimo, oggidì, troverebbe la vita molto più dura che non nel 1937.

Memorabili comunque le sue considerazioni conclusive

Now I am completely happy. All the infinite phases of nature I can observe at leisure, all the different types of country I can live with in their optimums. The spring I spend in the West, the summer in the far North, the fall in New England, the winter in the South. In a few years I shall probably want to go to Europe, and I shall go. And since I have been on the road I have in many ways improved myself: my sensitivities have been sharpened (I even write poetry now, and it’s not too bad), my education extended, and my health become superb. I don’t know whether I shall ever settle down again, and I don’t much care.

State attenti, là fuori.

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